Villa Torrani, Milano
Due mesi dopo, più o meno
Gioia restò basita a guardare il tripudio di tailleur di ogni foggia e colore che occupavano la cabina armadio. Tutti i suoi vecchi abiti erano ripiegati in ordine in una scaffalatura nuova di zecca.
Questa volta ha esagerato, pensò. Quella donna era davvero invadente!
Compose il numero di Lucrezia, non aspettò nemmeno che dicesse il consueto “Torrani” prima di aggredirla:
«Cosa hai fatto?»
«Ti ho portato un po’ di abiti decenti.»
«Ti avevo detto che me ne sarei comprata di miei.»
«Gioia, che problemi hai? Io non li porto più, abbiamo già avuto questa discussione, no?»
Sì, avevano già avuto quella discussione la prima mattina, quando Lucrezia l’aveva aspettata alle sei e mezza davanti alla porta di casa con un tailleur nero originale Chanel. Un capo vintage di estrema classe e che probabilmente già tre decenni prima era costato quanto il suo intero guardaroba da quando aveva iniziato a vestirsi da sola. Non osava immaginare quanto costassero gli altri dieci che le aveva appena portato.
«Non posso accettarli.»
«Che sciocchezze. Vuoi che li porti alla Caritas?»
Certo che no!
Quella donna era davvero diabolica, aveva capito subito il suo punto debole: adorava i bei vestiti, era per quella sua passione che aveva sempre assecondato sua madre nel progetto di farla diventare una famosa modella. Non era un periodo che amasse ricordare e l’aveva relegato nei recessi dalla memoria, fino a quando Lucrezia l’aveva convinta che il modo migliore di iniziare il nuovo incarico era quello di presentarsi come una donna di classe: bellissima e intelligentissima, uno standard talmente alto che chiunque ci avrebbe pensato due volte prima di tentare di denigrarla. Lucrezia aveva avuto ragione e purtroppo Gioia aveva commesso l’errore di dirglielo.
Era troppo esaltata dall’essere stata trattata, per la prima volta nella sua carriera professionale, con il rispetto che si meritava ed era convinta che la differenza la facesse proprio il fatto che uno, non si vergognava più di essere smaccatamente bella e due, indossava degli abiti strepitosi in cui stava comoda ma soprattutto la facevano sentire sicura di sé.
Il problema era che abiti come quelli costavano due o tre stipendi e lei non aveva così tanti soldi sul suo conto.
«Tesoro, scusa, ma ora ho da fare. Se vuoi passo più tardi e ne parliamo meglio.»
Gioia sospirò, sentendosi improvvisamente esausta.
Era stata una giornata durissima, anche se aveva smesso presto: si sentiva spossata e temeva di covare un’influenza o qualcosa del genere dovuta allo sbalzo di temperatura a causa di una perturbazione dal nord che, secondo i meteorologi, avrebbe messo fine all’estate con un mese di anticipo.
Indossò il pigiama pulito che stava cercando prima di vedere gli abiti. Tornò in cucina con l’intenzione di mangiare qualcosa anche se ultimamente le faceva tutto schifo a parte il vitello tonnato e tutto quello che conteneva della maionese.
Giusto, doveva ricordarsi di scrivere la maionese nella lista della spesa.
A volte si sentiva in colpa per essersi adattata a quella consuetudine borghese di lasciare che altri facessero cose che sarebbero spettate a lei tipo fare la spesa, pulire, lavare e stirare: cazzo, invece era bellissimo tornare a casa e trovare tutto a posto, poteva fiondarsi sul divano e permettersi di oziare, chiudere gli occhi un attimo e…
«Gioia!»
Si riscosse all’improvviso e guardò vacua Lucrezia in piedi di fronte a lei che la osservava corrugata.
«Ciao» la salutò ancora intontita. «Non hai detto che avevi da fare?»
«Ho già finito. Hai mangiato?»
«No. Che ore sono?» guardò l’orologio due volte. «Ho dormito quattro ore?» chiese incredula.
«Non hai mangiato.»
Il pensiero del cibo la disgustava, si trattenne dato che Lucrezia continuava a guardarla come se la stesse accusando di qualcosa.
«Non è la prima volta che stai così.»
Gioia si arrese, Lucrezia era anche peggio del figlio con gli interrogatori. «D’accordo è circa una settimana che non mi sento in forma. Il nuovo lavoro è molto stressante, ci sono un sacco di casi aperti e non vogliono darmi le risorse che mi servono.»
Si alzò, ma probabilmente lo fece troppo in fretta perché le venne un capogiro. Lucrezia la sostenne e l’aiutò a versarsi un po’ di succo di frutta: doveva ristabilire la glicemia dato che aveva sgranocchiato solo qualche cracker a pranzo.
«Ti ho portato una cosa, e spero che non mi giudicherai invadente.»
Gioia si mise a ridere, ma Lucrezia non colse l’ironia. «Hai appena riempito il mio armadio perché hai deciso che devo portare i tuoi abiti smessi e sei entrata con la tua copia di chiavi… scusa, ma tu sei invadente.»
«D’accordo. Sono invadente, ma voglio che tu sappia che rispetterò sempre la tua volontà, anche se dovesse straziarmi l’anima.»
«Cos’hai stasera? Cosa ti prende?» Tra lei e la madre di Giordano si era instaurato una sorta di amicizia basata sul battibecco e sulla più assoluta sincerità anche su temi scottanti e delicati. Lucrezia non aveva ancora preso una decisione circa la sua relazione con Ruggeri e si era confidata con lei, d’altra parte Gioia, che non aveva amicizie né a Milano né altrove, si era aperta sul suo passato e le piaceva confrontarsi con quella donna che sentiva molto più affine di quanto lo fosse mai stata la sua vera madre.
Quella sera però Lucrezia era seria e davvero preoccupata. «Sai qualcosa di Giordano?» chiese sentendo la pressione precipitare. Si affrettò a bere un altro po’ di succo.
«No» disse porgendole un sacchetto bianco. «Apri questo.»
Gioia frugò nel sacchetto e ne estrasse una scatolina lunga e colorata. La guardò due volte cercando di decifrare cosa c’era scritto. O meglio, cosa c’era scritto le era chiarissimo, quello che doveva afferrare era come si collegava un test di gravidanza con la sua vita.
Guardò Lucrezia orripilata. Era possibile?
«È possibile?»
«Prendo la pillola», ma mentre lo diceva ricordò che due mesi prima, nei tre giorni in cui erano stati insieme, non l’aveva presa. Erano le ultime tre della scatolina, quando erano partiti per la montagna non ci aveva pensato e solo dopo che lui se n’era andato, mentre stava sistemando le sue cose, se n’era ricordata però poi il flusso era arrivato e non aveva più dato importanza alla cosa.
«Non posso avere un figlio adesso!»
«Sono l’ultima persona a cui puoi dire una cosa del genere. Sono rimasta incinta a diciotto anni nel 1962 mentre mi battevo per qualche diritto femminista, credo fosse per l’accesso alla carriera di Magistrato.»
«Lucrezia…»
«Intanto fai il test.»
Ma Gioia non aveva bisogno di farlo. Ora che le era sceso il velo dagli occhi sapeva con estrema e assoluta certezza che non poteva avere un figlio.
Sarebbe stata una pessima madre, non le piacevano nemmeno i bambini.
Voleva far carriera e se avesse comunicato che era incinta l’ avrebbero sbattuta chissà dove a portare avanti la gravidanza e non solo, probabilmente non le avrebbero più dato incarichi di responsabilità.
Inoltre, allo stato attuale, la creatura che si stava formando nel suo ventre non aveva un padre e forse… Oddio! Corse in bagno a vomitare il succo di frutta che aveva appena bevuto.
«Anche a me il succo di frutta faceva questo effetto.»
Le disse Lucrezia, qualche minuto dopo, mentre le tirava indietro i capelli per non farli cadere dentro il water.
«Perché me l’hai dato allora?» ribatté Gioia prima di abbandonarsi all’ennesimo conato.
«Per dimostrarti che ci sarò sempre, per qualunque cosa tu abbia bisogno, ovunque dovrai andare per continuare la tua carriera: mio o mia nipote potrà sempre contare su di me, se deciderai di portare avanti la gravidanza.»
Gioia si alzò scuotendo la testa in modo forsennato.
Fece un passo indietro, ma perse l’equilibrio.
Lucrezia cercò di aiutarla, ma lei si ritrasse.
«Io non avrò questo bambino. Non posso.»
Lucrezia incassò il colpo. «Bene. Non vuoi nemmeno pensarci?»
«Sono sicura. Sarei una pessima madre.»
Lucrezia sorrise triste scuotendo la testa. «Non puoi saperlo. Comunque» riprese decisa, «mi sono battuta per l’autodeterminazione della donna in questi casi e non sono un’ipocrita: puoi contare su di me lo stesso, anche se quel giorno piangerò tutte le mie lacrime. Promettimi che non farai tutto da sola.»
Gioia ingaggiò una crudele battaglia con se stessa per non piangere, ma la perse miseramente, ritrovandosi nelle braccia di Lucrezia a singhiozzare come una bambina.
Lucrezia non fu da meno.
«Casanova! Sei qui. Ti ho trovato finalmente!»
«Che c’è picciotto?»
«Santa ti vuole: torniamo a Milano.»
Giovanni Prezioso, detto Casanova annuì. Lanciò un ultimo sguardo sulla caletta dominata dalla villa dove negli ultimi mesi aveva fatto da guardia del corpo a Gennaro Sulace e si diresse nell’ufficio da dove operava la Santa.
Torno a casa, pensò, la rete può essere tirata.
Ci aveva messo tutto se stesso, si era preso dei rischi assurdi mettendo a dura prova la copertura più volte, ma ora era pronto: nessuno degli squali che facevano parte della ‘Ndrina Sulace sarebbe sfuggito alla sua trappola: sarebbero tutti finiti in prigione oppure morti, e dopo sarebbe stato libero, finalmente.
«Ti prego di notare l’impaginazione. Roba da farsi una sega.»
Gioia non sollevò gli occhi dal documento che stava leggendo. «Mattia taci altrimenti lo brucio.»
«Non lo faresti mai! Che cazzo! Hai contato le notti insonni che mi hai costretto a fare per produrlo?»
«Sessantaquattro.»
«Davvero? Hai contato anche le domeniche? Quelle valgono doppio.»
Gioia chiuse la cartelletta soddisfatta. «È buono.»
«Solo buono? Ho scritto tutto quello che mi hai detto e ho aggiunto anche alcuni dati riguardanti l’archiviazione informatica per rafforzare la tua idea.»
«Ho notato. Vuoi esserci quando ne parlerò al Questore?»
«Neanche morto» esclamò inorridito. «Quello mi odia.»
Gioia rise per la prima volta nella giornata, quel ragazzo era impossibile, da quando era arrivato era il mattatore dell’ufficio, ma era anche uno dei tecnici informatici più brillanti con cui avesse mai lavorato, a partire dal fatto che le aveva insegnato molto di quello che Gioia sapeva in materia di informatica applicativa. Per la sua squadra poi era una risorsa preziosa anche per la disponibilità: il rapporto che le aveva appena consegnato era il frutto di mesi di lavoro fuori orario per presentare al Questore dei progetti di miglioramento dell’infrastruttura informatica non solo della sezione Postale, ma di tutta la Questura. Gioia soffriva di insonnia e anche Mattia, così chattavano su un canale privato facendo brainstorming su come svecchiare l’infrastruttura e soprattutto come proporre i miglioramenti al Questore, ma anche al Ministero.
L’arrivo di Mattia nella sua squadra era stata una delle sue più grandi soddisfazioni dopo che con il suo aiuto era riuscita a inchiodare i responsabili di una maxitruffa che aveva spillato soldi ad almeno tremila persone con delle cartelle esattoriali fasulle.
Pur con le esigue risorse che aveva, in quei pochi mesi, i successi messi a segno da Gioia e dalla sua squadra l’avevano portata al cospetto del Questore varie volte, era anche stata intervistata da un quotidiano a tiratura nazionale, inoltre era stata invitata a tenere una lezione del corso Vice Ispettori proprio in relazione alle nuove tecniche di indagine che Gioia aveva inaugurato a Milano grazie all’esperienza avuta nell’Europol.
«Non ti odia affatto.»
«Be’ in ogni caso preferisco lavorare nelle retrovie e ti lascio volentieri tutti i meriti.»
«Siamo una squadra Mattia, se vinco io, vinci tu.»
Suonò il cellulare.
«È Ruggeri» disse prima di rispondere. Mattia le fece “Ciao” con la mano e uscì. «Ignazio» rispose tesa, «cosa mi dici?»
«È partita. Si sono mossi.»
«Davvero?»
«Sì, ma potrebbe anche essere una cosa lunga. Le manette scatteranno dopo lo scambio, ma spesso prima c’è un gioco snervante di attese anche se i croati non sono molto pazienti. Ad ogni modo una nostra squadra sorveglia il fornitore croato e due dei Carabinieri seguono Giordano e i Sulace. Sono arrivati a Milano qualche notte fa.»
«Andrà tutto bene, vero?»
«Giordano è bravo e sa badare a se stesso, ha già partecipato a decine di queste operazioni, solo che questa volta i pesci nella rete saranno più grossi.» Gioia aveva una brutta sensazione, stava per dirlo, ma Ignazio cambiò discorso. «Non so se dirlo a Lucrezia.»
«Se non glielo dici invece di sposarti ti ammazza» scherzò Gioia per stemperare la tensione.
«Almeno prenderebbe una decisione definitiva» ribatté lui.
Gioia rise. Apprezzava l’autoironia del capo di Giordano. In quei mesi la relazione con Lucrezia era proseguita e spesso loro tre avevano cenato o pranzato insieme entrando sempre più in confidenza. Nelle ultime settimane il rapporto di amicizia si era intensificato anche dal punto di vista professionale dato che la squadra di Gioia aveva scovato online alcuni filmati pornografici chiaramente girati in Italia e fatti risalire a Enzino Sulace che, a differenza dello zio, voleva espandere gli interessi criminosi della ‘Ndrina ben oltre i classici capisaldi di droga e prostituzione, ma se tutto andava secondo i piani, da quel giorno, l’unico business dei Sulace sarebbe stato quello di contare i giorni da trascorrere il galera.
Dopo aver chiuso con Ruggeri chiamò Lucrezia, ma non le rispose. Gioia prese la cosa come un segno del destino: dopotutto era meglio non agitarla, le avrebbe detto tutto quando fosse finita.
Si immerse nel lavoro per non pensare a quello che stava succedendo a pochi chilometri da lì.
All’ora di pranzo la chiamò Lucrezia per metterla al corrente di alcuni dettagli riguardanti la ristrutturazione della villa e della dépendance… a Gioia non fregava nulla di tutte quelle cose, ma capiva che per Lucrezia erano importanti, era il suo modo di distrarsi dal fatto che Giordano era in pericolo di vita. Quando la tediava con tutti i particolari assurdi su piastrelle e vernici, Gioia inseriva una specie di pilota automatico che l’assecondava con “Va bene” oppure “Mi sembra una bella idea” e solo se diventava troppo insistente o invadente metteva uno stop deciso.
La verità era che, da quando Lucrezia l’aveva sostenuta nella decisione pesantissima presa riguardo la gravidanza, Gioia le si era affezionata come se fosse la madre che aveva sempre desiderato avere: le voleva un mondo di bene anche se spesso era pedante e insopportabile, specie quando si fissava su qualche dettaglio di cui non era convinta.
«Mi tenete nascosto qualcosa, vero?»
«Come?»
«Ignazio non mi risponde e a te ho appena detto che ho mandato una squadra di operai alla casa di montagna e tu hai risposto con va bene.»
Cosa? «No, tu non mandi nessuno in quella casa!»
«Che succede?»
Gioia sbuffò, ma il presentimento che aveva era solo aumentato in quelle ore e aveva bisogno di buttare fuori qualcosa per ragionare lucidamente. «Entro le prossime ore dovrebbe finire tutto, la retata è partita.»
«Ma?»
«Ma io ho un brutto presentimento.»
«Vengo lì!»
«No. Lucrezia… no! Senti, vediamoci per pranzare al solito posto. Ok?»
«Va bene, ma tu mi racconti tutto!»
Accettò anche se non aveva fame. Avvisò i suoi di cercarla al cellulare in caso di necessità: dopo il pranzo aveva tutta l’intenzione di andare alla D.I.A. a seguire l’evolversi della situazione.
La telefonata arrivò mentre Lucrezia stava cercando di convincerla a prendere il dolce.
«È Ignazio» mormorò tesa. Lucrezia chiuse di scatto il menù. Mise il vivavoce.
«Ehi Gioia! È ufficiale: i Sulace sono in manette e con loro tutti i componenti della ‘Ndrina anche se i croati sono scappati. Ci sono stati dei feriti, ma Giordano non è tra loro.» Gioia tirò un sospiro di sollievo.
«Dio, grazie» esclamò Lucrezia facendosi il segno della croce.
«Ci sono solo un po’ di formalità da espletare» continuò Ruggeri. «Sono riuscito a ottenere che venga mantenuta la copertura quindi al momento risulta in stato di arresto, ma è questione di qualche ora: entro sera uscirà.»
«O-ok» più di quel monosillabo non riusciva a spiccicare.
«Dove si trova?» chiese Lucrezia.
«Ormai sarà già in Procura insieme agli altri arrestati, mi spiace non avervi avvisato prima ma sono stato in una riunione fino ad ora. Comunque non potete vederlo fino a quando non lo rilasciano. Sto andando lì.»
«Veniamo anche noi» affermò Lucrezia.
«Gioia?» Invocò Ignazio.
«Ci penso io, chiamami quando arrivi» replicò guadagnandosi un’occhiataccia dalla madre di Giordano. Chiuse la comunicazione e si diresse alla cassa per pagare.
«Non ho capito questa cosa della copertura… non aveva deciso che ne sarebbe uscito?» chiese Lucrezia aggrottata.
«Sì, ma mantenere la copertura significa che non dovrà testimoniare in aula. Fidati, è meglio.»
«Se lo dici tu.»
«Lucrezia, ci salutiamo qui: tu non puoi venire» disse quando furono fuori dalla tavola calda.
«Non mi terrai lontana da mio figlio. Se non posso entrare mi siederò sui gradini, ma ci pensi? Stasera sarà a casa! Per domani gli faccio il vitello tonnato!»
Gioia avrebbe voluto condividere l’euforia di Lucrezia, ma non ci riusciva. Paradossalmente ora che aveva saputo che era andato tutto bene il senso di malessere era aumentato. Valutò se prendere il tram oppure la metro, decise per la metro.
Visualizzò Giordano in manette che aspettava di essere rilasciato e l’urgenza di raggiungere la Procura il prima possibile si fece più prepotente, non sapeva da cosa dipendeva la smania di cui era preda, ma una cosa era certa: assecondare il suo istinto era prioritario.
«Insomma Gioia, che ti prende? Non riesco a starti dietro!» si lamentò Lucrezia quando ormai il Palazzo di Giustizia era in vista.
«Non dovevi mettere i tacchi» rispose dura senza rallentare.
Lucrezia la prese per un braccio stoppandola bruscamente. «Senti. Lo so cosa ti rode…»
Gioia sciolse la presa di Lucrezia in modo quasi violento. «No, che non lo sai. Non è per quello che pensi!»
«Per cosa allora?»
«Non lo so. Sento che devo arrivare il prima possibile.»
«Allora muoviamoci» ribatté Lucrezia precedendola.
Avrebbe voluto dirle che le dispiaceva di essere stata sgarbata, Lucrezia riusciva sempre a sorprenderla e anche a commuoverla: potevano discutere con toni pesanti per ogni sciocchezza, ma per le cose importanti la madre di Giordano si schierava sempre dalla sua parte senza bisogno di grandi spiegazioni.
Appena varcata la soglia del Palazzo di Giustizia, Gioia dovette fermarsi un attimo per riprendere fiato.
«Ti senti bene?» si informò Lucrezia.
«Guarda guarda chi c’è.»
Quella voce!
Gioia ruotò a sinistra di novanta gradi per incontrare il sorrisetto beffardo di Minetti e all’improvviso la sensazione che non era riuscita a identificare fu chiara: pericolo.
Si erse in tutta la sua altezza e fece appello all’alterigia che il tailleur giacca e pantaloni firmato Armani poteva conferirle: l’uomo la stava squadrando con il solito sguardo viscido, non aveva mai addosso abbastanza strati di vestiti per non sentirsi violata ogni volta che la guardava.
«Stai facendo un giro turistico?» lo provocò omettendo qualsiasi titolo di cortesia.
Infine la guardò negli occhi, ma il suo ghigno le diede i brividi. «Sono qui per interrogare un indagato. Uno stupratore di minorenni. Uno a cui piacciono le puttane in modo particolare.»
Gioia avvertì tutto il sangue precipitare nei piedi. Le mancò l’ossigeno e tutto iniziò a girare, ma non voleva crollare davanti a lui. Mai davanti a lui. Lo fece solo dopo che Minetti le ebbe girato le spalle per avviarsi agli ascensori, se le aveva detto qualcosa non lo sapeva con esattezza perché le orecchie le fischiavano e le ginocchia le stavano per cedere: se lei era la puttana, c’era solo una persona che poteva essere lo stupratore di minorenni.
C’era qualcosa che Giordano non le aveva detto?
«Gioia che succede» strillò Lucrezia. Sentì che la afferrava per un gomito per evitare di farla crollare a terra. Come al rallentatore vide Minetti girarsi per ammiccarle un’occhiata soddisfatta mentre aspettava l’ascensore.
Voleva che dubitasse di Giordano… Mai!
Probabilmente il suo era tutto un bluff, però era lì, qualcosa in mano l’aveva e qualcosa c’era, Gioia lo sapeva bene, niente che avrebbe retto davanti al GIP ma abbastanza da far spiccare un avviso di garanzia e far iscrivere il nome di Giordano nel registro degli indagati: gli avrebbe rovinato la reputazione!
Gioia attinse alla furia che le stava montando dentro per scacciare il mancamento. Si divincolò da Lucrezia e marciò verso di lui, se le intenzioni avessero potuto uccidere, Minetti sarebbe stato incenerito all’istante.
«Te lo impedirò» gli sibilò. «Fosse anche l’ultima cosa che faccio in Polizia, ma tu non porterai a temine il tuo sporco piano!»
«Provaci» ribatté mentre le porte dell’ascensore si chiudevano sul suo ghigno.
«Gioia che succede? Chi era quello?»
Ignorò Lucrezia. Prese il cellulare e chiamò alle sale interrogatori.
«Sono il Vice Commissario De Rossi della Postale qui di Milano. Sta arrivando un collega» avvertì un sapore acido in bocca quando pronunciò quella parola, ma non si lasciò distrarre. «È di Ravenna e chiederà di parlare con Giovanni Prezioso… non è stato autorizzato! Avete capito? Lo ripeto: non è autorizzato a vedere o parlare con Giovanni Prezioso, prima di fargli fare qualsiasi cosa dovete chiamare il Questore di via Cordusio. Sono stata chiara?»
«Sissignora. Nessuno può parlare con Prezioso.»
«Esatto.»
Mise giù e si prese un istante per elaborare la strategia. Era certa che Minetti stava giocando sporco, e se era così doveva scoprire il suo gioco il prima possibile poi avrebbe dovuto contrattaccare. Guardò il Sector: il Questore a quell’ora era ancora a pranzo e sapeva per esperienza che in quei novanta minuti che si concedeva per mangiare era del tutto irreperibile perciò prima fece una chiamata in ufficio.
«Passatemi Mattia, deve fare una cosa per me: è urgente.»
Si incamminò fuori dal Palazzo per guadagnare tempo e intercettare il Questore prima che si rendesse di nuovo reperibile: dovevano tornare in Questura. Con la coda dell’occhio notò che Lucrezia la seguiva pallida e silenziosa: aveva capito che stava succedendo qualcosa di grave e che Gioia avrebbe fatto di tutto per impedirlo.
«Capo, mi volevi?»
Chiuse un attimo gli occhi e si leccò le labbra: stava per chiedergli di commettere un illecito, ma anche assumendosene la totale responsabilità Mattia rischiava di essere buttato fuori dalla Polizia.
«Minetti è qui, vuole acc… » guardò Lucrezia che la stava ascoltando con attenzione. No, non poteva dirlo davanti alla madre di Giordano. «… Vuole interrogare un uomo in stato di fermo, e io voglio sapere che cos’ha in mano. L’uomo di chiama Giovanni Prezioso. Tu potresti…?»
«…Violare gli archivi di Ravenna – che io stesso ho costituito - e vedere se ha un mandato o qualcosa del genere? Magari scoprire su cosa sta indagando e chi è il Magistrato incaricato?»
Sì! Adorava Mattia, capiva tutto con solo il trenta percento delle informazioni.
«Scopri anche dove posso trovare il Magistrato: devo parlargli con urgenza.»
«Ovvio, capo! Per chi mi hai preso? Per un bravo ragazzo che si rifiuta di fare qualcosa di illegale e rispetta la privacy altrui? Ti chiamo io.»
Chiuso con Mattia fece il numero di Ruggeri.
«Sono Gioia. Dove sei?»
«Sto arrivando in Procura.»
«Hai mai avuto a che fare con un certo Minetti di Ravenna? Un…» non riuscì a reprimere una smorfia «…collega.»
«Sì. Qualche mese fa, stava indagando su delle violenze su alcune prostitute nella sua zona.»
«E ti ha chiesto di Prezioso?»
«Sì, ma gli ho detto di lasciar perdere.»
«Hai rivelato la copertura?» chiese incredula che Ignazio avesse commesso una tale violazione.
«Non a lui, ma al Magistrato incaricato per far chiudere il fascicolo.»
Cazzo! Se conosceva un po’ Minetti, o aveva manipolato il Magistrato per farsi dire il nome oppure aveva commesso un illecito e, una volta scoperto che Prezioso era il nome sotto copertura di Giordano, non aveva lasciato perdere un cazzo di niente, anzi ci si era gettato a pesce… Oddio! Poteva avere un mandato di arresto con il vero nome di Giordano? Per quanto l’eventualità la schifasse, doveva agire con quel pensiero in testa: non voleva pensare alle conseguenze in caso che non fosse riuscita a smontare l’indagine di Minetti.
«Gioia. Che succede?»
«Minetti è qui e vuole interrogare… Prezioso. Credo. Devo intercettare il Questore e poi andrò a Ravenna per parlare con il Magistrato incaricato della sua indagine: se non ha perso il vizio, c’è la possibilità che sia tutto un bluff. Scusami Ignazio, chiudo, devo intercettare il Questore. Appena arrivi a Palazzo fa di tutto per tenere Minetti lontano da Gio…vanni Prezioso.»
Si voltò verso Lucrezia per dirle che doveva parlare da sola con il Questore, ma la donna la precedette.
«Io ti seguo e non preoccuparti per me. Ti organizzo un passaggio veloce per Ravenna.»
Non era certa di quello che significasse, ma il viaggio a Ravenna veniva dopo.
Venti minuti dopo intercettò il Questore proprio mentre usciva dal ristorante e stava riaccendendo il cellulare.
«Signore.»
«De Rossi.»
«Non risponda al telefono prima di avermi ascoltata.»
«Non sta suonando…» una raffica di biip che segnalava le varie chiamate perse lo interruppe. «Che succede Dottoressa?»
«In procura, al piano interrogatori, c’è un collega di Ravenna, tale Minetti, che vuole interrogare Torrani.»
«Minetti? Sì, mi ha chiamato questa mattina chiedendo di poter parlare con il personale coinvolto nella retata per uno scambio di informazioni. Devo dire che sono rimasto sorpreso io stesso avevo appena saputo della buona riuscita dell’operazione.»
«E lei ha acconsentito agli interrogatori degli arrestati anche in mancanza di un mandato?»
«Certo che no. Non ha parlato di interrogatori e quando gli ho chiesto di che indagine si stava occupando ha detto che mi avrebbe fornito copia del fascicolo. Non avevo capito che fosse già a Milano.»
«Invece è qui e, come le ho detto, vuole interrogare Torrani che come sa…»
«… è in stato di arresto con l’identità di… lei come sa tutte queste cose Vice Commissario? Non mi risulta che qualcosa di tutto questo sia di sua competenza.»
Non aveva senso girarci attorno e soprattutto non aveva tempo. «Ho una relazione sentimentale con Torrani. Da cinque anni.»
Il Questore la guardò sorpreso. «Se non altro si spiega come mai ha rifiutato l’incarico che le hanno proposto a Roma per venire qui.»
«Minetti vuole danneggiare Torrani.»
«Cosa?»
«Ha un conto personale aperto con lui… è una storia davvero molto lunga.» Il cellulare del Questore iniziò a suonare. «La prego, si fidi di me e di quello che sa sul conto di Torrani: non gli permetta di incontrarlo.»
«De Rossi, mi sta davvero chiedendo di ostacolare l’indagine di un’altra Procura?»
«No. Non lo farei mai. Le sto chiedendo di darmi il tempo di chiarire se davvero c’è un’indagine perché conosco Minetti da molti anni ed è uno che gioca sporco, ama i bluff, è ambizioso e non guarda in faccia a niente e nessuno che non sia il suo tornaconto personale.»
«Parole molto dure, Dottoressa.»
«So di cosa parlo: era il mio superiore quando sono entrata in polizia e… be’ Dottore… dal mio curriculum e probabilmente anche dalle voci di corridoio, sa cosa ho fatto prima di passare nella Postale.»
«Le voci di corridoio di quel periodo sono contrastanti con tutto quello che è successo dopo e quello che ho visto io stesso» concordò.
«Le chiedo di fidarsi di quello che lei sa di me e di Torrani. La prego, è in gioco la sua reputazione.»
«Quanto tempo le serve?»
«Puoi essere a Ravenna in meno di due ore» intervenne Lucrezia. «In elicottero. Ho contrattato un volo andata e ritorno con la Mielicopter, immediato. Devi solo presentarti alla pista. Un taxi sta già arrivando.»
«Otto ore» disse Gioia rivolta al Questore.
«Sei. Entro le 20,00 voglio sapere con esattezza cosa sta succedendo.»
«Grazie. La prego, non gli permetta di incontrarlo.»
«Io mi fiderò di lei De Rossi, ma lei si fidi di me.»
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