Scritto il 07/07/2026
da ELEN T. D.


Zona Darsena, Ravenna.

23 luglio 1993 ore 23,30

 

Gioia fissava il telefono da quasi due ore. Aveva alzato la cornetta e composto il numero almeno dieci volte, ma poi aveva chiuso subito.

Era tornato a Milano dopo che, con una promessa e un unico devastante bacio, aveva ridefinito le sue priorità.

Ancora una volta, aveva avuto ragione: non era stata cacciata anche se le avevano tolto l’incarico. Il lunedì dopo avrebbe saputo le sue nuove mansioni, ma ora c’era un week-end da affrontare e non voleva stare sola.

Milano non è in capo al mondo, pensò. Forse poteva saltare la prima e passare subito alla seconda promessa.

Si accorse di avere sonno. Un sonno pazzesco.

Domani. Domani avrebbe pensato a tutte le faccende pratiche e poi forse l’avrebbe chiamato.

 

 

Giordano si buttò di traverso sul letto: era esausto, per la giornata infinita, ma anche per le ore di guida.

Sperava solo che il giorno dopo sua madre non venisse a svegliarlo troppo presto. Si rendeva conto che era un desiderio meschino. No, proprio da infame ingrato.

E poi l’immagine di Gioia gli invase la mente.

Quel bacio!

Ecco, se lei avesse chiamato ora, avrebbe rinunciato anche a dormire per sempre.

Zona Darsena, Ravenna.

24 luglio 1993 ore 9,38

Tu-tu-tu-tu-tu.

Occupato. Se il telefono era occupato era un buon segno no? Gioia si alzò in piedi, prese la borsa da palestra, la svuotò di quello che c’era e prese a buttarci dentro biancheria, magliette, bermuda, anche l’unico vestito elegante che possedeva e che si era concessa per la laurea anche se capi di classe come quello non poteva permetterseli.

Compose il numero della stazione e chiese gli orari dei treni per Milano.

Sempre con il cordless in mano riuscì a raccogliere dal bagno spazzolino da denti, profumo, crema, spazzola. Che altro? Un libro, da leggere durante il viaggio. Forse.

Se riusciva a partire entro trentasette minuti poteva essere a Milano a metà pomeriggio e quindi avrebbe potuto fermarsi ventiquattro ore. A parte lo spazzolino, niente di quello che aveva buttato in borsa le sarebbe servito, o quantomeno lo sperava.

Ricompose il numero di Giordano.

 

 

Il suono del telefono lo strappò a un sogno meraviglioso che comprendeva una stupenda donna dai capelli neri, lunghi fino alla base della schiena, nuda che lo cavalcava.

«Torrani» rispose con un raschio.

«D*. Ti ho svegliato?»

«Sì» rispose mettendosi seduto.

«Forse abbiamo qualcosa. Dovresti venire in Procura.»

«Oggi?»

«Adesso. È importante.»

«D’accordo. Mangio qualcosa e arrivo.»

Giordano andò in cucina, accese la macchina del caffè poi si ficcò sotto la doccia. Indossò dei jeans puliti e una camicia azzurra, agognando ancora il sonno e soprattutto il sogno. Non aveva distinto bene i lineamenti, ma era quasi sicuro che fosse Gioia pensò mentre il caffè fluiva gocciolando.

Il telefono. Ancora. Rispose infilando il cellulare tra la spalla e l’orecchio per prendere la tazzina.

«Giò.»

Quell’unica sillaba ebbe il potere di paralizzarlo.

«Giò» rispose raddrizzandosi dimentico del caffè.

«Avevi ragione, non mi hanno buttata fuori.»

«Bene.»

«Ma non so ancora cosa mi faranno fare.»

«Hai promesso» rispose sedendosi su una sedia. Aveva sperato in una sua chiamata, ma non così presto.

«Sì. Ecco, a proposito di questo. Invece di starmene qui ad aspettare, io pensavo di…»

«Non posso» disse bloccandola subito.

«Non… puoi?» domandò incerta. Ecco, ci mancava che non gli credesse. Cazzo, cazzo, cazzo!

«Credimi Giò, lo vorrei tanto» era determinato a dirle la verità anche se in teoria non avrebbe dovuto, ma non voleva che si facesse strane idee o ci ricamasse sopra. «Devo indagare su un caso. Non chiedermi altro, non posso proprio parlarne e soprattutto non per telefono.»

Suonò come una scusa patetica alle sue stesse orecchie: era così abituato a rendere credibili le menzogne che in bocca a lui la verità suonava strana?

«Ok. E quando…?»

«Non lo so. Non lo so» ripeté sconfortato.

«Ok. Mi chiami tu?»

Un’idea luminosa gli si affacciò alla mente. «Hai una segreteria?»

«L’avrò da oggi pomeriggio.»

Giordano sorrise. Lei era davvero una donna fantastica. «Ok. Allora se quando posso chiamarti non ti trovo, ti lascio un messaggio» rispose suadente.

«Hai anche tu un numero fisso con segreteria?»

Questa volta rise immaginando la stessa espressione maliziosa di quando gli aveva chiesto se lui fosse in grado di tenerle testa. «Ho un cellulare proprio per essere indipendente dal numero di mia madre» aggiunse incupendosi.

«Quindi sarà una comunicazione unilaterale.»

«Per un po’, sì. Non sai quanto mi dispiace» disse passandosi una mano nei capelli.

«Credo di averne un’idea. Più o meno.»

«Fidati. Molto di più. Devo andare ora.»

«Ok. Ciao.»

«Ciao.»

Chiuse la comunicazione sentendosi frustrato: era la prima volta da quando aveva scelto quel lavoro. Quando si era proposto per il ruolo era ben consapevole dei sacrifici necessari per svolgerlo al meglio, ma allora non aveva relazioni sentimentali e non aveva intenzione di intavolarne dato che nessuna delle storie che aveva avuto durante gli anni dell’università era stata memorabile o aveva mai superato la fase della condivisione superficiale di sesso e divertimento.

Nessuna era Gioia De Rossi. La parte razionale del cervello che riusciva a non pensare a lei ogni singolo istante, gli diceva che nella sua vita non c’era posto per una donna, ma l’altra parte, quella che lo definiva come Giordano Torrani, non era disposta a rinunciare.

 

 

Da qualche parte, Milano.

25 luglio 1993 Ore 03,45

 

Rispose al terzo squillo. «Giò…»

La immaginò con la faccia assonnata affondata nel cuscino e quel suo adorabile fondoschiena all’aria.

«Stavi sognando di me?»

Non distinse bene il suono soffocato, forse si trattava di un no. «Ma che ore sono?»

Giordano ridacchiò. «È presto.»

«Ti odio. Sei tornato a casa solo adesso?»

«Sono ancora in auto. Appena arrivo e vedo il materasso mi ci butto a peso morto.»

«Non puoi dirmi cosa ti ha fatto lavorare diciotto ore filate, vero?»

«No. E domani me ne spettano altrettante.»

«Quindi è inutile che ti chiami.»

«Ti chiamo io, quando posso. Hai una segreteria ora?»

«Certo. Ho valutato anche l’acquisto di un cellulare, ma non sono così ricca.»

«Sì, è un oggetto costoso.»

«Fammi capire: abiti in una villa d’epoca, indossi orologi di marca, hai un cellulare… che macchina hai?»

Giordano sorrise sentendosi leggero, dopo tante ore passate a vagliare foto segnaletiche per confrontarle con l’identikit degli uomini che avevano preso Reni.

«Un’Alfa 75.»

«Sei ricco.»

«Di fantasia. Ti immagino stesa a pancia in su. E indossi una maglietta bianca, come le mutandine.»

«Se ti dicessi che invece dormo nuda?»

«Non ci crederei» rispose attivando l’apertura automatica del cancello di casa.

«Perché?»

«Perché vuoi avere il controllo, sempre, e vuoi decidere tu cosa mostrare, a chi e perché.»

Il silenzio si prolungò e Giordano temette di aver parlato troppo a ruota libera, ma voleva un dialogo con Gioia che fosse autentico anche sugli argomenti più spinosi, e il passato di Gioia De Rossi era uno di questi.

Parcheggiò e scese dall’auto.

«Credi di aver capito tutto, vero?»

Giordano non poté fare a meno di visualizzarla nel letto, seduta, le lunghe gambe nude, la pelle cremosa, i folti capelli neri scompigliati e gli occhi sgranati per la stizza.

«Quasi tutto» rispose aprendo il portoncino della dépendance ed entrando. Gettò le chiavi sul tavolo e si lasciò cadere sul divano per togliere le scarpe.

«Be’ è facile, quando hai indagato su una persona, no? Ma anche io ho capito qualcosa di te, e non perché qualcuno me l’ha servito su un piatto d’argento.»

«Sentiamo. Cosa hai capito?» chiese tenendo il cellulare con la spalla e slacciando cintura e i bottoni dei jeans.

«Che siamo simili.»

«Simili, sì, ma non uguali: io dormo a torso nudo.»

«In slip bianchi?»

Sorrise. «Boxer neri.»

«Stai trasformando questa conversazione in una linea erotica?»

«Non ho mai avuto intenzioni diverse.»

La sentì ridere e la mano di Giordano corse all’inguine quasi fosse un riflesso automatico. Avrebbe voluto averla lì di fronte, in casa sua, nuda, adesso.

«Ti farai una sega mentre parliamo al telefono?»

«Veramente, ho già cominciato.»

 

Villa Torrani, Milano.

25 luglio 1993 Ore 12,05

 

“Ciao bello. Dato che fa un caldo infernale, ho deciso di andare al mare… indovina cosa indosso? Bikini, Intero stile Miss Italia o topless?”

Il segnale acustico risuonò mentre Giordano stava ancora ridendo. «Ti prego, voglio una tua foto in topless!»

 

 

Zona darsena, Ravenna.

25 luglio 1993 Ore 19,35

 

Ascoltò il messaggio in segreteria e provò a richiamarlo. C’era il segnale, ma dopo un paio di squilli la comunicazione venne interrotta.

Trafficò per registrare un nuovo messaggio.

«Vado a farmi una doccia e a cospargermi di doposole. In topless mi vedrai solo dopo che avrai mantenuto le tue promesse. Il prossimo week-end magari?»

Gioia si piantò sotto la doccia godendosi la sensazione dell’acqua che la puliva dalla sabbia e dalla salsedine. Aveva trascorso la giornata a Pinnarella di Cervia con il suo ex insegnate di religione che gestiva una Colonia per disabili con problemi sia mentali che fisici.

Aveva assistito le ragazze mettendo loro la crema solare prima di accompagnarle in spiaggia; a pranzo aveva aiutato a imboccare le persone con più difficoltà, nel pomeriggio aveva giocato in pineta con i bambini refrattari al pisolino e infine avevano fatto tutti il bagno al mare. Era stata una giornata semplice ma molto intensa, specie quando le ragazze si erano inventate un gioco che avevano chiamato Gara di abbracci, e le aveva impedito di pensare a cosa sarebbe successo il giorno dopo al lavoro.

Don Luigi, con la sua solita discrezione, aveva cercato di capire se avesse bisogno di parlare, da molti anni era una specie di rifugio ogni volta che le cose andavano male, ma gli aveva sorriso rassicurandolo che andava tutto bene. Non era proprio vero, ma quell’embrione di relazione con Giordano rappresentava qualcosa di importante e non aveva voglia di condividerlo e discuterne con altri.

Appena fu in camera vide la luce sulla segreteria. Premette il pulsante per ascoltare. “Chiamami.”

Si affrettò a eseguire mentre il cuore accelerava i battiti.

 

 

Direzione Investigativa Antimafia, Milano.

25 luglio 1993 Ore 20,47

 

Rispose al primo squillo, allontanandosi dall’open-space da dove supervisionava le intercettazioni dei Sulace.

«Giò.»

«Giò. Ti sei divertita al mare?»

«Sì. Tantissimo, c’era la fila continua per mantenermi cosparsa di olio abbronzante.»

Giordano colse la nota divertita nella sua voce. Voleva ingelosirlo? Con lui non funzionavano certi giochetti, ma lei lo sapeva già questo. «Quindi?»

«Quindi, Ispettore Capo, dove deduce che fossi?»

«Non ho abbastanza elementi» rispose cupo, trovando un angolo cieco in cui non essere udito. Si volse verso il muro, ma senza perdere di vista il corridoio, casomai qualcuno fosse uscito dalla sala per chiamarlo.

«Se dico Pinnarella di Cervia?»

«A parte la posizione geografica non mi dice niente.»

«Il nome di Don Luigi Casadio, invece?»

Giordano sospirò appoggiando la fronte al muro dipinto di vernice lavabile grigia. Quel nome lo conosceva, era citato come accompagnatore nel verbale della denuncia per molestie sessuali che la diciassettenne Gioia De Rossi aveva sporto contro uno degli organizzatori di un concorso di bellezza a cui aveva partecipato.

«Perché non c’era tua madre, con te?» Non aveva intenzione di scusarsi per aver rovistato nella sua vita, in quel momento era la mossa giusta da fare e lui l’aveva fatta, però era deciso a penetrare nella corazza di Gioia.

«Lei non voleva che sporgessi denuncia, e allora mi sono fatta accompagnare dall’unico adulto di cui mi fidavo in quel periodo: il mio insegnante di religione.»

Già, anche allora aveva lo stesso carattere indomito che Giordano aveva apprezzato sin dal primo incontro. Era difficile conciliare il comportamento della madre di Gioia con quello che, ne era certo, avrebbe tenuto Lucrezia Torrani, sua madre, in una situazione del genere.

«Sai anche il resto della storia?»

«Sì. E non ti chiederò scusa, eri sparita e dovevo vagliare tutte le possibilità.»

«Bene. Nemmeno io ti chiederò scusa quando scoprirò tutti i tuoi segreti.»

Giordano scosse la testa divertito. «Buona fortuna allora, è tutto materiale secretato.»

«Ti giuro, Ispettore Capo, che un giorno sarò in una posizione in cui non potrai sottrarti alle mie domande.»

«Sembra una proposta sconcia.»

«Lo è. Sono nuda nel letto.»

«Non starai…?»

«Ma certo che sì!»

 

Villa Torrani, Milano.

26 luglio 1993 Ore 8,37

 

“Ieri notte è stato fantastico immaginare di te.”

Era la settima volta che chiamava per sentire la voce suadente di Gioia. Ce l’aveva duro come un palo anche se aveva già tentato di porre rimedio sotto la doccia.

Un angolo razionale del suo cervello gli diceva che si stava comportando in modo illogico e pericoloso, ma la parte istintiva si afferrava, chiudeva gli occhi e mischiava la sensazione della lingua di Gioia attorcigliata alla sua con quello che aveva visto mentre sbatteva a terra Minetti: tutta la coscia fino all’inguine fasciato in un ridicolo tanga di pizzo.

Il fatto che fosse riuscito a tenere a bada quell’immagine di lei fintanto che erano in ballo con l’Operazione Prestanome, la diceva lunga sul suo autocontrollo, ma ora che la tensione era calata, e soprattutto ora che sapeva com’era averla tra le braccia, era un casino.

Si lasciò invadere di nuovo delle immagini di lei, il profilo dei seni, il capezzolo che premeva contro la seta del vestito, la consistenza del corpo tra le sue mani. La immaginò in ginocchio davanti a lui, e poi stesa con le cosce aperte in un invito, e ancora sopra di lui che godeva urlando di piacere e finalmente Giordano esplose, ancora, nella mano solitaria. Il telefono suonò mentre ancora si stava godendo la sensazione dell’orgasmo.

«Torrani.»

«Capo, deve venire subito.»

«Che succede?»

«Il contatto è finito in una retata del ROAD, ora è a San Vittore.»

No! No! No!

 

 

Zona darsena, Ravenna.

26 luglio 1993 Ore 20,47

 

Gioia si congratulò con se stessa per essere riuscita a dominare la voglia di ascoltare il messaggio di Giordano fino a quel momento.

Dopo la giornata più professionalmente insultante di tutta la sua vita, aveva sentito la necessità di riaffermare la propria volontà mettendo se stessa al centro e questo non contemplava il morire dietro a un uomo che stava a trecento chilometri di distanza ed era invischiato fino al collo nella merda che le era finita addosso da quando le avevano affidato l’incarico di agganciare Guido Reni.

Tornata a casa dal lavoro, che ora consisteva nell’indagare se i richiedenti il passaporto o il permesso di soggiorno fossero meritevoli di ottenerlo, si era cambiata, salita in auto, ed era andata a correre in pineta e in spiaggia. Aveva percorso tutto il litorale tra Punta Marina e Lido Adriano, ad una velocità di dieci km orari restando sempre nella soglia dei 160 battiti cardiaci al minuto, poi aveva fatto una sessione di stretching nel parco e infine aveva mangiato un crescione al pomodoro e un gelato yogurt e cioccolato. Nonostante le prudessero le mani per premere il tasto di ascolto, aveva prima fatto la doccia, messo la crema idratante, asciugato i capelli e ora era lì.

Fissava il led luminoso ed era nervosa.

Schiacciò il pulsante.

“Giò. Non so come dirtelo, non dovrei nemmeno, ma penso tu abbia il diritto di sapere. Reni ci è sfuggito, sulla carta continueranno a cercarlo, ma l’indagine è in un vicolo cieco e mi hanno sollevato definitivamente. Questa sarebbe una buona cosa ma…”

Gioia mise in pausa. Si alzò in piedi. Fece profondi respiri: se c’era una parola che odiava era ma.

Tutta la sua vita era costellata di ma che presagivano una quantità aggiuntiva di merda a quella che già c’era e provenivano tutti da sua madre.

So che ti piace, ma non possiamo permettercelo.

So che non è il massimo, ma devi fartelo andare bene.

So che non ti piace, ma non puoi sprecare la bellezza.

So che non è granché, ma pensa a quello che otterrai.

So che ora ti dispiace, ma sei troppo bella per lui.

Hai fatto di testa tua, ma ora scordati che esisto.

Riavviò l’ascolto per capire l’impatto di quel nuovo ma.

“…Il contatto a cui sono stato dietro nell’ultimo anno è finito in carcere. Non posso perderlo e quindi dovrò riprendere la copertura per mantenere l’aggancio.”

Silenzio. Un lungo silenzio che permise anche a lei di valutare la nuova situazione. Se Giordano doveva ripescare il contatto finito in carcere, significava che anche lui ci sarebbe andato diventando irraggiungibile.

“Quando chiamerai la prossima volta il telefono sarà spento, e io non dovrò chiamarti. Non devo farlo perché la mia identità è quella di un lupo solitario senza legami e senza Dio, sarebbe strano se iniziassi a chiamare una donna adesso, e sarebbe pericoloso. Folle. Assurdo. Contro le regole e ogni logica.”

«Stai cercando di convincere me o te stesso?» sussurrò nel silenzio che si prolungava. «Che fine fa la promessa che mi hai fatto?» urlò arrabbiata. Non era giusto.

“Non so se ci rivedremo, ma tu non mollare. Mai. C’è bisogno di te. Questa istituzione, la Polizia, la Giustizia, ha bisogno di te. Io… non ti dimenticherò mai.”

 





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