Ci sono donne che proprio perché donne, la Storia ha relegato nell’ombra dell'oblio. Hypatia di Alessandria (circa 370–415 d.C.) fu matematica, astronoma, filosofa neoplatonica. Era una delle ultime rappresentanti del grande sapere antico e dirigeva la scuola filosofica alessandrina, un centro di sapere in un’epoca di grandi tensioni religiose e politiche. Insegnava logica, geometria e astronomia. Ma una mente così geniale in una anatomia femminile deve aver suscitato parecchia invidia nei suoi contemporanei di ambo i sessi, non altrettanto intellettualmente brillanti. Fu uccisa brutalmente da una folla cristiana, accusata di eresia e di “magia” solo perché simbolo della conoscenza libera e della ragione in un tempo in cui la religione cercava di affermare la propria supremazia. Per secoli il suo nome è stato rimosso, distorto, e Hypatia ridotta a leggenda, o demonizzata. Era invece scienziata di primo piano e contribuì alla geometria di Euclide e ai commenti su Tolomeo, influenzò la trasmissione del sapere greco nel mondo arabo e latino, figura ideale di pensiero critico e libertà intellettuale che anticipò il Rinascimento. Voglio renderle omaggio così:
Hypatia sollevò il viso e fissò il cielo: “Le stelle”, disse, “non hanno padroni. Solo occhi che osano guardarle.”
Il fanatismo religioso imperversava e nella città si respirava odio. I suoi strumenti, sfere, astrolabi, tavole di numeri, erano luci fragili contro l’oscurantismo che alterava la ragione degli uomini. Eppure lei insegnava ancora, con il coraggio di chi accende candele in una notte di tempesta.
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