E’ un miracolo che sia ancora viva.
Tagliamo quel pezzo di lamiera, in fretta!
La signora non respira, non c’è più nulla da fare.
Voci confuse e indistinte si accavallavano nella mia mente, frastornandomi. Non riuscivo a capire se fossi sveglia, o immersa in un sogno. Potevo percepire qualche suono, ma attorno a me esisteva solo il buio, un’oscurità ovattata che però non mi faceva paura, ma che, anzi, mi riempiva l’animo di pace e di serenità come mai, prima d’ora, mi era accaduto.
Ha l’osso del collo spezzato. Povera donna. E’ morta sul colpo.
Chi era la povera donna di cui qualcuno, attorno a me, stava parlando? Doveva trattarsi davvero di un sogno.
Il mio cuore però, o forse anche la mia mente, era colmo di una gioia indicibile, mentre la mia coscienza mi gridava di non svegliarmi, di stare ferma lì dove mi trovavo, perché quello era il posto giusto per me, dove non avrei più provato nulla che potesse ferirmi.
Poi, all’improvviso, il buio caldo e rassicurante che mi avvolgeva iniziò a diradarsi e un lumicino color oro apparve in un punto non ben definito dinanzi a me.
Quella luce, non più grande di un ovetto di cioccolata, iniziò a espandersi lentamente, finché non mi permise di vedermi. La prima cosa che notai furono le mani. Erano sempre le mie, ma avevano una consistenza più eterea, come se possedessero la magica capacità di diventare invisibili da un momento all’altro.
Che strano sogno. Mi ritrovai a pensare, anche se effettivamente non avevo capito se ero proprio in grado di riflettere, o se anche quella mia azione fosse solo il risultato di una fantasia sfrenata, nella quale ero incappata senza motivo e, soprattutto, senza senso.
La luce dinanzi a me, nel frattempo, era diventata sempre più ampia e brillante, tanto da costringermi a chiudere gli occhi e a proteggerli con le mani.
E, proprio in quel preciso momento, ogni singola fibra del mio corpo, ogni terminazione nervosa, ogni muscolo, ogni neurone, decise che io dovevo assolutamente raggiungere quella luce così ampia e affascinante da togliermi il respiro, sempre che io stessi ancora compiendo quel movimento del torace tanto caro e prezioso.
Provai una sensazione devastante di piacere, unita al desiderio irrefrenabile di congiungermi con quella luce splendente e di fondermi con essa per l’eternità. Perché quello era il mio destino. Ora lo sapevo. La mia coscienza continuava a gridarlo con forza nella mia mente e il cuore mi supplicava, battendo all’inverosimile, di assecondarla.
Così lasciai che quello che era rimasto della mia fisicità, venisse attirato inesorabilmente dalla splendida vastità dorata. In pochi secondi, mi ritrovai a percorrere un tunnel buio e stretto, che andava a finire proprio nella luce meravigliosa, ma che purtroppo sembrava allontanarsi sempre di più da me.
In preda all’angoscia, allungai una mano, come per voler provare a afferrare quel punto indefinito e brillante che non riuscivo a raggiungere. La sensazione immensa di pace, che mi aveva avvolta fino a qualche istante prima, stava inesorabilmente scomparendo, per lasciare il posto al terrore di perdere qualcosa di unico e prezioso.
Il mio corpo stava procedendo, all’interno di quel tunnel, a una velocità folle e assurda. Girai il capo a destra e poi a sinistra e vidi che attorno a me il buio si confondeva con striature brillanti composte da svariati colori sfavillanti. Questo mi fece tornare alla memoria le scie che vengono prodotte dalle auto, in una foto scattata di notte in città. Foto che mi avevano sempre affascinata e che avevo ritrovato lì, accanto a me, o per meglio dire attorno a me.
All’improvviso, il mio corpo iniziò a rallentare e la luce si stabilizzò. Ora possedeva le dimensioni di una porta, o così io la vedevo, per quanto ne potessi capire.
L’angoscia che mi attanagliava il petto, però, non accennava a diminuire. Allungai anche l’altra mano, nel tentativo assurdo di aprire l’uscio lucente, ma il risultato fu quello di vederla allontanarsi ancora di più da me.
Poi, in pochi secondi, qualcosa o qualcuno iniziò a materializzarsi all’interno della vastità lucente. Trattenni il respiro – ma stavo davvero respirando? – quando intravidi prima una mano, poi l’altra, infine il tronco di un corpo umano.
Chiusi gli occhi, in preda al terrore. Non volevo guardare. Non capivo. Non volevo accettare quella nuova realtà che stava cominciando a prendere forma nella mia mente, in un gioco assurdo che mi rifiutavo di assecondare.
Ciao tesoro.
Sbarrai gli occhi. Avrei riconosciuto quella voce tra mille.
Mamma mi stava osservando con il suo dolce, caro sorriso dipinto sul viso luminoso.
Era di una bellezza devastante.
Il suo corpo mi appariva leggero, diafano, sembrava tremolare come una fiamma mossa da un vento leggero. E era avvolto da una luce dorata calda, brillante, che mi regalava sicurezza e tranquillità.
Devi ritornare indietro, tesoro. Sussurrò lei, con un tono leggero di voce. Il tuo momento non è ancora arrivato. Non ora.
Scossi la testa, mentre sentivo le lacrime bagnarmi le guance. O forse questo era solo un altro scherzo della mia mente, dato che non capivo assolutamente se quanto stessi vivendo fosse reale, o meno.
Io non ti lascio. Le risposi di getto, cercando di toccarla.
Lei continuò a sorridere, mentre si allontanava da me. Tesi entrambe le mani, nel tentativo vano e sciocco di afferrarla. Ma le mie dita incontrarono solo l’inconsistenza del buio che stava iniziando a avvolgermi inesorabilmente, come un triste e lugubre sudario.
Girati tesoro e ritorna indietro. Continuò mamma, mentre il suo corpo diveniva sempre più inconsistente e iniziava a fondersi con la luce che era ancora immobile alle sue spalle.
Scossi di nuovo la testa, questa volta con più rabbia, mentre tentavo di toccarla e di avvicinarmi a lei, spinta dalla disperazione. Però, più provavo a farlo, più mamma si allontanava, riempiendo il mio cuore di una sofferenza indicibile.
Ti voglio bene, amore mio. Dì a tuo padre che lo amo con tutto il mio cuore. E sappi che sono felice. Non ho alcun rimorso.
Ricordo di aver gridato, o di aver provato a farlo, mentre lei si perdeva nella luce che poi iniziò a diminuire, per scomparire infine del tutto. Urlai ancora, con tutto il fiato che pensavo di poter avere.
Poi aprii gli occhi. E fu solo a quel punto che capii che la mia esistenza era finita.
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