20 luglio 1993 - ANSA ore 10,48
Tangenti Milano: Cagliari morto in carcere – L’ex presidente dell’ENI, Gabriele Cagliari, è morto stamani nel carcere di San Vittore dove era detenuto dal 9 marzo scorso
Baia Imperiale, Gabicce Monte
20 luglio ore 23,57
«Togli la mano.»
C’erano molte cose che Gioia De Rossi poteva sopportare in nome dei suoi obiettivi e della sua ambizione personale, lavorare e studiare, fare due lavori, posare seminuda per calendari sconci da appendere nelle officine meccaniche, ma essere toccata non era una di quelle.
«Togli la mano, stronzo!»
Lo gridò per sovrastare il rumore assordante della musica techno che infiammava i timpani di tutti quelli che cercavano di raggiungere il bar. Cercò di spostarsi per far cessare il contatto che la imbestialiva, ma erano talmente appiccicati che era quasi impossibile inoltre il tizio non aveva nessuna intenzione di farlo, anzi si spostò per appiccicarsi ancora di più e le strizzò il culo.
Non ci vide più. Gli mollò una gomitata nello sterno e un pugno secco sul pomo d’Adamo provocandogli una immediata mancanza d’aria che lo fece stramazzare a terra.
«Ehi bellezza! Non si fa così!»
Gioia rivolse la sua attenzione al compare di quello a terra. I coglioni viaggiano sempre in coppia pensò, mentre erano in fila all’ingresso, più volte quei due si erano appoggiati sia a lei che ad altre ragazze.
Ne vuoi anche tu? Gli chiese senza pronunciare parola, certa che il modo in cui lo stava guardando fosse più che eloquente: era pronta a fracassagli le palle e a farlo rotolare a terra molto più di quanto stesse facendo il suo compare.
Il pervertito decise di soccorrere l’amico e quando se ne fu andato la folla le si richiuse attorno: ormai lo spettacolo era finito. Si diresse verso il posto indicatole dal suo capo, altro pessimo soggetto come quei due che aveva appena rimesso al loro posto.
“Non sforzare la tua testolina De Rossi, trova un posto dove ti si possa vedere bene e limitati a respirare, al resto ci pensiamo noi.”
Se prima di quel commento Gioia aveva avuto il dubbio, per non dire la falsa speranza, che avesse scelto lei per merito della sua laurea con lode, il QI di 194, e il 98% positivo al poligono, dopo era tornata con i piedi per terra. Quello che interessava al Vice Commissario Minetti invece erano il suo metro e settanta, la coppa B del reggiseno e la capacità di ondeggiare su tacchi da dieci centimetri come le più navigate delle modelle. Gli abiti da zoccola che le erano stati dati avevano confermato quella certezza.
«Che cazzo hai fatto?» si sentì urlare nelle orecchie mentre veniva afferrata per un gomito.
Di nuovo qualcuno che le alitava in faccia, solo che questa volta era il suo capo e non era salutare atterrarlo con una ginocchiata bene assestata, anche se avrebbe tanto voluto visto che non era certo meno viscido.
Erano dieci anni che aveva a che fare con gente che le parlava, la guardava e si sentiva in diritto di toccarla, quando era una ragazzina non sempre era finita bene, ma ora sapeva come difendersi ed era un Vice Ispettore di Polizia: doveva pur contare qualcosa, no?
«Mi lasci» sibilò tentando di divincolarsi.
Per tutta risposta Minetti le piazzò una mano sulla schiena, facendosi vicino tanto che l’odore pungente del suo sudore sovrastò il mix infernale di sigarette, alcool e profumi costosi che aleggiava in quella parte della discoteca. «Non ammetto il fallimento De Rossi» le sibilò in un orecchio. «Stai mandando tutto a puttane! Come cazzo pensi che Reni ti possa avvicinare se fai la santarellina stronza!»
Se gli avesse spiegato cosa era successo, sarebbe servito? No, l’aveva capito al primo sguardo che tipo era Minetti: opportunista e subdolo, però era anche il funzionario incaricato dalla Questura e responsabile di quella missione che poteva costituire una svolta nella carriera in Polizia di chiunque perciò, qualunque cosa avesse replicato Gioia, sarebbe stata accolta come un atto di insubordinazione inoltre, stronzo com’era, con buona probabilità Minetti pensava che quei due avessero fatto bene a toccare la merce in vendita.
Doveva sembrare una escort di lusso per abbordare tale Guido Reni, un prestanome legato alla più famosa indagine di corruzione nella storia d’Italia, il supporto della Questura di Ravenna era stato chiesto dai Magistrati di Milano e Gioia non aveva alcuna intenzione di farsi scappare quell’occasione per far dimostrare il suo valore di agente solo per avere la soddisfazione di rompere il naso a Minetti, perciò si divincolò e fece quello che le era stato chiesto: ballare sul cubo e attirare l’attenzione anche se secondo lei era una stronzata colossale.
Doveva fare da esca a un uomo abituato a cambiare una o più donne tutte le sere, gli piacevano belle e svestite per questo era stata conciata in quel modo: in pratica indossava la stessa sottoveste che aveva Kim Basinger in Nove settimane e mezzo e faceva anche lo stesso effetto.
Sapeva che le foto che le scattavano per i calendari ottenevano gli stessi sguardi lascivi e probabilmente alcuni le usavano anche per scopi sconci, ma lei quegli sguardi non li vedeva, non se li sentiva addosso come invece stava capitando quella sera.
Tre ore e qualche centinaio di schifose avance più tardi, con i piedi doloranti a causa delle scarpe dozzinali e i timpani che le ronzavano, decise che una pausa se la meritava.
Scese dal cubo e si diresse al bar. Grazie a una congiunzione astrale favorevole riuscì a trovare una specie di corridoio tra tutti quei corpi ammassati che si muovevano al ritmo dei mixaggi e delle luci stroboscopiche.
«Che cazzo ti prende, eh?» le urlò Minetti raggiungendola e per cercare di fermarla la prese per un braccio. «Torna là, Reni non si è ancora visto!»
Gioia si divincolò decisa dalla sua stretta e si allontanò facendosi strada tra la calca per raggiungere il bar: aveva una sete tremenda. Riuscì ad aggiudicarsi uno sgabello per dare un po’ di sollievo alle caviglie.
«Un analcolico» gridò al barman.
«Se mandi a puttane tutto, bellezza, io faccio in modo che non ti vogliano neppure a pulire i cessi, sono stato chiaro?»
Gioia, per nulla contrita, guardò Minetti che era riuscito a raggiungerla spintonando e facendo incazzare diverse persone. Era così vicino che Gioia poteva sentire l’odore del suo fiato. Sussultò di ribrezzo quando lui girò lo sgabello afferrandola per una coscia.
«Tolga la mano» disse gelida con una sensazione di déjà-vu, ma Minetti invece si avvicinò tanto che il ginocchio ora era appoggiato sull’inguine dell’uomo. La stretta sulla coscia si era intensificata mentre continuava a sproloquiare che se Guido Reni non si era ancora visto probabilmente era per colpa sua e delle sue cazzate da santarellina.
«Tolga la mano!» gridò furiosa.
Per tutta risposta lui gliela insinuò sotto la stoffa dell’abito. Gioia reagì d’istinto, afferrato il cocktail che il barman le aveva appena servito glielo scagliò in faccia.
L’uomo fece un brusco passo indietro urtando la calca degli avventori del bar che, come un unico corpo, si spostarono fissando tutti lo sguardo su loro due. Anche la musica parve sospendersi per un attimo.
Riprese proprio mentre Minetti cercava di pulirsi la faccia e le urlava che l’avrebbe rovinata. «Puttana!»
Usò proprio quella parola.
«Vaffanculo, stronzo!» gridò lei di rimando. Poi, non paga, tolse quelle scarpe odiose e gliele scagliò in faccia. «Fottiti!» urlò scendendo dallo sgabello.
E lo piantò là, con la faccia gocciolante e l’ombrellino che si era incastrato in bilico nel taschino della camicia non più candida.
La folla si aprì come il Mar Rosso con Mosè. Tutte le energie di Gioia erano concentrate sul mantenere la postura rigida, come quella di una regina che avesse subito un affronto.
Certo, la regina delle puttane!
Perché era quello che tutti si aspettavano da lei, non era solo il ruolo che doveva impersonare una sera e basta, no, chiunque la guardasse, quello che vedeva, quello che voleva vedere, era sempre e solo una puttana in vendita al miglior offerente.
Be’, l’offerente di quella sera non si era presentato: forse aveva subodorato la trappola.
Dai fascicoli che aveva letto solo poche ore prima, aveva appreso che erano mesi che cercavano di incastrarlo con pedinamenti e intercettazioni ambientali, ma ancora non erano riusciti a ottenere uno straccio di niente.
Guido Reni era molto attento a non usare parole o frasi che potessero far sospettare che non fosse ciò che diceva di essere, un onesto titolare di discoteche e altre piccole aziende industriali, ma che fosse invece un importante Prestanome dietro il quale si celavano politici e altre figure influenti non ancora travolti da Mani Pulite.
I Magistrati sospettavano che avesse custodito e distribuito svariati miliardi di tangenti per conto di certi importanti capitani d’industria e non vedevano l’ora di interrogarlo. Era già stato convocato due volte come persona informata sui fatti, ma aveva sempre presentato certificati medici per non presentarsi.
C’erano indizi importanti che stesse progettando una fuga con qualche tangente ancora non consegnata e visto il suicidio controverso di Gabriele C* credevano che fosse solo una questione di giorni prima che prendesse il volo.
Magari l’aveva già fatto.
Dall’inizio della stagione estiva non c’era notte in cui Reni non fosse stato visto alla Baia Imperiale. Come investitore, sia di quel locale che di altri meno famosi, ma sempre di élite, poteva entrare e uscire a piacimento da ognuna delle discoteche della riviera romagnola, anche se la sua preferita era, appunto, la più esclusiva di tutte.
E non gli si può certo dar torto, pensò Gioia calpestando i lussuosi marmi dei corridoi che correvano sotto l’imponente colonnato in stile romano che delimitava la piscina.
Il locale era incastonato sulle pendici del Monte Gabicce, contornato da pini marittimi e dalle sue terrazze si poteva ammirare uno dei più bei panorami notturni del mondo. Vantava un impianto audio avanzatissimo, c’erano spettacoli grandiosi tutte le notti e i DJ più rinomati ambivano a consacrare la loro popolarità esibendosi in quel luogo.
La piscina era una delle attrazioni del locale, seconda solo alla mastodontica scalinata di ingresso ornata da decine di riproduzioni a grandezza naturale di statue romane e greche.
Le venne voglia di fare qualcosa di eccessivo, qualcosa che nessun ospite osava fare per non essere buttato fuori, ma che di sicuro avrebbe richiamato su di sé l’attenzione di chiunque si trovasse nel locale.
Oltrepassò il cordone di sicurezza che poneva un off-limits alla piscina, al di là della corda rossa una passerella si allungava fino al centro della vasca illuminata dal basso da potenti luci azzurre.
Se Reni era lì, quel gesto avrebbe attirato la sua attenzione, se invece non c’era… che si fottessero tutti, non potevano certo attribuire a lei il fallimento della missione.
«Ferma!»
Gioia ignorò il monito del buttafuori che infine l’aveva notata sul bordo piscina, lasciò cadere la borsetta a tracolla e si lanciò in acqua. Percorse tutta la lunghezza della vasca in apnea e ritorno, riemergendo a distanza di sicurezza dalla passerella.
Appena ebbe tolto l’acqua dagli occhi però, invece dell’energumeno che l’aveva intercettata, e che onestamente non avrebbe avuto idea di come blandire, sul bordo della passerella vide lui.
Guido Reni in persona l’osservava. Era molto diverso dalle foto segnaletiche che c’erano nel suo fascicolo: i capelli erano parecchio più corti e aveva cambiato del tutto stile. Portava degli occhiali e, invece degli abiti eleganti, delle cravatte sgargianti e gioielli d’oro, indossava pantaloni sportivi con una anonima camicia nera a maniche corte; dimostrava meno dei suoi quarantadue anni e, rolex a parte, sembrava uno dei tanti turisti della riviera. È lui, pensò Gioia euforica, non era colpa sua se non l’avevano visto o era arrivato tardi oppure i colleghi, e soprattutto quello stronzo del suo capo, non l’avevano riconosciuto.
Fissandola divertito, le mostrò i sandali che aveva appena sbattuto in faccia a Minetti e si chinò per porgerle una mano.
Il cuore di Gioia pompava adrenalina a mille e il cervello era in massima allerta per valutare tutte le opzioni. La sua performance assurda aveva sortito l’effetto desiderato, se lei non avesse fatto quel gesto così eccessivo lui probabilmente se ne sarebbe rimasto buono ovunque fosse per mantenere un profilo basso, era essenziale non perdere l’opportunità.
Ok, in scena, si disse ignorando l’aiuto e usando la scaletta.
Quando gli fu di fronte, Gioia si abbandonò allo sguardo rapace che la percorse dalle punte dei piedi fino alla sommità della testa con un paio di lunghe pause in altri punti strategici. Sotto l’abito non indossava biancheria, a parte uno striminzito perizoma, e immaginava benissimo che effetto doveva fare la seta che si sentiva incollata addosso.
Per ultimo lui la guardò in viso e Gioia avvertì in modo fisico l’apprezzamento che traspariva nel luccichio degli occhi dietro le lenti finte.
Solitamente le occhiate di quel tipo la infastidivano, ma non in quel momento, in quel momento di fronte a lui si sentì fiera e potente, calata alla perfezione nella parte della puttana che doveva agganciarlo e che ci era riuscita.
Assaporò la sensazione dolce e calda che l’aveva pervasa. Dunque, era così che si sentiva una seduttrice? Si prese i lunghi capelli a pugno e li strizzò.
Ricambiò lo sguardo di Reni squadrandolo da capo a piedi. Il fascicolo su di lui diceva che cambiava donna ogni sera: le rimorchiava, a volte le pagava, ma all’alba erano già scaricate e dimenticate, da quello che vedeva la cosa con molta probabilità era reciproca visto che fisicamente non era nulla di che anche se non era del tutto privo di fascino.
«Qual è il tuo piano, bellezza?»
Bellezza, un complimento scontato, trito e ritrito, di solito aveva solo due reazioni a quella parola: ignorarla o reagire incazzata, ma non quella sera.
Quella sera lei era davvero una bellezza. Una bellezza che come piano aveva quello di abbordarlo, far finta di voler andar via con lui, salire sulla sua Porsche e poi cambiare idea all’ultimo lasciandolo andare via da solo, ma con il rilevatore di posizione attivato contenuto nella sua borsetta opportunamente dimenticata nell’auto. Ci avrebbero pensato i colleghi della mobile a seguirlo con auto borghesi disseminate sui percorsi probabili.
Semplice e lineare.
Ma più facile a dirsi che a farsi.
«Grazie» rispose indicando i sandali, «non ho nessun piano. Uno stronzo mi ha fatto incazzare e io avevo bisogno di sbollire la rabbia.»
Meglio attenersi il più possibile alla realtà, dato che era evidente che avesse assistito alla scena con Minetti.
Lui sorrise. «Era il tuo magnaccia, quello?»
«No» ribatté decisa, «era solo uno che mi ha dato un passaggio e offerto da bere.»
Un buttafuori si fece avanti intimando loro di lasciare libera la passerella.
Reni lo guardò dall’alto al basso. «Io, qui, sto dove cazzo mi pare con chi cazzo mi pare per quanto tempo mi pare. Chiaro? Chiedi in giro se non ci credi» affermò deciso. «Ma prima dai la tua giacca alla signorina. Sta gelando.»
Il ragazzo strattonò indietro, si guardò un attimo intorno incrociando il cenno secco e inequivocabile di un altro buttafuori poi si tolse la giacca per porgerla a Gioia.
Decisamente Reni aveva un certo ascendente quando parlava.
«Grazie» rispose accettando la giacca, in effetti stava iniziando a sentire freddo.
«Sì. Grazie» rincarò Reni congedando il buttafuori prima di sospingerla per farle lasciare la passerella. La sua mano era posata nello stesso identico punto in cui si era trovata quella di Minetti poco prima, ma la sensazione che provava ora era del tutto diversa: non era a disagio, no, era compiaciuta.
Lo guardò sorpresa, prendendo coscienza che le piaceva piacergli e non per finta, ma per davvero. La cosa la turbò parecchio perché di solito gli uomini la lasciavano indifferente, quando non la indispettivano.
«Ti va il miglior Alexander della Riviera? Ti prometto una notte indimenticabile.»
Le parole di Reni la strapparono alle sue elucubrazioni. Mio Dio! Davvero? Era così che rimorchiava tutte quelle donne? E loro ci stavano? Gioia iniziò a ridere, senza riuscire a fermarsi anche se non poteva negare che quella strafottenza aveva solleticato qualcosa dentro di lei.
«Felice di divertirti.»
«Non sei un po’ presuntuoso?»
Lui aveva un mezzo sorriso da schiaffi, ed era tranquillo. «No» rispose. «Di solito offro un drink alla donna che mi interessa, lei accetta, parliamo un po’, giusto per capire se lei ha voglia di sesso senza complicazioni, poi l’invito, lei accetta e facciamo follie per tutta la notte.»
«Hai saltato qualche passaggio credo» replicò cercando di tornare seria: in fin dei conti stava lavorando.
«Sì, perché sto andando via adesso. Ti sto invitando. Prendere o lasciare.»
Gioia contò fino a cinque e poi rispose. «Prendo.»
«Usciamo da là» disse indicandole la strada. «Sei ancora scalza» notò.
Gioia fece spallucce, non le servivano quegli aggeggi infernali, se avesse dovuto darsela a gambe sarebbero stati un problema per cui li tenne in mano.
Mentre uscivano dal locale, cercò di individuare i colleghi che avrebbero dovuto essere posizionati in modo strategico rispetto alle uscite, ma non riconobbe nessuno.
Le pulsazioni accelerarono e una sensazione sgradevole le attanagliò lo stomaco. Possibile che dopo la loro scenata Minetti avesse chiuso l’operazione?
Ma se Reni aveva recuperato i suoi sandali, come aveva potuto Minetti non notarlo?
Scandagliò frenetica il parcheggio per individuare l’auto civetta che avrebbe dovuto seguire Reni: il posto era vuoto.
Merda! Merda! Merda!
E adesso? Che cazzo doveva fare adesso?
Lo scatto della chiusura centralizzata la fece sussultare. Erano arrivati all’auto di Reni: una Porsche Carrera 911 di colore blu notte capace di arrivare da zero a cento Km orari in dodici secondi e schizzare a 250 all’ora.
«Che c’è? Hai cambiato idea?» le chiese lui vedendo che esitava a salire.
Sì! Sì! Sì!
«N-no, ma ho… ho lasciato il giubbotto al guardaroba.» disse cercando di prendere tempo. Se le avesse concesso di rientrare poteva recuperare un telefono cellulare da qualche riccone che lo possedeva e magari chiamare… avvertire…
Il rombo del motore interruppe qualsiasi pensiero logico e dal finestrino abbassato le arrivò la voce decisa di Reni.
«O sali ora, o mai più. Prendere o lasciare.»
Cazzo! Cazzo! Cazzo!
«Prendo» rispose salendo in auto e attivando di nascosto il rilevatore dentro la borsetta. Ok, vedi dove ti porta.
La Porsche partì dolce affrontando a velocità moderata le curve che scendevano la collina. Gioia osservò in silenzio quello spettacolo di auto. Gli interni erano tutti in pelle. Il cruscotto non aveva nulla da invidiare a un’auto da competizione e c’era persino un’autoradio di nuovissima generazione con il lettore di CD. L’accese e subito si diffuse il suono pulito di una canzone di Tina Turner: accidenti se si sentiva bene! Gioia, cercò di rilassarsi ascoltando la musica anche se ogni tanto una buca faceva saltare la traccia.
«Ci sono altri CD, se preferisci: c’è una custodia sotto al sedile» disse Reni indicando il lato del cruscotto dalla parte di Gioia.
Erano giunti all’entrata dell’autostrada, ignorò l’invito, intenta a capire quale direzione avrebbero preso, non che avesse importanza dato che nessuno li stava seguendo… Direzione Bologna. Ragionò in fretta, probabilmente sarebbero usciti a Riccione o Rimini, se poteva azzardare un’ipotesi.
Con l’idea di piazzarci la borsetta, Gioia fece scattare la serratura del vano portaoggetti, e le si gelò il sangue nelle vene: lucente e nera, inequivocabile, sul fondo giaceva una Walther PPK.
Lo guardò atterrita e lui si volse di rimando, registrò la sua espressione e la collegò al vano aperto.
«Visto che succede a curiosare gioia? Lasciala dov’è, e scegli un CD» la voce penetrante si insinuò dentro di lei.
Sapeva come si chiamava!
Sapeva anche che era un agente di polizia?
Come aveva fatto?
Era stata tradita? Da chi?
«Co-come conosci il mio nome?» chiese sull’orlo di una crisi isterica, ma cercando di mantenere il sangue freddo.
Lui le rivolse un sorriso diabolico e Gioia perse del tutto ogni remora. «Fermati! Fammi scendere!»
«Cosa?»
«Fermati!»
«Col cazzo!» rispose lui scalando una marcia e pigiando sull’acceleratore. «Questa è la mia ultima corsa gioia!»
L’accelerazione la spiaccicò contro lo schienale, e non poté fare a meno di pensare che era nella merda fino al collo e forse non ne sarebbe uscita viva.
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