Il sipario calò sul palcoscenico alla fine del primo atto, sottraendo alla vista le due attrici che interpretavano la Contessa Olivia e il messaggero del Duca Orsino che in realtà era Viola, una fanciulla scampata a un naufragio che si era travestita da uomo per cercare notizie di Sebastian, il suo gemello, non rassegnandosi alla notizia della sua morte.
Per un breve momento il silenzio, nel buio ovattato del teatro, fu assoluto, poi un fragoroso applauso riverberò nella grande sala, seguito da un vocio assordante e dal rumore della gente che si alzava dal proprio posto per raggiungere il foyer, dove durante l’intervallo c’era la possibilità di rifocillarsi.
Elizabeth si portò una mano alla testa quando le lampade si accesero, leggermente infastidita dalla luce improvvisa. Da qualche minuto le tempie avevano preso a martellarle fastidiosamente, e il dolore non accennava a diminuire. Fece una smorfia, ma non disse nulla per non rovinare il divertimento dell’amica, che invece appariva entusiasta dello spettacolo.
«È fantastico, non è vero?» esclamò infatti Justine riponendo il piccolo ed elegante binocolo che fino a poco prima aveva usato per seguire meglio la scena sul palco. Si alzò in piedi. «E pensare che tu, Charles, non volevi neanche venire» disse puntando l’indice contro il fratello e indirizzandogli un’occhiata obliqua.
«Avrei preferito di gran lunga King Lear» dichiarò l’interessato con un sorrisetto ironico. «Oppure Amleto. Questa commedia è un po’ troppo sdolcinata per i miei gusti, ma d’altro canto è appropriata per delle giovani gentildonne quali siete tu e Lady Elizabeth» aggiunse malizioso.
«Lo fai apposta per irritarmi, vero?» lo rimbeccò Justine, pronta. «Ma stavolta non ci riuscirai, ti avverto» affermò con una linguaccia birichina che fece scoppiare il fratello in una fragorosa risata.
«Forza, Scricciolo, andiamo a prendere un po’ d’aria prima del secondo atto» disse Lord Tremaine raggiungendo la piccola porticina che conduceva all’esterno e spalancandola, poi fece cenno agli altri tre di precederlo fuori.
«Buona idea» approvò Clarendon, avviandosi. «Qua dentro si muore di caldo.»
Il quartetto abbandonò il palco e ritornò nel foyer, dove camerieri in elegantissime livree bordeaux e dorate stavano già aggirandosi tra gli ospiti con vassoi carichi di cibo e di calici di champagne. I gioielli delle donne, che si erano liberate dei mantelli lasciandoli nel guardaroba, prima che lo spettacolo avesse inizio, scintillavano sulle pelli nude di petto e braccia e rivaleggiavano con i preziosi lampadari appesi al soffitto.
Lord Charles fermò il primo cameriere che gli passò davanti e afferrò due coppe, che porse alle ragazze. Dopo ne prese altre due per sé e per Lord Arthur.
Elizabeth inclinò il suo calice e si fece scivolare qualche goccia del liquido dorato sul palato, poi salutò con un cenno del capo Lady Spencer e le sue due belle figlie: Lady Emily e Lady Caroline.
Stava rispondendo a una domanda di Justine, dopo aver buttato giù il secondo sorso del frizzante vino, quando una voce familiare risuonò alle sue spalle.
«Buonasera, mie Signore! Signori…».
Elizabeth si irrigidì e lo champagne che le scendeva lungo la gola prese fuoco. Passò un lungo momento prima che si voltasse. Quando lo fece Kenneth era proprio di fronte a lei, elegantissimo nella sua marsina nera con il panciotto in candida seta e l’orologio in oro massiccio che sporgeva dal taschino. Ma non era da solo. Accanto a lui vi erano il Visconte Fitzgerald, Lady Ginevra Chandler con un’amica e un gentiluomo che non aveva mai visto prima.
«Buonasera» si unì al coro generale dei saluti, tentando di dare alla voce un’inflessione normale, ma dentro si sentiva un fascio di nervi e questo, insieme allo sguardo bruciante del Duca, che non si perse il minimo particolare della sua figura, non fece che peggiorare la sua emicrania.
Avvampò dinanzi a quello sfacciato esame, ma suo malgrado non le riuscì di staccare lo sguardo, quasi come se lui le avesse lanciato una sorta di incantesimo. Kenneth piegò le labbra in un sorriso beffardo: sembrava sapere perfettamente ciò che le passava per la mente in quel momento.
E ne godeva appieno.
Maledetto!, inveì dentro di sé, irritata, così quando il Visconte Fitzgerald provvide a fare le presentazioni dei suoi accompagnatori, fu particolarmente cordiale con lo sconosciuto che le venne presentato come Jed Reynolds.
Quest’ultimo era il Capitano di una nave mercantile appena approdata nel porto di Londra con il suo prezioso carico proveniente dalle Indie orientali e, da quello che aveva capito, Kenneth e Fitzgerald erano i suoi principali finanziatori.
«Cosa avete trasportato?» chiese il giovane Tremaine, interessato.
«Avorio, seta e spezie pregiate» rispose orgoglioso Reynolds. «La Sirena dei Mari, la mia nave, è stata la prima a raggiungere la capitale. Ciò vuol dire che riusciremo a spuntare un prezzo migliore ai commercianti. Dico bene, miei Signori?» disse rivolto ai suoi soci, che annuirono.
«Non ho mai visto una nave da vicino» prese la parola Elizabeth, sinceramente interessata. «Deve essere molto emozionante ritrovarsi in mare aperto in mezzo al nulla, con solo voi e i gabbiani che volteggiano nel cielo.»
«Quando il mare è calmo, sì» sorrise Reynolds, «ma non quando si arrabbia e gonfia i flutti. Allora preferireste trovarvi da tutt’altra parte Milady, vi assicuro» ridacchiò.
«Eppure per voi non è così, o sbaglio?» proseguì lei, perché non le era sfuggito il malizioso scintillio di quegli occhi grigi.
«Siete molto perspicace» replicò il Capitano dedicandole una lunga occhiata incuriosita. «E avete perfettamente ragione: io amo cavalcare le onde quando il mare è in burrasca, quando basta un solo movimento sbagliato per rimetterci la vita. È come quando si corteggia una donna: se la conquista è troppo facile non vale la pena cimentarsi, non trovate?»
Elizabeth arrossì: la lusinga insita in quelle parole era palese. Azzardò uno sguardo in direzione di Kenneth e riuscì a trattenersi a stento dal trasalire. Appariva palesemente furioso e una cocente rabbia bruciava in quegli occhi neri, promettendo battaglia. Distolse gli occhi e si morse il labbro, all’improvviso a corto di parole. Per fortuna ci pensò Lord Charles a salvare la situazione. «Quando prevedete di ripartire?» chiese all’uomo di mare.
«Non prima di marzo» rispose l’interessato. «In questo periodo non è consigliabile affrontare una traversata: le tempeste e gli uragani sono all’ordine del giorno, e anche un temerario come il sottoscritto sarebbe un pazzo a sfidare l’oceano» spiegò. Fece una breve pausa, appuntando le sue iridi chiare su Elizabeth. «Vorrà dire che cercherò di godermi le bellezze di Londra nel frattempo» affermò in un tono carico di sottintesi.
«La capitale è piena di piacevoli occasioni, amico mio» dichiarò Wellesley calando con forza una mano sulla spalla di Reynolds. «State solo attento a non invadere il terreno di caccia altrui» lo mise in guardia usando un tono volutamente leggero che suscitò un coro di risatine da parte dei suoi interlocutori, ma il sorriso che gli aleggiava sulle labbra non raggiungeva gli occhi scuri.
Lei fu l’unica ad accorgersene.
Dopo, continuarono a conversare del più e del meno per qualche altro minuto, fino a quando il direttore del teatro non invitò gli ospiti a prendere di nuovo posto, visto che stava per cominciare il secondo atto.
«Perché non venite nel nostro palco?» propose Kenneth. «Siamo proprio davanti al palcoscenico, e vi assicuro che la vista è straordinaria. Non avrete nemmeno bisogno del binocolo.»
Elizabeth deglutì.
No, per favore, no!, pregò ferventemente dentro di sé, ma le sue suppliche rimasero inascoltate.
«Volentieri» accettarono infatti sia Lord Clarendon che Lord Tremaine, e così non le restò altro da fare che accodarsi al Duca e ai suoi amici lungo il corridoio circolare che conduceva ai palchi. Si fermarono solo quando raggiunsero l’ultima porta.
«Oh, Buon Dio!» esclamò Justine battendo le mani, entusiasta, quando varcò la soglia. «Da qui si ha quasi l’impressione di trovarsi sul palcoscenico con gli attori.»
Il duca di Wellesley si profuse in un galante inchino, in risposta. «Ve lo avevo detto» proferì, dopo di che invitò la giovane Lady ad accomodarsi nella poltrona centrale, cedendogli il posto d’onore. In quanto a lui, orchestrò la situazione in modo da sedersi accanto a Elizabeth, nell’angolo più lontano e nascosto del palco.
Lei era talmente agitata che non si accorse di aver artigliato la stoffa del vestito fino a quando le dita non cominciarono a dolerle. Solo allora mollò la presa, per non rischiare di strappare la preziosa stoffa.
Ma quello fu solo il principio, perché il vero supplizio iniziò quando le luci si spensero e il secondo atto della rappresentazione fu portato in scena.
Tentò di mostrarsi il più rilassata possibile, almeno esteriormente, ma comprese che Kenneth non aveva alcuna intenzione di renderle la vita facile. Mentre i protagonisti della commedia recitavano la loro parte, non perse occasione di metterla in difficoltà: prima sfiorandole il ginocchio con una gamba, poi lambendole, in modo in apparenza casuale, la schiena nuda mentre si sporgeva per commentare con i suoi ospiti una scena particolarmente interessante. Elizabeth sentiva il suo sguardo rovente sulla pelle, che sembrava toccarla con un dolore quasi fisico, causandole una tensione continua.
Alla fine dello spettacolo, quando le luci tornarono a illuminare il teatro e gli spettatori cominciarono ad avviarsi verso l’uscita, era sull’orlo di una crisi di pianto e la testa minacciava di esploderle.
«Che hai, non ti senti bene?» la apostrofò Justine, preoccupata, avvedendosi del suo volto cereo.
Lei colse al volo l’occasione per allontanarsi dal fianco del Duca e raggiunse l’amica. «Mi è venuta una forte emicrania» rispose. «Temo proprio che dovrò tornare a casa.»
«Ma certo» annuì subito l’altra fanciulla. «Ti ci accompagniamo noi prima di recarci dai Thompson.»
«Non occorre» scosse il capo Elizabeth. Non voleva essere un peso per nessuno. «Io e mio padre possiamo benissimo noleggiare una carrozza. Non mi sembra giusto che dobbiate tornare indietro per noi.»
«Sciocchezze!» tagliò corto Justine non sentendo ragioni, prendendola sottobraccio. «Io e Charles lo facciamo volentieri, non è vero?» disse rivolta al fratello.
«Assolutamente» assentì Lord Tremaine. «Voi due aspettateci nel foyer» istruì la sorella. «Io e Lord Clarendon andiamo a recuperare i mantelli.» Dopo aver rivolto un cenno del capo al Conte stavano per andare, quando Wellesley fece udire la sua voce.
«Scusate l’intromissione» disse con un sorriso, «potrei accompagnare io a casa Lord Clarendon e Lady Elizabeth. Mi è di strada e non mi costa nulla.»
«Vostra Grazia, avevate promesso di scortare me e Lady Rowling al ricevimento, dopo il teatro» protestò Lady Chandler palesemente infastidita, indirizzando un’occhiata di fuoco a Elizabeth.
Lei stava per sollevare Kenneth dall’incombenza, liquidandolo con qualche frase di circostanza, ma lui fu più lesto.
«Perdonatemi, Milady, ve ne prego» replicò cortese, «ma avevo dimenticato che domattina presto ho un appuntamento con il mio banchiere per discutere di alcuni affari importanti. In ogni caso, dunque, non mi è possibile venire. Farò in modo di farmi perdonare alla prossima occasione, non temete» assicurò. «Inoltre» aggiunse, «vi lascio in ottime mani. Il Visconte Fitzgerald e il Capitano Reynolds saranno più che felici di farvi da accompagnatori, non è vero?»
«Ma certo» assentì subito David facendo buon viso a cattivo gioco, ma in cuor suo si ripromise di dirne quattro all’amico alla prima occasione. Nel suo programma per la serata non aveva certo previsto di fare da cavaliere a Lady Chandler, bensì a una certa donzella dalla lingua impertinente di sua conoscenza.
«Sicuro» fece eco anche Reynolds, galante. Poi il Capitano, rivolto a Elizabeth: «Mi rincresce per la vostra improvvisa indisposizione, Milady, ma confido di avere presto il piacere di rivedervi» disse con un caldo luccichio negli occhi grigi.
«Sono sicura che non mancherà l’occasione» rispose lei, le guance scarlatte per l’imbarazzo, incrociando fugacemente lo sguardo dell’uomo di mare.
«Bene, credo che sia tutto sistemato» affermò il duca di Wellesley con una voce amichevole. Fin troppo. «Che ne dite Clarendon, andiamo?» aggiunse poi.
Lord Arthur indirizzò una fugace occhiata alla figlia. Non gli sfuggì la sua espressione implorante, ma se ne infischiò, raddrizzandosi il panciotto.
«Certo» disse annuendo con un sorriso.
Era circa mezzanotte quando Elizabeth, Kenneth e il conte di Clarendon si ritrovarono in strada. Lontani dagli sguardi e dalle orecchie indiscrete di amici e conoscenti, camminarono nel più completo silenzio per raggiungere la carrozza del Duca, parcheggiata una cinquantina di metri più avanti, all’angolo di Brydges Street. Man mano che si avvicinavano al mezzo, al pensiero che entro pochi minuti si sarebbe ritrovata stretta tra quelle quattro pareti insieme al suo quasi amante, l’agitazione di Elizabeth crebbe, e lo stomaco minacciò di ribellarsi. Rabbrividì e strinse di più il mantello intorno al collo, ma era più che sicura che quel freddo che sentiva salire dal petto non avesse nulla a che fare con la pungente aria della notte o con il vento sostenuto che aveva preso a soffiare, portando con sé l’odore della pioggia.
No, era paura pura e semplice, quella che l’attanagliava.
Il Big Ben aveva appena emesso dodici rintocchi, quando lo sportello si richiuse con uno scatto secco e la carrozza si mosse, gli zoccoli dei cavalli che risuonavano ritmicamente sulla strada costituita da grossi ciottoli.
Per un tempo che parve infinito, quello fu l’unico rumore che si udì all’interno dell’abitacolo: la tensione poteva tagliarsi con un coltello. Kenneth non fece nessun tentativo di aprire bocca e di intavolare una conversazione, limitandosi a fissarla con le braccia incrociate sul petto. Lei, dal canto suo, finse di non accorgersi di quello sguardo penetrante e tenne ostinatamente la testa rivolta verso il finestrino, la fronte premuta contro il vetro, pregando che quel viaggio finisse il prima possibile. Suo padre, seduto sul sedile accanto al suo, si limitò a un esame accurato delle sue unghie e non le offrì alcun conforto. Ma finché ci fosse stato lui al suo fianco...
A un certo punto i cavalli nitrirono e la carrozza si fermò con un lieve sobbalzo.
«Siamo già arrivati?» domandò Clarendon aggrottando le sopracciglia, stupito. Scostò la tendina di pizzo e sbirciò fuori dal finestrino, poi tornò a guardare il Duca con un’espressione interrogativa sul viso. «Che significa?» chiese.
«Significa che dovete scendere» rispose questi, conciso, spalancando lo sportello. «Mi incaricherò io di scortare vostra figlia a casa. Nel frattempo voi entrate da Brook’s e godetevi il resto della serata.» Si frugò nelle tasche della giacca e tirò fuori un ingente fascio di banconote, quindi gliele mise tra le mani.
Lord Arthur abbassò lo sguardo sulla considerevole somma di denaro che stringeva tra le dita. Con quei soldi avrebbe potuto permettersi ben più di una partita a poker e forse, se la fortuna fosse stata dalla sua parte, magari avrebbe racimolato la somma necessaria per riscattare Clarendon Manor e mandare al diavolo quel figlio di puttana che lo teneva per il collo.
«Siete molto generoso, Vostra Grazia» affermò con un sorriso calcolatore. Fece per alzarsi, ma Elizabeth, con un piccolo grido, gli artigliò un braccio. «Non penserete davvero di andarvene e lasciarmi qui da sola, vero?» squittì terrorizzata.
Il Conte le diede un colpetto sulla mano che sarebbe sembrato quasi affettuoso, senza quella luce cupida nello sguardo, poi se ne liberò senza problemi.
«Suvvia, mia cara, non fare storie e non mettermi in imbarazzo» disse, e suonava più che altro come un ordine. «Sono sicuro che il Duca ti condurrà a casa sana e salva, dopotutto è un… gentiluomo» dichiarò dopo una breve esitazione. «Io ti raggiungerò tra breve» le assicurò senza curarsi di risultare convincente. Sapevano entrambi che era una menzogna.
Elizabeth sgranò gli occhi, completamente sconvolta. Avrebbe voluto urlare, strapparsi i capelli dalla rabbia, manifestare al mondo intero la sua indignazione e mandare al diavolo quei due uomini che se la contendevano come un giocattolo, invece tutto quello che le riuscì di fare fu restare in silenzio a guardare suo padre che scendeva dalla carrozza, lasciandola da sola in balìa di Wellesley.
Il conte di Clarendon era appena smontato, toccandosi il cilindro in un breve saluto, quando la carrozza si rimise in moto.
Kenneth abbandonò all’istante la sua posa indolente e la inchiodò con uno sguardo fiammeggiante. «Vieni qui, Elizabeth!» ordinò in un tono che non ammetteva repliche.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione