“Emmanuelle, svegliati per carità!”
La voce di Prudence mi obbligò a ritornare alla realtà. Sbarrai gli occhi e mi ritrovai a terra, sul pavimento di legno, incastrata tra lo specchio e una poltrona.
Zia mi aveva sollevata la testa e, poiché avevo le guance in fiamme, doveva avermi schiaffeggiata un bel po’ di volte per aiutarmi a rinvenire.
Non era una novità per me quella di perdere i sensi. Mi era già accaduto altre volte, in passato. Quando provavo delle forti emozioni, la testa iniziava a girarmi, poi tutto diventava nero e addio mondo!
“Senti male da qualche parte?” mi chiese lei, mentre mi aiutava, con delicatezza, a mettermi seduta.
Strizzai un attimo gli occhi e attesi qualche secondo prima di risponderle, perché avevo la mente ancora un po’ annebbiata.
“No no, mi sembra che sia tutto a posto. Forse mi duole un po’ la testa, ma nulla di grave.”
Prudence mi passò una mano sulla fronte e mi sorrise. “Stai sudando freddo, ma credo che, effettivamente, non vi sia nulla di cui preoccuparsi.”
Poi si interruppe e mi fissò con aria seria. “Cos’è successo?”
Mi passai le mani tra i capelli e spostai rapidamente lo sguardo da lei allo specchio, mentre il cuore, nel mio petto, aveva deciso di intraprendere una corsa sfrenata.
“C’era qualcuno là dietro” e alzai la mano destra per segnare lo specchio. “Dietro la superficie, intendo. Due occhi scuri che mi guardavano e ieri ho anche sentito una voce maschile che mi chiamava. Zia, sto impazzendo?”
Mi bloccai, traendo un profondo respiro, mentre lei scuoteva la testa, continuando a sorridere.
Sedette accanto a me e abbracciò le ginocchia, ricoperte da una lunga gonna verde con fiori rosa, posandovi sopra il mento, come se stesse affrontando una discussione con un’amica per decidere quale film andare a vedere, o quale abito scegliere per il ballo della scuola.
“Non sei pazza, Emmanuelle. Sei semplicemente una Medium. Come tua madre e come la sottoscritta.”
Spalancai gli occhi e implorai il cuore di rallentare la sua corsa sfrenata. Allora Antoinette aveva ragione, non stava scherzando!
“Mamma era una Medium? E anche tu lo sei?”
Prudence annuì e mi poggiò una mano su un braccio. “Tu hai ereditato questo potere, Emy. Io l’ho sempre saputo, come lo sapeva Kate. E ora devi imparare a utilizzarlo al meglio, senza aver paura di affrontarlo. Non devi temere i morti, Emy, ma i vivi. Gli spiriti ci stanno accanto per aiutarci e per sostenerci lungo tutto il nostro cammino terreno. Ma non vogliono farci del male, lo capisci? Tu devi imparare ad ascoltarli e a capire se hanno bisogno del tuo aiuto per risolvere qualcosa che hanno lasciato insoluto qui nel nostro mondo, o per raggiungere la Luce, se hanno smarrito la via.”
Zia si interruppe e lasciò scivolare le gambe sul pavimento, mentre poggiava le mani a terra, per sostenere meglio la schiena.
Io lanciai uno sguardo terrorizzato allo specchio. Mi stava venendo un attacco d’ansia, come, purtroppo, mi era accaduto spesso negli ultimi tempi.
“Non credo di farcela. L’altra sera mi è apparso lo spettro di mamma e ho davvero pensato, per qualche istante, di essere impazzita del tutto. Zia, che devo fare?”
Lei, continuando a sorridere, mi passò una mano sui capelli. “Devi assecondare i tuoi poteri. Non puoi combatterli. Saranno sempre più forti e fra qualche tempo vedrai gli spiriti dappertutto, in ogni luogo. Ma questo non ti deve spaventare, tesoro. Ti abituerai presto alla loro presenza e capirai anche come invitarli ad andarsene, se dovessero apparirti in momenti inopportuni. L’anello di tua madre ti aiuterà a potenziare le tue capacità.”
Si bloccò e afferrò la mia mano destra.
“Questo è l’anello dei Medium, tesoro” continuò lei. “Era di tua madre, ma Kate dopo il matrimonio si è rifiutata di portarlo, perché voleva vivere una vita normale. Cercò, insomma, di allontanare questo potere che non riuscì mai ad accettare. Tu non devi contrastarlo Emy. In te percepisco un’energia immensa, come non mi è mai accaduto di sentire in altre o altri Medium.”
Fissai ancora l’anello per qualche secondo, poi zia e infine lo specchio. Aggrottai la fronte, mentre mi alzavo in piedi, seppure faticosamente, appoggiandomi allo schienale della poltrona.
“E se mi rifiutassi di assecondarli, questi poteri?” chiesi, porgendo a Prudence una mano, per invitarla a mettersi in piedi a sua volta. “ Che accadrebbe?”
Lei si piazzò di fronte a me e mi lanciò uno sguardo duro, che mi fece rabbrividire da testa a piedi.
“Accadrebbe che sprecheresti inutilmente delle doti davvero importanti, che vanno al di là della tua comprensione e delle tue scelte personali! Non devi fare come Kate, Emy, lei ha sbagliato, perché essere Medium significa mettersi a disposizione delle persone che sono in difficoltà e che sentono la necessità di contattare i propri cari per riuscire ad affrontare con più serenità lutti spesso devastanti. Ma essere Medium significa anche ascoltare gli spiriti e, come ti dicevo prima, cercare di aiutarli a trovare la pace.”
Mi portai le mani ai capelli e mi sistemai davanti allo specchio, fissando il punto in cui mi erano apparsi gli occhi.
“Non so se sono in grado di farlo, zia. Ho paura.” sussurrai, con un filo di voce.
Lei mi poggiò le mani sulle spalle.
“Oh sì che ce la farai, tesoro. Sei una donna forte, e grandi, per davvero, sono le tue potenzialità. Non lasciarti sfuggire la possibilità, enorme e preziosa, di poter aiutare gli altri, vivi o morti che siano.”
Restai in silenzio per qualche istante, dubbiosa e indecisa sul da farsi. All’improvviso, l’anello iniziò a pesarmi come un macigno.
Dentro di me, nel profondo del mio cuore, forse avevo sempre saputo di possedere qualcosa di particolare, che mi distingueva dagli altri. Fin da piccola avevo sentito suoni o rumori che i miei amici non percepivano 0 intravisto ombre che scivolavano lungo le pareti, emettendo spesso strani e inquietanti versi, come se stessero soffrendo.
Avevo sempre pensato, però, che tutto quello fosse frutto della mia fervida immaginazione. E, per proteggere la mia sanità mentale, alla fine avevo alzato un muro tra me stessa e quelle sensazioni o visioni, cercando di relegare il tutto in una dimensione che non mi apparteneva.
Ma, nei meandri più oscuri della mia mente, avevo sempre avuto la certezza che quel muro, prima o poi, sarebbe andato in frantumi.
E ora quel momento era arrivato per davvero.
“Emmanuelle. Non devi avere paura. Io sono qui per aiutarti” continuò zia, affiancandomi. “E ti assicuro che questo tuo nuovo potere ti regalerà grandi soddisfazioni, che vanno al di là della tua più fervida immaginazione.”
Esitai ancora, prima di prendere la parola. Mi passai una mano sulla fronte, che era gelata, e mi voltai a guardarla.
“Tu sai a chi potrebbero appartenere quegli occhi e la voce che invocava il mio aiuto?” le chiesi, con la voce incrinata dall’ansia.
Prudence si passò una mano sul mento, quindi si scostò e si lasciò cadere su una delle poltrone, sollevando un’imponente nuvola di polvere.
“Credo di sì. Potrebbe trattarsi di Michael Chapman. Questo era il suo studio personale. Morì giovane, di infarto da quanto si racconta, alla fine dell’Ottocento.”
Un altro brivido gelido, questa volta più possente, mi riempì la schiena e il cuore perse un colpo.
“E se dovesse trattarsi effettivamente di lui, per quale motivo avrebbe bisogno del mio aiuto?”
Zia mi sorrise, rialzandosi in piedi, mentre batteva le mani sulla gonna, ben impolverata.
“Questo devi scoprirlo tu, mia cara. Ma non lo farai stasera, sei troppo stanca e impaurita per andare oltre. Però voglio farti vedere una cosa.”
Fece per allontanarsi, ma io la bloccai afferrandola per un braccio.
“Aspetta, sono tante le cose che mi devi ancora spiegare. Innanzitutto, perché credi che io possa possedere dei poteri particolari?”
Lei sospirò e alzò una mano per accarezzarmi una guancia. “Lo farò Emmanuelle, te lo prometto. Ho tanto da spiegarti e da insegnarti. Ma non lo farò stasera. Un cosa per volta, tesoro. Con calma.”
La fissai dubbiosa per qualche istante, poi, quando capii di essere davvero sfinita e che comunque mi stava arrivando un mal di testa con i fiocchi, decisi di arrendermi e di assecondarla.
“Va bene. Direi che per oggi ne ho avuto abbastanza. Che devi farmi vedere ora?”
Lei aprì il viso in un ampio sorriso e si diresse in fretta verso la porta dello studio.
“Michael Chapman. C’è un suo ritratto al piano terra. Vieni con me.”
La guardai uscire in fretta dalla stanza, con la gonna sollevata da terra per camminare più rapidamente. Diedi un ultimo sguardo allo specchio e, con addosso uno strano e fastidioso presentimento, la seguii fino alle scale, dove mi bloccai all’improvviso, col cuore in gola.
Un ragazzo mi stava fissando dal fondo del corridoio.
Mi portai le mani alla bocca per non urlare, mentre zia, invece, scoppiava a ridere.
“E’ Henry, il figlio del giardiniere” mi informò lei, continuando a sogghignare. “Rilassati.”
Il ragazzo ci raggiunse in pochi istanti, con un gran sorriso dipinto sul viso magro e affilato, sul quale il primo particolare che notai furono gli occhi, così chiari da sembrare quasi bianchi. Durante la mia vita, avevo visto una sola volta in tv un’attrice con quell’insolito colore degli occhi e ricordo che all’epoca – dovevo avere circa sei anni – mi ero spaventata a morte, perché l’avevo scambiata per una di quelle streghe cattive che rapiscono i bambini per mangiarseli.
Henry, invece, era assolutamente interessante con gli occhi di quell’incredibile colore, che ben si abbinava ai capelli biondo platino e alle sopracciglia chiarissime. Mi ci volle solo un altro attimo per capire che il ragazzo, molto probabilmente, doveva essere un albino.
“Ciao, piacere di conoscerti” esordì lui, sorridendo. “Sono Henry Light, il figlio del giardiniere.”
Lo fissai imbambolata per qualche istante, spostando lo sguardo sul suo incarnato pallido e sulla spruzzata di lentiggini che gli coloravano le guance, poi sui capelli che gli stavano ritti sulla fronte, sul naso aquilino e infine sulle labbra sottili, dipinte di un leggero rosa pallido.
Henry era alto e dinoccolato, vestito con un paio di jeans scuri e una felpa grigia, e mi ispirò subito una buona dose di simpatia.
“Emy.” risposi semplicemente, arrossendo.
“Molto bene. Ora che vi siete conosciuti, vi lascio da soli e ritorno giù in città” si inserì Prudence, battendo le mani. “Ho ancora parecchie faccende da sistemare.”
Strabuzzai gli occhi. “Come? A quest’ora? E poi, scusa, non dovevi mostrarmi il ritratto di Michael Chapman?”
Lei alzò gli occhi al cielo. “Ma benedetta ragazza, non sono ancora affetta da demenza senile! Forse posso apparire un po’ stramba, e di questo ne vado comunque fiera, ma non dimentico gli impegni. Infatti, sarà Henry e mostrarti il ritratto.”
Spostai rapidamente lo sguardo da lei al figlio del giardiniere, che iniziò ad annuire senza fermarsi.
Capii immediatamente che doveva essere molto timido e questo suo lato del carattere gli fece aumentare ancora di più l’alto punteggio che, in ogni caso, gli avevo già assegnato.
Zia, a quel punto, mi si avvicinò a mi schioccò un bacio rapido su una guancia, afferrò la lunga gonna con entrambe le mani e si avventurò, correndo, giù per le scale.
“E’ pazza.” sussurrai, scuotendo la testa.
“Un po’ stramba, sì” convenne Henry, facendo spallucce. “Ma indubbiamente è la persona più saggia e buona che io abbia mai avuto la fortuna di incontrare nella mia vita.”
“La conosci bene?” gli chiesi, mentre lo seguivo lungo il corridoio.
Henry fece ancora spallucce e si voltò un attimo per rispondermi. “Fin da quando ero piccolo. Io sono nato qui. Mia madre se n’è andata per una brutta malattia quando avevo due anni e lei, in un certo senso, mi ha fatto da seconda mamma. Le devo molto.”
Mi bloccai col cuore in gola. Quel ragazzo, oltre alla timidezza, aveva quindi un’altra cosa in comune con me.
“Mi dispiace.” gli risposi, senza aggiungere altro.
“Oh! E’ successo tanto tempo fa, ora ho venticinque anni e sinceramente non ricordo nulla di mia madre. La guardo nelle foto, ma mi sembra un’estranea, purtroppo.”
Henry si interruppe, sorridendomi. “Quindi non preoccuparti per me. Il tuo lutto è ben più difficile da sopportare.”
Sentii un nodo alla gola. Inghiottii a fatica la saliva e mi limitai ad annuire. Lui capì che, forse, aveva fatto una gaffe. Arrossì e proseguì a camminare lungo il corridoio, schiarendosi la voce.
“Andiamo nell’altra ala della villa” disse a un certo punto, rompendo il silenzio. “Lì c’è la stanza da letto appartenuta a Michael Chapman, che ora viene utilizzata per gli ospiti. E’ rimasto tutto come allora. Nel senso che l’arredamento non è stato cambiato. Siamo quasi arrivati.”
Non parlai, limitandomi a fare un rapido cenno col capo. Dentro di me stava nascendo una strana sensazione, insieme a un inizio di emicrania. Ero attratta da quella stanza come se in passato vi fossi già stata ma, contemporaneamente, la temevo con ogni fibra del mio corpo. Il cuore iniziò a ballarmi in petto, le mani a sudare e le gambe a tremare.
E il solito senso di angoscia, che avevo provato entrando a Green Coast, si presentò con furia pochi istanti dopo, facendomi anche avere un forte giramento di testa, tanto che dovetti fermarmi e appoggiarmi alla parete del corridoio.
“Tutto bene?” mi chiese Henry, lanciandomi un’occhiata carica di preoccupazione.
Respirai a fondo un paio di volte prima di rispondergli. “Sì, non è nulla” gli mentii. “Pressione bassa. Tranquillo.”
Lui mi osservò di sbieco, con un’aria ben poco convinta in verità, poi fece spallucce e segnò una porta alla nostra sinistra, a pochi metri da noi.
“E’ quella” mi avvisò. “Ce la fai a camminare?”
Strizzai gli occhi per un istante e implorai il cuore di darsi immediatamente una calmata. Lui però non mi obbedì e, così, mi ritrovai preda di un’ansia incontenibile, che mi avviluppò da testa a piedi come un triste sudario.
“Andiamo.” risposi, accennando un debole sorriso.
In pochi istanti raggiungemmo la porta e io la spalancai quasi con rabbia, entrando per prima.
“Accendi la luce” mi ordinò gentilmente Henry. “L’interruttore è lì, alla tua destra.”
Annuii, tastai la parete e pigiai l’interruttore.
Il grosso lampadario in ottone al centro del soffitto, composto da alcune braccia che un tempo dovevano aver sicuramente dato ospitalità a una serie di candele, sparpagliò immediatamente una calda luce dorata per tutta la camera. Mentre venivo superata da Henry, spostai rapidamente lo sguardo da destra a sinistra, per catturare ogni particolare della stanza. Il letto, a baldacchino, era circondato da pesanti tendaggi in velluto color porpora, simili alle tende che ricoprivano le due ampie finestre. Un armadio e un comò erano sistemati di fronte al letto, entrambi in stile e scuri, mentre il comodino ospitava un vaso colmo di rose rosse.
Come si mi avesse letta nel pensiero, Henry si diresse vero il vaso, additandolo.
“Prudence ordina di cambiare i fiori ogni giorno, perché siano sempre freschi, nella tua stanza e in questa. Non chiedermene il motivo, però.”
Un brivido freddo mi scorse lungo la schiena, mentre mi piazzavo di fronte al letto, cercando di comprendere il perché di quella scelta che non aveva nulla di logico.
E fu in quel momento che mi sentii osservata. Mi voltai di scatto a sinistra e i miei occhi incontrarono quelli scuri del ritratto di Michael Chapman.
Mi sentii mancare. Quegli occhi erano gli stessi che mi erano apparsi nello specchio. Li avrei riconosciuti tra mille. Occhi grandi e scuri, che anche in quel momento sembravano osservarmi da qualsiasi angolazione.
L’anello iniziò quasi subito a bruciare sulla pelle, ma io lo ignorai, perché il mio corpo aveva iniziato a essere preda di un’eccitazione che mai, fino a quel momento, avevo provato.
Mi avvicinai al ritratto col cuore in gola, senza capire. Dovetti concentrarmi con tutte le mie forze per evitare di avere un orgasmo proprio lì in quel momento, e soprattutto davanti a Henry.
Sperai che lui non riuscisse a capire quanto mi stava accadendo e mi piazzai a osservare il dipinto. Michael Chapman era ritratto a mezzo busto, col viso girato leggermente verso destra. Indossava una giacca di velluto nera, dalla quale si intravvedeva il colletto della camicia bianca. Il viso, serio, possedeva dei tratti eleganti, quasi femminili. Mi ritrovai a pensare che, in tutta la mia vita, non avevo mai visto nulla di così perfetto. Gli occhi, però, non guardavano a destra, ma dritto verso di me, come se in quel preciso istante lui mi stesse osservando. Provai un altro brivido lungo la schiena e dovetti trattenermi dal masturbarmi davanti al quadro. Quegli occhi erano magnetici e sembravano volermi raccontare la storia di una vita e di grandi, intense emozioni. Poi il mio sguardo, mentre cercavo di controllarmi, si postò ai suoi capelli, ricci e scuri, che contornavano l’ovale perfetto del viso.
“E’ morto giovane, di infarto” disse a quel punto Henry, che si era piazzato alle mie spalle, facendomi sobbalzare. “Aveva venticinque anni quando lo trovarono nel vecchio studio, quello che tua zia non ha intenzione di rimodernare.”
Annuii, mentre tanti particolari andavano a sistemarsi nelle caselle di un puzzle che avevo intenzione di risolvere quanto prima.
“E’ seppellito nella cripta di famiglia” proseguì lui, con tono greve. “Si trova a un centinaio di metri dalla villa, verso la costa.”
Sospirai, mentre lottavo per contenere l’eccitazione, che stava per farmi avere davvero un orgasmo proprio lì, davanti a Henry.
“Mi ci puoi portare? Alla cripta intendo.” chiesi, voltandomi verso di lui, ma senza guardarlo, temendo che lui potesse intuire qualcosa.
Henry fece spallucce – le faceva troppe volte per i miei gusti – e mi sorrise.
“Certo, quando vuoi.”
Lo fissai un istante prima di parlare ancora. “Domattina?”
Lui si grattò il mento, ricoperto da una sottile peluria bionda. “Ok. Non si tratterrà proprio di una gita domenicale, però c’è una bella passeggiata per arrivare fino alla cripta, lungo la costa. La vista sull’Oceano è stupefacente.”
Ricambiai il suo sorriso, dando le spalle al ritratto.
“Grazie Henry. Allora ci troviamo domattina alle… nove diciamo?”
Luì annuì più volte, carico di entusiasmo. “Certo, ti aspetto in giardino.”
Mi passai una mano tra i capelli, riassettandoli, mentre cercavo disperatamente, e con disinvoltura, di nascondere l’eccitazione sempre più crescente, che ormai era arrivata a limiti insopportabili.
“Bene. A domani allora.”
Lanciai al ritratto uno sguardo furtivo, attesi che Henry uscisse dalla stanza, spensi la luce e chiusi la porta dietro di me.
“Ti accompagno alla camera?” mi chiese lui, arrossendo.
“No no, non serve” mi ritrovai a rispondergli di getto, senza pensare. “So ritrovare da sola la strada. Grazie. E notte.”
Lui mi fissò per qualche istante, indeciso sul da farsi, quindi mi sorrise e proseguì a camminare lungo il corridoio, per poi svoltare a sinistra.
Quando sparì dalla mia vista, mi precipitai in camera, mi gettai sul letto, chiusi gli occhi e mi lasciai andare, mentre mi tappavo la bocca per non urlare.
Alla fine, sconvolta, mi misi a sedere sul letto, afferrandomi i capelli e guardandomi furtivamente attorno. Ero sconvolta. Quello che mi era appena accaduto aveva dell’inverosimile. Ero abbastanza intelligente da capire che l’eccitazione iniziava quando toccavo la superficie dello specchio o, come avevo appena scoperto, anche quando fissavo il ritratto di Michael. Qualcosa mi legava a lui, questo era chiaro.
Era come se lo avessi conosciuto da sempre, come se lui fosse l’uomo della mia vita e dei miei sogni, colui che avevo sempre desiderato avere accanto a me, come compagno e amante.
Col respiro ancora affannoso e il cuore in gola, mi sdraiai nuovamente sul letto, tentando di rilassarmi.
Mi trovai a pensare a Henry e ai suoi modi gentili. E al fatto che, se zia voleva continuare a fare la misteriosa, avrei cercato di ottenere da lui le risposte che volevo avere a tutti i costi.
Poi, all’improvviso, il mio pensiero corse a Anthony e solo in quel momento mi ricordai che domani sera lo avrei rivisto a cena.
Mi sentii quasi in colpa per aver provato quelle sensazioni devastanti davanti al ritratto di Michael, come se avessi già tradito Anthony, prima ancora di conoscerlo o di frequentarlo.
Mi diedi della stupida e mi girai su un fianco, mentre la tensione all’addome iniziava ad affievolirsi.
Pensai anche a Antoinette e provai l’impulso di chiamarla, per raccontarle quanto mi era appena accaduto.
Ma anche in quel caso mi diedi della stupida. Quella era una cosa che mi sarei tenuta per me e che non avrei condiviso neppure con la mia migliore amica.
Respirai a fondo alcune volte, cercando di rilassarmi, finché la stanchezza non ebbe il sopravvento sulle mie emozioni e tutto, finalmente, non si oscurò.
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