Per Elizabeth quei giorni erano stati di una tristezza infinita, e neppure la notizia che la sua migliore amica era venuta a trovarla riuscì a far breccia nel suo umore cupo come il cielo oltre i vetri delle finestre. Per un attimo considerò addirittura la possibilità di non riceverla, di inventare una scusa qualsiasi, come aveva fatto nell’ultima settimana con chiunque per evitare di uscire di casa, ma subito si sentì in colpa.
Justine aveva attraversato mezza Londra per arrivare lì e lei la rispediva via senza neppure salutarla? Che razza di amica era?
Ringraziò il maggiordomo e andò personalmente ad accogliere l’ospite nel salone d’ingresso.
«Come sarebbe a dire che non ci sono altri cavalli?»
La voce concitata della figlia del conte di Halifax fu la prima cosa che udì. Stava discutendo con un servitore, ma quando la vide arrivare si interruppe, mollò il cilindro nelle mani del pover’uomo e le corse incontro. Incurante dell’etichetta, visto che là non c’era nessuno a rimproverarle, le gettò le braccia al collo e l’avvolse in un abbraccio prorompente.
Lei rimase per un attimo rigida, sorpresa da quella veemenza, poi si sciolse nel calore rassicurante dell’unica persona che l’avesse abbracciata in quell’ultimo, doloroso anno. Una lacrima amara le affiorò sulle ciglia, ma la asciugò in fretta con il dorso della mano. Per fortuna Justine sembrava troppo impegnata a scoccare occhiate torve al servitore, piuttosto che badare all’espressione del suo volto.
«Ecco, Elizabeth, diglielo anche tu» borbottò. «Sarà bene che i tuoi servi comincino a preoccuparsi dei cavalli che sono spariti dalle scuderie.»
Lei impiegò un momento per capire di cosa la giovane stesse parlando.
«Vieni a vedere, se non ci credi» insistette Justine, caparbia. «Quando ci ho lasciato la mia cavalla, ho visto che quasi tutti i box sono vuoti.»
«Non sono spariti» la interruppe lei, stupendosi della propria calma: una calma intrisa di rassegnazione. «I cavalli sono stati venduti. Ci sono rimasti solo Rascal e Fulmine, per trainare la carrozza.»
Justine la guardò come se fosse impazzita. Elizabeth vide le sue sopracciglia inarcarsi, la bocca che si spalancava, mentre pian piano la consapevolezza affiorava sul suo bel volto. «Capisco» disse poi con tono assente, perché era evidente che non capiva. E come avrebbe potuto? Nata e cresciuta nella sua tenuta dello Wilthshire, in mezzo ai cavalli, non poteva comprendere perché una famiglia di nobili natali si fosse ridotta così in basso da dover vendere tutti i propri animali.
E magari si trattasse solo di questo, pensò lei, affranta. Avrebbe rinunciato anche alla carrozza, se in cambio avesse riottenuto Clarendon Manor.
O il suo onore.
Ma poiché ormai aveva perso entrambi, doveva sottostare al gioco di suo padre e di Kenneth.
Si accorse che Justine la stava scrutando. Sicuramente adesso aveva notato le guance scavate, il pallore spettrale e le occhiaie profonde che parlavano di notti insonni e di pianti. Quando le parlò, il suo tono si fece più gentile. «La situazione è così grave?» domandò a bassa voce.
Elizabeth deglutì per ricacciare giù a fatica una risata isterica. No, non doveva cedere al panico, non doveva cedere. Soprattutto non di fronte a testimoni.
«Sopravvivrò» si costrinse a mormorare, distogliendo lo sguardo. «Senti, ti dispiace accompagnarmi? Non voglio allontanarmi troppo a lungo da mia madre.» Si torse le mani. «Stavo prendendo un tè con lei.»
L’amica per una volta non replicò, indizio di quanto fosse turbata. Si limitò ad annuire e la seguì in silenzio lungo la scalinata che portava al piano nobile del palazzo.
Le stanze della contessa di Clarendon si affacciavano sul lato est, che guardava verso un piccolo giardino. Non erano ampie come quelle nella loro casa di campagna, certo, ma erano piacevolmente arredate con mobili in legno di mogano e candelabri d’argento. A Elizabeth sembravano molto più grandi in realtà, riempite soltanto da lei, dalla madre e dalla luce umida di pioggia che filtrava attraverso le ampie vetrate e le tende di pizzo, e che aleggiava tra di loro, come portandole in un altro mondo. Un mondo lontano in cui la Contessa viveva, o meglio vegetava, ormai da mesi.
Lady Costance era seduta su una poltroncina di velluto rosso, davanti al tavolinetto da tè. Indossava un’elegante veste da camera e babbucce di lana ai piedi piccoli e aggraziati. I capelli biondi e fini erano stati pettinati fino a sciogliere tutti i nodi e acconciati in una crocchia sopra la testa, per lasciare scoperto il viso angelico e delicato. A lei faceva venire in mente il viso di una bambola di porcellana. Altrettanto fragile.
Quando le due ragazze fecero il loro ingresso, Lady Clarendon non parve notare la loro presenza. Rimase immobile, a canticchiare tra sé una vecchia ninna nanna, fissando un punto imprecisato oltre la finestra, un lieve sorriso a incresparle le labbra.
Un sorriso che aveva imparato a odiare con tutta se stessa.
«Sta meglio?» sussurrò Justine.
Erano mesi che la Contessa non riceveva nessuno, quindi il fatto che quel giorno le fosse concesso vederla le sembrava un punto positivo.
Elizabeth annuì. «Nel senso che adesso si alza dal letto, sì» rispose a bassa voce. Non riusciva a usare un tono più alto là dentro, era più forte di lei. In quelle stanze tutto sembrava ovattato, irreale, e le grida che non poteva tirare fuori le artigliavano il petto, soffocandola.
Si accorse che l’amica la stava osservando con la fronte aggrottata e l’espressione perplessa, chiedendosi cosa stesse aspettando. Perché era così riluttante ad avvicinarsi a sua madre? Deglutì e si fece forza, muovendosi in punta di piedi verso il tavolinetto.
Si schiarì la voce. «Madre?» disse cercando di assumere un tono allegro sperando, come sempre, in un miracolo. «Guardate un po’ chi è venuto a trovarvi.» Ma i miracoli non accadevano e lei stava cominciando a smettere di crederci.
Lady Clarendon si zittì di colpo. Si voltò lentamente nella loro direzione, le mani intrecciate in grembo e sul volto ancora bellissimo un’espressione che si poteva definire in un solo modo: assente.
«È tornato Richard?» domandò.
La stessa domanda che ripeteva ogni giorno.
Elizabeth si sforzò di non mettersi a piangere. «No, madre, non ancora» rispose, la voce spezzata quanto il suo forzato sorriso. «Ma c’è Lady Justine Arabella Tremaine. Ti ricordi di lei, vero? La mia cara amica.»
«Buon pomeriggio, Lady Clarendon» prese la parola l’altra fanciulla.
Elizabeth avvertì la cautela nel suo tono, come se si fosse trovata a sorpresa nella gabbia di una tigre addormentata e stesse saggiando la profondità del suo sonno. «Mi fa molto piacere rivedervi. È passato molto tempo. So che in questi mesi siete stata poco bene.»
«Oh, Lady Justine!» annuì Lady Costance intrecciando le mani l’una con l’altra in un gesto automatico. Ma non la guardava. Non guardava nulla, o almeno lei era convinta che non vedesse o ascoltasse niente di quello che le stava intorno. «Che piacere che siate venuta a farci visita. Stavamo prendendo il tè. Perché non vi unite a noi? Presto arriverà anche mio figlio.»
Justine le lanciò un’occhiata e aprì la bocca per dire qualcosa. La richiuse, però, quando la implorò con lo sguardo di tacere. «Certamente» esclamò quindi accomodandosi con grazia su una poltroncina. Dopo un attimo di esitazione, Elizabeth fece altrettanto. Percepiva lo sguardo confuso e quasi irritato dell’amica su di sé, ma cercò di ignorarlo. Nel silenzio imbarazzato della stanza, riecheggiò il rintocco dell’orologio a cucù che batteva le cinque.
«Elizabeth, cara…». La voce gentile della contessa di Clarendon era vuota quanto le loro tazzine di porcellana. «Potresti cominciare a versare?»
Lei sbatté le palpebre e annuì, sollevando la teiera d’avorio. Decorata con immagini di castelli e boschi dal sapore fiabesco, era la preferita di sua madre. Regalo di un buon amico, diceva, da un luogo lontano. Ovviamente, adesso non parlava più né del regalo né dell’amico.
Non parlava più di niente.
Se non di Richard.
«Mio figlio studia al college» riprese infatti all’indirizzo della loro ospite. «Ma tornerà presto e avrà in eredità la casa e le ricchezze della famiglia. Sono sicura che saprà amministrarle bene.»
«Peggio di vostro marito è un po’ difficile» commentò Justine, asciutta, allungandosi per prendere un pasticcino. Si beccò un colpetto sullo stinco, a cui rispose con un’occhiataccia. «Che ho detto di male?» borbottò poi, risentita, al suo indirizzo.
Ma Lady Clarendon non diede segno di averla udita. Avrebbe potuto dire che era in atto il diluvio universale e il Tamigi stava affogando Londra, ragionò Elizabeth, e sua madre avrebbe continuato a sorridere nel suo bel mondo fatato in cui non succedeva niente di male, in cui i figli non morivano e le figlie non avevano un disperato bisogno del suo aiuto e consiglio.
«Ecco il tè» mormorò. La mano della Contessa era così pallida ed esile, quando afferrò la tazzina e la portò alle labbra, che pareva quella di un fantasma. «Madre, dovreste mangiare anche qualche biscotto» insistette, premurosa «Sono quelli che vi piacciono tanto. Li ho fatti preparare apposta per voi.»
Quello era l’unico modo per convincerla a ingerire qualcosa. Quello e imboccarla a forza con le minestre che cucinava Angelica. Solo così era riuscita a farle riprendere un po’ di peso, come aveva intimato il dottore.
Ma non era abbastanza.
«Grazie, tesoro» rispose Lady Costance in modo meccanico, lasciando che la figlia le riempisse il piattino di pasticcini e di focaccine alle more e glielo posasse gentilmente sulle ginocchia. Le sue mani avevano ripreso a muoversi, giocherellando tra loro senza uno scopo. «Dov’è tuo padre?»
«Fuori, al Club» le rispose. A giocare ancora d’azzardo e a perdere altri pezzi della loro dignità. Oppure a incontrare qualche donna di malaffare. O entrambe le cose. Ma questo si guardò bene dal dirlo. «Tornerà presto» le assicurò.
«Scusate, Milady, perché non uscite un po’ anche voi?» non poté evitare di domandare Justine senza tanti giri di parole, come suo solito. In compenso, si era riempita il piatto di biscotti e li stava divorando come se non mangiasse da una settimana. Cavalcare le metteva sempre appetito. «Sta smettendo di piovere, magari potreste fare due passi all’aria aperta, che ne dite?»
Lady Clarendon portò lentamente alla bocca la focaccina sulla quale la figlia aveva versato un cucchiaio di densa crema. Prese un piccolo morso, masticando piano.
«Contessa?» tossicchiò Justine. «Sul serio, prendere un po’ d’aria vi farebbe bene.»
«Non posso allontanarmi, cara» replicò la donna con fare tranquillo. «Tra poco tornerà il mio Richard.»
Le mani di Elizabeth ebbero un tremito e solo con uno sforzo riuscì a non rovesciare la tazza con la crema sul costoso tappeto persiano.
Oh, ma quanto avrebbe voluto farlo!
Rovesciare quel vassoio per terra e infrangere tutto, anche il muro invalicabile che la separava da sua madre.
«Senza offesa» insistette la giovane Tremaine, «temo che vostro figlio non verrà.»
Il sorriso di Lady Clarendon non subì incrinature. «E perché mai, cara?» domandò con una tale, convinta ingenuità, che anche Justine si trovò spiazzata.
«Ecco, perché…». La fanciulla incespicò tra le parole, spostando gli occhi verso di lei in cerca di sostegno.
Elizabeth però tacque. Cosa poteva dire? Cioè, sapeva benissimo quello che avrebbe voluto dire.
Perché Richard è morto. Perché io sono viva e avrei bisogno di te, madre. Ma sei come morta anche tu, da quel giorno, e io sono rimasta sola.
Non lo disse neanche questa volta, però, e Lady Clarendon tornò ad abbassare gli occhi sul suo tè, le mani che si muovevano lente ma inesorabili in grembo.
Furono interrotte da un lieve bussare alla porta.
Elizabeth diede il permesso di entrare e Mrs Bird scivolò nella stanza con la testa dignitosamente bassa e un altro vassoio di pasticcini tra le mani. Servì la tavola nel silenzio più assoluto, poi incrociò il suo sguardo.
Uno sguardo di intesa.
«Milady, gradireste il mio aiuto per fare la toeletta?» domandò l’anziana cameriera di sua madre.
Il volto della Contessa si illuminò. «Certamente. Voglio essere pronta per quando arriverà Richard.»
Elizabeth posò la tua tazzina con un secco tintinnio e si alzò più in fretta di quanto avrebbe dovuto. Ma era lontano il tempo in cui Lady Costance la rimproverava per non aver rispettato l’etichetta su come dovesse muoversi una signora. «Allora noi vi lasciamo ai vostri compiti. Ci vediamo tra poco.»
Mrs Bird assentì, sillabando con le labbra: «Lasciatela pure a me.»
Lei le rivolse un cenno grato. Prese il polso di Justine e quasi fuggì dalla sala, trascinandosela dietro. Quando si richiuse la porta alle spalle, l’ultima cosa che vide fu la Contessa che aveva ripreso a fissare fuori dalla finestra, canticchiando la nenia che usava per far addormentare lei e Richard da piccoli. Dovette appoggiarsi con la schiena al battente per non scivolare sul pavimento. Le ginocchia le tremavano e si sentiva svuotata, schiacciata da un peso troppo grande.
«Elizabeth?»
La voce dell’amica la richiamò bruscamente alla realtà. La stava fissando e nei suoi occhi leggeva sbigottimento e una punta di compassione.
«Ora capisci perché non si fa più vedere in giro?» mormorò con voce atona. «Perché se ne sta sempre chiusa nelle sue stanze? Le parlo, ma è come parlare al vento, che riporta sempre lo stesso eco. La faccio mangiare, ma è come riempire una vasca senza tappo. Le sto accanto, le pettino i capelli, le accarezzo il volto... ma non mi vede, capisci? Non mi vede davvero. Come se così facendo non dovesse vedere neppure la camera ormai vuota di Richard. O la sua tomba sotto le querce, nel cimitero di famiglia.»
E vennero le lacrime.
Calde, brucianti, a tradimento.
Le lacrime che non poteva mostrare davanti a sua madre, che non le avrebbe notate. O davanti a suo padre, che le avrebbe considerate come i capricci di una ragazza debole. Oppure davanti a Kenneth, che ormai le avrebbe usate contro di lei per umiliarla.
Si ritrovò con il volto premuto contro la blusa di Justine, scossa dai singhiozzi. L’amica le passò le braccia intorno alle spalle e si limitò a stringerla forte, mentre lei cercava di buttar fuori il suo dolore. Le ci volle qualche minuto prima che riuscisse a riprendere abbastanza fiato per parlare. «Scusa» ansimò sentendosi in colpa. «Sono una sciocca piagnucolona. Ti ho bagnato i vestiti e pure il fazzoletto.»
«Al diavolo il fazzoletto!» imprecò l’altra giovane liquidando il problema con una scrollata di spalle. «Piuttosto, dobbiamo pensare a tua madre. Mi avevi detto che era molto malata, che il dolore per la morte di tuo fratello la stava facendo impazzire, ma questo...». Lasciò cadere il discorso, incapace di trovare una definizione per quella malattia.
«Va avanti così ormai da una vita» confessò Elizabeth passandosi una mano sul volto. «Il dottore dice che bisogna darle tempo, permetterle di aggrapparsi alle piccole cose quotidiane, perché il suo corpo è sano. Ha addirittura recuperato un po’ di peso, ma la sua mente non c’è più. Se ne è andata insieme a mio fratello.» Scosse la testa, una mano sulla tempia martellante. «Mio Dio, non riesco quasi a ricordare com’era prima, ci credi? Prima di tutto questo, di mio padre, di Kenneth, di Richard e adesso di nuovo Kenneth...».
Justine le rivolse un’occhiata sconcertata. «E adesso cosa c’entra lo stalliere?» domandò. «Kenneth non era quel giovanotto che lavorava a Clarendon Manor e tuo padre ha cacciato via circa un anno fa?» Si bloccò di colpo, folgorata da un pensiero. Mentre cercava di richiamare alla mente il volto dello stalliere, che a dire il vero aveva sempre visto di sfuggita e conosciuto soltanto attraverso le parole innamorate e veementi dell’amica, un altro viso le era affiorato alla mente. Solo che non era possibile, doveva trattarsi di una somiglianza incredibile ma del tutto casuale.
«Il duca di Wellesley» si lasciò sfuggire in un soffio.
Elizabeth si morse la lingua, ma ormai era tardi.
Justine aveva già il suo sospetto. E la sua espressione colpevole le rivelò che aveva fatto centro.
«No, non dirmelo... è davvero Kenneth? Quel Kenneth? Ma era un poveraccio, come ha fatto a diventare un nobile?»
Lei non vide motivo di negare. Afflosciò le spalle. «Era il figlio bastardo dell’ottavo duca di Wellesley e quest’ultimo, non avendo altri eredi a cui passare il titolo, lo ha riconosciuto poco prima di morire» ammise. «Almeno questo è quello che so io. Come se non bastasse il suo ricordo, a tormentarmi.»
«Ma quale tormento?» replicò Justine, passando dalla sorpresa all’entusiasmo. «Santo Cielo, dovresti essere più che contenta. Tuo padre non ti ha permesso di sposarlo perché non era nobile, ma adesso che lo è…».
«Adesso lui non mi ama più» tagliò corto. Più duramente di quanto intendesse.
Justine emise una risatina maliziosa. «A giudicare da come ti guardava l’altra sera, alla festa del marchese di Spencer, non ci giurerei. Magari non sono un’esperta di affari maschili, ma capisco cosa significa quando un uomo guarda una donna in quel modo.»
«No, tu non capisci!» esplose Elizabeth.
Se ne pentì subito, vedendo l’espressione ferita dell’altra ragazza. Certo che Justine non capiva: come avrebbe potuto?
Come avrebbe potuto, se non raccontandole tutto?
Delle minacce di suo padre, dell’accordo a cui l’aveva costretta Kenneth per vendicarsi, di ciò che lei aveva fatto davanti a lui, in ginocchio e con tutto in mostra…
Il sangue le affiorò al volto per il disgusto verso se stessa. Disgusto: ecco quello che avrebbe provato la società, se si fosse saputo cosa aveva fatto.
Cosa avrebbe continuato a fare.
Perché una donna non sposata non doveva trastullarsi in quel modo con un uomo, a meno che non fosse una prostituta. Se si fosse sparsa la voce...
No, non doveva dirlo a nessuno. Neppure a Justine. Non perché temesse che spettegolasse di lei in qualche salotto, si fidava della sua capacità di mantenere i segreti. Ma la conosceva abbastanza da sapere che, una volta scoperto tutto, avrebbe ripreso la sua cavalla e in men che non si dica si sarebbe precipitata al palazzo di Kenneth per una sfuriata da manuale, con l’unico risultato di farlo infuriare ancora di più. E se anche fosse riuscita a convincerlo a lasciarla stare, allora Clarendon Manor sarebbe stata perduta. E addio a una delle piccole cose quotidiane che poteva servire a far star meglio sua madre.
«Scusami» mormorò distogliendo lo sguardo affinché la giovane Tremaine non vi leggesse tutte le bugie che vi nascondeva dentro.
No, non bugie, mezze verità, ma faceva lo stesso.
E con le mezze bugie aveva perso per sempre l’uomo che amava.
«È solo che questa situazione mi snerva. Kenneth non mi ama più, mi fa male, ma posso capirlo. Quindi ti prego, non parliamone più, d’accordo?» la implorò con lo sguardo.
Justine sembrò sul punto di ribattere, poi ci ripensò. «Come vuoi» si arrese. «Ma a patto che tu venga a passeggiare al parco con me a cavallo, domani. Hai bisogno di distrarti.»
Non sai quanto, pensò, ma si limitò ad annuire, grata.
L’amica le la prese per mano. «E adesso è il momento di usare la tua carrozza. Un giro in centro per i negozi è quello che ci vuole per tirarti su di morale. Non preoccuparti, pagherò io, e non accetterò proteste su questo punto.» Senza aspettare risposta, cominciò a trascinarla per le scale verso il piano inferiore, con un cipiglio che non ammetteva repliche.
Per un attimo Elizabeth desiderò essere come Justine, sempre sicura di sé, con quei ricci ramati e ribelli, il fuoco che bruciava negli occhi verdi e quell’espressione determinata. Forse si trattava di carattere, forse del fatto che ella aveva trascorso l’infanzia con tre fratelli scavezzacollo che l’avevano temprata duramente.
Sì, di sicuro avrebbe saputo cosa fare, al suo posto.
Lei invece poteva solo distrarsi, appunto, mentre aspettava con ansia mista a sconforto la mossa successiva del duca di Wellesley.
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