Scritto il 02/06/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


 

 

Wilthshire, 1867

 

Il maniero era avvolto nel più completo silenzio, rotto ogni tanto solo dal verso che emettevano gli animali notturni a caccia. Lady Elizabeth Alexandra Dormer sollevò le coperte e mise i piedi fuori dal letto, posandoli sul soffice tappeto Aubusson che ricopriva il pavimento di marmo. Non infilò le pantofole per non rischiare di fare rumore. Angelica, la sua cameriera personale, dormiva nello stanzino adiacente e non voleva rischiare di svegliarla: aveva il sonno leggerissimo.

Prese la vestaglia di velluto, ben piegata sulla dormeuse, e la indossò, stringendone i lembi alla vita con la cintura, quindi si avviò alla porta e la schiuse. Mise fuori la testa con cautela, il cuore che batteva all’impazzata perché, se suo padre l’avesse vista sgattaiolare fuori di casa a quell’ora, una bella predica - e forse non solo - non gliel’avrebbe evitata nessuno.

Accostò il battente con cura e si avviò lungo il corridoio deserto illuminato unicamente dalla lampada a olio posta sul settimino di fronte alla sua stanza.

Non aveva mosso che pochi, esitanti passi, quando l’orologio a pendolo prese a risuonare per annunciare la mezzanotte, strappandole un piccolo grido. Si portò la mano alla bocca, spaventata, aspettandosi di veder giungere da un momento all’altro il conte di Clarendon dalla camera padronale, situata in fondo al corridoio.

Trattenne il respiro, in attesa, ma per fortuna nessuna porta si aprì. Lasciò andare il fiato che aveva trattenuto e, non perdendo altro tempo, percorse i pochi metri che la separavano dalla rampa di scale. Discese i gradini in fretta e si diresse verso l’ingresso, quindi spalancò il portone.

Una volta fuori, l’aria pungente della notte le sferzò il volto e folate di vento gelido le si insinuarono sotto la camicia da notte, facendola rabbrividire. Il fatto che fosse scalza non contribuiva di certo ad alleviare il disagio, ma nulla le importava in quel momento: sarebbe corsa anche nuda nella neve, se fosse stato necessario.

I suoi piedi calpestarono l’erba, bagnata dalla breve pioggerellina caduta sul far della sera, e si diressero verso le scuderie, collocate a circa trecento metri dal corpo principale del maniero. Quando entrò, le narici vennero subito investite dall’odore del fieno e dei finimenti di cuoio appesi ai ganci sui muri. Le ci volle qualche momento prima che la vista si adattasse alla penombra, ma quando riuscì a distinguere le sagome dei box, si mosse. I cavalli nitrirono lievemente quando registrarono la sua presenza, disturbati nel sonno, ma li calmò con parole dolci e suadenti.

Si fermò nei pressi del gabbiotto della sua giumenta, Jasmine, e le accarezzò la fronte vellutata. La cavalla, in risposta, le toccò una spalla con il muso. Elizabeth sorrise, divertita, ma a un certo punto avvertì una presenza alle sue spalle: non era più sola.

Si irrigidì ma, prima che potesse voltarsi, si sentì afferrare con forza alla vita, quindi una mano virile e callosa le si posò sulla bocca.

«Shhh!» udì una voce sussurrarle all’orecchio, poi avvertì il tocco di labbra morbide sul collo.

Si lasciò andare contro il petto solido premuto contro la sua schiena e sospirò di piacere a causa delle meravigliose sensazioni che stava provando. Gemette quando sentì la lingua peccaminosa dell’uomo lambirle la tenera carne della gola e, liberandosi della mano che le tappava la bocca, si voltò e fissò lo sguardo negli occhi ardenti di colui che le stava di fronte.

«Ormai pensavo che non venissi più» esclamò Kenneth accarezzandole con tenerezza una gota.

«Nulla mi avrebbe tenuta lontana da te» dichiarò lei, appassionata, beandosi della vista del suo innamorato, perché colui che le aveva rapito il cuore era un uomo alto e dalla possente muscolatura. Aveva gli occhi neri come il giaietto, la mascella decisa e i capelli scuri lunghi fino alle spalle, che portava sovente raccolti in un codino, alla stregua di uno zingaro. O di un pirata.

Lo aveva amato sin dalla prima volta che lo aveva visto, circa sei mesi prima, quando era stato assunto come aiuto stalliere dal signor Turner, il responsabile delle scuderie del maniero, e quei sentimenti erano ricambiati.

«Ho dovuto aspettare che Angelica dormisse» spiegò.

«Sono stanco di doverci incontrare così, di nascosto» borbottò Kenneth.

«Anch’io, ma sai che se mio padre venisse a scoprire di noi sarebbero guai. Ti caccerebbe dalla proprietà e non potremmo più vederci» sostenne la fanciulla.

«Ci sarebbe un’altra soluzione» affermò l’altro, serio.

«Quale?» domandò lei.

«Fuggiamo insieme. Domani stesso.»

Elizabeth rimase impietrita dalla sorpresa. «Che dici? Sei impazzito?» riuscì a balbettare.

«Sì, sono pazzo, ma pazzo di te» affermò Kenneth, deciso. «Sono settimane che non penso ad altro. Io ti amo e tu mi ami, cosa aspettiamo? Che tuo padre ti dia in sposa a qualche imbecille titolato?» continuò con l’espressione cupa, al solo pensiero di lei tra le braccia di un altro. «Tra due mesi farai il tuo debutto in società, me lo hai detto tu stessa che il Conte sta stilando una lista dei gentiluomini più papabili.»

«Sì, ma…» tentò di replicare lei, ma Kenneth le artigliò le braccia con le dita.

«Stammi bene a sentire, Elizabeth. Noi ci apparteniamo e questa è l’unica soluzione, credimi. Tuo padre non ci permetterà mai di stare insieme.»

«Lo so bene» sospirò, «ma di che vivremo? Dove andremo? Inoltre c’è la possibilità che scopra tutto.»

«Per questo dobbiamo agire in fretta. Più restiamo qui, più pericolo corriamo di essere smascherati.»

«Ho paura» sussurrò.

«Ti capisco, amor mio» mormorò lui prendendole entrambe le mani tra le sue e baciandole le punte delle dita. «Ma ti prometto che lavorerò sodo e non ti farò mai mancare nulla. Non ti pentirai della tua decisione, vedrai.»

«Sì, ti sposerò» annuì Elizabeth decidendo di seguire il proprio cuore.

Quella dichiarazione venne accolta da un grugnito di esultanza da parte di Kenneth. La prese tra le braccia e la baciò, facendole schiudere le labbra e infilandole la lingua in bocca. La divorò come un affamato, insaziabile, prima di decidersi a lasciarla andare.

«Sarà meglio che tu vada» le disse con la voce arrochita dal desiderio, «prima che ceda alla tentazione di farti mia qua sul fieno.»

«A me non importa, voglio che tu mi faccia tua» replicò lei stringendoglisi addosso.

«A me importa, invece. Ti prenderò solo quando la nostra unione sarà suggellata agli occhi di Dio e degli uomini, non un minuto prima. Domani. Da domani mi apparterrai per sempre.»

«Va bene» si arrese. Dopo un ultimo, appassionato bacio, lasciò le scuderie.

Nessuno dei due giovani si accorse dell’ombra furtiva che si staccava dal muro e si allontanava, inghiottita dal buio della notte.

 

 

 

Elizabeth richiuse la porta della propria camera con attenzione. Appoggiò la schiena contro il battente e chiuse gli occhi per qualche istante, rivivendo nella mente ciò che era appena accaduto. Un lento sorriso le affiorò alle labbra, il cuore che cantava di felicità. L’indomani sarebbe fuggita con l’uomo che amava, avrebbero avuto tanti figli e avrebbero vissuto felici per il resto dei loro giorni.

«Ti è piaciuta la passeggiata al chiaro di luna?»

Una voce severa risuonò nella stanza, riempiendo il silenzio.

Aprì di scatto gli occhi e incontrò quelli furiosi di Lord Arthur Dormer, conte di Clarendon. Non si era accorta di lui quando era entrata, persa nel suo sogno a occhi aperti.

«Pa… padre, che ci fate voi qui?» balbettò, ben consapevole di avere l’aria sconvolta.

E soprattutto colpevole.

«La domanda esatta non è cosa ci faccio io qui, ma dove diavolo eri tu» replicò il Conte.

«Non riuscivo a dormire e sono scesa nelle cucine per prendere un bicchiere di latte caldo» cincischiò in fretta tentando di apparire naturale, ma non era mai stata brava a mentire.

«Davvero?» Il nobiluomo inarcò un sopracciglio. «E allora perché l’orlo della tua camicia da notte è macchiato e i tuoi piedi sono sporchi di fango? È per caso spuntata una palude, nelle cucine, e la servitù non se n’è accorta?»

«Ehm… in effetti sono uscita in giardino. Ma solo per qualche minuto» ammise.

«Non mentirmi, maledizione, sai che non lo sopporto!» sibilò Clarendon avvicinandosi alla figlia, minaccioso. «So che ti sei recata nelle scuderie per incontrarti con l’aiuto stalliere. Quel bastardo figlio d’un cane ti ha irretita, che il diavolo se lo porti!»

Elizabeth rimase agghiacciata dalla sorpresa: tutti i suoi timori si erano realizzati. «Come fate a saperlo? Mi avete fatta spiare?» domandò in un soffio.

Il Conte scoppiò in una risata acida. «Certo che ti ho fatta spiare. Credi che sia un idiota? A me non sfugge niente, dovresti conoscermi.»

Oh, certo che vi conosco, meditò lei. Suo padre era un uomo dispotico e crudele che teneva stretti tutti loro in un pugno di ferro. Solo suo fratello maggiore, Richard, si era momentaneamente affrancato da quel giogo quando era andato a studiare a Eton, come tutti i rampolli delle più antiche famiglie d’Inghilterra. Un giorno avrebbe ereditato il titolo e diverse proprietà, oltre a quella casa nella contea del Wilthshire. Sempre se, prima, l’attuale Lord Clarendon non avesse dissipato tutti i loro averi, vista la vita dissoluta che conduceva.

Decise che era inutile tentare di negare ormai. Non era mai stata una codarda e non avrebbe cominciato a esserlo proprio adesso. «Io lo amo» dichiarò con coraggio.

«Me ne frego!» tuonò il Conte sputando saliva tra i denti, tanto era adirato. «Tu sei tenuta a obbedirmi e di certo io non ti permetterò di fuggire a Gretna Green per sposare un Signor Nessuno, disonorando il buon nome della nostra famiglia e trasformandomi nello zimbello di turno.»

«Voi non potete obbligarmi a sposare chi volete voi, mi rifiuto di farlo» replicò la giovane, altrettanto determinata nel difendere il suo amore.

«Posso eccome. Stammi bene a sentire, razza di sciagurata» strepitò Lord Arthur facendole sventolare un dito ammonitore sotto il naso, «tra due mesi farai il tuo debutto in società e ti darai da fare per accalappiare un buon partito. Edmund Raleigh, il duca di Gainsborough, sta cercando moglie, e tu farai di tutto per catturare la sua attenzione, siamo intesi?»

Elizabeth trasalì, indignata. «Ha il triplo dei miei anni e ha già seppellito tre consorti. Inoltre è brutto e grasso. Come potete solo pensare a una nostra unione?»

«Sarà anche vecchio, brutto e grasso, ma è ricco come Creso. Avrai una grande influenza a corte e nel Ton, se lo sposi, poi una volta che ti avrà infilato la fede nuziale al dito e gli avrai dato un paio di marmocchi, potrai prenderti tutti gli amanti che vorrai. Ovviamente usando una certa discrezione» concluse il Conte.

«I voti matrimoniali sono sacri, almeno per quanto mi riguarda» proferì lei, accorata. «Ed è per questo che non sposerò né il duca di Gainsborough né nessun altro su cui abbiate posato i vostri avidi occhi.»

«Stupida!» ringhiò il Conte prendendo a misurare la stanza a grandi passi, come un leone in gabbia.

Il cuore della fanciulla batteva come un tamburo nel petto, ma era decisa a non cedere. Il padre dovette leggerle negli occhi quella determinazione, perché decise di cambiare tattica.

«Non hai pensato alla tua povera madre?» le disse. «Vuoi forse farla morire di crepacuore?»

«Sarete voi che la farete morire di crepacuore, con il vostro comportamento irrispettoso. Pensate che non sappia che la tradite di continuo? Oppure che sperperate gran parte delle nostre sostanze al gioco?» sbottò Elizabeth non riuscendo a trattenersi.

«Razza di vipera dalla lingua biforcuta, come osi parlarmi in questo modo?» sibilò Lord Arthur, paonazzo in volto, ma lei non arretrò dinanzi alla sua furia. Non aveva mai avuto paura di dire quello che pensava. A differenza di suo fratello e della madre, la Contessa, che invece erano completamente succubi di quell’uomo tirannico e non avevano mai osato ribellarsi, nonostante le continue umiliazioni. «Non riuscirete a farmi cambiare idea» dichiarò determinata. «Inoltre la mamma desidera solo che io sia felice, visto che lei non ha avuto la stessa fortuna con voi.»

Il Conte a quelle parole parve sul punto di avventarsi contro la figlia, gli occhi sfavillanti di rabbia e le mani strette a pugno, pronte a colpire. Suo malgrado Elizabeth indietreggiò, intimorita: non aveva mai veduto l’uomo così furioso. Clarendon, tuttavia, dopo quella che parve una breve lotta contro se stesso, prese un grosso respiro e distese i pugni, fissandola. Solo le iridi argentee conservavano ancora una qualche traccia di emozione. Le rivolse un sorriso che assomigliava più che altro a una smorfia, poi riprese a parlare come se nulla fosse.

«Ho cercato di fartelo capire con le buone, ma evidentemente ho sprecato il mio tempo. Sappi che ho dato ordine ai miei uomini di tenere sotto controllo quel cane ingrato. Basterà un mio cenno e gli taglieranno la gola, abbandonando il suo cadavere in qualche posto desolato, a marcire. Nessuno sentirà la sua mancanza o verrà a cercarlo, visto che è un bastardo senza famiglia.»

Elizabeth emise un sussulto spaventato. «Non potete farlo» sussurrò con un filo di voce, gli occhi sbarrati per la paura.

«Mettimi alla prova e vedremo, se non ne sono capace» affermò il Conte con un’espressione spietata.

Lei sentì il mondo crollarle addosso. Il cuore stretto in una gelida morsa, aprì la bocca per ribattere, ma le ci vollero un paio di tentativi per dare fiato alla voce. «Avete vinto, non lo sposerò» si arrese.

«Molto bene, vedo che cominciamo a essere ragionevoli» esclamò l’uomo, trionfante. «Tra due mesi farai il tuo debutto in società, come programmato. Mi aspetto che tu compia il tuo dovere e accalappi un marito alla tua altezza.»

All’altezza delle vostre aspettative economiche, vorrete dire, considerò amaramente, ma non espresse quel pensiero ad alta voce.

Tanto a cosa sarebbe servito?

Prese un grosso respiro per calmare i battiti affrettati del cuore e poi lo lasciò andare, sollevando il volto verso l’uomo che le aveva appena rovinato la vita. «Lasciate che sia io a dirglielo, a modo mio. Se lo farete voi o incaricherete qualcun altro, non vi darà ascolto» disse.

«Non ho obiezioni» annuì il Conte, «ma fa’ in modo che recepisca bene il messaggio.»

Lei non replicò, ma la sua espressione tormentata era abbastanza eloquente. Clarendon, finalmente soddisfatto, si diresse verso la porta della camera e guadagnò l’uscita, lasciando la figlia completamente distrutta.

 

 

 

«Non puoi dire sul serio, dannazione!»

Elizabeth impallidì. Kenneth le stava davanti, livido di rabbia, i pugni stretti contro i fianchi come un angelo vendicatore, le narici frementi.

«Mi dispiace» replicò lei cercando di risultare il più convincente possibile per non destare sospetti, «ma ci ho pensato molto, questa notte, e sono giunta alla conclusione che siamo stati troppo precipitosi.»

«Ieri non la pensavi così. Cosa è accaduto che ti ha fatto cambiare idea tanto in fretta?» la interruppe. «È stato tuo padre? Ha scoperto tutto e ti ha minacciata?» indagò con il suo solito acume.

«No» negò lei, spaventata, scuotendo con forza la testa. «Mio padre non sa nulla di noi» mentì. «Questa è una decisione solo mia e ti chiedo di rispettarla.»

Kenneth si passò una mano nei lunghi capelli neri, frustato, poi si concesse qualche attimo per calmarsi. Quando tornò a parlare, il suo tono era più pacato. «Ascoltami, so che ti sto chiedendo un grosso sacrificio, ma credimi se ti dico che non ti pentirai mai di avermi sposato. Te lo prometto. Lavorerò sodo, sul serio, e farò in modo di non farti mancare nulla, né a te né ai figli che il Signore vorrà donarci.»

Elizabeth si odiava per ciò che stava per fare, ma non le restava altra scelta. Kenneth non avrebbe mai ceduto, altrimenti, e lei non poteva permettere che gli accadesse qualcosa di male. Suo padre era un vile e non avrebbe esitato a prendersi la sua vendetta su un uomo di rango inferiore, pur di salvaguardare quello che riteneva il buon nome della famiglia.

È una responsabilità mia, Kenneth non c’entra, si ripeté.

Solo a lei spettava quel peso.

Socchiuse gli occhi e si sforzò di scacciare dal petto tutte le emozioni che provava in quel momento: amore, desiderio, odio e disperazione. Fuggirono via come uccelli da una gabbia, finché dentro di lei non rimase che un freddo e doloroso vuoto.

«Tu non sarai mai in grado di darmi la vita a cui sono abituata» dichiarò con gelido distacco fissandolo dritto negli occhi, anche se dentro si sentiva morire. «Non potrai mai permetterti una casa lussuosa o dei servi. Le carrozze, i vestiti e i gioielli che merito e a cui sono abituata. Inoltre la società mi bandirebbe all’istante, e io non voglio vivere come una reietta. Sono la figlia di un Conte.»

«Davvero consideri quelle frivolezze più importanti del nostro amore?» commentò Kenneth, incredulo.

«Sì» rispose la ragazza.

Deve odiarmi. È l’unico modo!

«Sono stata cresciuta per diventare la moglie di un nobiluomo, non quella di un misero stalliere» proseguì affondando il coltello nella piaga. Ogni parola che era costretta a sputare corrodeva la sua voglia di vivere. «Tu non sei alla mia altezza, è questa la verità.»

Un greve silenzio discese nel giardino, un silenzio carico di tensione che si gonfiava sempre di più ogni istante che passava, come una nuvola di tempesta.

Qualche istante e Kenneth si allontanò di scatto da lei, gemendo come un animale ferito. Lo sguardo basso, il respiro affannoso.

Elizabeth avrebbe voluto abbracciarlo, consolarlo, affondare il volto nel suo petto muscoloso e svelargli la verità, ma non lo fece. Si sforzò di rimanere immobile come una statua e altrettanto gelida. Le lacrime le scorrevano dentro, brucianti e amare come il più terribile dei veleni.

Dopo quello che parve un secolo lui la guardò, ma la sua espressione era cambiata. Quegli occhi, che per mesi l’avevano accarezzata e fatta sentire la persona più importante del mondo, adesso la fissavano come se fosse il più repellente dei vermi che strisciavano sulla terra. La mascella tesa e i lineamenti del volto induriti dal dolore e dalla delusione. Lei seppe, in quel preciso momento, di aver ottenuto esattamente quello che voleva.

Quello che mio padre voleva, si corresse.

Ma non cambiava nulla.

Aveva cominciato e ora non le restava che infliggere il colpo di grazia.

A Kenneth e al proprio cuore.

«Mi dispiace per come sono andate le cose. È stato un bell’interludio finché è durato, mi sono svagata, ma adesso questa storia deve finire. Il mio debutto in società si avvicina e ho altro a cui pensare» aggiunse. Riuscì in qualche modo a emettere persino una risatina. «Ti sarei grata se prendessi le tue cose e ti cercassi un altro posto. Non è conveniente che tu rimanga qui date le circostanze, ormai.»

«Mi hai solo usato per tutto questo tempo, non è così?» sibilò Kenneth agguantandola per un braccio e scuotendola con violenza. «È questo che sono stato per te? Un balocco con cui trastullarsi?»

«Un piacevole balocco» puntualizzò lei con un finto sorriso che le stava lacerando le labbra quanto il cuore.

Kenneth si tirò indietro come se d’improvviso lei avesse cominciato a scottare. «Sei una sgualdrina!» dichiarò disgustato, in preda a una rabbia cocente. «E io ti auguro tutto il male possibile.»

La spinse via da sé con violenza e si allontanò a grandi passi.

Elizabeth perse l’equilibrio e ricadde al suolo, le gonne sparpagliate sull’erba del giardino all’italiana, uno dei vanti di Clarendon Manor.

Uno dei pochi rimasti.

Non cercò nemmeno di rialzarsi.

Non ne aveva le forze.

Tanto a cosa sarebbe servito?

Aveva fatto quello che doveva.

Ma allora perché si sentiva così male?

Fu solo quando vide scomparire l’uomo che amava oltre le alte siepi, che il dolore e la tristezza la sopraffecero. Completamente svuotata, scoppiò in singhiozzi disperati che solo il cielo udì.





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione