Non era la prima volta che si trovava in quella sala interrogatori ammanettato, ma grazie a Dio sarebbe stata l’ultima: niente e nessuno sarebbe riuscito a convincerlo a riprendere la copertura anche se capiva il motivo per cui Ruggeri aveva insistito per proteggerla.
Ancora poche ore, si disse. Quell’ultima follia era iniziata quasi cinque mesi prima, un’altra manciata di ore non avrebbe fatto differenza anche se non vedeva l’ora di essere fuori da lì e riabbracciare Gioia.
Rovesciò il capo indietro: aveva deciso di non pensare a lei per rimanere concentrato fino alla fine, ma si concesse di rilassarsi della tensione accumulata negli ultimi giorni quando sembrava che lo scambio lo si dovesse rimandare per l’ennesima volta. Per fortuna Louban Loszich non era un criminale paziente e aveva preteso che i Sulace rispettassero la loro parte di accordo pena la morte: quell’uomo era più pericoloso di tutti i padrini di ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita e Mafia messi assieme, per quel poco che aveva avuto a che fare con lui Giordano aveva capito che non scherzava, mai e per nessun motivo, e che per lui era sempre una questione personale. Se i Sulace erano spietati, Loszich era crudele, di una crudeltà efferata e fine a se stessa.
La retata avrebbe dovuto inchiodare anche i suoi luogotenenti, ma i croati erano fuggiti illesi, non prima di aver ferito diversi carabinieri e poliziotti. Ruggeri era stato abbastanza pronto di spirito da cambiare gli ordini in corso di operazione dando disposizioni di lasciar perdere i croati e i soldi dei Sulace per concentrarsi sull’arresto dei criminali di casa.
Loszich andava fermato, ma le forze dell’ordine italiane non potevano farcela da sole contro i suoi uomini che erano dei veri e propri soldati addestrati in modo professionale. L’esercito di Loszich poteva dare del filo da torcere anche ai marines americani. I corpi speciali italiani, GIS, NOCS, GOI, San Marco e Lagunari andavano tutti potenziati in previsione di contrastare organizzazioni come quella di Loszich, l’avrebbe scritto nel rapporto e se ci fosse stata occasione avrebbe affrontato il discorso anche nella riunione post-missione. Era necessario un coordinamento nazionale.
Anzi Europeo.
Europeo e in collaborazione con tutti gli stati Onu, pensò se volevano davvero contrastare le mafie internazionali.
Lasciò vagare i pensieri ipotizzando un progetto su larga scala, con un coordinamento centrale e anche degli addestramenti particolari per le unità che avrebbero dovuto operare sia con missioni in copertura segretissime, ma anche con corpi di Polizia preparati a contrastare uomini che non avevano nulla da perdere.
Poteva essere un buon progetto da portare avanti, quando avesse lasciato l’Antimafia? Era un progetto che però l’avrebbe portato in giro per il mondo: che ne avrebbe pensato Gioia?
Gioia. Si stava davvero rilassando perché alcune immagini di lei si affacciarono alla mente senza che potesse bloccarle.
Lei che gli chiedeva se sarebbe stato in grado di tenerle testa. Lei che gettava i sandali in faccia a Reni. Lei che dormiva, sorrideva, che si leccava le labbra ogni volta che era indecisa su quale appiglio fare affidamento per salire una parete. Lei che si faceva travolgere dall’orgasmo.
Ok, basta. Non era ancora finita, purtroppo.
Sentì la porta aprirsi.
Sperò che gli avessero portato qualcosa da mangiare, era a digiuno dalla cena precedente.
Un vassoio di cibo venne posato sul tavolo anche se Giordano non poté distogliere lo sguardo dalla faccia beffarda di chi l’aveva portato.
«Minetti. Quanto tempo.»
«E dovrai aspettare ancora un po’, ma la resa dei conti arriverà. Ho chiesto un mandato di arresto e l’autorizzazione a interrogarti.»
Le parole mandato, arresto e interrogatorio presero a vorticargli in testa: di che cazzo stava parlando?
«Che ti piacevano le puttanelle l’avevo già capito, ma non sapevo che ti piacesse stuprare anche le minorenni fino a quando non ho parlato con Enkela Permeti.»
Giordano rimase impietrito sentendo quel nome.
Ti prego, scopa me!
Io amo te!
Non mandare via!
Ti prego!
Tieni me!
Niente perdono!
Ti odio!
Enkela alla fine l’aveva denunciato? Certo, era così altrimenti Minetti non l’avrebbe guardato come se avesse appena vinto la lotteria.
Come aveva potuto credere alla visione tutta rosa di Gioia? Enkela e le altre non avrebbero mai potuto perdonarlo: non poteva esserci remissione dei peccati per quello che aveva fatto a quelle ragazze. Mai.
Aveva avvelenato Giordano Torrani tutti i giorni per cinque anni con tabacco, alcool, sesso perverso, e anche droga e omicidi: era stato all’inferno, credeva davvero di poter tornare indietro? Aveva perso la presa ed era precipitato.
«Non hai niente da dire? Chi te lo fa diventare più duro la piccola Enkela o quella stronza che vuole salvarti il culo? Santarellina del cazzo. È solo una questione di tempo: non vedo l’ora di sbatterti in galera.»
«Sì. Ho qualcosa da dire. Avvicinati.»
Minetti guardò diffidente le manette che gli chiudevano i polsi e che erano assicurate ai braccioli della sedia.
La catena non era abbastanza lunga per potergliela avvolgere attorno alla gola o consentirgli di chiudere le mani attorno al suo collo.
«Ti ascolto. Puoi parlare anche da lì.»
«Codardo. Figlio di puttana e pezzo di merda.»
«È tutto qui quello che hai da dire?» domandò con un ghigno.
«Scommetto che ogni volta che vedi De Rossi pensi a quanto vorresti scopartela, ma ogni volta ti ricordi anche come ti ha messo sotto, proprio come il cagacazzo che sei che ha paura perfino di un uomo ammanettato a una sedia.»
«Sta zitto!»
«Ora devo stare zitto? Non vuoi che ti dica quanto eri ridicolo mentre lei stava quasi per spezzarti il braccio? Scommetto che quella è l’unica volta che non hai pensato a come guardare le mutandine di una femmina: non se le cava mai nessuna per te, vero? Tu sei uno di quei maschilisti del cazzo che pensa che le donne vadano dominate, ma lei non si fa dominare da nessuno: tu non sei abbastanza uomo per lei!»
Minetti si avvicinò per mollargli un ceffone violento, ma Giordano era pronto, scartò di lato. Minetti si sbilanciò, approfittando di quella momentanea perdita di controllo Giordano usò i piedi per mollargli un calcio che fece perdere l’equilibrio al ravennate. Agganciò anche l’altro piede e Minetti franò a terra. Inclinandosi in avanti, Giordano si sollevò e girando su se stesso riuscì a spostarsi e a incastrare il corpo di Minetti tra le gambe della sedia.
Cadendo, Minetti aveva battuto la testa e ora lo guardava vacuo. Cercò di afferrare la sedia per spostarlo, ma Giordano l’aveva bloccato bene e il bastardo non aveva abbastanza margine di manovra.
«Ho un’altra cosa da dirti prima di lasciarti andare. Potrei ucciderti, ma non lo farò se farai una cosa semplice. Il mio nome è Giovanni Prezioso detto Casanova, Crimine di Santa Gennaro Sulace: assicurati di usare questo nome per mettermi sotto processo perché se oserai infangare il nome dei Torrani, sappi che quando uscirò… perché sconterò tutta la pena, ma uscirò prima o poi… ti verrò a cercare e allora sì che ti ucciderò e lo farò nel modo in cui il mio clan tratta con quelli che ritiene dei codardi, figli di puttana come te: prima ti taglio i coglioni e poi te li faccio masticare. Hai capito?»
Minetti lo fissava a occhi sgranati.
«Hai capito?» urlò più forte e continuò a urlarlo sempre più forte fino a quando, attraverso il velo rosso della furia non si sentì spostare di peso.
«Minetti, fuori da qui» tuonò Ruggeri. «Non era autorizzato ad avere contatti, il Questore le ha negato il permesso.»
Una volta in piedi Minetti alzò le mani sconvolto. «È lui che…»
«Fuori!»
Minetti si avviò non senza rivolgergli uno sguardo di fuoco.
«Ricorda il mio nome» gli urlò dietro.
«Mi dispiace» mormorò Ruggeri, dopo che Minetti li ebbe lasciati soli.
Lo guardò e vide autentica pena nello sguardo del suo ex Capo. Sono messo così male? Certo che lo era, pensò quella parte di lui che era Giordano Torrani, e che in qualche oscuro angolo si dibatteva ancora anche se ormai, dopo quello che aveva detto e fatto a Minetti, non poteva più tornare indietro: quel che restava di Giordano Torrani doveva essere cancellato affinché Giovanni Prezioso non contaminasse più niente e nessuno.
Aveva stuprato Enkela, checché ne dicesse Gioia. Non sapeva che fosse anche minorenne, ma era logico: i compratori di sesso volevano carne giovane.
Guardò le mani ammanettate: sarebbe tornato a San Vittore, ma questa volta da delinquente vero.
«Giordano…»
«Mi chiamo Giovanni Prezioso. Assicurati che mi accusino con il nome giusto.»
«Gioia sta cercando…»
«Brucia tutto quello che riguarda Giordano Torrani» continuò imperterrito, Gioia ormai non poteva più nemmeno permettersi di sognarla. «Capito? Fa sparire tutta la documentazione i rapporti, tutto: nessuno deve sapere che sono stato Torrani. Mi hai capito?»
«Non è tutto perduto, abbi fiducia in lei.»
«Hai capito cosa devi fare?» urlò tirando i pugni ammanettati come a volerli strappare dai braccioli.
«Ho capito.»
«Ti uccido se non lo fai. Non sto scherzando.»
«Ho capito» mormorò Ruggeri indietreggiando fino alla porta. «Ho capito.»
Appena fu uscito, lasciò andare tutta la furia che gli bruciava dentro: urlò fino a quando non ebbe più voce.
Urlò fino a mettere a tacere per sempre Giordano Torrani.
Alla fine la metamorfosi era avvenuta per intero: Giordano Torrani non sarebbe mai più esistito, da quel momento in avanti ci sarebbe stato solo Giovanni Prezioso.
Gioia non aveva idea di quanto sarebbe costato a Lucrezia quel servizio di aviotrasporto, ma di certo era di ottima qualità in meno di due ore da quando era partita da Milano, stava entrando nel Palazzo di Giustizia di Ravenna.
L’edificio grigio a quattro piani di Ravenna, quanto a dimensioni e austerità, non aveva nulla da invidiare a Milano e nemmeno come complessità: se non si sapeva dove andare, servivano le piantine per orientarsi. Fortunatamente non era il caso di Gioia che seguiva un’amica di Mattia che si era prestata ad accompagnarla e le aveva anche messo in mano il frutto delle ricerche che Gioia aveva fatto fare e che voleva sottoporre al Magistrato.
«Buona fortuna e mi saluti Mattia» le augurò la ragazza dopo averla soppesata a lungo. «Gli dica che non sa cosa si è perso.»
«Prego?»
«Avevo una gran cotta per lui, ma Mattia è cotto di un’altra. Gli dica che ora capisco, ma non sa cosa si è perso.»
«D’accordo. Grazie per la sua assistenza» tagliò corto quando vide aprirsi la porta dell’ufficio del Magistrato che stava cercando.
«De Rossi?» l’apostrofò la donna che si era affacciata.
«Sono io.»
«Prego, si accomodi. La avviso che non ho molto tempo, anche se mi è stato chiesto di ascoltarla. L’ascolterò ma le cose mi sembrano molto chiare.»
Gioia entrò nell’ufficio con solo una certezza: da lì sarebbe uscita o con una richiesta di archiviazione o con una bozza mentale di dimissioni, non c’era posto per lei in un’istituzione che trovava giusto indagare uno come Giordano Torrani.
Il locale era una stanza senza lode e senza infamia, né grande né piccolo con una finestra e nulla di particolare a parte una piccola libreria dove facevano bella mostra i Codici di Procedura penale e Civile rilegati con i dorsi di pelle monografati in lettere dorate.
Durante il volo, aveva cercato di mettere insieme un discorso coerente, ma la verità era che quando aveva saputo che il Magistrato era una donna si era fatta prendere dal panico: era abituata a trattare con uomini di potere, ma non aveva la più pallida idea di come approcciarsi con donne di potere.
Si presentò dicendole chi era e che rappresentava il Questore di Milano, temeva che se le avesse detto la verità, che era una donna disperata che cercava di salvare il suo uomo da un’accusa infamante, non avrebbe ottenuto l’attenzione che le serviva.
«Dunque, la sua visita ha a che fare con le undici telefonate del Vice Commissario Minetti a cui non ho risposto?»
«Esattamente.»
«Ho già detto al Dottor Minetti che quando mi farà avere la documentazione emetterò il mandato, ma fino a quando risulta incompleta, non farò nulla.»
«Le ho portato della documentazione aggiuntiva.»
«Era sufficiente il verbale di interrogatorio firmato dalla testimone» replicò seccata.
«Sta arrivando anche lei.»
Il Magistrato si sporse sulla scrivania sorpresa. «Lei non è una che demorde, giusto?»
«Come tutte le donne che cercano di avere uno spazio in un mondo dove i ruoli dominanti sono occupati dagli uomini.»
Il Magistrato la valutò, poi con un gesto le sollecitò la cartelletta che reggeva in mano.
«Allora Vice Commissario De Rossi, vediamo quello che secondo lei dovremmo aggiungere al fascicolo di accusa di Prezioso.»
Gioia porse i documenti senza esitazione, non aveva guardato cosa contenesse, Mattia però gliene aveva sintetizzato il contenuto e lei si fidava ciecamente di lui.
La donna le lanciò un’occhiata obliqua prima di inforcare gli occhiali e iniziare a leggere, dopo appena un foglio alzò gli occhi e la guardò grave.
«Non ho mai ricevuto questi documenti» frugò nel fascicolo e tirò fuori un foglietto su cui capeggiava il logo della Polizia e la scritta Curriculum: era di appena due facciate mentre Gioia sapeva che quello completo – che Ruggeri aveva fornito a Mattia – era composto da otto facciate.
«Minetti le ha dato una versione parziale, se nota, in fondo al suo manca l’intero stato di servizio.» Mattia aveva frugato nei Server di Ravenna e si era accorto subito che le stampe fatte da Minetti erano parziali per omissione e nel complesso davano un’idea del tutto falsata dello stato di servizio di Giordano.
La donna tornò a leggere e Gioia riuscì a determinare in base a ogni alzata di sopracciglio o sussulto a quale punto era arrivata.
Atleta di interesse nazionale dai sedici ai ventidue anni. Accettato nei NOCS subito dopo aver lasciato le competizioni agonistiche. Laurea con il massimo dei voti in Giurisprudenza a ventiquattro, mentre era già da due in servizio attivo come scorta dei Giudici del Maxiprocesso di Mafia terminato nel 1987.
Medaglia al valore nel 1988 per aver difeso un Giudice da un attentato alla sua vita rischiando in prima persona anche se poi se l’era cavata con un trauma cranico e ferite superficiali.
In forza alla Direzione Investigativa Antimafia con incarichi in copertura dal 1989 dove aveva guadagnato un’altra medaglia al valore nel 1992 quando fornì informazioni utili all’identificazione dei veri responsabili della strage del Pilastro a Bologna.
Diversi encomi per il contributo fondamentale alle più importanti operazioni di sequestro antidroga degli ultimi cinque anni che avevano impedito l’ingresso nel Paese di eroina, marijuana e cocaina per…
«Settanta tonnellate di droga?»
«In cinque anni, sì. Fa impressione vero? Se prosegue leggerà anche di come le sue informazioni abbiano salvato dalla schiavitù sessuale oltre centocinquanta donne provenienti dai paesi dell’Est Europa. Oggi, grazie al suo lavoro di infiltrato, è stata sgominata una pericolosissima cosca mafiosa che opera da oltre tre anni nell’hinterland milanese e che faceva da ponte con la criminalità internazionale. Quello che sta guardando è il curriculum di un eroe e voi lo state indagando ingiustamente per qualcosa che non solo non ha commesso, ma non potrebbe mai e in nessun caso prendere in considerazione neppure per salvare la sua vita. Morirebbe per quello in cui crede.» Ma non farebbe mai morire qualcun altro pensò, ed ecco perché Gioia era lì a cercare di convincere un Magistrato a fare la cosa giusta.
«Certo il quadro tra questo e il rapporto dell’interrogatorio non collima, ma capisce che non posso lasciar correre una violenza sessuale su minorenni?»
«Certo, se ci fosse stata, ma il verbale di interrogatorio non è firmato, giusto? Ho rintracciato la testimone e indovini? Sono due mesi che sta cercando di mettersi in contatto con il Commissariato per chiedere la revisione del verbale di interrogatorio che non ha mai voluto firmare in quanto mancano delle dichiarazioni che ritiene importanti e sono state omesse.»
«Ha detto che sta arrivando qui?» Gioia annuì, la stava accompagnando Don Luigi. «Bene. Sentiamola.»
Trentacinque minuti dopo una splendida ragazza mora e con gli occhi azzurri grandi come laghi era seduta davanti al Magistrato e le lanciava occhiate sospettose.
«Conosce il Vice Commissario De Rossi, signorina Permeti?»
«Ora sono signora Lotti. Ho sposato un anno fa, anche questo non è scritto, deve essere cambiato.» Esordì decisa con l’accento duro tipico delle donne dell’Est Europa. «Ecco, queste sono lettere che chiedo di cambiare e mettere quello che manca. Perdona se non parlo bene. Io no conosco questa signora, ho parlato con altro: lì c’è nome» disse sporgendosi per indicare il piccolo plico di fotocopie che aveva portato.
«Sono un bel po’, signora Lotti.»
«Sì, io scritto ogni quindici giorni. In quindici giorni si deve rispondere, no? Non avevo risposta e allora ho scritto ancora.»
Il Magistrato si prese il tempo di guardare tutti i fogli con calma. «In queste lettere lei denuncia che non è sato messo in luce che Giovanni Prezioso non ha abusato di lei, né quando era minorenne né mai.»
«Sì! Giovanni salvato me vita, non fatto male. Sulace invece…» la ragazza dovette fermarsi per tamponarsi gli occhi, voleva parlare così in fretta che le vennero i singhiozzi e finì solo per emettere suoni gutturali o parole in una lingua che nessuna delle due capì.
Il Magistrato guardò Gioia che a un certo punto si avvicinò alla ragazza per abbracciarla. La ragazza la abbrancò come se da lei dipendesse l’aria che respirava.
«Sh, Enkela. Calmati, se non vuoi raccontare cosa è successo è sufficiente così» mormorò Gioia in preda a sentimenti contrastanti.
«N-no. D-dove-te ca-ca-pire!»
Gioia in realtà non ne aveva bisogno, anzi avrebbe fatto volentieri a meno di stringere tra le braccia quella splendida ragazza che, in qualche modo era stata importante per Giordano: di certo lui lo era stato per lei, al punto da piantare in asso tutto e tutti per seguire Don Luigi fino a lì.
Quando Enkela ebbe ripreso il controllo, con le sue frasi un po’ sgrammaticate, ma appassionate raccontò della ragazza uccisa da Sulace perché non si era sottomessa. Disse che lei e tutte le altre da quella volta si erano sempre comportate in modo da accontentare i membri della ‘Ndrina, anche dopo essere state con trenta e più clienti ogni giorno. Tutte quante, non solo lei, le volte che potevano scegliere, sceglievano l’uomo che tutti chiamavano Casanova, ovvero Giovanni Prezioso, perché lui faceva solo finta con gli altri e così loro potevano passare una notte e un giorno tranquille. Il Magistrato le chiese quanti anni avesse all’epoca e se Prezioso sapesse che aveva appena sedici anni.
«No, lui no sapeva. Io detto bugia. Volevo lui e solo lui. Io volevo essere sua donna, invece lui ha mandato con altre qua. Io ho detto che odiavo ma no… Lui è buono, lui ha dato soldi e indirizzo Don Lugi per scappare. Ecco…» prese a frugare nella sua borsetta tirando fuori una busta rosa tutta spiegazzata. «Ecco, qui c’è lettera e soldi per lui. Chiedo scusa a lui, perché ora sono felice, amo mio marito, lui sa tutto e abbiamo bambina. Ho chiamato Giovanna e un giorno dirò che ha nome di persona che ha salvato mia vita e non solo io. Tu puoi dare?» chiese speranzosa guardando Gioia. «Ho scritto in giorno più bello per me: quando ho sposato marito.»
Gioia ricacciò indietro le lacrime e prese la lettera con estrema riverenza. «Gliela farò avere.»
«Possiamo cambiare testimonia ora, sì?»
Il Magistrato acconsentì. Gioia le diede il numero del Questore di Milano così che, per risparmiare tempo, potesse dirgli dalla sua viva voce che Ravenna non avrebbe proceduto contro Giordano.
Passò ancora un’ora abbondante prima che Enkela fosse soddisfatta della sua dichiarazione e tutte le firme fossero apposte compresa quella sulla richiesta di archiviazione. Solo allora Gioia si concesse un sospiro di sollievo.
Fuori da Palazzo di Giustizia di Ravenna, Don Luigi stava aspettando in compagnia del marito di Enkela e la loro bambina. Gioia accolse frastornata la creatura bellissima che le misero in braccio: aveva i capelli biondi sparati del padre ma gli enormi occhi blu della madre, le manine paffute e bagnate di saliva cercarono di stritolarle il naso e afferrarle i capelli. La lasciò fare con un senso di meraviglia per quanto era leggero e morbido di quel corpicino del tutto inconsapevole di essere il simbolo della rivincita dolorosa che la madre si era presa verso la vita.
Quando la bimba si buttò addosso al padre la lasciò quasi con rimpianto e istintivamente si portò le mani al ventre chiedendosi, non per la prima volta, come avrebbe reagito Giordano quando avesse saputo che aveva scelto di non… il telefono iniziò a suonare e Gioia fu grata di quella scusa per non proseguire in quella direzione di pensiero: era il pilota dell’elicottero.
«Signora? Scusi se mi permetto, ma se vogliamo sfruttare le ultime ore di luce dovremmo andare.»
Gioia lo rassicurò che potevano partire e chiuse la comunicazione. Salutò la famiglia, Don Luigi e il Magistrato che era uscito con loro visto che, in teoria, quello sarebbe dovuto essere il primo pomeriggio libero che si prendeva in oltre un anno di lavoro.
«Dottoressa, le garantisco che il comportamento di Minetti non sarà privo di conseguenze: non mi piace essere manipolata e soprattutto che le risorse vengano sprecate in questo modo.»
Gioia annuì senza sapere come replicare. Certo si augurava che Minetti pagasse per quello che aveva cercato di fare a Giordano e anche a lei, ma in quel momento era esausta e tutte le emozioni che l’adrenalina aveva tenuto a bada fino a quel momento le pesavano addosso come macigni.
Salì sull’elicottero desiderando solo di poter andare a casa e fiondarsi nel letto. Chiese quasi per scherzo al pilota se invece di Milano, avrebbe potuto portarla in montagna, l’uomo fece qualche calcolo e poi acconsentì.
Furioso. Incazzato.
Annoiato. Scazzato.
Affamato. Incazzato.
Assetato. Incazzato.
Esausto. Incazzato.
Esasperato. Scazzato.
Incazzato o scazzato: quelli erano gli unici due stati concessi nella vita di un camorrista.
Che accidenti di ore erano? Che cazzo di ore erano?
Se Minetti voleva interrogarlo perché cazzo non entrava da quella porta? Magari questa volta avrebbe anche potuto soffocarlo con la sedia, se si fosse avvicinato troppo.
Udì la porta aprirsi, contrasse i pugni pronto a reagire al suo brutto muso quando riconobbe la mano che posò sul tavolo un rasoio elettrico.
«Ciao tesoro. Ignazio!»
«Sì, scusami. Ero al telefono con il Questore» mormorò l’uomo prima di cominciare a sganciare le manette.
Rimase immobile a guardarli.
Sua madre si asciugava gli occhi in continuazione. «Sei libero Giordano» balbettò con voce rotta dal pianto.
Guardò Ruggeri che annuì per rafforzare il concetto anche se entrambi restavano a debita distanza.
È davvero finita? Si chiese. Cercò dentro di sé qualche emozione, ma non trovò nulla, né sollievo, né altro, si sentiva solo vuoto.
Comparve il Questore.
«Torrani. Ci tenevo a presentarle le mie scuse per aver inconsapevolmente permesso che Minetti le facesse credere di essere stato abbandonato da questa Istituzione nonostante il servizio svolto. La proporrò per la medaglia al valor civile, non come compensazione, non credo ce ne sia una per quello che ha subito nelle ultime ore, ma il suo encomiabile lavoro oggi ha reso un grande servizio al nostro Paese.»
Annuì. Non aveva nulla da replicare, di certo non l’avrebbe ringraziato. Guardò tutti i presenti nella stanza e capì perché si sentiva vuoto e non provava sollievo.
«Lei dov’è?»
«Ecco…» sua madre si portò una mano alla bocca scuotendo la testa. «Era molto stanca. Devi capirla lei è… lei è…»
Delusa? Disgustata? Per quello non era lì?
«È a casa tua, in montagna» s’intromise Ruggeri.
In montagna? «Era stanca e ha affrontato due ore di auto per andare in montagna» riassunse guardandoli uno a uno. Non facevano prima a dirgli che non voleva più vederlo?
«Ci è andata in elicottero direttamente da Ravenna» intervenne il Questore.
«Elicottero? Ravenna?» che storia era quella, adesso?
«Le avevo dato fino alle otto di questa sera per decidere se la richiesta di interrogatorio avanzata dal Vice Commissario Minetti fosse lecita, così De Rossi ha organizzato un incontro tra il Magistrato titolare dell’indagine e la testimone da cui erano partite le accuse, secondo la versione di Minetti. Il Magistrato ha emesso un ordine di archiviazione e… be’, per quanto De Rossi sia una donna forte, suppongo che avesse bisogno di staccare. La prego di dirle che può prendersi qualche giorno di riposo. Tra l’altro credo che le spettino per...»
«Puoi andarci in elicottero anche tu» intervenne sua madre guardando male il Questore.
«Mamma, non credo sia il caso» disse alzandosi. Dopo aver conosciuto Enkela, Gioia era scappata a duecento chilometri da lui, quel pensiero gli tolse l’aria dai polmoni.
Con un ulteriore singhiozzo sua madre gli volò tra le braccia avviluppandolo in un abbraccio talmente accorato che sia il Questore che Ruggeri uscirono dalla stanza imbarazzati.
Cercò di sciogliersi dalle sue braccia ma alla fine si arrese, in fondo l’amore incondizionato di sua madre era uno dei punti fermi della sua vita.
«Devi andare da lei» insistette. Giordano scosse la testa. «Tesoro, fidati di me. Prendi questo» disse mettendogli in mano il rasoio e allontanandosi, «sali su quel dannato elicottero e va da lei. Lo so che sono stati mesi durissimi per te, ma tu non sai che cosa ha dovuto passare lei… non lo sai. Devi andare là e chiarire, tutto.»
«Mamma.»
«Non preoccuparti per me. Litigherò un po’ con Ignazio: lui vuole sposarmi, ma io no. Starò benissimo.»
Giordano si arrese, accettò il rasoio e andò in cerca di un bagno: dopotutto aveva promesso a Gioia che la prossima volta che l’avesse visto la barba non ci sarebbe più stata.
Gioia aprì gli occhi all’improvviso e si guardò attorno smarrita, poi riconobbe la stanza dal luccichio d’oro che proveniva dalla vetrinetta, quando dormiva lì le piaceva tenere i piccoli faretti accesi dentro le ante trasparenti: erano di compagnia e rendevano visibili tutte le foto di Giordano, si sentiva come se lui la stesse osservando.
La pressione alla vescica le rese noto cosa l’aveva svegliata. Dopo aver sbrigato i bisogni ristette a fissarsi nello specchio per un po’ e si pentì di essere venuta lì.
Sarebbe dovuta andare da Giordano, avrebbe dovuto esserci quando gli avessero tolto le manette e ridato la libertà, avrebbe dovuto esserci, ma aveva avuto paura.
C’erano così tante cose da dire, in realtà era solo una.
Circondò la pancia tra le mani sentendo le lacrime salire su fino a strapparle un gemito.
La bambina di Enkela l’aveva turbata.
Guardando la sua immagine nello specchio realizzò e ammise per la prima volta con se stessa che anche lei voleva una bambina.
Voglio una bambina che somigli sia a me che a Giordano!
Avrebbe potuto avere i capelli spessi e rossicci di suo padre e magari i suoi occhi scuri e le labbra peccaminose. Oppure gli occhi favolosi di Giordano e i capelli neri e lisci come i suoi.
Cercò di asciugare le lacrime, ma ne arrivarono altre: anche un bambino maschio sarebbe andato bene, anzi benissimo.
Lasciò il bagno e si diresse nella stanza vuota accanto a quella matrimoniale.
Cadde a terra accartocciandosi su se stessa, cercò di ricomporsi lì, in quella che avrebbe potuto essere una perfetta stanza di bambino o bambina.
Del loro bambino o bambina, ma Giordano cosa avrebbe detto? Lui era irraggiungibile e lei aveva preso una decisione. Certo il corpo era il suo, la carriera che avrebbe subito l’impatto pure, la Legge era dalla sua parte, ma metà di quella promessa di creatura era dell’uomo che Gioia amava e che non aveva avuto modo di esprimere nessuna opinione: avrebbe accettato la sua decisione o l’avrebbe rifiutata?
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