Dall’eliporto del Pronto Soccorso Alpino a casa aveva impiegato quasi quarantacinque minuti: aveva rifiutato il passaggio che gli avevano offerto perché aveva avuto bisogno della camminata sia per assaporare la libertà ma soprattutto per schiarirsi le idee e prendere decisioni importanti: avrebbe lottato con tutto quello che aveva per riconquistare la donna che amava.
In quegli ultimi cinque anni, gli unici momenti in cui si era davvero sentito un uomo completo e vivo, erano stati quelli trascorsi con Gioia.
Senza di lei non voleva stare.
Se Enkela era riuscita a perdonarlo per quello che le aveva fatto, anche Gioia avrebbe potuto farlo.
Se non si faceva schifo lui, anche lei, magari con il tempo e la pazienza… avrebbe avuto tutta la pazienza del mondo. Non l’avrebbe più toccata se non glielo avesse chiesto lei. Non era più stato con nessuna dopo di lei: doveva dirglielo, doveva sapere che gli avevano dato del ricchione e del frocio talmente tante volte che aveva smesso di contarle… no, meglio non dirglielo altrimenti avrebbe dovuto anche dire quello che aveva dovuto fare per difendere il dubbio onore del clan: voleva non pensare più a quello schifo.
Aveva così tanto sangue sulle mani che forse non avrebbe più potuto toglierselo di dosso, ma ci avrebbe provato. Avrebbe fatto ammenda, ma fuori dall’Antimafia.
Non avrebbe smesso di combattere contro i criminali, solo lo avrebbe fatto in un altro modo.
Quando fu sul portico si fermò un attimo ad ascoltare la musica che filtrava dalla porta.
Prese la chiave di riserva dal posto segreto: voleva presentarsi di sorpresa per valutare la reazione di Gioia.
Se fosse stata di schifo se ne sarebbe andato, non poteva davvero imporsi se lei non lo voleva.
Forse avrebbe fatto meglio a non venire, ma sua madre gli aveva chiesto di fidarsi e sua madre aveva un’esperienza quasi quarantennale su quello che era meglio per lui… entrò e seguì la musica: non la conosceva, capiva solo che era musica classica e che proveniva dal piano di sopra. Gioia non era nella camera matrimoniale: seguì la luce, alla musica si unì il suono della voce di lei che diceva qualcosa. Ascoltò.
«Rana verde… batti un colpo. Ok. Niente rana verde. Rana arancione? Oh… sì, facciamo la rana arancione!»
Giordano si affacciò alla stanza vuota.
Gioia era seduta sul parquet al centro, nell’unico spazio non coperto da teli di plastica schizzati di pittura bianca, davanti a sé aveva delle bombolette di vernice e dei cartoncini sagomati, i capelli erano raccolti in una treccia mezza sfatta che arrivava a terra e indossava solo una maglietta bianca che lasciava completamente nude le sue bellissime gambe.
«Giò» mormorò incantato dal sorriso con cui guardava le sagome di cartoncino. Non era sicuro di essere riuscito a superare il volume della musica, ma lei girò di scatto la testa e con un grido balzò in piedi saltandogli al collo.
Giordano dovette indietreggiare di un passo per reggere l’urto. La strinse a sé tenendola su per le cosce.
Troppe emozioni, troppe cose.
La pelle liscia sotto i palmi. Le sue mani tra i capelli e poi sulla mascella rasata. La sua voce che mormorava incredula.
«Sei qui! Sei qui!» Piangeva. Lo baciava. «Ho avuto paura. Sei qui!»
Giordano guardò lo splendido viso di Gioia deformato dalle lacrime che scioglievano il nodo di ansia comparso al centro del petto quando Minetti era entrato nella sala interrogatori. Anche lui aveva avuto una paura dannata di averla persa per sempre.
«Sono qui. Sono qui» mormorò respirando la stessa aria che respirava lei.
La lasciò scivolare giù. Con una mano le bloccò la nuca per baciarla e con l’altra la tenne stretta contro di sé affondando le dita nella sua natica, subito gli diventò duro. Voleva prenderla così, in piedi, contro il muro, adesso, pensò divorandole le labbra salate di lacrime, dolci di desiderio, tremanti di sollievo.
Smise di stringerla, lasciò correre in su la mano, visualizzando la curva dell’anca mentre la percorreva e si insinuava sotto il bordo della maglietta. Il calore della sua pelle, l’avvallamento del fianco, la curva del ventre…
La staccò da sé, allontanandosi di un passo.
La guardò confuso, prese il bordo della maglietta e la costrinse a toglierla e gettarla via.
La guardò tutta, si beò della sua bellezza perfetta, il seno, i fianchi, il ventre, tutto più pieno di quanto ricordasse. Molto più pieno e rotondo.
«Giò.»
Crollò in ginocchio davanti a lei. Con delicatezza la attirò a sé, baciò il ventre, ci appoggiò il viso e avvertì di nuovo il fuggevole colpetto, questa volta proprio sullo zigomo.
Quando? Come? Aveva detto…
Alzò gli occhi per incontrare lo sguardo liquido di Gioia.
Non aveva nessuna importanza: era un miracolo.
Gioia era un miracolo, l’amore che Giordano provava per lei, la vita che custodiva e cresceva nel suo ventre, era un miracolo.
«Tu non c’eri… Io non… ho dovuto scegliere, ma se…»
«Non dirlo. Va bene così. Lo voglio. Vi voglio» disse posando baci sulla sua pelle per sollecitare altri calcetti.
«Devi sapere che all’inizio io ho pensato di…»
«No. Non lo devo sapere perché non importa più.»
Anche Gioia cadde in ginocchio. «Non so se sarò una brava madre.»
Lui sapeva solo che era stupenda, l’aveva salvato in tutti i modi possibili, e non riusciva a credere che ci fosse qualcosa in cui potesse essere meno che perfetta. «Nemmeno io so se sarò un bravo padre. Cos’è? Maschio o femmina?» aveva urgenza di sapere, di colmare quei mesi di limbo in cui non c’era stato e non poteva immaginare. Gioia sorrise scuotendo la testa. «Non lo sai?» chiese in preda a una strana euforia.
«No. Io… non volevo saperlo senza di te. E mi piace non saperlo: sono così poche le belle sorprese nella vita che questa voglio godermela fino alla fine.»
L’abbracciò stretta baciandola ancora.
Sì, quella sorpresa se la sarebbero goduta fino in fondo.
FINE.
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