Maledizione a Justine e alla sua testa dura, inveì tra sé Elizabeth, per l’ennesima volta, mentre Angelica le sistemava i riccioli biondi in un’acconciatura sofisticata adatta per la serata a cui avrebbero preso parte quella sera. Al Theatre Drury Lane, il teatro più grande e prestigioso di Londra, era in programma una commedia di William Shakespeare dal titolo La dodicesima notte, e si prevedeva il tutto esaurito.
«Dobbiamo assolutamente andarci» aveva dichiarato la giovane Lady Tremaine quando si era recata a farle visita, quella mattina, dopo la sua consueta cavalcata nel parco.
«Non offenderti, ti prego» aveva ribattuto lei scuotendo il capo, perché uscire di casa era l’ultima cosa di cui avesse voglia. «In questi giorni mia madre è più problematica del solito e non voglio lasciarla da sola.»
Justine era rimasta qualche istante in silenzio, studiandola con cipiglio. «Da quanto tempo ci conosciamo io e te?» le aveva domandato.
Lei aveva sollevato un sopracciglio, confusa, prima di rispondere. «Da quando eravamo bambine. Ma questo cosa c’entra?»
«Significa che non sei mai stata brava a raccontare frottole, quindi non insultare la mia intelligenza e dimmi perché sei così strana in questi giorni» l’aveva incalzata.
Elizabeth era arrossita e aveva distolto lo sguardo, allontanandosi per raggiungere la finestra. «Te l’ho detto, mia madre non sta bene.»
«Non metto in dubbio che tu sia in ansia per la Contessa, ma il mio sesto senso mi dice che non è l’unico motivo. Diamine, hai perso anche il sorriso» aveva sostenuto Justine inchiodandola con uno sguardo pungente.
«Non sono strana» aveva replicato lei decidendo di attenersi alla verità, o almeno a una sua parte. «Sono solo preoccupata per le ragioni che tu già conosci.»
L’amica aveva emesso un sospiro, poi l’aveva raggiunta, prendendole le mani tra le sue. «Che stupida, a volte tendo a dimenticarmene, scusami.»
«Non importa, a volte anch’io vorrei dimenticarmi di tutta questa storia» aveva minimizzato lei.
«Certo che importa, sono stata insensibile» si era scusata ancora l’altra ragazza, contrita.
«No, sei solo la ragazza migliore che conosco e alla quale voglio un bene dell’anima.»
Si erano abbracciate e Justine si era asciugata la lacrima furtiva che le aveva bagnato una gota. «Ecco, mi hai fatto commuovere come una di quelle donnette svenevoli che odio tanto.»
«Non racconterò a nessuno del tuo cuore tenero, non temere, sarà un nostro segreto» aveva sussurrato Elizabeth a voce bassa.
L’altra era scoppiata a ridere, poi era ritornata alla carica con le sue argomentazioni: Vedrai che ti farà bene uscire, non puoi restartene chiusa tra quattro mura, ecc. ecc.
Alla fine, esasperata, aveva accettato, pur di togliersela di torno.
E adesso eccomi qua, pronta a recitare l’ennesima farsa, pensò, amareggiata, guardando la sua immagine riflessa nello specchio. La donna che la fissava dalla lastra di cristallo era bellissima, come al solito, ma i suoi occhi azzurri sembravano due pozze senza fondo, vuoti e spenti come lo era il suo animo, da quando era stata costretta a compiere quell’atto atroce a casa di Kenneth.
Era stato umiliante e si era sentita sporca, soprattutto per le parole che lui le aveva rivolto dopo. Ora aveva il terrore di rivederlo, la sola idea la faceva star male.
Ma Justine aveva ragione su una cosa: non poteva restarsene chiusa in casa per sempre. Prima o poi avrebbe dovuto affrontare sia il duca di Wellesley che le conseguenze della decisione che aveva preso.
La tregua di cui aveva goduto fino a quel momento aveva le ore contate, era inutile farsi illusioni.
«Lady Elizabeth, volete che vi prenda il mantello di velluto rosso o preferite quello nero?»
La voce di Angelica la distolse dalle sue tetre meditazioni. «Prendimi quello rosso» rispose alzandosi dalla poltroncina davanti alla petineuse e lisciandosi le pieghe dell’abito bianco intessuto di perle e coralli, corredato da deliziose maniche a campana. Le cadeva addosso alla perfezione ed esaltava le sue forme generose, sottolineando il punto vita e il seno florido che emergeva dalla profonda scollatura, come andava di moda in quel periodo.
«Ottima scelta, Milady» approvò la sua cameriera personale. «Almeno vi donerà un po’ più di colore al viso.»
Non fece commenti e lasciò che la ragazza la aiutasse ad allacciare l’indumento, quindi prese la piccola borsettina coordinata al vestito e infilò i guanti di seta. Stava per avviarsi, quando si udì un lieve bussare. Il battente si spalancò senza aspettare risposta.
«Sei pronta? La carrozza della tua amica è già davanti alla porta» annunciò Lord Clarendon entrando nella stanza. Fissò la figlia con uno sguardo compiaciuto. «Sei più bella del solito stasera» si complimentò facendosi da parte per farla passare, come un perfetto gentiluomo. «Prego, dopo di te.»
Se qualcuno le avesse detto che gli asini avevano preso di colpo a volare, Elizabeth ne sarebbe rimasta meno stupita. Il Conte non si era mai comportato in maniera così gentile ed educata, con lei, come negli ultimi giorni. Quella sera aveva perfino insistito per accompagnarla a teatro e poi al ricevimento dei Thompson, che si sarebbe protratto fino a notte fonda.
Si chiese quale altra diavoleria passasse per la testa di suo padre, anche se aveva il sospetto, anzi la quasi certezza, che la cosa fosse imputabile al fatto che avesse accettato di diventare l’amante del duca di Wellesley: evidentemente voleva tenersi buona la sua gallina dalle uova d’oro. Rammentava ancora la sua espressione soddisfatta quando era tornata da casa di Kenneth, dopo quell’orribile mattina. L’aveva trascinata nel suo studio e l’aveva interrogata a proposito della questione che gli stava più a cuore: i soldi e le sue proprietà.
«Non avete più nulla di cui preoccuparvi» si era limitata a comunicargli lei in tono spento, sotto quella raffica di domande. Eppure era mancata l’unica davvero importante. Come ti senti?
Ma al Conte dei suoi sentimenti non era mai interessato.
I suoi avidi occhi scuri si erano illuminati, poi un sorriso soddisfatto gli era affiorato sulle labbra. Aveva afferrato la bottiglia di whisky dal vassoio posato sulla scrivania e si era versato una generosa dose di liquore in un bicchiere, scolandoselo d’un fiato. Non aveva avuto una sola parola per lei, né aveva voluto sapere quale tipo di accordo avesse stipulato. L’unica cosa che gli importava era che fosse tutto sistemato.
«Allora, vogliamo andare?» le chiese.
Elizabeth ritornò con la mente al presente. Annuì e superò suo padre mormorando un lieve ringraziamento, quindi lo precedette di sotto, uscendo in strada. La carrozza con lo stemma del casato degli Halifax era parcheggiata davanti al marciapiedi antistante l’abitazione, con lo sportello già aperto e il predellino abbassato, in attesa.
Quando entrò nell’abitacolo, salutò Justine e Lord Charles Tremaine, il figlio cadetto del conte di Halifax e fratello dell’amica, e prese posto accanto a lei. Pochi istanti e anche il conte di Clarendon si accomodò al fianco dell’altro uomo. Non appena furono tutti a bordo, il cocchiere fece partire la carrozza.
Justine non impiegò che pochi istanti per mettere in moto la sua lingua, e cominciò a raccontare cosa aveva fatto nel pomeriggio. «Oggi c’era un comizio a Earls Court, per il diritto di voto alle donne» dichiarò eccitata. «Avresti dovuto esserci anche tu, è stato molto interessante. Peccato però che a un certo punto siano intervenuti i gendarmi a disperdere le partecipanti» affermò contrariata. «Sicuramente qualche bigotto benpensante avrà fatto la spia.»
«Spero non ci siano stati disordini» disse subito Elizabeth, preoccupata.
«Nulla di grave, solo qualche spintone.»
«Dovresti fare più attenzione» affermò. «Sai come vanno certe cose, le situazioni possono sfuggire di mano con estrema facilità.»
«Sprecate il vostro fiato, Milady» intervenne Lord Charles lanciando uno sguardo fintamente severo alla sorella. «Noi abbiamo ormai rinunciato a farla ragionare.»
«Oh, sta zitto, Charles!» interruppe il fratello Justine. «Bisogna lottare per ciò in cui si crede, me lo hai insegnato proprio tu. Le donne non hanno forse il diritto di esprimere il loro giudizio sulle questioni che le riguardano da vicino?»
«Non sono per nulla d’accordo» replicò Lord Arthur in tono di aperta disapprovazione. «Le femmine dovrebbero lasciare ai maschi ogni decisione, e pensare invece alle mansioni che competono loro.»
«Mansioni come il cucire, ricamare, badare alla casa o ai figli, giusto? Né più né meno di una buona fattrice» replicò Justine, infervorata.
«Siete nate per questo» insistette Clarendon.
«No, quello è il ruolo che voi uomini ci avete assegnato» lo rimbeccò la figlia del conte di Halifax, inviperita da quell’atteggiamento apertamente sessista, poi si lanciò in una filippica appassionata che lasciò completamente sbigottito il suo interlocutore.
Elizabeth, vedendo la faccia sconvolta di suo padre, fu tentata di scoppiare a ridere, ma ritenne prudente trattenersi.
«Ora smettila, mia cara, o il Conte penserà che i nostri genitori ti abbiano allevata come una piccola rivoluzionaria» disse Lord Charles Tremaine ostentando un’aria seria, ma ridacchiando sotto i baffi.
Justine aprì la bocca per replicare, offesa, ma in quel mentre la carrozza si fermò.
«A quanto pare siamo arrivati» annunciò il giovanotto alzandosi e lanciando un’occhiata ammonitrice alla sorella, che per una volta decise di soprassedere.
Lord Arthur fece lo stesso e, visto che era il passeggero più vicino allo sportello, uscì per primo e aiutò a smontare le due ragazze.
Brydges Street, situata nel distretto di Covent Garden, era affollatissima quella sera, e ai nobili si mischiavano parecchi monelli di strada e mendicanti in cerca di qualche spicciolo.
«Una moneta signore, vi prego.» Un bambino che non poteva avere più di cinque anni si avvicinò al conte di Clarendon, il berretto proteso. Era completamente sudicio e indossava solo dei pantaloncini corti e una maglia sgranata in più punti. Elizabeth fu attraversata da un moto di pena per quel povero piccolo, costretto a chiedere l’elemosina sotto quel freddo pungente, ma il Conte invece appariva tutt’altro che impietosito. Se ne liberò in malo modo, impugnando minaccioso il suo bastone dal pomolo dorato.
Le due fanciulle rimasero indignate da quel comportamento incivile e Justine non lesinò a Clarendon un’occhiata di fuoco. Quando Lord Charles li raggiunse sul marciapiedi, lo pregò di distribuire qualche moneta a quel povero bambino dal visetto smunto.
Egli non se lo fece ripetere e aprì la borsa. «Prendi, piccolo» disse mettendogli il denaro nel cappello.
Al bimbetto si illuminarono gli occhi di fronte a tanta generosità. «Grazie, grazie signore… che Dio vi benedica, signore» farfugliò prima di correre via tutto contento, perché per qualche settimana lui e i suoi fratelli non avrebbe sofferto la fame.
«Non dovreste lasciarvi intenerire da quei mocciosi, o non ve li leverete più di tornò» lo rimproverò Lord Arthur con un’aria saccente.
«Hanno solo fame» replicò Lord Charles, infastidito. «Forse se noi nobili rinunciassimo a qualche sfizio, ogni tanto, quei poveri bambini potrebbero avere un po’ di cibo sulle loro tavole, non credete?»
Clarendon scrollò le spalle, manifestando apertamente ciò che pensava dell’argomento. «Fate un po’ come vi pare, con le vostre idee da piccolo borghese» dichiarò con indifferenza. Poi, rivolto alla figlia: «Andiamo?» disse.
Elizabeth rivolse al giovane Tremaine un’occhiata contrita e si avvicinò al padre, quindi il quartetto si accodò alle eleganti dame in abito da sera e agli uomini in marsina che procedevano verso il teatro.
Svoltarono l’angolo e il Drury Lane si erse maestoso di fronte a loro, con il suo splendido colonnato di marmo perfettamente visibile alla luce dei lampioni visto che la nebbia, quella sera, non aveva ancora fatto la sua comparsa. Si accodarono alla gente in attesa e aspettarono pazientemente che arrivasse il loro turno per entrare.
Una volta varcata la soglia del teatro e ritrovatesi nel foyer, Eizabeth e Justine non poterono fare a meno di rimanere ammirate dinanzi a tanta magnificenza, perché se dal di fuori la struttura era splendida, all’interno era a dir poco superba, con i suoi pavimenti in marmo, le pareti interamente dorate e i preziosi lampadari di cristallo che pendevano dalle alte volte, simili a milioni di diamanti. Quella era la prima volta che vi mettevano piede, come era la prima rappresentazione a cui avrebbero assistito, ma sicuramente nessuna delle due avrebbe dimenticato quel momento.
Lord Charles Tremaine e Lord Clarendon si accodarono a un piccolo gruppo di conoscenti, così mentre gli uomini chiacchieravano tra loro, le due ragazze ne approfittarono per fare altrettanto.
«Te l’avevo detto che non potevamo perderci questa serata» affermò Justine strizzando l’occhio a Elizabeth. «Praticamente tutta Londra è radunata qui, stasera.»
«Avevi ragione, è un posto magnifico» assentì Elizabeth non smettendo un attimo di guardarsi intorno, rapita.
«Ed è anche un ottimo posto per mettersi in mostra, cara la mia debuttante» riprese Justine, ridacchiando, ponendosi una mano davanti alla bocca e avvicinando le labbra al suo orecchio. «Guarda, lì c’è Sir Thomas Cavanaugh… ti si sta mangiando con gli occhi. Mi sa che è innamorato di te» concluse ammiccando.
«Ma che dici? Se ci siamo incrociati una sola volta, al ballo del marchese di Spencer» si schermì Elizabeth. «E gli ho dato persino buca per il ballo, poverino.»
«Ma ti ha mandato un centinaio di bigliettini adoranti, insieme a quei bellissimi fiori» ribatté l’altra giovane, ironica. «E poi a volte occorre un solo sguardo perché il cuore perda la ragione, non lo sai?»
Oh, certo che lo so, pensò lei rabbuiandosi improvvisamente, ma per fortuna non dovette soffermarsi a lungo su quel pensiero, perché vennero esortati ad accomodarsi: la rappresentazione stava per iniziare.
Si accodarono alla gente in transito e si avviarono verso il palco del conte di Halifax. Nessuna di loro si accorse dei tre elegantissimi uomini che erano appena entrati nel foyer.
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