AI CONFINI DEL MONDO - Capitolo 2 di 4

Scritto il 17/06/2026
da ELYXYZ


«Artie, ci sei ancora?»

Arthur sbatté le palpebre per cacciare uno spiacevole pizzicore. «Sì, Xander, vecchio idiota. Se resti in città per più di due giorni, richiamami domani che ci accordiamo per vederci.»

«Okay… Buona serata.»

«Anche a te,» rispose, forzando un buonumore che non sentiva più, e non attese oltre prima di riagganciare.

Cazzo. Con che coraggio Xan si permetteva di sputare sentenze sulla sua vita privata?

D’accordo che si conoscevano fin da sempre e probabilmente avevano persino condiviso il bagnetto e gli stessi pannolini – perché erano nati con due giorni di distanza e vivevano nello stesso quartiere e le loro madri erano ottime amiche –, ma anche se lo considerava un fratello mancato, c’erano cose sacre e inviolabili. Non c’era forse una legge non scritta secondo cui gli amici dovrebbero sostenerti nel bene e nel male, fino alla fine dei tempi? Dov’era la nuova clausola sul fatto che potessero demolirti, criticarti, mandarti in crisi a piacimento?

Sì, a volte anche Leo gli diceva che aveva una vena un po’ troppo teatrale, ma in quel momento, ‘fanculo a tutto, si sentiva tradito. E non importava che gli amici, proprio per definizione, dovessero fare anche il lavoro sporco e dire cose spiacevoli per il tuo bene. Il suo bene era Leo. E prima o poi tutti l’avrebbero capito.

Arthur cedette all’improvvisa stanchezza fisica e mentale che lo attanagliava su più fronti. Come un sacco di patate, si lasciò cadere su una panchina accanto a lui, incurante del freddo e del fatto che fosse ricoperta di nevischio ghiacciato.

I suoi costosi pantaloni si bagnarono all’istante, comunicandogli la sgradevole sensazione di gelida umidità, ma se ne fregò e, anzi, appoggiò anche la schiena contro il legno fradicio, osservando il cielo nero. Nevicava ancora, perciò non c’erano stelle a consolare i malinconici che scrutavano all’insù.

La notte che aveva conosciuto Leonard, invece, il cielo era stato pieno di stelle.

Quell’agosto di un anno e mezzo prima aveva segnato per sempre la sua vita. E, a volte, ancora si chiedeva se fosse stato solo un caso o se ci fosse stata la mano del destino.

Arthur era riuscito ad accaparrarsi due biglietti serali per una pièce di cui non aveva mai sentito parlare, e di cui a stento ricordava il titolo, e li aveva regalati alla sua collega Allison – una patita di teatro –, come dono per il suo compleanno, visto che lei ne aveva sproloquiato in toni entusiasti per tutto l’ufficio per settimane intere.

Purtroppo, però, a pochi giorni dalla ricorrenza, il suo fidanzato storico l’aveva lasciata e Artie, un po’ perché provava pena e un po’ per solidarietà, l’aveva accompagnata a vedere lo spettacolo, anche se lui non aveva mai amato quel genere di esibizioni.

Mentre sostavano in fila all’entrata, per ammazzare la noia in attesa che i cancelli si aprissero, si erano ritrovati entrambi a scrutare la volta celeste in cerca di stelle cadenti, dato che si trovavano a ridosso della notte di San Lorenzo. Ally era stata particolarmente fortunata, perché aveva intercettato uno sciame di tre meteoriti. Arthur le aveva suggerito scherzosamente di esprimere un desiderio – anzi, tre – e lei, pur col cuore ancora infranto, gli aveva dato retta.

Esattamente un mese dopo quella follia, Allison aveva ricevuto una promozione con trasferimento e aveva conosciuto un tizio simpatico, che aveva finito per sposare, e ora viveva a duecento miglia da lì, col marito, un cane e due gemelli. Inutile dire quanto fosse felice e realizzata.

E probabilmente Arthur non c’entrava nulla con quel traguardo invidiabile, ma gli piaceva pensare di sì: se lei non avesse espresso il suo sogno, forse avrebbe perso un’occasione unica.

Di certo, gli astri avevano esaudito il suo, di desiderio. Perché Arthur aveva chiesto l’amore e l’amore aveva trovato: lì, su quel palcoscenico, quella notte, Leonard lo aveva folgorato.

Fin dal momento in cui era uscito da dietro le quinte, con indosso vestiti bizzarri e movenze strane, sensuali e ammalianti, lo aveva catturato, completamente conquistato.

Ally lo aveva preso in giro dicendo che era rimasto a bocca aperta, come uno stoccafisso, per tutto il tempo, con gli occhi sgranati verso l’attore che declamava la sua parte.

Quando lo spettacolo era finito, Allison lo aveva trascinato all’uscita laterale del teatro e lo aveva costretto a mettersi in fila per chiedere gli autografi – un’altra delle sue manie da fan sfegata – e poi avevano aspettato insieme l’arrivo degli attori, scambiando qualche parere con le altre persone in attesa.

Arthur si era guardato attorno, stupito da quella folla variegata. C’erano ragazzi giovani, ma anche persone adulte e qualche signora anziana; alcuni erano vestiti in modo sportivo, altri in maniera elegante e ricercata, segno che l’esibizione aveva catturato un pubblico davvero vasto.

Quando la porta finalmente si era aperta, il brusio della gente era cessato di colpo e tutti si erano messi a sciamare in coda verso questo o quell’attore, chiedendo una dedica o una foto assieme. Era chiaro che la maggioranza dei presenti aspettasse il proprio turno con uno dei protagonisti, ma anche qualche comparsa aveva avuto il suo momento di gloria.

Arthur aveva partecipato alla sua buona quota di concerti, in passato, eppure non si era mai sognato di raggiungere il backstage per ottenere un autografo. Perciò se ne era rimasto in disparte, incuriosito e frastornato dalla scena inusuale. Ma poi Ally lo aveva agganciato per un gomito e lo aveva spinto proprio davanti al tizio che lo aveva affascinato sul palco.

Aveva ancora i capelli umidi per la doccia, ma la notte estiva li avrebbe asciugati in fretta, e non portava più il vistoso trucco di scena, ma era lui. Sicuramente lui. Nel momento in cui l’uomo aveva incrociato il suo sguardo e gli aveva sorriso, facendo comparire due adorabili fossette sulle guance, Arthur aveva saputo di essere perduto.

Fino al giorno prima, si era sempre professato irrimediabilmente attratto dai tizi ben piantati, mori e dagli occhi tenebrosi, possibilmente con l’abbronzatura perenne o con la pelle olivastra; eppure… Eccola lì, la sua eccezione. Un fisico longilineo, muscoloso, ma aggraziato, una zazzera bionda e due occhi di cielo che rappresentavano la bellezza teutonica per eccellenza.

«Ciao,» aveva esordito l’oggetto del suo disquisire.

«C-ciao…» aveva balbettato lui, arrossendo di vergogna fin sulle orecchie.

«Come ti chiami?» gli aveva domandato l’attore, cliccando sulla penna che teneva in mano per far uscire la punta, probabilmente aspettando che gli comparisse davanti un foglietto da firmare con la dedica.

Ma Arthur arrivava a malapena a ricordarsi come respirare senza stramazzare al suolo, figurarsi riuscire a rispondere in modo completo a quel terribile quesito.

Che accidenti gli stava capitando? Doveva solo dire il proprio nome a un tizio, e fine. Non gli aveva mica chiesto di fare lo spelling di Supercalifragilistichespiralidoso!

Con la gola secca e uno strano senso di vertigine, aveva cercato di sputare fuori un dignitoso «A-arthur,» ma gli era uscito solo un pigolio tartagliato.

«Ciao, Arthur. Io sono Leonard, anche se forse già lo sai,» aveva ritentato. Non vedendo spuntare foglietti, aveva cambiato tattica, perché aveva abbassato la mano con la penna – solo in quel momento Artie aveva registrato il fatto che fosse mancino –, quindi aveva sollevato la destra per farsela stringere. «Piacere di conoscerti.»

Arthur gliel’aveva presa più per riflesso condizionato che per vera intenzione; i muscoli erano scattati, allenati da anni di buona educazione.

«P-piacere m-mio.» Okay, basta. Voleva morire, possibilmente subito.

Non aveva mai balbettato in vita sua, com’era possibile che dovesse iniziare a rendersi ridicolo proprio in quel momento, davanti a quel ragazzo bellissimo?

Era stato troppo agitato per accorgersi che avevano trattenuto le mani unite un po’ oltre il lecito; ma ne era divenuto consapevole nel momento in cui si erano separati e il suo palmo sudato si era sentito orfano di quel tocco piacevole.

Leonard aveva continuato a guardarlo con educato interesse, per poi suggerire: «Vuoi un autografo, Arthur?»

Era una domanda lecita e posta con cortesia, ma la lingua incollata al palato non voleva saperne di collaborare e Artie si era ritrovato, per istinto, a scuotere la testa in segno di negazione.

«Oh.»

La delusione che era comparsa su quello splendido sguardo l’aveva fatto sentire ancora peggio, quindi aveva sollevato le mani, scusandosi. «No, ma g-grazie. Grazie lo stesso,» aveva farfugliato, un istante prima di scappare via tra la folla, come se avesse avuto un’orda di barbari alle calcagna.

Allison l’aveva ritrovato all’angolo dell’isolato, nascosto in un vicolo sudicio a riprendere fiato e a rammendare un orgoglio sbrindellato.

Dall’alto dei suoi trent’anni, Arthur non aveva mai fatto una cazzata simile, una figura di merda così colossale da entrare nel Guinness dei primati.

«Sei bello cotto, eh?» aveva scherzato lei, consolandolo con una carezza affettuosa sulla spalla, dimentica per un istante dei propri dolori di cuore.

Arthur si era messo a piagnucolare con la faccia nascosta fra le mani.

«Mi sento così cretino!» aveva mugolato. «Non so neppure cosa m’è preso là fuori! Ma un istante prima andava tutto bene e poi non ho più capito niente.»

«Appunto,» aveva ribadito Ally. «Sei bello cotto. Cotto a puntino

Ma quella realizzazione non gli aveva risollevato il morale. Anzi, se possibile, si era sentito ancora più depresso e scombussolato.

«Meglio che me lo dimentichi, uno così non perde tempo con i tipi come me,» aveva mugugnato come un cane bastonato, perché sapeva di essere un tipo straordinariamente ordinario. Non troppo alto, non troppo bello, non troppo muscoloso. Era un ragazzo comune – a detta degli amici, anche cordiale e divertente, e qualcuno diceva che i suoi occhi, d’un bel verde bosco, spiccavano sul castano del caschetto che portava – ma era consapevole di non attirare sguardi bramosi per strada e di non avere nulla di speciale da offrire.

«Oh, no. Mio caro, non ti dimenticherai un bel niente! Domani partiremo all’azione!» lo aveva contraddetto Allison, incurante dei suoi turbamenti, perché evidentemente gestire le disgrazie amorose altrui era meglio che affrontare le proprie.

Arthur aveva sbattuto le ciglia come un gufo, fissandola diffidente. «Che intendi?»

«Intendo dire che io voglio rivedere un’altra volta questo meraviglioso spettacolo e tu,» un dito indice gli era finito puntato contro, «tu vuoi rivedere il tuo meraviglioso spettacolo. Ergo: domani sera torneremo a teatro e poi potrai fare due chiacchiere col tuo bel biondino. Preparati due frasi, però, che con questi tacchi non riesco a correrti dietro, se scappi come poco fa.»

«Non sono scappato!» aveva protestato, più per lesa dignità che per reale convinzione.

«No, certo,» aveva concordato lei. «Il cortile andava in fiamme e tu ti sei salvato. Andiamo, Usain Bolt, accompagnami a casa che devo prendere i biglietti online.»

Ancora tutto scombussolato, Arthur si era fatto agguantare sottobraccio e trascinare verso un taxi.

Il giorno dopo, Ally era stata di parola e dopo il lavoro erano finiti nuovamente in attesa davanti ai cancelli. Lei non aveva rivisto stelle cadenti, e lui era stato troppo nervoso per provarci, ma era un nervosismo positivo, quello intriso con un certo senso di aspettativa.

Lo spettacolo era stato superbo come la sera prima – Leonard lo era stato –, e Arthur non aveva mai schiodato gli occhi da lui.

Se possibile, lo aveva conquistato ancora un po’ di più con l’energia che trasmetteva, con la passione che fuoriusciva da ogni movimento, da ogni battuta recitata.

Artie aveva riso e spasimato con lui, era caduto nella rete intessuta dalla sua magia.

Fuori dal teatro, invece, il coraggio era venuto meno e per poco non era scappato di nuovo, ma Allison lo aveva accalappiato bello stretto, per impedirgli di fare qualcosa di cui poi si sarebbe pentito.

Quand’era arrivato il suo turno, Arthur aveva le mani che tremavano un po’, ma voleva dimostrare di non essere un inutile pappamolle, perciò si era preparato, imparando a memoria un paio di frasi sagaci, condite di complimenti e considerazioni sulla commedia cui avevano appena assistito e sulla splendida performance del suo attore preferito.

Ma il destino aveva voluto che tutto andasse a puttane nel momento esatto in cui lui stava per aprire bocca e salutare.

Leonard si era girato verso di lui e lo aveva osservato per un momento. Poi, con una scintilla nello sguardo, aveva detto: «Arthur, ciao!»

Quel riconoscimento lo aveva del tutto spiazzato, ammutolendolo.

Non si era aspettato che l’altro si ricordasse di lui, non tra tutte le persone che gli passavano davanti agli occhi costantemente.

Quell’imprevisto aveva fatto deragliare il treno preconfigurato dei suoi pensieri e Artie si era ritrovato a bissare la pietosa scena della sera prima, boccheggiando in cerca di parole che non ricordava più.

«Piaciuto lo spettacolo?» gli aveva chiesto Leonard, cercando un punto di contatto, o forse perché aveva visto il suo sguardo terrorizzato.

«S-sì,» aveva pigolato come unica risposta, con le articolate considerazioni e i pensieri acuti volati fuori dalla finestra spalancata della sua mente vuota.

«Bene, mi fa piacere,» aveva risposto l’attore, sorridendogli affabile. «Pensi di volere un autografo, stasera?» gli aveva offerto.

«Non ho niente con me,» si era ritrovato a confessare, di colpo infelice per quella dimenticanza.

«Il biglietto ce l’hai, no?»

«Beh, sì,» aveva sbuffato, piccato dal fatto che l’altro potesse insinuare chissà che. Era un uomo onesto, lui. Non si sarebbe mai introdotto illegalmente a un qualsiasi spettacolo.

Ma Leonard aveva sorriso di nuovo, cordiale, facendo spuntare una penna dalla camicia che indossava. «Il biglietto andrà benissimo, se me lo dai un attimo.»

Arthur non aveva mai pensato, in vita sua, di poter arrivare a una tonalità di rosso così acceso senza bruciare per autocombustione, ma quella sera ne aveva avuto la riprova.

Impacciato, s’era messo a frugare nelle tasche dei pantaloni e della giacca leggera, fino a che un biglietto prestampato non era sbucato fuori, tutto malconcio e spiegazzato e lui, con vergogna, aveva dovuto passarglielo, tentando invano di lisciare le mille grinze.

«Scusa,» si era difeso, arrossendo ancora un po’ di più, ma l’altro aveva sfarfallato la mano come a dire che non era un gran problema, aveva firmato il foglietto e gliel’aveva restituito.

«Grazie.»

«Piacere mio!» aveva ammiccato l’attore, sorridendogli, con una fossetta pornografica che era spuntata sulla guancia destra.

Mentre il sangue defluiva tutto a sud, e il suo cervello restava in ipossia, la bocca di Arthur si era azionata da sola. «Meraviglioso

«Cosa?» aveva chiesto Leonard. «Puoi ripetere?»

Siccome era troppo tardi per rimangiarselo, Artie doveva per forza accontentarlo. «M-meraviglioso,» confermò. «Lo spettacolo, intendo. È stato meraviglioso.»

Il sorriso di Leonard si era fatto ancor più ampio e felice, facendogli assurdamente scaldare il cuore per l’orgoglio di essere stato lui a causarglielo.

«Grazie, ne sono davvero contento.» E gli aveva stretto la mano con riconoscenza, riempiendolo di brividi caldi lungo tutto il corpo.

«Non credevo potesse esistere l’amore istantaneo, ma tu ne sei la prova!» aveva asserito Allison, compiaciuta per il suo ruolo autoimposto di Cupido.

«Non è amore,» si era schermito lui. «È solo… solo…»

«Una sbandata colossale!»

«Beh, già.» Perché negarlo?

E così la sera successiva, la terza consecutiva, si era ritrovato ad aspettarlo, trepidante e spaventato al contempo.

«Un altro autografo?» gli aveva chiesto Leonard.

«No… Se è possibile, vorrei fare una fotografia. Assieme.» E l’altro l’aveva accontentato con un buffo selfie che era divenuto il suo screensaver del cellulare.

La quarta sera, Arthur aveva deciso che l’avrebbe guardato da lontano e poi se ne sarebbe andato.

Ma era stato Leonard ad andargli incontro per salutarlo, dicendogli di averlo intravisto seduto fra le poltrone in seconda fila.

La sera dopo, i biglietti erano stati tutti esauriti, ma Arthur non si era perso d’animo e, paziente, aveva atteso la fine dello spettacolo, anche perché Allison gli aveva dato un compito ben chiaro da assolvere.

«Come posso esserti utile, stasera?» gli aveva domandato Leonard, come sempre affabile, ricalcando un po’ il loro copione consolidato.

Ma Arthur aveva deciso di stupirlo, offrendogli una rosa rossa come dono. Tutta bella infiocchettata nel suo cellophane.

Sera dopo sera, aveva visto altra gente fare regali. Mazzi interi, che però a lui erano parsi troppo vistosi. Sapeva che era una consuetudine dei fans regalare fiori, pupazzetti vari, cioccolatini. Oggetti di ogni tipo. Ma non facevano per lui.

Una rosa invece era sobria. Un gesto d’apprezzamento semplice, e non appariscente.

Arthur non era tirchio, e se fosse stato certo che Leonard era d’accordo, l’avrebbe riempito di doni. Ma non voleva esagerare né mettere in imbarazzo l’altro uomo.

Un omaggio doveva essere un pensiero gentile e non offendere chi lo riceveva, no?

Trovandosi la rosa davanti, Leo era rimasto perplesso, incerto su come reagire.

«Un pensiero per il mio attore preferito,» aveva motivato Arthur, porgendogli lo stelo.

E allora l’altro aveva sorriso, chinandosi a ringraziando educatamente con un bacio, giusto a sfiorargli una guancia.

Ma quando le loro pelli erano venute a contatto, Artie avrebbe giurato di aver sentito una scossa attraversarlo – e no, non era energia elettrostatica da scaricare – e di colpo immaginare quelle labbra su altre parti del proprio corpo era stato fin troppo facile. I suoi pantaloni, improvvisamente stretti, erano stati dannatamente d’accordo con lui.

Nei giorni a seguire, per le due settimane in cui erano proseguite le repliche, Arthur aveva assistito a qualche altro spettacolo. Ormai conosceva a memoria ogni battuta, ma ogni volta Leonard lo ammaliava e lui restava affascinato, a occhi spalancati.

Le sue finanze avrebbero pianto per un po’ tutti quei biglietti presi sull’onda dell’impulso, ma ne sarebbe valsa la pena. O almeno così sperava.

Racimolando tutto il coraggio che sentiva dentro, e anche un po’ di disperazione di fronte all’ineluttabilità del futuro, all’ultima rappresentazione aveva persino osato proporre a Leonard di bere un caffè assieme. «Prima o poi, senza impegno, eh!» aveva precisato davanti all’espressione di educata perplessità dell’attore. «Ti giuro che non sono uno stalker, non ho cattive intenzioni,» si era difeso, realizzando che forse l’altro lo considerava un pazzo squilibrato.

E così gli aveva dato il proprio numero su un biglietto da visita, lasciando all’attore la possibilità di decidere.

Erano passati due giorni infernali, prima che Leonard gli telefonasse e avessero modo di vedersi, faccia a faccia, per chiarire molte cose e dettare certe regole. Lui e Arthur erano così diventati amici e poi amici di letto, senza impegno; ma poi, col passare dei mesi, avevano finito per essere esclusivi e, anche se Leo non gliel’aveva mai detto, sapeva che lo amava.

Lo amava, no? Oppure era solo un folle sognatore?



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