NEGLI OCCHI DEL DRAGO - Capitolo 13 di 15

Scritto il 20/07/2026
da PAOLA GIANINETTO


«Secondo me, dovresti chiedergli di noleggiare una carrozza: la limousine è troppo banale.»

Anne lanciò alla sorella minore uno sguardo esasperato, mentre sfogliava distrattamente la rivista di abiti da sposa che quest’ultima si era premurata di comprarle.

«Una qualunque automobile andrà benissimo, Lily, non sto per sposare un erede al trono.»

«No, è vero» concesse Lily con un sorrisetto. «Sposi solo suo cugino.»

Katherine rabbrividì, come le accadeva ogni volta che la sorella accennava anche indirettamente a colui che negli ultimi giorni occupava tutti i suoi pensieri.

«A proposito» continuò Lily, inesorabile, «non ci hai ancora detto come il signor Douglas ha preso la notizia del vostro matrimonio. Credi che pagherà qualcuno per minacciare l’officiante di morte, nel caso insista nel volerlo celebrare?»

Anne la fulminò con lo sguardo e Lily scoppiò in un’allegra risata.

«No, hai ragione, minacciarlo sarebbe troppo vecchio stile: è molto più semplice corrompere lui direttamente.»

«Ti sbagli, mia cara» disse Anne, sorridendo rilassata. «Edward ha dato a entrambi la sua benedizione e si è dichiarato entusiasta del nostro matrimonio. Ha persino preteso che Thomas gli chiedesse di fargli da testimone, ma non ce n’era bisogno, perché lui l’avrebbe fatto comunque.»

Katherine quasi si strozzò con il succo d’arancia che stava bevendo. Pur non richiesta, la prova che cercava alla fine era arrivata: anche se lei, ormai, si era persuasa che i sentimenti di Thomas per Anne fossero più forti della paura della reazione del cugino, sospettava che la benedizione di quest’ultimo avesse contribuito non poco a indurlo a precipitarsi da lei per chiederle di sposarlo.

Si alzò dal tavolo della colazione e si avviò verso la sua stanza in silenzio, temendo che la voce potesse tradire il suo stato d’animo. In realtà, le parole di Anne erano state solo una conferma, la ciliegina sulla torta di dubbi, rimorsi e sensi di colpa che Katherine aveva impiegato particolare cura a preparare, in quei giorni.

Sentì due rapidi colpi alla porta e poi Anne entrò nella stanza, senza essere invitata. Si fermò accanto al letto di dolore sul quale lei era sdraiata e incrociò le braccia, fissandola seria.

«Piantala di fare la cretina, Katherine, va’ da lui.»

Se la sorella le avesse detto che aveva deciso di lasciare Thomas e tentare la fortuna come donna cannone in un circo russo, Katherine non sarebbe potuta essere più stupita.

«Come, scusa?» riuscì a chiedere, con voce strozzata e gli occhi fuori dalle orbite.

«Credi forse che sia stupida?» le chiese a sua volta Anne, in tono molto meno tenero del solito. «Che non veda quanto stai soffrendo e che non riesca a indovinarne la causa? Ho capito che eri innamorata di lui ancora prima di te, Katherine, quindi smettila di preoccuparti per me, o per Lily, e deciditi a pensare un po’ di più a te stessa.»

Katherine riuscì finalmente a chiudere la bocca, ma gli occhi rimasero fissi sul volto della sorella, identici a quelli di Bambi nel momento in cui scopre di essere rimasto orfano.

«Che cosa dovrei fare?» sussurrò. «L’ho rifiutato, Anne, e adesso sarò la persona sulla faccia della terra che meno vorrebbe vedere alla sua porta.»

«A giudicare dalla sua espressione ogni volta che ti nomino per caso, io non direi proprio.»

La bocca di Katherine si spalancò di nuovo. A quanto pareva, c’erano alcuni lati della sua dolce e irreprensibile sorella che ancora non conosceva.

«Ora, ti dispiacerebbe chiudere quella bocca e infilarti nel primo taxi disponibile diretto verso il centro, per favore?» la esortò Anne lentamente, come se dubitasse della sua sanità mentale.

Katherine visse come in sogno l’ora che impiegò per prepararsi, scendere in strada e raggiungere in taxi la zona più centrale della città, ma quando scese dall’auto davanti al lussuoso palazzo in cui si trovava l’appartamento di Edward, aveva recuperato del tutto la capacità di intendere e di volere. E sapeva che quello che voleva era andare da lui, a qualunque costo: se anche l’avesse cacciata via, umiliandola, non sarebbe potuto essere peggio di quanto già non fosse, e almeno avrebbe avuto la possibilità di confrontarsi con lui.

Guardò in su, ma l’edificio era troppo alto perché potesse vedere chiaramente, all’ultimo piano, l’attico in cui lui abitava. Entrò decisa nell’atrio, facendo un cenno del capo al portiere in divisa all’ingresso; e, nonostante tutta la sua nuova sicurezza, non poté fare a meno di essere colpita dal lusso sfarzoso che emanava da ogni singolo dettaglio.

«Posso aiutarla, signorina?» le chiese sollecito un secondo uomo vestito in modo impeccabile, sorridendole mentre le andava incontro.

«Sì, grazie» rispose, annuendo. «Vorrei salire dal signor Douglas.»

L’espressione dell’uomo, in apparenza, non mutò, ma il sorriso divenne un po’ più freddo e negli occhi si accese una scintilla dura che le ricordò lo sguardo dei guerrieri in un film giapponese che aveva visto qualche tempo prima, e che indicava chiaramente il passaggio alla modalità “dovrai passare sul mio cadavere”.

Be’, pensò Katherine alzando le spalle, non si era certo aspettata che sarebbe stato facile.

«È attesa?» le chiese il portiere con fredda cortesia e lei capì che dalla sua risposta sarebbe dipeso il suo ritorno a essere gentile e addirittura deferente o, in alternativa, un’aperta dichiarazione di guerra.

«No» rispose, quasi godendosi il sorrisetto diabolico che apparve sulle labbra dell’uomo, «ma sono certa che se vorrà comunicare al signor Douglas che sono qui, lui sarà felice di ricevermi.»

Quella, ammise, era quasi di sicuro una sporca bugia. Ma, come si dice, in amore e in guerra tutto è permesso.

«Non lo metto in dubbio, signorina» disse il portiere, facendo un passo verso l’uscita, forse sperando di indurla a imitarlo. «Ma, sfortunatamente, non mi è permesso disturbare il signore ogni volta che qualcuno si presenta qui esprimendo il desiderio di vederlo.»

Katherine colse una breve occhiata dell’uomo al suo abbigliamento e si rimproverò mentalmente per non aver chiesto ad Anne di prestarle per l’occasione uno degli abiti che Thomas le aveva regalato: il semplice vestito di cotone bianco che indossava era più che dignitoso, dal suo punto di vista, ma questi portieri dei quartieri alti sembravano essere geneticamente modificati per riconoscere le persone adeguate da quelle no. E lei, a giudicare dal suo sguardo, apparteneva senza dubbio alla seconda categoria.

«Cerchi di capire» aggiunse l’uomo, in tono quasi conciliante, «non vorrà che rischi di perdere il mio lavoro, vero?»

Lei gli sorrise comprensiva, tentando la carta dell’umorismo per cercare di farlo sciogliere un po’.

«Capisco» disse. «Immagino che il signor Douglas abbia parecchia voce in capitolo, nelle riunioni di condominio.»

Lui rispose freddamente al suo sorriso.

«Non c’è alcun bisogno di indire simili riunioni, signorina: il signore possiede l’intero palazzo.»

Merda.

Katherine cercò in fretta qualcosa a cui aggrapparsi per raggiungere il suo obiettivo e all’improvviso le venne un’idea.

«Non credo che il suo lavoro correrà alcun rischio, se annuncerà al signore la visita di qualcuno che sta per entrare a far parte della sua famiglia» disse, con voce tanto dolce da risultare mielosa, ed ebbe la soddisfazione di vedere un piccolo segno di cedimento nella corazza del guerriero. Aveva detto un’altra bugia, è vero, ma sperava che il suo avversario non fosse troppo ferrato in materia di parentele. Si preparò a sferrare il colpo successivo.

«Mi chiamo Katherine Wilson e mia sorella Anne sta per sposare Thomas Ashbourne, il cugino del signor Douglas.»

L’uomo aggrottò la fronte, nel tentativo evidente di ricordare gli ultimi pettegolezzi sulla sua famiglia che aveva letto di recente sui giornali.

«Quella a cui sta pensando è Lily, mia sorella minore» gli venne in aiuto Katherine, che stava cominciando a stancarsi di quell’estenuante battaglia. «In realtà, il signor Douglas e io siamo molto legati.»

Dio, sarebbe andata all’inferno, per questo. Il portiere vacillò visibilmente.

«E le assicuro che non sarebbe contento, se non lo avvertisse della mia presenza.»

Le parve quasi di vedere il poveretto accasciarsi, ferito al fianco da un colpo più violento degli altri, un colpo mortale. Le fece quasi pena, quando tornò dietro al bancone e, con un sorriso tirato e il volto cosparso da piccole goccioline di sudore, prese in mano un ricevitore.

«Signor Douglas?» disse pochi secondi dopo, con voce provata dalla recente sconfitta. «Mi dispiace molto disturbarla, ma qui c’è una signorina che desidera vederla e… Katherine Wilson… Sissignore. Certo. Subito, signore.»

L’uomo sollevò il viso e la guardò, pallido come un cadavere.

«La prego di perdonarmi, signorina Wilson» sussurrò. «Se vuole essere così gentile da seguirmi, la accompagno all’ascensore.»

Katherine si incamminò dietro di lui con un largo sorriso. Uno a zero per me, pensò trionfante.





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