BRUNO
Ho fatto il giro della casa in cerca del deposito del gasolio, devo respirare, farmi passare la dolorosa erezione, quella femmina mi provoca senza rendersene conto e non posso avere troppo sangue lontano dal cervello. Sta diventando buio e dobbiamo entrare e stare al caldo.
La mente però torna al suo profumo, al suo corpo morbido mentre si muove sotto di me e, come non detto, il cazzo pensa di dover fare la sua parte, dannazione.
Due giorni da soli in questo posto sperduto sono un’occasione irripetibile e non posso lasciarmela sfuggire. Perché anche se fa la sostenuta ho sentito il suo tocco e se prima per lei ero una seccatura ora sono qualcosa che la incuriosisce. Ha detto che non vuole più fare errori, questo mi fa pensare che in passato sia stata con uomini stronzi o troppo appiccicosi. Io non sono così, si può scopare e restare in ottimi rapporti. Non voglio certo legami e neanche lei, finora ho giocato, ma questa sera ho intenzione di farle capire che vogliamo entrambi la stessa cosa, una distrazione, del divertimento e nulla di più.
Entro dalla porta posteriore della casetta in cui c’è il generatore. Vedo una montagna di legna accatastata e un’ascia posata vicino a un ciocco. Guardo la catasta di legna e penso che spaccarne un po’ potrebbe essere proprio quello di cui ho bisogno per sfogare tutta questa energia. Fare un po’ di fatica
mi aiuterà.
Ho appena cominciato quando la voce di Stephanie mi sorprende.
«Deduco che tu non sia riuscito a far partire il generatore e stia preparando una scorta di legna per il caminetto.» Il suo tono di voce non è irriverente come al solito, pare preoccupata.
Mi sento in colpa perché non ho neanche provato, ma mi fermo e la guardo, lei distoglie lo sguardo.
La ciliegina ora che mi ha toccato sembra più guardinga, mi sta alla larga. È spaventata dai suoi gesti, il suo corpo l’ha tradita e ora teme che ne approfitterò, ma se pensa che le starò addosso si sbaglia, entro domani sera sarà lei a venire da me. Adesso però devo risolvere il problema elettricità e mandarla dentro o rischia di ammalarsi.
«Ho pensato di preparare un po’ di legnette per accendere il fuoco, ti va di provarci da sola mentre io mi occupo del generatore?» lo dico in tono di sfida e lei ovviamente la raccoglie. Adoro vedere quello sguardo da guerriera in fondo ai suoi occhi verdi.
«Certo! Sono bravissima ad accendere il fuoco», si piega e comincia a riempire una cassetta con i pezzi che ho tagliato.
La osservo divertito perché sta facendo proprio quello che speravo.
«Vedremo, ciliegina, ora rientra o ti prenderai un malanno.»
«Disse quello in maglioncino», ribatte e se ne va con passo incerto ma con la testa diritta e senza degnarmi di un’occhiata.
Mi incanto a guardarla, i miei occhi non riescono
a staccarsi dalla sua figura rosa acceso che si allontana nel bianco della neve. Sbatto le palpebre e rabbrividisco. Ha ragione, sarà meglio sbrigarsi a risolvere il problema elettrico, ma prima meglio se indosso qualcosa di pesante.
Dopo un’ora riesco a far ripartire il generatore, era stato spento, ma il gasolio in effetti c’era e quindi ce l’ho fatta. Per fortuna ne capisco qualcosa e una volta rimesso in funzione con l’inconfondibile ronzio lascio la centrale termica, l’elettricità ora arriverà allo chalet. Resta da capire la situazione degli scaldabagni, ma male che vada riscalderemo l’acqua sul fornello.
Quando entro in casa Stephanie ha acceso il fuoco ed è seduta su una poltrona avvolta in una coperta.
«Abbiamo l’elettricità?»
Mi chiede appena entro e io premo l’interruttore e il soggiorno si illumina proprio come lei.
È un ingresso tutto in legno, dà direttamente nel soggiorno al cui centro troneggia un cammino, di fronte ci sono un divano e delle poltrone. Alla mia destra c’è un tavolo di circa due metri e mezzo di legno massiccio e otto sedie imbottite. Sto esplorando con lo sguardo questo bellissimo chalet quando la ciliegina mi chiama.
«Bruno, pensi che potremo avere l’acqua?»
Sentire il mio nome pronunciato da lei mi piace, è come una carezza e le sorrido come un ebete.
«L’autoclave dovrebbe mettersi in funzione adesso, prova ad aprire il rubinetto della cucina.»
Si alza dalla poltrona e vedo che si è tolta il giaccone fucsia e indossa sopra ai legging un
maglione bianco con delle trecce, sembra una modella della Moncler, è bellissima. Probabilmente la fisso più del dovuto perché sbuffa mentre mi viene incontro. La seguo dentro la cucina che è proprio accanto a me, oltre un arco che non avevo neanche notato, attirato com’ero da Stephanie e dal fuoco.
La cucina è spaziosa e molto classica, legno massiccio ovunque se si esclude l’isola al centro in cui c’è il lavandino di acciaio.
«Abbiamo rimodernato lo chalet tre anni fa, il custode però lo ha maltrattato, credo che dirò ai miei di licenziarlo» afferma in tono duro e non so che torto darle. Oltre a non aver provveduto ad accendere il riscaldamento ha trascurato molto anche la manutenzione della casa. Sul tetto ci sarà mezzo metro di neve, avrebbe dovuto spalarla perché tanto peso per giorni potrebbe danneggiarlo. Mi riprometto di salirci domani mattina e liberarlo, ormai è buio e troppo pericoloso.
Vado verso il rubinetto e quando muovo il miscelatore si sente un gorgoglio e un rumore sordo, guardo Stephanie che è accanto a me e lei sgrana gli occhi. Provo a chiudere ma il rubinetto esplode e l’acqua schizza ovunque, lei si mette a urlare, io faccio un balzo indietro.
«Merda!»
L’acqua ci colpisce in piena faccia e Stephanie indietreggia.
«Dov’è il rubinetto centrale dell’acqua?» le chiedo cercando di ripararla dietro di me. Lei saltella zuppa con i capelli fradici addosso al viso.
«Non lo so.» Cazzo!
Mi butto sotto la pioggia d’acqua e apro le ante del mobile sotto l’isola e chiudo il rubinetto che c’è lì sotto.
«Questo ora è bloccato, ma per aggiustarlo dovrò togliere l’acqua dal generale…»
Mi rialzo e lei sembra prossima alle lacrime.
«Ehi, piccola, coraggio, vai di là, cambiati e mettiti davanti al fuoco o ti prenderai qualcosa.»
Si sposta i capelli dal viso e quello che credevo fosse mortificazione è rabbia.
«Quel pezzo di merda del custode! Lo paghiamo profumatamente ogni mese e ha trascurato la nostra proprietà in modo vergognoso. Giuro gli stacco la testa, adesso…»
Fa due passi e poi il tonfo seguito da uno splash e un ahi.
«Ciliegina!»
Faccio il giro dell’isola e la vedo completamente stesa a terra e con le braccia e le gambe aperte.
So di non doverlo fare ma è così ridicola tutta la scena che non ce la faccio e scoppio a ridere.
«Tu, tu, smettila subito e aiutami!» Alzo le mani.
«L’hai chiesto tu.»
Mi avvicino con prudenza e mi accovaccio, poi l’aiuto a mettersi seduta.
«Davvero, sei fradicia, vai a cambiarti.»
Ci alziamo tenendoci per mano e lei scivola e si schianta addosso a me. La sento rabbrividire.
«C’è un bagno in questa casa con rubinetti che non esplodano?» le chiedo.
«Non lo so» ammette sconsolata.
«Allora intanto cerchiamo degli asciugamani.»
Mezz’ora dopo è di nuovo davanti al camino, ho buttato molta legna, ho quasi finito la scorta che avevo tagliato ma Stephanie doveva scaldarsi, ne taglierò dell’altra domani. La ciliegina si è cambiata, indossa un altro maglione e dei jeans con dei calzettoni. Mi sono cambiato anche io, ho dei pantaloni della tuta e una felpa sopra la maglietta. I capelli di entrambi sono umidi e la mia pancia brontola.
«Immagino di essere davvero una pessima ospite, ti faccio fare l’elettricista, l’idraulico e non ti offro nemmeno da mangiare» ridacchia lei, sentendo il borbottio del mio stomaco.
«Credo che potremo farci qualcosa per cena, il tuo custode sarà pessimo con la manutenzione ordinaria degli impianti ma ha riempito il frigo e la dispensa per un reggimento. La piastra elettrica funziona e possiamo cucinare senza problemi. Che vuoi per cena?»
Lei mi studia incerta.
«Senti, io devo mangiare, questo richiede molte calorie» e indico il mio fisico.
Stephanie mi sorride scuotendo la testa.
«Sì, immagino che ti servano molte proteine. Di’, sei un body builder?»
Ammicco e piego il braccio, lei segue il movimento e alza gli occhi al cielo.
«Quanto sei infantile!»
Rido e mi alzo dalla poltrona.
«No, non sono un body builder, non sono abbastanza costante nell’alimentazione e negli allenamenti, con il lavoro che faccio sarebbe impossibile. Ma mi piacciono i miei muscoli.»
«Davvero. Non l’avevo notato…»
«Lascia perdere il sarcasmo e vieni a scegliere che cosa vuoi per cena, ciliegina.»
Mentre lei si cambiava io ho raccolto l’acqua per terra e sistemato un po’ la cucina, la dispensa ha diversi cibi pronti ma io vorrei una pasta, sarà che ho trascorso il Natale a casa di mia madre e mi sono rinfrescato la memoria della cucina italiana.
«Ti piacerebbe assaggiare un vero piatto di spaghetti al pomodoro?»
«Li sai fare?»
«Mia madre mi diserederebbe se non ne fossi capace!»
Lei si posa all’isola e mi osserva.
«Da dove vieni? Dal tuo accento non l’ho capito.» Mi piego e cerco una casseruola, sento i suoi occhi su di me ed è intrigante sapere che mi osserva
con interesse.
«Mio padre francese, corso, mia madre italiana, Sardegna.»
«Quindi nato e cresciuto sul mare, be’ devo farti i complimenti te la cavi bene anche in montagna» e non c’è né ironia né sarcasmo ma sincerità nella sua voce.
«Perché non mi hai mai visto sciare.»
Stephanie sorride ed è stupenda, resto un attimo a fissarla imbambolato e lei si scosta i capelli dal viso, dandomi la scossa.
Esco dalla cucina e vado nel bagno lì accanto, per fortuna lì i rubinetti funzionano e riempio la casseruola, quando torno in cucina lei è davanti alla dispensa e sembra molto interessata allo scatolame che contiene.
«Ci sono dei vasetti di pomodoro, ne prendi uno?» chiedo mentre accendo la piastra elettrica.
«Non hai l’accento corso» considera mentre mi passa quello che le ho chiesto.
«Ho girato parecchio, ho vissuto molto a Parigi, sono stato in marina.»
Cerco una padella e quando la trovo la poso accanto alla pentola piena d’acqua mentre lei mi chiede: «Quanti anni hai?»
«Trentotto.»
La sbircio, è senza parole.
«Li porto bene, che dici?»
«Scusa, è che pensavo avessi sui trentatré, sì li porti molto bene.»
Scrollo le spalle e apro i cassetti in cerca di un apriscatole.
«Genetica fortunata, vedessi mia madre ha settant’anni e neanche una ruga.»
La vedo ridacchiare.
«Cosa ho detto?» chiedo perplesso.
«Oh, niente sto pensando a quanti soldi ha speso mia madre di botulino.»
Scoppio a ridere e anche lei mi segue.
È davvero splendida quando ride, ora vedo che è giovane, molto giovane, avrà dieci, dodici anni meno di me, è la sorellina di Claire. Ora che ride si vede che è una ragazzina.
Mentre io preparo la pasta lei apparecchia la tavola in soggiorno e io mi prendo un po’ di tempo per me, la sua presenza è totalizzante, mi distrae troppo. Ho la spiacevole sensazione che sia lei a sedurre me, non il contrario.
Porto i piatti in tavola e lei vi si avventa senza
indugiare e la guardo divertito.
«Credevo fossi tipo da “oh mio dio no carboidrati!”» e muovo le mani imitando una mia amica.
La ciliegina scuote la testa, ha la bocca piena e il labbro sporco di pomodoro, è adorabile.
«Con te non devo far finta» dice dopo aver deglutito. «Di solito con le modelle dico queste cose, ma io non ingrasso, ho sempre fatto cure ricostituenti perché ero troppo magra, deve essere genetica. Claire ingrassava, io no.»
Sono seduto di fronte a lei, allungo la mano e con l’indice le pulisco il baffo rosso, le sue guance si imporporano.
«Abbiamo ottimi geni allora.»
«O abbiamo vinto alla roulette genetica, Claire ha lottato con i chili di troppo da sempre.»
Il suo sguardo si adombra.
«Ehi, ti manca? Arriverà dopodomani.» Posa la forchetta.
«Perché non mi ha detto che non voleva venire?
Perché mandare te?» Oh, oh.
«No, con tutto quello che è capitato non ti ho spiegato bene il contrattempo. Claire vuole venire qui, verrà senza dubbio. C’è stato un problema alla Genetech e, visto che il prof. Mitchell è alle Hawaii con Charles, lei si è dovuta fermare. Non è riuscita ad avvisarti, tutto qui.»
Il suo sguardo si accende.
«Il suo capo? Lo scienziato ha portato il suo bel ragazzo alle Hawaii? Quei due sono dei piccioncini» lo dice con un certo languore e io rido.
«Sì, George fa il freddo e distaccato ma deve essere un romanticone.»
Si mette in bocca un boccone e l’atmosfera sembra triste ora.
«Come mai hai deciso di passare l’ultimo dell’anno con la famiglia di tua sorella?»
Lei alza gli occhi di scatto, leggo la sua rabbia.
«E con te, non dimentichiamoci di te, l’orso Bruno, che ho saputo solo all’ultimo di aver invitato a casa mia. Scommetto che è stata Claire a invitarti, Paul c’entra fino a un certo punto, ammettilo?»
Rido, beccato, mi spiace Claire, amica mia, ma tua sorella è troppo sveglia.
«Hai ragione, Claire mi ha detto che stavi passando un brutto momento e che ti serviva una distrazione bella grossa e, guardami, sono enorme.»
Vedo un movimento sulle sue labbra, vorrebbe ridere, ma si trattiene.
«Oh, mi hai distratta, poco ma sicuro, mi ero quasi scordata di…»
Il mio telefono inizia a suonare in cucina dove l’ho lasciato e mi alzo per andare a prenderlo, ma prima lancio uno guardo Stephanie che è diventata improvvisamente triste. Devo rispondere alla chiamata, è la suoneria che ho assegnato ad Anton, ma poi approfondirò il discorso.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione