Scritto il 23/06/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


David controllò per l’ennesima volta l’orologio da taschino del suo panciotto. Kenneth era in ritardo per la loro partita di polo, ma in cuor suo il Visconte aveva altri pensieri per la testa. Un pensiero in particolare lo deliziava e lo angustiava insieme: Lady Justine Arabella Tremaine.

Lo deliziava perché le piaceva la franca schiettezza della fanciulla. Tra tutte le debuttanti e le donne meno giovani che aveva incontrato nelle occasioni mondane, lei era stata l’unica che non lo aveva guardato come se fosse importante solo per quello che aveva nel borsello o nei pantaloni.

O in entrambi.

Ricordava ancora come le ballavano i ricci dietro alle spalle, ancora più scuri in contrasto con la sua pelle chiara, quando lo aveva rimproverato in quel lontano giorno sul prato. Certo Lady Justine non aveva la bellezza delicata di Lady Elizabeth, con quei capelli color del miele, gli occhi di cielo e la fossetta affascinante che le si formava all’angolo della bocca quando sorrideva, o almeno così gli aveva raccontato Kenneth, visto che lui non l’aveva vista sorridere quando le aveva presentato il neo Duca a casa del marchese di Spencer. Affatto.

E questo era l’altro motivo per cui Lady Justine lo angustiava: lei era molto amica di Lady Elizabeth e, ogni volta che pensava a quella storia, sentiva un boccone amaro tra lo stomaco e la gola.

Non sapeva cosa stesse tramando Kenneth, negli ultimi giorni era stato più evasivo del solito, ma non gli piaceva.

Non metteva in dubbio che la fanciulla e suo padre si fossero comportati male nei confronti dell’amico, ma era inutile rispondere al male con altro male. Senza contare che lei gli era sembrata così inerme e delicata...

Si alzò dal divanetto all’ingresso, quando udì il cigolio delle ruote, e si avvicinò alla finestra che dava sul cortile in tempo per vedere una carrozza nera ed elegante soffermarsi davanti al cancello della sua magione. Lo sportello si spalancò e per un istante solo le tendine di pizzo color ocra furono visibili, celando l’interno del veicolo in una penombra rossastra. Poi Kenneth scese agilmente, sistemandosi la giacca del completo elegante che indossava. Le tende si richiusero in fretta, ma non prima che David scorgesse una mano pallida e affusolata ritrarsi all’interno.

Senza dubbio una mano femminile.

L’amico raggiunse il portone a passi lunghi e decisi e la carrozza ripartì in gran fretta alle sue spalle, scomparendo rapida lungo la strada.

Non attese che il maggiordomo gli annunciasse l’arrivo del loro ospite, e si mosse per accoglierlo di persona. Quando il duca di Wellesley entrò in salotto, aveva un’espressione più che compiaciuta dipinta in volto.

«Adesso ti trastulli anche in pieno giorno, in una carrozza?» lo apostrofò duramente prima ancora che Sua Grazia potesse persino salutarlo, incrociando le braccia al petto. «Fammi indovinare» continuò inarcando il sopracciglio. «Ancora Lady Chandler?»

Kenneth gli rivolse un’occhiata prima sorpresa, poi quasi colpevole, prima che la maschera arrogante che si era costruito calasse di nuovo sul suo volto. Si strinse nelle spalle. «Se anche fosse?» replicò con tono deciso e quasi di sfida. «È stata lei a invitarmi nella sua carrozza, non il contrario. Anzi, a pregarmi di farle compagnia lungo il tragitto.»

«Proposta che tu non hai pensato neppure per un attimo di rifiutare» lo rimbeccò ancora David.

«E perché avrei dovuto farlo?» Kenneth emise uno sbuffo irritato. «Sei per caso geloso, Fitzgerald? Tu non hai nessuna che ti conceda le sue grazie?»

David per un attimo rivide nelle mente l’immagine di Lady Justine, meravigliosa nel suo vestito da amazzone, con gli splendidi occhi verdi scintillanti di malizia. Si irrigidì.

«Non ho bisogno di cercare grazie già sposate con un altro uomo» rispose, secco, per poi cercare di mitigare l’asprezza del proprio tono. Non aveva mai litigato con Kenneth in quel modo prima d’ora. «E non ne hai bisogno neanche tu. Cristo Santo, sei giovane, ricco e tutte le debuttanti ti stanno con il fiato sul collo. Se proprio devi, scegli una di loro e dimenticati di Lady Elizabeth.»

Un ringhio di petto fu l’unica risposta che ottenne.

Il Duca gli si rivoltò contro come un animale ferito, i pugni serrati. «Credi di poter venire qui dall’alto della tua nobiltà e vivere la mia vita?» sbottò inferocito. «Non hai idea di quello che ho passato.»

«Certo che ne ho idea. Chi ti ha trovato mezzo morto per strada e ha curato le tue ferite, pezzo d’asino?» sbottò di rimando Fitzgerald. «D’accordo, magari non capisco appieno i tuoi sentimenti e il tuo orgoglio ferito, ma sto solo dicendo che invece di scappare potresti combattere per quello che vuoi. Puoi ancora far sì che la tua Elizabeth ti ami.»

D’un tratto, tutta la rabbia di Kenneth parve spegnersi. Curvò le spalle e si voltò, poggiando un pugno e la fronte contro lo stipite della porta. Chiuse gli occhi. «No, lei non può amarmi» disse con voce atona. «Non più.»

David, stupito da quel repentino cambio di umore, si avvicinò e gli poggiò una mano sulla spalla. Si aspettava che l’amico si divincolasse, invece si accorse che stava tremando di una furia repressa e dolorosa.

«Perché dici così?» domandò, di colpo preoccupato. «Perché ne sei così convinto?»

Kenneth scosse la testa e strinse la mascella così forte che il Visconte sentì lo scricchiolio della mandibola. Aspettò qualche spiegazione, ma egli si limitò a rimanere immobile, in feroce silenzio. Poi si raddrizzò. Quando parlò, il suo volto era di nuovo impassibile e freddo come il ghiaccio.

«Fidati, mio caro amico. Elizabeth adesso mi odia almeno quanto la odio io» disse senza guardarlo. «Ma va bene così. Non cerco più il suo inutile amore, soltanto la mia vendetta. E l’avrò fino in fondo, stanne certo.»

Questa volta David non ribatté. Voleva chiedergli perché ne soffrisse così tanto, se davvero non la amava più, ma egli lo prevenne.

«Ora basta parlare di donne» lo fermò con un cenno ammonitore. «Per favore» aggiunse poi in tono più mite. Riuscì persino ad abbozzare un sorriso. Un sorriso sghembo, ma pur sempre il sorriso che il Visconte gli aveva visto in faccia troppo raramente. «Abbiamo una partita di polo che ci aspetta, o l’hai dimenticato?» disse come un’offerta di pace.

Fitzgerald annuì.

Forse Kenneth aveva ragione, urlarsi contro in quel modo non aveva senso. Si augurava soltanto che l’amico non commettesse qualche sciocchezza con quella vipera di Lady Chandler o con Lady Elizabeth. In ogni caso, non c’era niente che lui potesse fare per distoglierlo dal suo obiettivo. «Dammi un minuto» replicò facendo per chiamare il suo valletto personale, ma il rumore degli zoccoli di un’altra carrozza sul selciato e delle grida che provenivano dal cortile attirarono l’attenzione dei due uomini.

«Non dirmi che Lady Chandler è tornata indietro a cercarmi» commentò sarcastico Kenneth mentre il Visconte si accostava alla finestra per controllare cosa stesse accadendo e perché, d’improvviso, tutti i servitori del palazzo sembrassero in fibrillazione.

«Non è Lady Chandler» rispose David spalancando gli occhi per la sorpresa e voltandosi verso di lui. «Mi sa che dovremo rimandare la nostra partita a un altro giorno» annunciò con un largo sorriso. «È tornato mio padre dalla Prussia.»

 

 

Stava piovendo di nuovo, ma Kenneth non si curò di aprire l’ombrello nero che lo faceva sentire una donnetta capricciosa e frivola. C’erano usanze dei nobili a cui non si sarebbe mai abituato, e usare il maledetto ombrello per ogni goccia di pioggia che cadeva dal cielo era una di queste.

Gli piaceva la sensazione delle perle d’acqua sui capelli folti e sulla pelle. In qualche strano modo lo rilassavano, come se fossero in grado di trascinare via con sé anche i suoi pensieri. Ma per questo dubitava che sarebbe bastato un lungo acquazzone autunnale.

David gli aveva gentilmente offerto di farlo condurre al campo di polo o di riaccompagnarlo a casa, ma lui aveva rifiutato, preferendo eclissarsi in tutta fretta. Rimanere ancora nel palazzo del conte di Rutherford, sebbene invitato, gli era parso come invadere un’intimità familiare che lui non aveva mai conosciuto.

Chissà cosa si prova ad avere un padre, non poté fare a meno di chiedersi.

Era una domanda stupida, lo sapeva. I padri non servivano a nulla. Non se l’era cavata bene da solo, prima aiutando la madre a lavare i panni che prendeva di casa in casa nei sobborghi di Londra e poi, dopo la sua morte, guadagnandosi il pane come lavapiatti e come stalliere?

Alle sue ingenue domande da bambino, la donna gli aveva detto che suo padre era morto e lui aveva imparato a crederci, pur piangendo, e tutto mentre quel bastardo si ingozzava di cibi raffinati che loro non avrebbero mai avuto e se la spassava con le sue ricchezze e il suo titolo senza pensare al piccolo orfano che si era lasciato alle spalle. Kenneth non aveva versato una sola lacrima apprendendo dall’avvocato della sua morte, perché quel Duca non era nulla per lui. Soltanto un estraneo che non meritava la sua compassione e il suo dolore. Se l’era ripetuto fino alla nausea, cercando di riempire quel vuoto che sentiva nel petto. Perché in fondo sua madre aveva sempre avuto ragione: egli era morto.

Era morto prima che lui potesse conoscerlo.

Kenneth proseguì, facendosi largo sul marciapiede a testa bassa, incurante degli altri passanti. Strinse in pugno il bastone da passeggio, desiderando con tutte le sue forze di spezzarlo in due. Era in legno massiccio, con il pomolo d’argento, e da solo sarebbe bastato a mantenere una famigliola per più di un anno. Il defunto Duca ne aveva posseduto almeno una dozzina, e adesso erano passati a lui. Come i suoi vestiti eleganti, i suoi cavalli e la sua carrozza.

Tutto suo.

Ma che diavolo me ne faccio?

Forse, se li avesse avuti prima, quando ancora aveva una speranza di conquistare il cuore di Elizabeth...

Oh, ma che cuore era mai quello, se aveva bisogno di soldi e titoli per innamorarsi davvero di qualcuno? Come colui che aveva contribuito alla sua nascita, anche lei non meritava alcuna compassione da parte sua.

Era distratto da questi pensieri, ma non abbastanza da non notare la manina che d’improvviso gli sfiorava la cintura, là dove teneva assicurato il borsello. Con un movimento fluido, girò su se stesso e afferrò il polso del ragazzino che lo stava borseggiando in mezzo alla strada.

«Cosa credi di fare, furfantello?» lo apostrofò duramente.

Il suo gesto fu il segnale. Immediatamente, il piccolo complice appostato poco lontano scattò via, scomparendo tra le gambe dei passanti. Anche il ragazzino provò a scappare, ma la presa del Duca era ferrea.

«Allora?» insistette, scrutandolo dall’alto.

«Lasciatemi!» si lamentò il ragazzino. Aveva una zazzera di capelli rossi e, nonostante la fuliggine appiccicosa che lo ricopriva, le lentiggini gli accendevano il volto paonazzo per lo sforzo e la paura. Eppure, l’espressione con cui lo stava fissando era quasi sfacciata. «Mi state facendo male.»

«E tu mi stavi derubando.»

«Nossignore» negò l’evidenza la piccola canaglia

«Ma davvero?» Kenneth inarcò un sopracciglio, minaccioso. «Allora perché avevi le mani sulla mia borsa?»

Il ragazzo impiegò qualche attimo per trovare una risposta soddisfacente. «Vi stava cadendo» proferì con un mezzo sogghigno. «Non è colpa mia, se non badate bene alle vostre cose.»

Kenneth lo fissò per un attimo, incerto se schiaffeggiarlo o mettersi a ridere. In quel momento due gendarmi accorsero, richiamati dalle voci.

«Che succede, Milord?» domandò uno di loro, deferente, vedendo i suoi bei vestiti e riconoscendo subito che si trattava un nobile.

«C’è qualche problema?» gli fece eco l’altro scoccando un’occhiata cupa al ragazzino, che impallidì e parve rattrappirsi su se stesso.

Kenneth vide che adesso ogni sfacciataggine era scivolata via dal suo volto. Perché entrambi sapevano qual era la punizione per chi era sorpreso a derubare un aristocratico. Bastava una sua parola...

«Nessun problema» disse con voce calma e autoritaria. «Mi è caduta la borsa e questo ragazzo me l’ha restituita.»

Gli lasciò andare il polso in fretta e si raddrizzò, frugando nella scarsella. Tirò fuori una sterlina d’argento. «Grazie dell’aiuto, Pel di carota» aggiunse per portare avanti la sua messinscena. Fece volteggiare in aria la moneta con un movimento del pollice. Il furfantello la prese al volo e rimase a fissarla nel palmo, stranito, come se non credesse a ciò che vedeva.

«E grazie a voi per il vostro pronto intervento» continuò all’indirizzo dei due gendarmi, che avevano abbassato i bastoni. «Ora potete andare.»

«Sempre a vostra disposizione» rispose il più alto delle guardie, poi fece un cenno al compagno e, con un’ultima occhiata sospettosa al ragazzino, ripresero la ronda.

Il piccolo ladruncolo pareva incapace di muoversi. Passò lo sguardo dalla moneta al Duca, incerto, spostando il peso da un piede all’altro.

«Puoi tenerla» disse Kenneth alla sua domanda inespressa. Poi gli si accovacciò davanti. «In cambio, che ne diresti di rispondere alle mie domande?»

Egli ci pensò su, poi annuì una volta, solenne.

«Bene. Come ti chiami?»

Il ladruncolo strinse le labbra e lui decise di cambiare tattica. Meglio partire dalle cose più semplici, come quando si trattava di domare un puledro riottoso. «Quanti anni hai?»

Seguì un rapido calcolo sulla punta delle dita. «Undici, Milord. Credo.»

L’età in cui lui si era trovato orfano anche della madre. Kenneth aggrottò la fronte. «E dove sono i tuoi genitori? Ti lasciano andare per le strade da solo a derubare la gente?»

L’ometto si strinse nelle spalle. «Non li ho più i genitori» ammise, per poi aggiungere in un sussurro cospiratore, come se si trattasse di un segreto: «Dicono che sono in cielo, ma io non ce li ho mai visti. Dev’essere per colpa di tutta questa nebbia e di questo fumo nero.»

Un orfano, quindi. Uno dei tanti che vivevano tra i sobborghi di Londra pulendo gli stretti camini, lavorando nelle fabbriche o rubacchiando in giro per sopravvivere.

«Per un’altra di queste monete, posso pulire il camino della vostra casa, se volete» aggiunse il giovincello con uno sguardo di speranza stavolta. «Sono bravo, sapete?»

Kenneth si alzò con un profondo sospiro. «Il mio camino è a posto e non permetterei mai a un bambino come te di entrarci e rischiare di rompersi l’osso del collo» replicò. Al suo sguardo deluso, dopo un attimo di pausa aggiunse: «Ma avrei bisogno di un altro valletto. La cosa ti interessa?»

Il ladruncolo lo fissò.

«Sta-state scherzando?» balbettò. «Io non so come...».

«Anch’io non so come faremo a lavarti via di dosso tutta quella fuliggine» lo interruppe. «Ma vedremo di riuscirci, Pel di carota, d’accordo?»

Allungò un braccio per suggellare il patto.

Il ragazzino fissò quella mano protesa come se si aspettasse che d’improvviso si alzasse e lo colpisse, come certo era già successo in passato.

Kenneth glielo leggeva negli occhi che era così.

Gli occhi di quel ragazzino avevano già conosciuto il dolore, ma forse, grazie a ciò che gli aveva lasciato suo padre, lui poteva farli brillare di nuovo.

Il piccolo si tese, per aggrapparsi alla sua mano.

«D’accordo» annuì con una serietà spiazzante in quel volto così giovane e sporco.

Mentre cominciava a camminare al suo fianco, si lasciò sfuggire un sussurro. «Nathaniel» mormorò. «È questo il mio nome, ma tutti mi chiamano Semola.»

Kenneth sorrise.

 





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