Nell’uscire Michelle si era tamponata la ferita con il fazzoletto già impregnato. Aveva coperto il tutto con la manica del gilettino ottenendo una fasciatura improvvisata che la costringeva a nascondere il braccio contro il corpo in modo innaturale. Sarebbe stata un’altra cicatrice da sommare alle precedenti, un piccolo prezzo da pagare se confrontato con l’inestimabile valore della scoperta che metteva la parola fine alla sua avventura. Si accostò alla strada e alzò la mano per chiamare un taxi quando un brivido alla nuca attirò la sua attenzione verso l’ingresso del teatro.
Friedrich Von Tale, appena uscito, si guardava intorno con pugni serrati e un’espressione che metteva paura.
Michelle non ebbe nemmeno il tempo d’imprecare. Nel momento in cui lui la individuò la collera del suo volto si tramutò in una signorile arroganza e cominciò a camminare verso di lei con la coda del frac che sbatteva contro le cosce tornite.
«Oh, santo cielo…» Michelle si mise ad agitare il braccio in aria dimentica della ferita. «Taxì, taxì, s’il vous plaît!»
Ma il taxi passò oltre, già impegnato nella sua corsa.
«Non gradivate il concerto, mademoiselle?»
Lo guardò, così da vicino come non l’aveva mai visto. La sua pelle era diafana e perfetta come porcellana di Limoge, mentre i suoi occhi erano due fosse scure, imbambolanti. Che stupida perdersi in mesi, anni di ricerche, quando le sarebbe bastato avvicinarsi a lui per notare l’evidenza. Non poteva credere che fosse lui, assurdamente più vivo, reale e mascolino di qualunque essere umano; era proprio la sua ossessione in carne e ossa a parlarle con quella voce così suadente. «Siete davvero voi… ma che cosa fate qui fuori?»
«Vi ho fatto una domanda, mi pare. Non è mai accaduto che qualcuno abbandonasse un mio concerto.»
Attenta Michelle, ricordati di chi hai davanti. «Chi vi dice che io c’ero?»
Friedrich inspirò. Me lo dice il vostro squisito odore, di sangue e sofferenza.
«C’eravate senza ombra di dubbio. Dunque perché andarsene dal momento che stavo suonando per voi?»
La sua musa era un uccelletto più grazioso di quanto avesse sperato, una di quelle creature con più forza nella lingua che nei muscoli, col nasino a punta volto all’insù spruzzato da deliziose efelidi che si diradavano sugli zigomi. La sua linfa invece era potente, capace di destare i morti.
La ragazza alzò di nuovo la mano per chiamare un’auto, ma lui le catturò il polso con una stretta prepotente. «Vi sto parlando, abbiate la compiacenza di rispondermi. Perché mai avete lasciato il concerto?»
Michelle trasalì trattenendo a stento un grido. «Lo sapete il perché! Lasciatemi o mi metto a gridare.»
Non accennò in alcun modo ad affievolire la presa, la tirò anzi più vicina al suo corpo statuario. «Non lo farete.»
Così rude, così impudente, che le fece vedere rosso. «Eccome se lo farò. Non crediate di potermelo impedire soltanto perché siete un…»
«Un?»
«Io so cosa siete!» ringhiò Michelle tirando fuori una grinta inattesa in un corpicino così gracile.
«Che cosa credete che sia, benedetta ragazza? Non vi lascerò finché non avrete parlato.»
Michelle stava per dire qualcosa di enormemente sbagliato, ma non poteva tenerlo per sé, voleva gridarlo ai quattro venti e sbatterglielo in faccia. «Siete un vampiro! Ecco cosa siete: un cadavere che si nutre del sangue dei viventi.»
Oddio, ormai l’aveva detto.
La lasciarono le sue dita inflessibili, ma non quello sguardo inquisitore. «Sembrate molto sicura di questa scemenza.»
La ragazza ebbe l’ardire di sfoderare un sorriso caustico nonostante il suo cuore continuasse a ballare la tarantella. «Potete negarlo finché vi pare, ma noi due sappiamo bene la verità ed è davvero molto triste che siate l’unica persona con cui possa condividerla… che dico… persona, voi non siete affatto una persona.»
«Badate bene a quel che vi esce dalla bocca.» La tensione dei nervi sotto le lunghe basette diede l’idea di quanto stesse serrando con forza la mandibola. «Sono vivo e vegeto davanti a voi, e se mi ritenete un cadavere significa soltanto che non ne avete mai visto uno. Volete sapere cosa siete voi? Siete una piccola ficcanaso impertinente con una fantasia troppo fervida.»
«Che ne sapete di me? Vi siete forse impegnato in anni di ricerche sul mio genere e sul mio conto?»
Friedrich sbatté le palpebre un paio di volte. «È ciò che avete fatto? Mi state dicendo che mi siete alle calcagna da anni?»
Si voltò un istante prima che la folla cominciasse a sgorgare dall’ingresso dell’Opéra. Alcune donne lo indicarono parlottando tra loro.
Michelle, sconvolta da quella conversazione e tuttavia piuttosto conscia del pericolo che stava correndo, decise di darsela a gambe. Sgattaiolò verso un taxi che si stava accostando e ci entrò dentro in gran fretta.
Diede uno strattone per chiudere la portiera, ma una mano ferma la bloccò al volo, Friedrich entrò dopo di lei costringendola a farsi da parte per non essere schiacciata.
«Rue de la Fontaine, fin dove incontra le bois de châtaignier, s’il vous plaît. Presto, prima che le mie ammiratrici mi raggiungano.» Le catturò nuovamente il polso per impedirle di uscire dall’altra parte.
Il taxista fece un cenno di assenso sistemandosi il basco. «Oui, monsieur.»
Michelle spalancò la bocca in procinto di protestare, ma Friedrich si protese al suo orecchio: «Dite solo una parola e lo uccido.» Le sue labbra le sfiorarono il lobo in modo troppo intimo, raggelandola, un tipo di gelo che dentro sembrava fuoco. «Mordo lui e poi mordo voi: visto che mi conoscete così bene dovreste sapere che ne sono capace.»
Solo allora Michelle comprese davvero l’enormità di ciò che aveva fatto: un guaio irreparabile nel quale si era cacciata. Il suo petto si gonfiò oltre l’orlo del bustino per la troppa aria trattenuta, mettendo in evidenza le forme dei pallidi seni.
Non era soltanto terrore, c’era qualcosa in più che la bloccava su quel sedile impedendole di fiatare.
Teneva gli occhi fissi in avanti, meditando la fuga ed evitando il più possibile di guardarlo. Cosa che fece lui in tutta calma apprezzando ogni ciocca fuoriuscita dalle forcine di un’acconciatura distratta, per la quale la ragazza non doveva aver perso più di due minuti. Unghie smangiate, scarpe pulite, ma datate: non prestava grande attenzione alla cura di sé, del resto non ne aveva nemmeno bisogno dal momento che la natura aveva già provveduto a renderla incantevole. Friedrich immaginò come dovesse essere senza quegli inutili indumenti e cominciò a divenire impaziente di levarglieli.
«Non dicevate sul serio, vero? Volevate solo mettermi paura» mormorò lei dopo un po’, stringendosi le mani sudaticce in grembo.
Lui mise un gomito sullo schienale e le prese una ciocca tra due dita riportandogliela sulla forcina. «Per essere una giovane che si vanta di conoscermi così a fondo, direi che non ne sapete un accidente sul mio conto.»
La sua coscia premeva contro quella di Michelle, ne sentiva il tiepido calore attraverso la stoffa dell’abito. Era più freddo di lei, ma il suo contatto la surriscaldava comunque.
«Vi prego, lasciatemi andare per la mia strada e io vi lascerò andare per la vostra, lo giuro.»
Il taxista diede un’occhiata allo specchietto retrovisore. «Tutto bene, mademoiselle?»
L’avvertimento ferale che le lanciò Friedrich a palpebre socchiuse non richiedeva altre parole.
«Oui, très bien, merci.»
Le luci di Parigi si stavano allontanando e fuori dal finestrino sfrecciavano rare case abbandonate tra una vegetazione che si faceva sempre più fitta e nera.
Friedrich sorrise affabilmente allo specchietto retrovisore e le coprì le mani con la propria recitando un gesto affettuoso a beneficio del conducente. «Siete venuta voi a cercarmi e vi siete ferita in questo intento, non posso certo lasciarvi andare in questo stato: permettete almeno che me ne occupi personalmente.»
Quelle parole furono per lei l’ennesima prova. «Dunque, mentre suonavate vi siete accorto del mio gesto, l’ammettete.»
In quel momento l’auto si fermò davanti a un cancello di alte lance appuntite dall’aspetto antiquato, abbellito da arzigogoli in ferro arrugginito. Lì finiva la strada. Friedrich porse una banconota facendo segno al taxista di tenere il resto e trascinò fuori Michelle prendendole il polso tra indice e pollice. Doveva essere una lauta mancia a giudicare da come l’autista fece inversione e corse via onde evitare ogni ripensamento.
Erano rimasti soli, nel buio, davanti a un cancello socchiuso e a una casa, anzi un palazzo austero, con alti finestroni offuscati da scuri tendaggi.
«Ho detto di non essere un cadavere, ma non ho mai sostenuto di essere umano. L’ammetto fieramente: sono in tutto e per tutto ciò che crediate che sia, ovvero ciò che volgarmente definite vampiro.» Con un cigolio grottesco aprì il cancello. «Dopo di voi.»
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