Elizabeth era seduta al tavolo della colazione. Nel piatto che aveva davanti a sé c’erano due fette di pane, le uova e il bacon, ma il cibo era ormai immangiabile, perché da circa un’ora non faceva altro che limitarsi a punzecchiarlo con la forchetta, senza fare alcun cenno di portarselo alla bocca. Ma non poteva farci nulla: aveva lo stomaco chiuso, come al solito. Non c’era da meravigliarsi, dunque, se aveva perso peso, come dimostravano gli abiti più larghi in vita, e se i lineamenti del viso si erano fatti più affilati.
Con un sospiro, allontanò il piatto da sé e scostò la sedia dal tavolo, intenzionata a raggiungere sua madre di sopra. Aveva appena ripiegato con cura il tovagliolo, posandolo accanto alle posate, quando sentì qualcuno schiarirsi la gola con discrezione. Alzò gli occhi e vide la cameriera della contessa di Clarendon ferma sulla soglia. L’anziana donna teneva lo sguardo basso, verso il pavimento, e si torceva ansiosamente le mani.
Il primo pensiero andò immediatamente a Lady Costance. «Mrs Bird, che succede? Mia madre…?» domandò allarmata.
«No Milady, state tranquilla. La Contessa sta bene, l’ho lasciata che ancora dormiva, ma è successa una cosa» proferì la domestica alzando appena il volto.
Elizabeth le si avvicinò, sollecita. «Di qualunque cosa si tratti parlate, non abbiate timore.»
Mrs Bird annuì, rinfrancata. «Ecco, voi sapete che mi occupo io della gestione della casa da quando la governante e la maggior parte dei domestici sono andati via» espose.
Lei lo sapeva bene, come era consapevole che l’anziana domestica non si occupava solo di mantenere la casa pulita e ordinata. Da quando avevano dovuto ridurre la servitù, perché non potevano permettersi di pagare i loro stipendi, si occupava anche di fare da cuoca, di fare la spesa e, soprattutto, si era assunta il non facile compito di fare da infermiera a Lady Costance. Non si era mai lamentata delle pesanti incombenze, sino a quel momento. Neppure una volta. Per tutti questi motivi, la teneva nella massima considerazione, anche perché non sapeva proprio come avrebbe fatto senza il suo prezioso aiuto.
«Certo» annuì, «e io ve ne sono infinitamente grata» affermò con un sorriso sincero.
L’anziana scosse la testa. «Farei di tutto per vostra madre e per voi, non dovete ringraziarmi per questo» dichiarò con solennità.
Elizabeth non dubitò della veridicità di quelle parole nemmeno per un istante. Del resto Mrs Bird, prima di fare da nutrice a lei e a Richard, era stata la balia di sua madre da quando quest’ultima aveva dieci anni. L’aveva seguita anche dopo che Lady Costance si era sposata con il conte di Clarendon, per rimanerle accanto e aiutarla nella sua nuova vita.
«Ditemi pure, cosa vi angustia?» la incalzò con gentilezza.
«Stamattina presto si sono presentati alla porta i fornitori, come tutti i venerdì, ma stavolta non hanno scaricato nulla» annunciò, mesta.
Elizabeth aggrottò la fronte. «E perché mai? I nostri soldi non sono buoni come quelli di chiunque altro?»
«È proprio questo il punto, mia cara bambina» scosse il capo la domestica. «Il denaro.»
«Che intendete dire?»
«Non hanno più intenzione di farci credito, perché sono più di due mesi che vostro padre non salda loro il dovuto.»
«Cosa? Non è possibile!» esclamò lei, sconvolta.
«È quello che affermano» sostenne l’anziana. «Mi hanno incaricata di riferire al Conte che se non provvederà immediatamente a saldare i suoi debiti, non ci sarà più nessuna consegna.»
«Lui ne è stato informato?» domandò.
«Non è ancora sceso per fare colazione, Milady, e in tutta franchezza ho preferito avvisare prima voi, visto che in questi ultimi giorni appare più irritabile del solito» confessò Mrs Bird.
Elizabeth assentì, non aveva tutti i torti. Lord Arthur in quei giorni era a dir poco intrattabile: scattava per un nonnulla e aveva sempre parole sferzanti per chiunque.
Sua figlia compresa.
«Penserò io a risolvere il problema» disse congedando l’anziana servitrice, poi salì di sopra, nelle sue stanze. Sapeva che c’era solo una cosa che poteva fare.
Si diresse di filato verso l’alto cassettone, posizionato accanto alla finestra, e aprì il portagioie. Le sfuggì un ansito strozzato e gli occhi si spalancarono: lo scomparto in fine porcellana era vuoto e desolato come un deserto, fatta eccezione per una sottile catenina in oro con un pendente di zaffiri e brillanti. Era un regalo della madre di sua madre. La nonna adorata glielo aveva donato per il suo quindicesimo compleanno, pochi mesi prima di venire a mancare.
«Non è possibile!» bofonchiò tra sé, perché fino a pochi giorni prima in quel cofanetto era depositata una piccola fortuna tra spille, anelli, collane, bracciali e fermagli per capelli. C’era anche il collare che le aveva dato Kenneth. Il suo primo pensiero andò ad Angelica. Che fosse lei l’artefice del furto?
Subito dopo scartò quella possibilità. Quando l’aveva licenziata erano insieme, in quella stanza, e non l’aveva persa di vista fino a quando non aveva abbandonato il palazzo.
No, non può essere stata lei, disse a se stessa.
C’era una sola spiegazione plausibile. E l’avrebbe appurata subito. Richiuse il coperchio del portagioie con uno scatto secco e uscì come una furia sul pianerottolo del corridoio, avanzando di una decina di metri. Davanti alla camera padronale calò con forza le nocche contro il battente di quercia, poi spalancò la porta senza attendere il permesso di entrare.
Il conte di Clarendon era a letto e si era appena tirato su con il busto, ancora intontito dal sonno. Non aveva una bella cera - in effetti sembrava un cadavere appena sfossato -, ma in quel momento Elizabeth era troppo furiosa per preoccuparsi della salute di suo padre.
«Dove sono finiti tutti i miei gioielli?» lo apostrofò senza mezzi termini.
Il Conte incupì lo sguardo davanti a quel tono imperioso. «Come osi entrare in camera mia e gridarmi contro, brutta sfacciata?» replicò indignato. «Dov’è finita l’educazione da gentildonna che ti hanno inculcato?»
«L’ho lasciata fuori da questa stanza» gridò lei stringendo i pugni nel tentativo di mantenere il controllo, poi riprese: «Non vi basta averci rovinati con il vostro comportamento irresponsabile, adesso siete diventato anche un ladro?»
«Sta’ attenta a come parli, piccola vipera!» sibilò il Conte alzando un pugno, minaccioso. «Sono io che ho pagato quei ninnoli, quindi ero nel pieno diritto di riprendermeli in qualunque momento.»
«Ah sì?» lo rimbeccò Elizabeth mettendosi le mani sui fianchi, in una posa bellicosa. «E sentiamo allora, cosa ne avete fatto? Perché di sicuro non li avete usati per pagare i conti dell’ortolano o del macellaio.»
«Sono io il padrone di questa casa e non devo certo rendere conto a te di come utilizzo il mio denaro» sostenne il Conte, duro.
«Li avete di nuovo perduti al tavolo da gioco, non è vero? Oppure li avete sperperati in un bordello, adesso che ho mandato via la vostra amante?» lo provocò non riuscendo a trattenersi.
Erano giorni che voleva affrontare l’argomento.
Lord Arthur emise una specie di ruggito a quelle parole. Scostò le coperte e buttò i piedi fuori dal letto, raggiungendola, quindi la agguantò per un braccio e le affondò le dita nella carne. Elizabeth si morse il labbro per non urlare dal dolore.
«Che diavolo significa? Mi hai raccontato che era dovuta partire per qualche settimana per accudire la madre malata.»
«Era una bugia» dichiarò lei sollevando il mento. «Vi ho visti fornicare in questo letto. Nel letto di mia madre!» urlò, ormai fuori di sé dalla rabbia. «So tutto, compreso il fatto che le facevate spiare me e Kenneth. Pensavate davvero che le avrei permesso di restare sotto il mio stesso tetto, dopo che ha rovinato la mia vita?»
«Tu… maledetta!» inveì il conte di Clarendon, il volto paonazzo e gli occhi rossi e spiritati. Alzò il braccio per colpirla.
Elizabeth chiuse gli occhi, aspettando la percossa, ma non fu lo schiocco secco del ceffone che si aspettava a raggiungerle le orecchie, bensì un grugnito gorgogliante. Sollevò le palpebre giusto in tempo per vedere suo padre lasciarle il braccio e portarsi una mano alla pancia e l’altra alla bocca. Si accasciò su se stesso, finendo in ginocchio.
Gli andò subito accanto, preoccupata, ma l’uomo la colpì con un manrovescio, scagliandola lontano da sé. «Va’ via, puttana!» sputò tra i denti. «Chiedi al tuo caro Kenneth di mettere mano alla borsa. Ti basterà solo aprire le gambe per lui.»
Elizabeth trasalì, gelata da quelle parole sferzanti che facevano più male delle botte. Non fece un secondo tentativo di avvicinarsi. «Riguardatevi, padre» si limitò a dire, pacata, quindi raggiunse la porta e uscì dalla stanza, regale come una regina.
Quando il battente si richiuse, il Conte aprì il pugno che teneva serrato e si guardò le mani, deglutendo. Sul suo palmo spiccavano, nitide, delle strie di sangue scarlatto.
Elizabeth uscì dal banco dei pegni, situato nell’East End di Londra, piangendo. Aveva appena dato via l’unico ricordo che conservasse della sua cara nonna e sapeva che non avrebbe mai avuto modo di riscattarlo, vista la scarsità delle finanze della sua famiglia. Certo, come aveva insinuato suo padre, avrebbe potuto chiedere dei soldi a Kenneth - in fondo lui aveva detto che se avesse accettato di diventare la sua amante l’avrebbe degnamente ricompensata -, ma l’orgoglio glielo impediva perché, nonostante ciò che era accaduto, lei non era una donnaccia di strada che si faceva pagare per i propri favori.
Aprì l’ombrello per ripararsi dall’acquazzone, rimpiangendo per l’ennesima volta di non essersi fatta accompagnare in carrozza - lei e la sua maledetta segretezza! - e si avviò sul marciapiedi, le lacrime che si mischiavano alla pioggia sul suo volto. Tenne il capo chino per sottrarsi agli sguardi della gente, non voleva rischiare che qualcuno la riconoscesse, anche se era improbabile: quella zona non era molto frequentata da quelli della sua classe sociale. Era meglio non correre rischi, comunque.
Aveva appena girato l’angolo, svoltando in Brick Lane, quando urtò qualcuno che procedeva nella direzione opposta alla sua. L’ombrello nell’impatto finì per terra, nel fango, e lei avrebbe seguito la medesima sorte se due forti mani non l’avessero afferrata con prontezza alla vita. Sollevò lo sguardo per ringraziare il suo sconosciuto salvatore, ma si ritrovò a fissare, con sorpresa, due occhi scuri decisamente familiari.
«Kenneth» alitò in un fiato.
«In carne e ossa» replicò il duca di Wellesley. Dopo, con evidente riluttanza, le tolse le mani di dosso: dei passanti, curiosi, li osservavano. Fu proprio a loro beneficio che, dopo aver recuperato l’ombrello della ragazza, si inchinò per un saluto formale, poi le prese un polso e la condusse verso la vetrina di un negozio di dolci, in una nicchia riparata che consentiva una certa intimità. «Dove sei stata con questo tempaccio da lupi?» la interrogò. «E perché stai piangendo? Che è accaduto?» chiese stringendo gli occhi in due fessure. «Qualcuno ti ha importunato?»
«Non… non sto piangendo» scosse la testa Elizabeth proprio mentre due lacrimoni le spuntavano dalle ciglia e rotolavano lungo i solchi delle guance. «È… è la pioggia a bagnarmi il viso.»
«Certo, e io sono il re d’Inghilterra» replicò sarcastico Kenneth. «Avanti, parla!» la incalzò. «O giuro che non ci muoveremo da qui.»
La giovane si arrese con un pesante sospiro. «Dovevo sbrigare delle commissioni» proferì, vaga.
«E queste commissioni erano così urgenti da costringerti a uscire sotto quest’acquazzone?» alzò un sopracciglio, dubbioso. «Perché non hai incaricato la tua cameriera personale?»
«Perché non ce l’ho più, d’accordo?» sbottò lei fulminandolo con un’occhiata. «L’ho licenziata pochi giorni fa, dopo aver scoperto che andava a letto con mio padre» aggiunse a voce più bassa.
Kenneth restò in silenzio per qualche attimo, infine: «Non hai ancora risposto alla mia domanda.»
«Cos’è questo, un interrogatorio?» sibilò Elizabeth, talmente irritata che smise di piangere. «Non sono tenuta a risponderti» disse.
«O me lo dici tu o lo scoprirò, in un modo o nell’altro» replicò il Duca, determinato. «Magari mi basterà chiederlo a Clarendon, che dici?»
Elizabeth serrò la mascella, furiosa. «Sei un maledetto arrogante, lo sai?»
Lui per tutta risposta le afferrò un braccio e lei sussultò, emettendo un gemito di dolore. Dopo fece per sottrarsi alla presa, ma lui non glielo permise. Le scostò il mantello di velluto e le sollevò la manica con discrezione. Sulla pelle nivea spiccava un grosso ematoma violaceo, ed erano evidenti i segni delle dita. «Chi è stato?» domandò, mortalmente calmo.
Elizabeth sentì i battiti del cuore accelerare: Kenneth sembrava avere sete di sangue. «Per favore, lasciami» sussurrò, ma il Duca parve sordo alle sue parole.
«Dimmelo, per Dio!» tuonò.
«È… è stato m-mio padre» farfugliò in fretta, pallida.
«Ucciderò quel figlio di puttana per questo» sibilò l’uomo, i denti digrignati.
«No, ti prego» scosse la testa la ragazza, artigliandogli una mano. «Ero arrabbiata con lui e l’ho provocato, è stata colpa mia.»
«Lo stai difendendo, maledizione!? Ancora?»
«Per favore, Kenneth, se mai hai provato un po’ di amore per me, non farlo.»
Il Duca fissò la donna che aveva di fronte, combattuto. Il pensiero che quell’animale di Clarendon avesse osato alzare un dito su di lei, gli stava facendo rodere le viscere dalla collera. Chiuse gli occhi per un momento, cercando di riprendere il controllo. «Molto bene» dichiarò alla fine. «Allora dimmi cosa è successo. Veramente. E non tralasciare nulla» la mise in guardia con un’occhiata severa.
Elizabeth era con le spalle al muro e lo sapeva. Confessò tutto, sorvolando solo sulla parte che aveva avuto Angelica nella fine della loro storia. «E questo è tutto» concluse distogliendo lo sguardo, l’espressione abbattuta.
Kenneth era sul punto di esplodere. Solo pochi giorni prima aveva consegnato a Lord Arthur una cospicua somma di denaro per permettergli di far fronte alle spese della sua famiglia, invece quel bastardo si era tenuto per sé i soldi. E non solo quelli, a quanto pareva. Era tutta colpa sua, avrebbe dovuto immaginarselo, sapendo di cosa fosse capace. Ma non avrebbe commesso due volte lo stesso errore.
«Vieni!» disse alla giovane prendendole l’ombrello di mano per ripararla dalla pioggia, poi la costrinse a seguirlo. Non le raccontò niente di ciò che era successo con suo padre: non voleva mortificarla più di quanto già non fosse. Attraversarono la strada e si ritrovarono dall’altro lato del marciapiedi, dove era parcheggiata la carrozza con lo stemma del ducato dei Wellesley. Aprì lo sportello e fece salire la ragazza.
«Horace, porta Milady al palazzo dei Clarendon» ordinò al cocchiere.
«Voi non venite, Vostra Grazia?» domandò l’uomo.
«Non adesso» rispose. «Ho alcune cose di cui occuparmi» aggiunse incurante della pioggia che gli aveva inzuppato completamente gli abiti. «Ci vediamo qui tra un’ora.»
«Come desiderate, Milord» assentì il vecchio cocchiere.
«A presto, Elizabeth» mormorò Kenneth in tono più dolce, mentre alzava il predellino e richiudeva lo sportello. Si sporse per accarezzarle una guancia, poi le voltò le spalle e sparì in fretta alla vista.
Il pomeriggio era appena iniziato e già Justine non vedeva l’ora che finisse. Gettò un’occhiata carica di rimpianto oltre il vetro della finestra del salotto, al cielo plumbeo almeno quanto il suo umore, e si chiese cos’avesse fatto di male per meritarsi una punizione del genere.
«Justine, tesoro…» la riscosse la voce di zia Gertrude, nasale e stridula come sempre, «potresti versare il tè?»
Sussultò, colpevole, e si rese conto che la zia, sua madre e le altre due ospiti erano sedute con le mani conserte in grembo e le tazzine di porcellana davanti a loro, desolatamente vuote. Tutte la fissavano in impaziente attesa.
Come se non avessero anche loro le mani, per prendersi il tè da sole!
Ma del resto fare gli onori di casa era suo noioso dovere di unica figlia femmina, ormai l’aveva imparato, e zia Gertrude ci teneva particolarmente.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto, ragionò amara la ragazza. E così aveva fatto sua zia: dato che non era andata a prendere il tè da lei, per l’ennesima volta, aveva deciso di trasferirsi di persona a casa di sua cognata, e per di più portandosi dietro il suo Circolo del Bridge.
Trattenne a stento un gemito di disperazione. Ecco, doveva trattarsi di una punizione divina. Dio forse intendeva punirla perché aveva marinato la messa della domenica. Se avesse chiesto perdono al Signore con tutto il cuore, quelle nobildonne sarebbero sparite dal salotto come per magia?
Ma le signore sembravano fin troppo reali, e sempre più impazienti, così si rassegnò alla sua sorte.
«Certo, zia» mugugnò tra i denti, afferrando con stizza la teiera di porcellana, incurante dell’occhiata di disapprovazione della madre.
«Cara, ti prego, con de-li-ca-tez-za!» la rimproverò subito Lady Agatha, contessa di Halifax, scandendo ogni sillaba, la voce gentile che tradiva la solita nota di biasimo. «Devi servire il tè, non gettare il cibo ai cavalli» aggiunse corrugando la fronte ampia e incipriata. «A questo proposito, anche stamani ti ho visto gironzolare intorno alle stalle, insieme ai servitori. Ti ho già detto che non sono il posto per una signorina dabbene.»
Prima che Justine potesse replicare per le rime, zia Gertrude intervenne.
«Suvvia, mia cara Agatha, non angustiarti» la blandì agitando la mano con fare noncurante davanti al naso leggermente adunco. Era una donna esile, ossuta, tutta angoli e punte. A lei faceva venire in mente quegli spaventapasseri che d’estate usavano i contadini per allontanare i corvi dal raccolto. Sicuramente i corvi se ne sarebbero andati anche sentendo stridere la zia. «Capisco che la nostra cara ragazza sia un poco sovrappensiero. Il suo debutto in società deve essere stato molto emozionante» cinguettò, avara di informazioni. «A proposito, di chi sono i fiori che ho visto all’ingresso?»
Justine vide la madre rilassarsi visibilmente. Lady Agatha provava una malcelata antipatia per la cognata, sorella di suo marito, definendola una petulante impicciona che metteva sempre il naso negli affari delle case altrui. C’era un solo argomento su cui le due andavano d’amore e d’accordo: la necessità che lei contraesse un buon matrimonio.
«Ci sono alcuni spasimanti» rispose, rimanendo sul vago, chiaramente compiaciuta e decisa a crogiolarsi nel suo piccolo segreto che le dava un po’ di potere sulle altre. «Non me lo aspettavo, a dire il vero» aggiunse poi, sollevando alle labbra la tazza fumante.
Grazie tante per la fiducia, madre, pensò Justine, finendo di versare il tè a Lady Cora e a Lady Felicity. Erano entrambe amiche di vecchia data di Lady Gertrude e appassionate come lei del bridge e dei pettegolezzi. Se la loro abilità con le carte fosse stata pari a quella delle loro lingue, sarebbero state le campionesse nazionali.
«Ci sono anche fiori da parte del giovane duca di Wellesley?» si informò Lady Felicity allungando la mano paffuta per prendere un pasticcino dal vassoio. Il suo volto, tondo come una luna piena, brillava d’interesse. «Voi non lo trovate affascinante? Così elusivo e misterioso, e si dice che possieda un ingente patrimonio.»
«Mia cognata però mi ha detto che non sta cercando moglie» intervenne Lady Cora, felicemente sposata da vent’anni, ma sempre pronta a dare il suo parere sul fisico - e sul borsellino - di un Lord. «Che peccato!»
«Non ci sono fiori da parte di Sua Grazia» confermò Lady Agatha.
Justine si trattenne a malapena dallo sbuffare. Ovvio, non era lei l’oggetto dell’interesse del Duca.
«Comunque non posso lamentarmi, per adesso» proseguì la contessa di Halifax, gongolante. «Spero davvero che l’entusiasmo di questi ricchi giovanotti non si raffreddi nel corso della stagione. Mia figlia ha conquistato l’attenzione di alcuni, ma purtroppo ha ancora molto da imparare riguardo l’etichetta. Non vorrei che commettesse qualche errore a causa del suo vizio di parlare a sproposito.» Seguì un’altra occhiata carica di disapprovazione.
Lei posò la teiera sul vassoio e rivolse alla genitrice un luminoso sorriso. Rinunciare a dire la propria opinione e fingere di essere interessata quando un uomo dice un’emerita castroneria? No, grazie, pensò.
«Se fossi io sua madre, cara Agatha, di certo le avrei insegnato a comportarsi come si conviene.» Zia Gertrude, vedova e senza figli, era sempre pronta a dire la sua opinione, soprattutto quando non richiesta.
«Di certo non a cucire» replicò la contessa di Halifax raddrizzando la schiena, punta nel vivo. «Credetemi, se si vedessero in giro i suoi ricami...» commentò con una smorfia più che eloquente.
«Se fosse mia figlia, le avrei fatto ricamare tutto il corredo di nozze» reiterò zia Gertrude, avendo come al solito da ridire sull’educazione impartita dalla cognata e sul fatto che in tutti quegli anni Lady Agatha era riuscita a far ricamare alla figlia a malapena un cuscino. «Almeno però è colta, di certo grazie ai pomeriggi che ha passato nella mia casa. Questo è bene, la cultura serve per acchiappare un buon marito. Lo dico sempre, io, una vera signora suona almeno uno strumento, parla molte lingue, sa cantare, sa ricevere e comportarsi in società senza imbarazzi, sa ballare tutti i balli più alla moda e...».
Justine alzò gli occhi al soffitto. Ecco, avevano cominciato di nuovo a parlare come se lei non fosse presente. La lista dei doveri di una brava ragazza che sua zia stava sciorinando continuava inesorabile, peccato che non includesse leggere qualcosa al di fuori della sezione pettegolezzi del giornale o andare a cavallo, cioè le sue principali occupazioni. Ma era inutile farlo notare: zia Gertrude e sua madre non avrebbero capito.
Questo non le impediva, però, di continuare a fare di testa propria.
Bevve qualche sorso di tè ben zuccherato, fingendo di ascoltare la conversazione e desiderando con tutta se stessa di essere da qualsiasi altra parte. Ma non poteva congedarsi senza offendere tremendamente le parenti e le ospiti. Ormai solo un miracolo poteva salvarla da quel pomeriggio di noia infernale.
E il miracolo avvenne.
Un discreto battere alla porta del salotto distolse l’attenzione delle signore ridacchianti dagli ultimi pettegolezzi dell’alta società. «Sì, Mr Thomas?» chiese Lady Agatha quando il maggiordomo si affacciò sulla soglia.
«Milady, sono qui per annunciare l’arrivo del Visconte Fitzgerald» sentenziò pomposo. «È venuto a trovare vostra figlia.»
Justine posò la tazzina da tè troppo forte sul vassoio, provocando un secco tintinnio. Immediatamente tutti gli sguardi della stanza si calamitarono su di lei. Li ignorò e si alzò in piedi, forse un po’troppo in fretta, ma al diavolo i movimenti misurati e aggraziati che doveva adottare una signora.
David. Era arrivato David.
L’unica cosa che voleva era vederlo e restare un po’ sola con lui. Con le orecchie che le ronzavano, quasi non sentì la replica cortese ed entusiasta della madre, che invitava il capo della servitù a far accomodare il loro ospite.
E poi lui era là, di fronte a lei, sulla soglia. I capelli erano appena umidi di pioggia, che ne scuriva le punte e li rendeva ancora più adorabili. Si sentì prudere le mani dal desiderio di accarezzarli, di affondare di nuovo le dita nella loro morbidezza. David la fissò di rimando e lei avvertì un caldo sorriso di piacere distenderle il volto.
«Lady Justine, Contessa» salutò il Visconte, cortese come sempre, spostando poi lo sguardo sulle donne presenti nel salotto. «Mie signore, i miei omaggi. Perdonate se sono giunto senza prima mandarvi un bigliettino per annunciare la mia visita. Spero di non avervi recato disturbo.»
«Nessun disturbo» quasi squittì Lady Agatha, la voce resa stridula dall’entusiasmo. Finalmente aveva la possibilità di dimostrare alla cognata che la sua educazione non era stata poi così male, se aveva permesso alla figlia di accaparrarsi le attenzioni dell’erede del Conte di Rutherford. Si crogiolò in quella piccola vittoria. «Siamo felicissime di avervi qui con noi quest’oggi.»
«Stavamo per cominciare una partita a bridge» affermò zia Gertrude intrecciando le mani in grembo. Si schiarì la voce e gettò un’occhiata alle sue amiche.
«Oh, sì, ma forse è un po’ noioso per voi» aggiunse subito Lady Cora, come se aspettasse l’imbeccata.
«E siamo in troppi per giocare» le fece eco prontamente Lady Felicity.
«Proprio quello che pensavo anch’io» annuì zia Gertrude, compunta. «Perché non lasciate queste vecchie signore al loro passatempo e non andate a fare una passeggiata in giardino? Se non mi sbaglio, il cielo si sta schiarendo.»
Justine non credeva alle proprie orecchie. Si era affannata a cercare mille scuse per allontanarsi da sola con David, e la zia le stava offrendo l’occasione su un piatto d’argento. Decise di afferrarla al volo e, senza indugio, accettò il braccio che il Visconte le offriva e uscì dalla stanza con la massima fretta che la decenza consentiva. Forse quel pomeriggio sarebbe stato più interessante del previsto.
Non appena i due giovani furono usciti dal salotto e il maggiordomo ebbe richiuso la porta alle loro spalle, Lady Agatha sbirciò verso la cognata.
«Non venirmi a dire che, se fosse stata figlia tua, l’avresti fatta accompagnare dal maggiordomo o quant’altro» la apostrofò seccamente.
Il volto spigoloso di zia Gertrude si allargò in un sorriso saputo.
«Nient’affatto, cara cognata. Per una volta nella vita, che Dio me ne guardi, sono pienamente d’accordo con te. E adesso» affermò sfregandosi allegramente le mani ossute, «invece di giocare la nostra solita partita di bridge, che ne dite di scommettere se il giovane Visconte avrà l’ardire di baciare la nostra cara Justine?»
Il cielo si stava davvero schiarendo. Le nuvole di pioggia si diradavano, in attesa di una nuova ondata. David aveva con sé un ombrello e lo aprì per proteggerla dalle ultime gocce portate dal vento. Justine, quasi d’istinto, fece scivolare la mano intorno al braccio dell’uomo.
Lo sentì irrigidirsi, per un attimo, e pensò che anche lei avrebbe dovuto sentirsi in imbarazzo. Insomma, non era abituata a stare vicina, e tanto meno a toccare, uomini che non fossero suo padre o i suoi fratelli. Ma David non era uno sconosciuto. Anzi, quando stava con lui avvertiva un piacevole senso di familiarità. Forse era il tempo che avevano trascorso insieme a cavallo quando erano poco più che ragazzi, liberi dai vincoli e dalle pressioni che si esercitavano su due giovani rampolli dell’alta società. Forse era il suo modo di fare così gentile e pacato, una coperta di tranquillità che le adagiava sulle spalle ogni volta che la guardava, facendola sentire bella, importante e piacevolmente calda. Forse era il ricordo di quando l’aveva baciata, e da quel momento aveva desiderato soltanto che lo facesse di nuovo.
«Temo che vostra madre possa essersi offesa per il mio arrivo improvviso» cominciò David con voce sommessa, riscuotendola. Stavano passeggiando sul viale del giardino interno della proprietà. Il maggiordomo li aveva seguiti fino alla portafinestra sul retro, ma non aveva osato ribattere quando l’aveva congedato. Si era limitato a un inchino un po’ rigido, prima di tornare alle sue incombenze.
Justine si strinse nelle spalle. La ghiaia sussurrava quieta sotto le loro scarpe, mentre si muovevano lenti tra le siepi ben curate. «Mia madre può dire quello che vuole» replicò con franchezza. «Io sono felicissima che siate venuto in visita a Tremaine House, quest’oggi. Mi avete salvato da un noiosissimo pomeriggio di bridge, sapete?»
David si lasciò sfuggire una risata profonda, di gola. «Lieto di essere stato d’aiuto» scherzò. «Ma questo non mi conforta del tutto. Volete forse dire che in un’altra occasione non sareste stata altrettanto felice di vedermi?»
Justine si fermò e si voltò a guardare David, ancora aggrappata al suo braccio. «Io sono sempre felice di vedervi» sentenziò. Forse sua madre avrebbe etichettato quella risposta come parlare a sproposito, ma era la pura e semplice verità, e non vedeva motivo di nasconderla.
Il volto del Visconte si aprì in un sorriso così caldo che, nonostante il venticello fresco, si sentì avvampare.
«Perdonate» aggiunse quindi, decisa a riprendere un po’ di contegno. «Mia madre dice sempre che dovrei parlare in modo più conveniente di fronte a un nobiluomo.»
«Di fronte a un amico» la corresse gentilmente l’uomo. Le posò la mano sulla sua e la fece deviare gentilmente dal sentiero, verso una panchina in pietra seminascosta da un cespuglio di rose selvatiche. «E mi auguro che vorrete considerarmi presto qualcosa di più.» Tacque per qualche istante, mentre chiudeva l’ombrello, si sfilava l’elegante cappotto e lo poggiava cavallerescamente sulla panchina, in modo che lei potesse sedere senza bagnarsi la lunga gonna.
Justine si accomodò, perché di colpo le gambe le si erano fatte deboli.
Qualcosa di più...
David si stava riferendo a un fidanzamento ufficiale?
Si era sempre detta che non aveva fretta di fidanzarsi, affatto, e tanto meno di sposarsi. Intendeva rimanere libera e indipendente il più a lungo possibile, senza un uomo che la rinchiudesse in casa e si impicciasse dei suoi affari, ma se si fosse trattato davvero di David?
«A dire il vero, mi rinfranca vedere che non siete adirata con me» riprese il Visconte.
«Adirata?» Justine sbatté le palpebre, scombussolata. «Per quale motivo dovrei essere adirata con voi?»
«Per il mio comportamento indecoroso nel parco.» Il Visconte si schiarì la gola. «Non so cosa mi sia preso, con quale ardore ho osato baciarvi. Mi sono comportato in maniera inqualificabile.»
La giovane Tremaine avvertì il calore affluirle al volto a quel ricordo, e non si trattava soltanto di imbarazzo. «Non siete stato più inqualificabile di me» replicò. «Mia madre mi ha sempre insegnato che gli uomini sono deboli nei loro desideri e le donne devono frenarli, se non vogliono essere accusate di impudicizia. Ammetto di non avervi frenato in alcun modo.»
E non avrebbe voluto frenarlo neppure in quel momento. Solo la sua vicinanza le faceva sentire il corpo caldo e inquieto. Poco lontano, avvertiva il mormorio dell’acqua corrente che zampillava nella fontana al centro del giardino, e il frusciare di un uccello tra i cespugli. Ma sembrava qualcosa che veniva da un altro mondo, perché in quell’angolino nascosto tra le rose c’erano soltanto lei e David.
«Justine.»
Il modo in cui pronunciava il suo nome. Un soffio gentile che le solleticava la fronte. Alzò lo sguardo su di lui e vide con estrema chiarezza la sua gola palpitare, la luce soffusa contro i ricci chiari.
«Non vorrei che pensaste che mi sto prendendo delle libertà» mormorò David, ma lei non ci fece quasi caso. Mentre parlava, era ipnotizzata dal movimento delle sue labbra. Non poteva più guardarle nello stesso modo, dopo che le aveva assaggiate.
«Prendetevele pure» sussurrò di rimando.
Fu come se quelle parole sbriciolassero le catene che li avvincevano e si sforzavano di tenerli lontani. Lui abbassò il viso e Justine lo sollevò per incontrarne le labbra. Erano soffici e ferme, leggermente esitanti. Perché entrambi sapevano che quello era il massimo della sconvenienza, che non avrebbero dovuto toccarsi in quel modo, né baciarsi. Ma non pensò neppure per un attimo di respingerlo. Le girava la testa e le orecchie le fischiavano, mentre le mani gli faceva scorrere le mani lungo la schiena, incitandolo a non fermarsi con mormorii a fior di labbra.
David le afferrò delicatamente la nuca, guidandole la bocca sulla sua, e le passò il pollice sullo zigomo, come studiandone i lineamenti, poi scese ad accarezzarle il collo, a stringerle i fianchi per premersela contro. Lei lo lasciò fare, con la sensazione di aver appena trovato una parte di sé che le era mancata senza che se ne rendesse conto. Il calore stava crescendo, era così forte che quasi rasentava il dolore, eppure era così piacevole che la faceva fremere tutta. Erano così vicini che alla fine anche respirare divenne difficile.
Justine si staccò per riprendere fiato, il respiro affannoso e il cuore ridotto a uno sfarfallio in fondo al petto. Anche il volto del Visconte era accaldato, e gli occhi brillavano di una luce quasi febbrile. «Non dovremmo parlare del nostro piano per far riappacificare Elizabeth e il Duca?» ansimò con un sorriso obliquo.
«Sì, dovremmo» annuì David. «Tra poco, magari.»
Poi si chinò e le loro bocche si incontrarono di nuovo, e la sensazione fu così forte, così irresistibile, che lei dimenticò tutto il resto. Di nuovo. Serrò gli occhi, assaporando soltanto la sensazione delle labbra dell’uomo, delle sue mani che la accarezzavano e la facevano fremere tutta, desiderando che continuasse all’infinito.
Fu infine il campanile della chiesa di San Giorgio in Piazza Hannover, che batteva le cinque, a riscuoterli. I rintocchi riecheggiarono tra i tetti di Londra, facendo spiccare il volo agli uccelli e ricordando ai due giovani che il tempo passava in fretta.
David la lasciò andare con una punta di rimpianto e Justine si tirò indietro, rassettandosi la veste e i capelli che le erano ricaduti sul volto accaldato. Per qualche attimo nessuno dei due parlò, lasciando che gli ultimi rintocchi della campana si disperdessero nell’aria come petali.
«Credo di dovervi lasciare» annunciò Fitzgerald, chiaramente contrito. «Purtroppo ho delle incombenze da svolgere, prima di sera.»
«Capisco. Anch’io temo di dover rientrare» annuì Justine, sollevandosi dalla panchina. «Non vorrei che Mr Thomas o mia madre decidessero di venire a cercarci, o che arrivassero i miei fratelli.» Sarebbe stato un bel guaio se l’avessero trovata tra le braccia di un uomo.
Tornarono in silenzio sui loro passi. Quando raggiunsero le scale che riconducevano all’interno della casa, strinse la mano intorno al braccio di David.
«La prossima volta però non abbiamo scuse, dobbiamo approntare un piano riguardo il Duca ed Elizabeth» lo ammonì.
Il Visconte annuì, serio. «Mi fa piacere che già pensiate a una prossima volta» affermò, trattenendole una mano tra le sue. «Aspetterò con ansia il nostro nuovo incontro.»
Il maggiordomo sembrò comparire dal nulla sulla soglia della portafinestra. Compunto come al suo solito, teneva in mano il cilindro e il bastone del Visconte, in attesa. «Milord, volete che vi accompagni alla vostra carrozza?» domandò.
«Certamente, grazie.» David accennò un inchino galante a Justine e si lasciò guidare dall’anziano domestico.
Lei rimase sulla scalinata ancora un po’, una mano a sorreggersi alla balaustra, perché le gambe le tremavano ancora per la violenta emozione, l’altra al volto, per proteggersi dal riverbero della luce acquosa sui vetri. L’umidità era di nuovo palpabile, cadeva dal cielo preannunciando un nuovo acquazzone, ma non aveva fretta di rientrare. Era come se, restando nel giardino, potesse conservare più a lungo la sensazione del tocco di David.
All’improvviso qualcosa attirò la sua attenzione. Con la coda dell’occhio le parve di scorgere un movimento e alzò la testa per seguirlo con lo sguardo. Oltre la finestra del salotto, incorniciata da tende di un bianco accecante, la Contessa sua madre e zia Gertrude la stavano scrutando con in mano le tazzine da tè e un gran sorriso sulle labbra.
David non si recava spesso ai docks. A volte era obbligato a farlo, perché non era il tipo da lasciare tutti gli affari di famiglia in mano ai suoi amministratori, ma nella maggior parte dei casi preferiva occuparsi delle sue tenute intorno alla città, dei campi di grano e dei pascoli dove allevava buoni cavalli e ovini, evitando con cura la frenetica confusione dei moli e il continuo gracchiare dei gabbiani. Insomma, amava definirsi un uomo di terra, più che di mare. Tuttavia, allo stesso tempo sapeva che il porto di Londra era un crogiolo di merci e denaro a cui nessun nobiluomo con un minimo di propensione per gli affari poteva sottrarsi. Tanto più che il Capitano Reynolds aveva chiesto espressamente di incontrarlo.
David si era interrogato a lungo sul motivo di questa richiesta inaspettata. L’americano era un tipo indipendente, in quelle settimane si era prodigato personalmente per far scaricare tutta la merce dalla sua nave, smistarla e indirizzarla a chi di dovere. Proprio al momento di far partire dal porto l’ultimo carico, aveva lasciato detto di voler conferire con lui.
Cosa vorrà da me? Eppure, sono sicuro che gli sia stato pagato quanto pattuito, considerò David, incuriosito. In cuor suo dubitava che Reynolds volesse altri soldi. Dunque, di cosa poteva trattarsi?
Se lo stava ancora chiedendo, quando la carrozza si arrestò in prossimità dei moli. Oltre le tendine socchiuse, i pennoni delle navi ancorate sembravano grattare il cielo grigio perlaceo, e la pioggia cadeva come intonaco da una casa troppo vecchia. Rimase a osservare quello sprazzo di mondo, mentre la mente scivolava di nuovo su Justine. Non aveva avuto intenzione di baciarla di nuovo. Cioè, lo aveva desiderato, non desiderava altro da giorni ormai, ma era sicuro di riuscire a trattenersi.
Invece non ce l’aveva fatta.
Era stato più forte di lui, più forte del timore di metterla in imbarazzo. Anche se, a onor del vero, la giovane non sembrava un tipo che si imbarazzava facilmente. E la passione con cui aveva risposto al suo bacio, poi...
Quelle fantasticherie durarono fin quando il cocchiere non aprì lo sportello della carrozza. Un attimo dopo, una sagoma robusta occupò la soglia.
Il Capitano Reynolds chiuse l’ombrello e quasi lo gettò tra le mani tese del cocchiere, prima di entrare in fretta all’interno del vano, portandosi dietro l’odore di salsedine mista a umidità. Con un profondo sospiro, si lasciò cadere sui sedili di fronte a David.
«Un tempo da lupi» commentò togliendosi il capello bagnato dalla testa. «Come ieri e il giorno prima ancora. Possibile che piova sempre in questa vostra maledetta isola? Spero che arrivi presto la bella stagione o comincerò a muffire, come le patate.»
«In verità la primavera è più o meno come l’autunno, nebbiosa e bagnata» commentò lui con un mezzo sorriso. Al grugnito esasperato del Capitano aggiunse: «Spiacente di aver infranto le vostre illusioni.»
Reynolds si strinse nelle spalle. «È che detesto la nebbia. In mare significa che rischi di sbattere la chiglia in uno scoglio o di finire in una secca» ammise, strizzando il berretto come fosse uno straccio. «E qui non faccio altro che respirare nebbia che sa di città, di polvere, di carbone e di sterco. Mi manca l’aria pura dell’oceano, lo ammetto. Ma vedete, adesso non posso proprio salpare da Londra.»
«Capisco» annuì David, comprensivo. «Con l’inverno alle porte, è bene stare ancorati in un porto sicuro. Se avete bisogno di un alloggio, in queste settimane, non avete che da chiedere, nel palazzo di mio padre c’è abbastanza spazio.»
«Già, il tempo... veramente non è solo per questo» replicò l’americano, scuotendo la testa. Tacque per qualche istante, rigirandosi il berretto tra le mani. Il Visconte capì che intendeva arrivare subito al nocciolo della questione e si piegò in avanti sui cuscini, in attesa.
«Si tratta di Lady Elizabeth» ammise infine Reynolds.
David aggrottò la fronte, sorpreso a quella dichiarazione. «Che intendete dire?» indagò.
Il Capitano si schiarì la voce. «Voi la conoscete, di certo meglio di me» affermò. «Ecco, vorrei che mi parlaste un po’ di lei. Non so nulla, neppure dove abita. Vorrei farle visita, uno di questi giorni. L’avrei chiesto al vostro socio in affari, ma non vede di buon occhio questo mio proposito, anzi, non ne è affatto contento, quindi ho preferito discuterne con voi. Sapete, ho chiesto a Lady Elizabeth di sposarmi» rivelò con franchezza.
Il Visconte incassò la notizia inaspettata limitandosi ad annuire, quasi di riflesso, colpito dalla schiettezza dell’americano. Fu solo quando l’iceberg di stupore cominciò a sciogliersi, che si decise a parlare. «No, non credo che Kenneth... voglio dire, il duca di Wellesley, sarebbe contento» commentò asciutto.
Anzi, sarebbe pronto a balzarti alla gola come un leone inferocito, considerò tra sé.
«E chi ha detto che lui debba esserlo?» replicò Reynolds sollevando la testa con un moto di orgoglio. «È Lady Elizabeth che deve essere contenta, e io vorrei renderla tale. Lo ritenete un desiderio così sbagliato?»
«Affatto, amico mio, ma non vorrei che vi metteste nei guai con il mio socio» provò a dissuaderlo, pur capendo che era inutile. Il Capitano parlava sul serio, glielo leggeva negli occhi, ed era un tipo cocciuto almeno quanto il suo rivale.
Avrebbe cercato di conquistare Lady Elizabeth, con o senza il suo aiuto. Quanto a Kenneth, il solo pensiero che qualcun altro potesse o volesse sposare la donna che desiderava per sé lo avrebbe fatto uscire di senno, spingendolo senza dubbio a compiere qualche pazzia. David si accarezzò la barba mentre un’idea stava germogliando nella sua mente.
Non era proprio quello che serviva a lui e a Justine?
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