Scritto il 18/08/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


«Non posso credere che lo stiamo davvero facendo» si lamentò Elizabeth arrancando a fatica.

«Che c’è di male?» domandò Justine, che la teneva a braccetto e sembrava divertirsi un mondo.

L’amica le lanciò un’occhiataccia. «Vuoi che cominci a elencartelo?» proruppe stizzita. «Siamo sgattaiolate fuori di casa di nascosto. Siamo uscite dalla città da sole, senza nessun familiare ad accompagnarci. Stiamo andando ad assistere a un duello a cui non dovremmo neppure avvicinarci, e lo stiamo facendo vestite da uomo.»

Accompagnò quest’ultima, affranta affermazione con un colpetto alla ridicole brache che stava indossando. Allorché Justine gliele aveva messe davanti, circa un’ora prima, quando era venuta a prelevarla in carrozza, non aveva creduto ai propri occhi.

«E queste dove le hai prese?» aveva esalato, costernata.

L’amica aveva scrollato le spalle con un gesto sbarazzino. «Me le ha prestate il valletto di mio fratello» aveva spiegato. «Un tipo mingherlino. Dovrebbero essere della tua taglia.»

«Tu hai chiesto a un ragazzo questa roba?!?» era trasecolata Elizabeth, scandendo ogni singola parola.

«Non gli ho mica chiesto di spogliarsi davanti a me, stai tranquilla» l’aveva rabbonita l’altra, maliziosa. «E presumo che sia pulita, o almeno così mi ha assicurato Jimmy.»

Lei aveva incrociato le braccia, scuotendo la testa. «Non posso mettermele» aveva sancito.

«Ieri sera eri d’accordo sul piano» le aveva fatto notare Justine con uno sbuffo.

«Non posso e basta» aveva insistito Elizabeth. «È troppo imbarazzante. Perché non posso tenere il mio abito? Magari, con il cappello in testa, non mi noteranno.»

L’amica non si era fatta commuovere. «Se non ti sta bene, puoi anche tornare indietro» aveva affermato, irremovibile. «Poi ti racconto com’è andata.»

A quel punto, si era vista costretta a capitolare. Con il volto rosso d’imbarazzo, nonostante le tende tirate della carrozza che le garantivano un briciolo di intimità, si era fatta aiutare a liberarsi del suo goffo abito, per poi indossare brache e camicia da uomo. Justine aveva rimirato il risultato con un sorriso soddisfatto. Probabilmente anche il serpente aveva sorriso in quel modo, dopo aver convinto Eva a mangiare la famosa mela. E così, dopo diciotto anni senza aver mai provato la possibilità di muovere le gambe liberamente, Elizabeth si era trovata di colpo con gli arti inferiori avvolti da quella grezza tela che la faceva sentire nuda e scandalosa.

«Guarda che stai benissimo» le aveva assicurato Justine aggiustandosi il berretto in testa e sollevando il colletto della sua giacca da uomo. Poteva sembrare un gesto per proteggersi dal vento, invece era un tentativo di nascondere i ricci rivelatori.

«Mi stai prendendo in giro» aveva bofonchiato lei, per nulla convinta.

«Affatto. Sei un ragazzo davvero carino, anche se senza un filo di barba. Se non sapessi che sei una donna, potrei innamorarmi di te» aveva scherzato la giovane Tremaine, per poi tornare seria. «Tieni la testa bassa, mi raccomando, altrimenti ci scopriranno.»

Erano scese dalla carrozza, a debita distanza dal luogo del duello, e avevano proseguito a piedi, arrancando lungo la strada sassosa. Non era stato difficile raggiungere la chiesetta e avvicinarsi ai rispettivi parenti fingendo di essere soltanto due ragazzi curiosi. Era stupita che il piano fosse andando così liscio. «Eccoli là» mormorò, ritornando alla realtà.

«Li vedo» replicò Justine. «Continua a camminare come se niente fosse. Un po’ a gambe larghe. Lo so che sembra stupido, ma loro fanno così.»

Da sotto il berretto, Elizabeth sbirciò verso il gruppo di uomini. C’era anche Kenneth tra di loro. Sapeva che sarebbe stato il padrino di Lord Robert, ma vederlo le provocò comunque un tuffo al cuore.

Non pensare a lui adesso, si impose.

Erano giunte vicino alla scalinata della chiesetta, quando Lord Charles Tremaine cominciò a contare e i due contendenti si mossero all’unisono. Strinse forte la mano di Justine. «È cominciato» squittì. «Stanno per sparare.»

«Zitta!» la rimproverò l’altra, ma ricambiò la stretta con altrettanta energia, e a giudicare da come serrava le labbra, anche lei era spaventata dalla vista delle armi.

Elizabeth ammutolì e fissò le pistole che rilucevano sinistre al chiarore dell’alba. Avrebbe voluto avvicinarsi di più, ma era pericoloso, lo sapeva. Non potevano mettersi lungo la linea di tiro. Contò i passi nella testa, trattenendo il respiro.

Poi Justine imprecò in modo ben poco signorile.

Sussultò e si voltò verso l’amica, in tempo per vedere il berretto che le volava via dalla testa, strappato dal vento.

Poi udì lo sparo.

Si girò di scatto.

Suo padre era accasciato a terra.

«No!» gridò, senza riuscire a contenersi.

Dimenticando tutto il resto - le ridicole brache, la necessità di non farsi riconoscere, gli uomini che voltavano la testa al suono della sua voce - si precipitò sulla strada in mezzo ai due avversari. Con la coda dell’occhio vide Lord Robert sollevare la pistola, Kenneth gettarsi in avanti, verso di lei, e Lord Charles Tremaine allargare le braccia, come se non sapesse come comportarsi. Li ignorò tutti e si precipitò da Lord Arthur. Crollò in ginocchio al suo fianco, strappandosi via il berretto. La lunga chioma bionda le ricadde sulle spalle, mentre invocava disperatamente il nome del padre. Solo con un attimo di ritardo realizzò che non c’era sangue sulla sua camicia scura, né sulla ghiaia del terreno.

Il secondo sparo la fece raggomitolare su se stessa, nel tentativo di fare da scudo a Lord Clarendon, che gemeva e si lamentava sotto di lei, una mano premuta sull’addome. Strinse i denti, aspettando il dolore del proiettile che pensava destinato a se stessa - ecco la punizione per aver disobbedito ed essermi recata fin qui contro ogni buonsenso! - ma non sentì nulla. Quando osò risollevare lo sguardo e voltarsi, vide il conte di Rutherford con il braccio sollevato verso l’alto, il filo di fumo che si levava dalla sua pistola. Aveva mirato verso il cielo.

«Per quello che mi riguarda, il duello è concluso» sancì Lord Robert, grave in volto.

Elizabeth lo fissò, confusa. Ma se lui ha sparato adesso il suo colpo, chi ha ferito prima mio padre?, si chiese.

Un attimo dopo si sentì afferrare per i fianchi e sollevare dal suolo come se fosse una piuma. Provò l’impulso di divincolarsi, ma la presa era ferrea e implacabile.

«Sta’ ferma» le sibilò Kenneth all’orecchio.

«Lasciami andare» strillò, in preda al panico, prima di capire che lui stava solo cercando di lasciare spazio al dottor Richardson, che era subito intervenuto.

«Largo, dannazione!» sbottò il medico poggiando al suolo la sua valigetta e chinandosi su Clarendon. «Sempre così. Lo sapevo che in un modo o nell’altro sarebbe finita male. Maledetti duelli!»

«Mio Dio, è morto?» domandò Justine, che nel frattempo si era avvicinata.

Lord Charles afferrò la sorella, appena sopraggiunta, per impedirle di intralciare il lavoro del medico. «E tu cosa diavolo ci fai qui, per l’amor del cielo?» trasecolò con il più completo sconcerto dipinto in viso.

«Dai, Charles, non è il momento di fare domande stupide» rispose la giovane, spiccia. La discussione sarebbe sicuramente andata per le lunghe, ma Elizabeth non ascoltò il resto. Tutta la sua attenzione era concentrata sul dottor Richardson, che stava girando Lord Arthur sul fianco. Eccolo infine il sangue, di un rosso scuro e malsano, ma gli bagnava solo le labbra.

«Avete bisogno di una mano?» chiese qualcuno, forse il Visconte Fitzgerald.

Non riusciva più a focalizzare le voci nel ronzio che le riempiva le orecchie. Sembrava che la sua testa fosse diventata un nido di vespe.

«Ho bisogno di un fazzoletto, sta per vomitare ancora» replicò il medico senza alzare lo sguardo. Con un gesto brusco, strappò la pistola dalle dita di Clarendon, pallide e livide come quelle di un cadavere, e la porse al marchese di Spencer. «E voi portate via quest’affare, è un miracolo che non si sia sparato da solo.»

Solo allora lei realizzò che la pistola del padre era scarica.

«Ma allora...?» balbettò.

«Gli è partito il colpo mentre crollava al suolo» spiegò brusco Kenneth, senza allentare la presa per paura che l’isteria le facesse compiere qualche gesto estremo. «Deve aver avuto un malore.»

«Lord Robert, invece di infierire, ha volutamente mancato il bersaglio per soddisfare le condizioni del duello senza che nessuno si facesse male» aggiunse il marchese di Spencer, tormentandosi i baffetti. «Ma a quanto pare il nostro Arthur sta male comunque.»

«Glielo avevo detto che non era il caso di affrontare un duello nelle sue condizioni» si lamentò il dottor Richardson, la nuca calva che luccicava di sudore nervoso mentre piegava di lato la testa di Lord Clarendon per evitare che si strozzasse con il suo stesso vomito. «Ma il Conte è più testardo di un mulo.»

Elizabeth distolse a fatica lo sguardo dal fazzoletto ormai intriso di sangue premuto sulla bocca del padre. Lo spostò sul medico. «Q-quali condizioni?» domandò.

Il dottor Richardson scosse la testa e le rivolse un’occhiata penetrante. «Vostro padre mi aveva pregato di non dirvi niente» disse in tono mesto. «Ma ormai non ha più senso tacere.» Prese un sospiro, asciugandosi una goccia di sudore dalla fronte, e si raddrizzò. «Milady, dobbiamo parlare. Ma prima, per carità di Dio, mettetevi comoda: temo che quanto ho da dirvi vi sconvolgerà.»

 





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