ALBUME
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Mentre Lorenzo mi bacia come il dio dell’amore dovrebbe baciare la sua dea, gli vibra il cellulare in tasca. Di nuovo, il ring della suoneria messaggi si intromette tra noi e questa volta il mio unico pensiero non è supplicarlo di spegnerlo, o ignorarlo… No! Adesso voglio sapere chi è! E se a scrivergli è ancora Mirella, giuro su Dio che…
Lorenzo si toglie il telefono dalla tasca, lo getta sul tavolo. «E basta» esclama. Riprende a baciarmi.
Mi tira su quasi di peso, mi appoggia sul piano. Sgrano gli occhi. «Non vorrai…?»
«Qui sopra non l’abbiamo mai fatto» afferma sornione con il suo sorriso assassino.
No, non l’abbiamo mai fatto sul tavolo, e non lo faremo adesso! A parte che nel mio campo visivo c’è ancora quel suo stramaledettissimo telefono, sul tavolo è scomodo.
Ora, non è che io sia la principessa sul pisello, ma di certo tra il fare l’amore in un letto o in qualsiasi altro luogo, io preferisco il letto… e Lorenzo lo sa.
«E dai ’Tina, lasciati un po’ andare… magari ti piace.»
Lo dice mordicchiandomi il collo, una cosa che mi manda in visibilio. Mi tremano le palpebre, chiudo gli occhi abbandonandomi: adoro le sue labbra su di me, i suoi ricci che mi solleticano il viso, il suo profumo, le sue mani che si insinuano nei miei vestiti… oh, no!
La fitta intensa e prolungata che mi percorre tutta la base della schiena mi fa sgranare gli occhi e irrigidire: non è la prima oggi. L’improvvisa sensazione umidiccia tra le gambe non dipende dall’eccitazione del momento.
No, no, no… no!
«Che c’è?» mi chiede Lorenzo dubbioso.
«Devo andare in bagno» dichiaro.
Sorride. «Ok» risponde guardandomi con gli occhi intensi di quando ha voglia di me, «ti aspetto qui o in camera?»
Deglutisco per trovare le parole, solo che non arrivano e mi limito a guardarlo negli occhi. Gli basta un istante per capire, secondo lui ho una faccia che non è capace di nascondere nulla.
Alza le mani e si allontana.
Che palle! Non lo dice, ma so che lo pensa.
«Vado a preparare la valigia» dice duro. Prima di uscire, prende il cellulare.
E, Che palle! Lo penso anch’io mentre in bagno frugo tra tampax e salvaslip. Faccio tutte le mie manovre in modo automatico, poi mi siedo sul water e cerco di farmi sbollire la rabbia.
Sono arrabbiata sì, come di certo lo è Lorenzo, ed è per questo che me ne sto qui chiusa a chiave. Non ho voglia di ascoltare il suo silenzio stizzito, e non ho il potere di interrompere la sua stizza, così come non posso agire volontariamente sui cicli fisiologici del mio corpo.
Perché, perché arrivano sempre quando siamo ai ferri corti? O meglio, perché siamo sempre ai ferri corti quando mi arriva il ciclo?
Non è la prima volta che succede. L’altro mese abbiamo discusso per colpa di sua madre, quello prima per via del lavoro, sembra una maledizione che ci perseguita: se non prendo la pillola sono irregolare che più irregolare non si può, se la prendo gli effetti collaterali mi stendono e non ho più voglia di niente, se non di farmi passare il mal di testa. Uffa!
A volte mi domando se Lorenzo stia con me solo per il sesso, solo perché lo assecondo sempre in qualsiasi idea gli venga.
Che significa la frase che ha detto a Mirella? Lo faccio quando torno.
Cosa deve fare?
Lasciarmi?
Il pensiero nasce senza che io l’abbia sollecitato. Mi toglie il respiro, mi stringe la gola. Scuoto la testa per mandarlo via. No, non è possibile. Non è vero.
Mi tasto le tasche… Accidenti, ho lasciato il cellulare di là. Se l’avessi qui potrei guardare il suo oroscopo. Che scema, dovevo farlo prima!
Va bene, basta!
Non voglio pensare, non voglio rovinare il resto del pomeriggio e la serata impastando dubbi e paure idiote. Perché sono tutte idiozie quelle che sto pensando.
Siamo fatti l’uno per l’altra, lo so! Noi ci completiamo a vicenda e siamo destinati a stare insieme. Una volta ho perfino compilato un elenco con tutte le possibilità di incontri alternativi che avrebbero favorito la nostra unione, anche se non ci fossimo conosciuti in prima media. E continuo ad aggiornare quell’elenco, perché ogni tanto salta fuori qualche coincidenza che non è nota, ma che avrebbe potuto tracciare il nostro destino: il “caso” non esiste e il nostro amore non è “un caso”.
Tiro lo sciacquone, faccio andare l’acqua del bidet e spruzzo un po’ di deodorante per giustificare la mia prolungata presenza in bagno. Presumo che anche Lorenzo si sia fatto sbollire la stizza. Non possiamo fare l’amore, ma potremmo fare qualcos’altro, dopotutto per un sacco di tempo ci siamo inventati modi alternativi di darci il piacere l’un l’altra, la fantasia non ci manca.
E poi posso cucinare i nostri piatti preferiti. Stasera magari ci guardiamo un film condito da popcorn caramellati o, ancora meglio, gli faccio i biscottini che gli piacciono tanto, quelli con tutte le farine diverse.
Lo raggiungo in camera da letto. Sta chiudendo la valigia e ha il telefono stretto tra l’orecchio e la spalla.
«Ce l’hai fatta? Mandami un SMS con i dati del volo. No, non serve il taxi, vado con la mia auto. Non ti preoccupare per il parcheggio: ci penso io.» Si gira, mi vede. «Sì, sì, va bene. Ti richiamo, adesso devo andare.»
Chiude il telefono, fa per avvicinarsi, ma desiste. Chiude la zip della valigia con un movimento secco, non mi guarda. «Parto oggi. Tanto ormai ho più lavorato che fatto vacanza e poi, visto che non si può fare niente…»
Lo fisso. Non so bene se essere arrabbiata o depressa. Lui mi sfugge, borbotta l’elenco delle cose che ha preso. L’impressione che a tenerci insieme sia solo la frequenza dei nostri rapporti sessuali è più forte che mai.
Fa male pensarlo, e forse dovrei dirgli che quando fa così divento insicura, anzi ancora più insicura, perché la fiducia in me stessa, e forse anche la fiducia in generale, non è esattamente il mio forte.
Ecco. Mi viene da piangere.
Lo se ne accorge, sospira, si rilassa un attimo e con uno slancio mi prende tra le braccia e mi stringe forte. Quasi mi strozza, ma forse è il groppo doloroso che ho in gola a soffocarmi.
«Mi spiace ’Tina, che le cose non siano andate come volevamo. Fidati: è meglio se me ne vado.»
«Vai… via… a-adesso…?» Per sempre?
È come se qualcuno mi avesse reciso le corde vocali, come se il sangue mi si fosse congelato nel petto. Mi sento sbiancare, mi si appanna la vista.
Lo mi lascia.
«N-non ne abbiamo nemmeno parlato!»
Mi guarda con le labbra tirate. Mi prende il viso e mi bacia in fronte.
«Lo so, ma ho deciso. Poi quando torno ti spiego meglio, ok? Adesso devo proprio andare o non arriverò in tempo per il check-in.»
«Ma… ma… mi chiami almeno quando arrivi?»
«’Tina ci provo, ma vado in quel posto nel Mar Nero dove la situazione del segnale è talmente pessima che il capotecnico ha dovuto spostarsi di venti chilometri per chiamarmi... Dai, vado. Ciao bella.»
Un bacio frettoloso sulle labbra e se ne va.
Esce così, in fretta, dalla stanza, dalla casa. Anche da noi?
Sono così disperata che non ho voglia di fare più nulla.
Non riesco neppure a piangere, versare fiumi di lacrime di solito mi aiuta a vedere le cose più rosee, o comunque meno nere, e invece niente.
Entro nel mio regno, in cucina, la stanza che preferisco della nostra casa, e posso solo guardare i pensili chiusi. E anche se li apro, osservo gli scaffali con tutti gli ingredienti possibili e immaginabili per cucinare non mi viene nessuna idea, neppure quando prendo il mio quaderno e lo sfoglio, da metà alla fine, dalla fine alla prima pagina.
La prima ricetta che ho scritto - e anche la seconda e tantissime altre - è di mia madre: le sfrappole di carnevale.
Un dolce che amo, che mi fa ritornare bambina, quando tutto era più semplice e divertente, quando i dolori sparivano davanti alle cose buone da mangiare, quando non si indugiava su nulla e tutto era una scoperta eccitante.
Prendo il telefono e chiamo.
«Pronto?»
«Mamma sono io.»
E lei parte per la tangente. I suoi saluti, le sue richieste di come sto, il suo non aspettare la risposta per raccontarmi di come sta lei, mio padre, lo zio, le tre zie, le cinque cugine e l’unico cugino maschio. E poi il gatto, il cane del vicino, e la ferramenta che, se questa crisi continua così, lei e il babbo non arrivano alla pensione, c’è caso che gli tocca chiudere prima, e in che razza di mondo viviamo se i soldi contano più delle persone?
«Ma… Valentina… che c’è? Sei silenziosa, devi dirmi qualcosa?»
Sì, anzi no. Volevo solo sentire la sua voce, per niente al mondo le parlerei dei miei problemi, che poi mia mamma se li prende a cuore e tende a fare di un sassolino una montagna invalicabile.
«Lorenzo sta bene?»
«Sì.» Sapere che tra noi va tutto bene la mette tranquilla e la riconcilia con il mondo.
«Bene. Eppure… non mi sembri tu.»
Devo trovare una scusa. «Volevo chiederti un consiglio di cucina.» Le piace quando le chiedo i consigli di cucina, ci fa tornare indietro di vent’anni quando ci alzavamo presto per preparare il pranzo domenicale. Sento il suo sorriso nella risposta, le parole cosa-volevi-chiedermi riesce a pronunciarle con decine di toni diversi e ognuno tradisce il suo stato d’animo. È da lei, credo, che ho preso l’emotività dirompente che mi contraddistingue, quella che piace tanto a Lorenzo. O dovrei dire piaceva?
Dico la prima cosa che mi viene in mente. «Volevo fare le sfrappole.»
«Ma non siamo a carnevale!»
«Lo so, ma a me piacciono. Comunque…» Guardo un attimo il quaderno per trovare uno spunto. La ricetta recita: un uovo intero e un albume. «Ma è obbligatorio usare l’albume? Non posso usare due uova intere?»
«No, stella d’oro. L’albume è fondamentale.»
«Come? Perché? La farina è indispensabile. Lo zucchero deve farle dolcine. L’uovo impasta tutto e il burro deve renderle friabili, mentre la grappa stempera e conferisce leggerezza. Ma l’albume a cosa serve?»
«Ah, non lo so, ma se non lo metti sono più pesanti, più dure, e molto meno belle. È un po’ come amare senza fidarsi.»
Ecco, mia madre fa sempre delle similitudini improbabili che mi lasciano a bocca aperta, e mi fanno riflettere.
È possibile amare senza fidarsi?
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