Parigi, 1957
Il pianista stava eseguendo la sonata numero quattordici di Beethoven, il volto chino, le palpebre serrate. Le dita, agili come piccole danzatrici, scorrevano sui tasti trasformando il teatro Opéra National in un covo di menti inebetite, totalmente rapite dalla melodia.
Tutte, tranne quella di Michelle.
Seppur non immune al fascino del componimento, si stava preparando al suo piccolo colpo di scena, nervosa come se fosse lei a doversi esibire per il pubblico gremito.
«Tutto bene?» le sussurrò suo fratello volgendosi dalla sua parte.
Michelle annuì.
«Mi sembri agitata, non stai ferma un secondo.»
«No, è che… mi pare magnifico.»
«Sì, hai proprio ragione.» Matthew emise un sospiro di piacere e si protese verso la balaustra del palchetto. «E io che giudicavo questi concerti una noia.»
«Non quando a suonare è lui…» bisbigliò tra sé e sé Michelle, quasi con biasimo.
Il pubblico era completamente assorto, non poteva esserci momento migliore. Prese dalla borsetta il fazzoletto e lo svolse traendone il coccio di vetro che aveva nascosto tra le pieghe. Lo impugnò nella destra approfittando del riparo che le aveva inconsapevolmente offerto Matthew facendosi in avanti.
Adesso.
Il cuore le rimbalzava nel petto come un pallone sul campo da gioco, quasi le mancava la forza di agire. Le note della “Sonata al Chiaro di luna” si stavano facendo così malinconiche che poteva sentire crescere un groppo in gola. Sarebbe stato facile cercare conforto tra le braccia sicure del fratello urlando le proprie paure per poi liberarsi in pianto; nella platea sottostante alcune donne si stavano già tamponando gli occhi con fazzoletti immacolati. Ma questo era il gioco dell’abile suonatore: rapire gli animi e annichilirli.
Adesso o mai più.
Michelle si fece forza, strinse il vetro premendo la parte tagliente sotto l’incavo del gomito e cominciò a incidere la pelle sottile del suo braccio. Bruciava e faceva senso anche senza dover osservare la ferita che si andava formando.
Mossa soltanto dal tremore, respirava profondamente a bocca schiusa cercando di farlo in silenzio. Se fosse andata troppo in profondità avrebbe causato un danno gravissimo, per contro, se il sangue non fosse sgorgato abbondante, sarebbe stato improbabile ottenere l’effetto sperato.
Calcò di più resistendo stoicamente, a metà avambraccio si fermò afferrandosi l’arto, lo spremette tra le dita. Piccole gocce scesero solleticanti fino al polso radunandosi nel palmo. Era fatta.
Ma non era cambiato nulla, a parte l’evidente taglio che ora la segnava. Nonostante il suo sacrificio, l’esecuzione del pianista continuava inalterata.
Colta da un giramento di testa, si abbandonò contro lo schienale, rilassando le membra per la delusione.
Il braccio le scivolò di lato, il sangue raccolto sfuggì catturato dalla forza di attrazione del suolo. E fu allora che il tempo parve fermarsi cristallizzando quel momento in un’unica nota di assoluto silenzio sospesa su tutta la platea, finché la goccia cremisi non toccò il pavimento e l’illusione si infranse con un pesante accordo in do minore calcato con tutto il vigore possibile sui tasti del pianoforte a coda.
Il pianista aveva improvvisamente aperto gli occhi e alzato il capo interrompendosi bruscamente, unico ad aver percepito ciò che in realtà era appena avvenuto.
Riconobbe che era opera di una femmina.
Era lei, l’avrebbe percepita tra mille; tra tutti gli odori di carni sudate e di eau de toilette alla moda.
Era lei che lo stuzzicava ormai da tempo, giocando d’astuzia così finemente, pur continuando a restare celata tra la folla. Come diamine osava?
Era una spettatrice furtiva sempre pronta a scomparire prima del termine dello spettacolo, subito dopo aver lanciato la sua esca. Una musa che risvegliava i suoi sensi in tempi in cui la noia rendeva le notti il susseguirsi di un’infinita monotonia.
Dove sei? Dove ti nascondi, codarda?
Non voleva più fingere di non aver abboccato al suo amo, voleva farle sapere che aveva ricevuto il messaggio, qualunque esso fosse. I polpastrelli si abbatterono sui tasti galoppando sulla nona sinfonia di Ludwig van Beethoven con un fare così aggressivo che sconcertò il pubblico e fece drizzare Matthew, affascinato più che mai da quella cieca impetuosità.
Michelle si era portata una mano alla bocca, ma i suoi occhi non potevano celare il sorriso di trionfo largo da una guancia all’altra. Anni di ricerca, di supposizioni e ora finalmente la certezza: lui l’aveva avvertito e aveva chiaramente reagito al sangue.
Ora so chi sei, non m’importa se nessuno potrebbe mai credermi: lo so io e tanto basta.
Dio, era così felice di essere finalmente giunta alla soluzione che non sentiva nemmeno più il dolore del taglio. Adesso sentiva tutta la furia di Friedrich Von Tale, tutto il suo oscuro essere esprimersi attraverso i martelletti del pianoforte come se fosse lui stesso a imprecare e gridare, e Michelle non poteva che compiacersene.
Una vittoria immensamente gradita, difficile non rimanere a crogiolarsi piacevolmente in essa. Le era riuscito di smascherarlo e a maggior ragione di ciò il pericolo era ancora più grande.
Posò la mano sulla spalla del fratello. «Matthew, ti dispiace se esco? Non mi sento troppo bene.»
«Vengo con te» fu subito pronto ad alzarsi, protettivo come sempre.
«Oh no, no, sarebbe un peccato. Tu resta, io prendo un taxi, ci vediamo a casa.»
«Sicura?»
«Certamente, non ti preoccupare non è nulla, goditi lo spettacolo.» Con una carezza alla guancia lo tranquillizzò inducendolo a rigirarsi verso il palco.
Friedrich percepì gradualmente l’aroma del suo nettare preferito farsi sempre più debole fino a svanire, tentò di rincorrerlo con la frenesia del ritmo incalzante delle note, ma lei se n’era già andata. Stava suonando per lei, solo per lei, dannazione! E lei aveva pure l’impudenza di lasciarlo a metà concerto comportandosi come un ragazzino che tira il sasso e nasconde la mano.
Non era campato mezzo millennio per farsi trattare a quel modo, non da una stupida femmina, che il Demonio la fulminasse.
Tutto a un tratto afferrò il bordo del piano e lo spinse via con una forza strabiliante. Un grugnito si sprigionò dalla sua gola mentre lo strumento percorreva mezzo palcoscenico rovesciando i vasi di ginestre tra l’incredulità collettiva.
I suoi occhi torvi scrutarono tra il pubblico, divenuto fonte di un tenue brusio, trovando soltanto volti sconcertati e timorosi, nulla di ciò che stava cercando.
Strinse i pugni stizzito e un istante dopo il palcoscenico dell’Opéra era deserto.
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