PERSA NEL TUO RIFLESSO - Capitolo 19 di 26

Scritto il 03/08/2026
da M. P. BLACK


Quel pomeriggio avevo raccolto dei fiori per Michael, che crescevano sull’alta costa della cittadina. Erano colorati di un bel viola acceso e profumavano di vita e di gioia.

Michael adorava quei fiori e io una volta alla settimana, quando la stagione lo permetteva, mi allontanavo dalla tenuta per raccoglierli e per donarli all’uomo che aveva rubato il mio cuore.

Lanciai un’occhiata soddisfatta al mazzetto che reggevo in mano, quindi mi precipitai in casa, liberandomi subito del cappellino che ero solita utilizzare per ripararmi dal sole.

Faticavo a sopportare il caldo e la mia pelle, chiarissima, rischiava di scottarsi anche a basse temperature. Pertanto, cercavo di evitare di uscire nelle ore più calde del giorno, anche se a volte non potevo evitarlo, proprio come era accaduto in quell’assolata giornata di giugno.

Il maggiordomo, John, afferrò il cappellino e mi salutò con un ampio sorriso.

Da quando vivevo nella tenuta degli Hill, la mia vita era sensibilmente migliorata, perché lì sentivo di essere davvero amata, e non solo da Michael. Sir Gordon Hill mi adorava e me lo dimostrava ogni giorno, con mille gentilezze.

Sua moglie Cornelia mi trattava come una figlia e con lei trascorrevo molte ore, quando Michael era impegnato con il padre o con il fratello a gestire i beni della famiglia, che si stava arricchendo sempre di più.

Inoltre, dopo il matrimonio con Michael ero anche riuscita a gestire molto meglio il mio potere di Medium. Continuavo a vedere gli spettri, ma ora la loro apparizione, seppure costante, non mi spaventava più come un tempo. Avevo imparato a interagire con loro e a aiutarli a percorrere la giusta strada per raggiungere la Luce.

Potevano essere spaventosi, terrificanti nell’aspetto, a volte cattivi o odiosi, ma io non li temevo più. Sapevo che non mi avrebbero mai fatto del male, perché loro avevano bisogno di me, per andare avanti.

Abbandonai in fretta quei pensieri poco rassicuranti e affrontai di corsa le scale che mi avrebbero condotta nello studio di Michael, sito al primo piano. Per non inciampare, afferrai il bordo della lunga gonna da passeggio e, col sorriso sulle labbra, raggiunsi in fretta la porta che mi avrebbe separata, ancora per poco, dal mio amato.

Bussai un paio di volte, attendendo la risposta tanto desiderata.

Ma la voce che udii non fu quella di Michael.

Aprii lentamente la porta e mi affacciai all’interno, posando subito gli occhi sul ragazzo che sostava davanti all’ampio specchio che Michael aveva fatto sistemare in un angolo dello studio.

Lui si voltò verso di me e i suoi occhi verdi mi squadrarono da cima a piedi, con molta attenzione.

Mi sentii immediatamente a disagio, perché ben conoscevo i sentimenti che George, il fratello maggiore di Michael, provava per me. Abbassai la mano che reggeva i fiori e impallidii.

Mai e poi mai avrei voluto trovarmi da sola con lui, dato che in passato aveva già provato a corteggiarmi, naturalmente senza ottenere mai nulla da me.

“Dov’è Michael?” chiesi con voce leggera, fingendo indifferenza.

George mosse un passo verso di me e io mi costrinsi a non indietreggiare, per far sì che non potesse pensare di avermi messa in difficoltà.

“Lui e mio padre sono ancora in città. Sono stati trattenuti entrambi da affari di famiglia.”

Il mio cuore perse un colpo, quando George si piazzò a meno di mezzo metro da me. Gli sorrisi, anche se dentro mi sentivo morire.

Di tutti gli Hill, George era l’unico componente che non ero ancora riuscita a capire. Appariva, ai miei occhi, come una persona viscida e malsana, anche se non aveva comunque mai dimostrato di poter compiere cattiverie o atti pericolosi.

Possedeva il fascino indubbio degli Hill e molte ragazze per bene di Green Coast, ma anche delle zone limitrofe, cadevano letteralmente ai suoi piedi, speranzose di potersi accasare con lui.

Ma George aveva deciso di posare i suoi occhi su di me. L’avevo capito da subito, fin da quando, dopo il matrimonio, mi ero trasferita a vivere lì con Michael. Gli sguardi che mi lanciava erano spesso lascivi e più di una volta mi aveva sfiorato le mani o osservato il mio seno, prosperoso, senza alcun pudore.

Nessuno in famiglia sembrava essersi accorto di questo suo comportamento ambiguo. Nessuno, tranne la sottoscritta naturalmente. Per fortuna, non mi era mai capitato di trovarmi da sola con lui.

Quella era in assoluto la prima volta e ne ebbi paura.

“E tu come mai non sei con loro?” chiesi ancora. Con terrore, mi accorsi che la mia voce era uscita in un soffio.

Lui se ne avvide e abbozzò un sorriso che avrebbe fatto ammutolire ogni ragazza di Green Coast. Ma io restai del tutto indifferente al suo atteggiamento. Anzi sperai, in cuor mio, che Michael potesse sopraggiungere proprio in quel momento, per salvarmi da una situazione che poteva divenire alquanto scomoda, o pericolosa.

“Ti stavo aspettando” rispose, afferrando velocemente la mia mano che reggeva i fiori. “Come vorrei che li avessi colti per me, dolce Mary.”

Impallidii e strattonai la mano, nel tentativo di allontanarmi da lui. Ma George, al contrario, mi attirò a sé, passandomi un braccio attorno alla vita. Lasciai cadere a terra i fiori e cercai in tutti i modi di divincolarmi.

Ogni mio tentativo, però, risultò vano. George, allora, si staccò da me e mi posò un dito sulle labbra.

“Se oserai urlare, o anche solo parlare, sappi che il rimorso non mi fermerà e che, già stasera, tuo marito giacerà cadavere sul suo letto.”

Quelle parole mi colpirono al cuore con la forza di mille pugnali. Sentii le gambe cedere e la testa girare vorticosamente.

George, allora, mi prese tra le braccia e mi depositò delicatamente sul divano.

“Ti prego.” sussurrai, mentre le lacrime mi inondavano il viso.

George mi sorrise. “Non potrei mai farti del male, Mary. Io ti amo. Ti ho sempre amata, fin dal primo giorno in cui ho posato i miei occhi su di te.”

Ammutolii, impallidendo. Quindi quello che avevo sempre sospettato, alla fine corrispondeva alla verità.

“George, ma io…” cercai di ribattere, con un filo di voce.

Lui mi posò ancora un dito sulle labbra, quindi avvicinò pericolosamente il suo viso al mio, continuando a sorridere.

“Un giorno mi amerai anche tu, Mary. Mio fratello non è l’uomo giusto per te. E’ effeminato, senza spina dorsale e non sa combattere. Non è in grado di affrontare veramente la vita. Io, al contrario, sono un vero uomo e fare l’amore con me ti farebbe raggiungere apici inimmaginabili di piacere.”

Si interruppe e io, terrorizzata, arretrai lentamente verso la sponda del divano.

“George, tu non sai quello che dici.”

A quel punto, lui chiuse gli occhi a fessura e mi afferrò il mento, stringendolo.

“Io so sempre quello che dico e, soprattutto, quello che faccio. Odio mio fratello. La vita è stata magnanima con lui, gli ha regalato tutto, anche la donna più bella, affascinante e piacente che potesse mai sperare di possedere. Io, al contrario, ho dovuto sempre faticare per ottenere tutto. Sempre, lo capisci Mary?”

Chiusi gli occhi, singhiozzando, e poggiando le mani sulla sua, ancora stretta sul mio mento.

George, allora, mollò la presa e mi passò due dita su una guancia, sfiorandola con delicatezza.

“Ti chiedo immensamente scusa, amore mio, non volevo farti del male.” sussurrò, a pochi centimetri dal mio viso.

Poi poggiò le sue labbra sulle mie e le dischiuse lentamente. La sua lingua iniziò a perlustrare la mia bocca, ma io restai impassibile, dando libero sfogo alle lacrime.

Qualche istante dopo, si staccò e mi fissò con sguardo carico di desiderio. Ne ebbi paura e mi abbandonai senza forze sulla sponda del divano.

“Oh, non ti violenterò, dolce Mary. Un giorno sarai tu a desiderarmi, con tutta te stessa. Per ora, mi serve altro da te.”

Il suo sguardo mutò repentinamente, divenendo feroce, tanto che io non fui in grado di sostenerlo. Abbassai gli occhi, a fissare le mie mani poggiate senza forza sul grembo, e attesi la sua mossa successiva col cuore in gola.

“Slacciati la camicetta.” mi ordinò, con voce roca.

Allora sollevai lo sguardo, sentendo le forze venire meno.

“Ma… avevi detto che…” balbettai, in preda al terrore.

“Slacciati quella dannata camicetta, Mary Cornish, o lo farò io, strappandola!” ordinò ancora lui, con voce sempre più roca.

Con le mani che mi tremavano, obbedii e iniziai a slacciare i primi bottoni della camicetta. Quando arrivai al quarto, George mi bloccò, afferrandomi il braccio.

“Così può bastare.” mormorò.

Poi alzò la mano destra e la infilò nell’apertura della camicetta, posandola infine sul mio seno sinistro, all’altezza del cuore.

La stanza iniziò a vorticare attorno a me, mentre mi sentivo perduta.

George mi aveva mentito. Mi avrebbe sicuramente violentata. E io non avrei potuto fare nulla per impedirglielo.

Lui chiuse gli occhi e mugugnò qualcosa di incomprensibile. All’improvviso, la pelle del seno, sotto la sua mano, iniziò a bruciare. All’inizio fu una sensazione leggera, ma col passare del tempo aumentò d’intensità, fino a diventare insopportabile. Allora poggiai le mani sulla sua nel tentativo di staccarlo da me.

Ma tutto fu inutile. La sua presa era troppo salda.

Cercai di urlare, ma lui mi anticipò tappandomi la bocca con la mano libera. Poi, all’improvviso, il dolore cessò improvvisamente.

George sbarrò gli occhi e iniziò a ansimare, rosso in viso.

“Ce l’ho fatta” blaterò, accennando un debole sorriso. “Era tutto vero. L’antica magia non sbagliava.”

Lo fissai attonita, senza capire.

Lui, allora, mi liberò la bocca e spostò la mano dal mio seno.

Mi lanciò un’occhiata di sbieco, mentre si passava le dita tra i capelli.

“Ti prego Mary, rivestiti. In questo momento sono volubile e il mio autocontrollo potrebbe vacillare.”

Sbarrai gli occhi e obbedii, senza farmelo ripetere un’altra volta.

“Che mi hai fatto?” chiesi, mentre mi abbottonavo la camicetta in fretta e furia.

La pelle, dove lui aveva posato la sua mano, bruciava ancora, anche se leggermente. Ma il dolore fisico era nulla, in confronto ai pensieri che vorticavano senza sosta nella mia testa. Ero stordita, confusa e sbigottita, per quanto mi era appena accaduto.

George non mi rispose subito. Si alzò faticosamente in piedi e si trascinò verso la porta.

Poi si voltò verso di me, lanciandomi uno sguardo che non riuscii a comprendere. Mi fissò per qualche istante, prima di dare un seguito alla mia domanda.

“Io so chi sei, Mary Cornish. E sai come faccio a saperlo? Perché sono anch’io un Medium, proprio come te. Ma vedi, mia cara, io non posso e non voglio accontentarmi dei poteri che possiedo. Desidero qualcosa di più, che mi aiuti a mettere in contatto il mondo dei vivi con quello dei morti. Voglio il potere assoluto. E, per farlo, abbisogno di attingere alla tua energia. In sostanza, ti sto prosciugando la vita, Mary Cornish.”

Quelle parole sortirono su di me un effetto terrificante. Mi portai le mani alla bocca, incapace di parlare o di reagire.

George, a quel punto, abbozzò un sorriso tirato.

“Ma, come ti avevo detto prima, non ho alcuna intenzione di farti del male, né tantomeno di ucciderti. Ti amo troppo per poter vivere la mia esistenza senza di te. Avrei potuto prosciugare tutta la tua energia oggi, ponendo pertanto fine alla tua vita. Ma, invece, lo farò lentamente, giorno dopo giorno, in modo tale che il tuo cuore non abbia a risentirne. Proverai una certa stanchezza e probabilmente non riuscirai più a giacere con mio fratello come hai fatto finora, perché le forze non te lo consentiranno. Ma, quando avrò finito di impossessarmi dei tuoi poteri di Medium, comincerai a riprenderti e, allora, nulla mi impedirà di farti mia, in ogni senso.”

Scossi la testa, singhiozzando. Quella realtà, nuova e terribile, era inaccettabile.

George sapeva che ero una Medium e per di più potente.

George si sarebbe impossessato dei miei poteri.

E non avrebbe esitato a porre fine alla vita di suo fratello, se io mi fossi ribellata.

“Non puoi farmi questo.” riuscii infine a sussurrare, con un filo di voce

Lui, allora, mi posò addosso uno sguardo ambiguo, lasciando che i suoi occhi si fermassero sul mio seno.

“Col tempo non ti farò solo questo, Mary Cornish. Un giorno, e molto presto, giacerò con te e le mie orecchie si riempiranno dei tuoi dolci e passionali lamenti di piacere.”

Quelle furono le sue ultime parole.

George afferrò la maniglia della porta e, seppure lentamente, scomparve infine dalla mia vista, lasciandomi in balìa di sentimenti contrastanti ma, soprattutto, di un terrore folle.

Quello, cioè, di perdere mio marito per mano sua.

Avevo capito che George non si sarebbe fermato dinanzi a nulla.

Ma avevo anche capito che la mia vita, da quel momento in poi, era finita.





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