Scritto il 08/07/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Aveva da poco dato a Brando il fieno, quando Dillon sentì un trambusto all’interno della stalla. Uscì dal box del cavallo chiudendoselo alle spalle con il chiavistello, e vide Rafe comparire lungo il corridoio.

Appena i loro occhi s’incrociarono, lui si bloccò con il guinzaglio stretto tra le dita.

Un verso strano, a metà tra un raglio e un piccolo belato, sgusciò dalle labbra imbronciate dell’alpaca, e con uno strattone Rafe cercò di trascinarselo dietro. Si fermò, immobilizzandosi all’istante, e non le staccò gli occhi di dosso.

Dillon vide la sua bellezza dolente penetrarle il cuore, simile a una lama affilata; un riflesso incondizionato le rammentò ciò che da poco le era tornato in mente.

Aveva chiuso per tanti anni in un cassetto quei ricordi, e ora era bastata la sua sola presenza a portare tutto a galla.

«Ciao» disse Rafe sollevando appena la corda fucsia ancora legata al collare.

«Vedo che hai fatto ciò che Didi ti ha chiesto.»

«Più che altro oserei dire che ci ho provato.» Un sorriso gli distese le labbra, e Dillon guardò quella bocca dalle curve invitanti che le faceva tremare le ginocchia al pari di un tempo. «Ma questo testone tende ad andare dove gli pare.»

Dillon sorrise, forse per la prima volta, da quando Rafe era rientrato con prepotenza nelle loro vite.

«È bello vederti ridere» disse lui, come se in una qualche maniera riuscisse a leggerle nel pensiero. «Era da tanto che non mi rivolgevi un sorriso così. Credevo di averteli tolti per sempre.»

Simile a un fulmine che le avesse attraversato il corpo, Dillon s’irrigidì e il suo stesso viso si adombrò.

«Sono ancora capace di farlo» disse con tutta la freddezza di cui era capace. «Non sono mai stata una ragazza con le lacrime in tasca, e questo dovresti ricordartelo.»

Dillon in quel momento era pervasa da una sensazione a metà strada tra la rabbia e lo stupore.

Era arrabbiata con se stessa perché, per un attimo, si era permessa di abbassare la guardia, e lui per l’ennesima volta aveva minato il suo autocontrollo.

Quei sentimenti che si erano impossessati di lei la stavano stordendo. Era come se un iridescente tessuto di seta le fosse scivolato addosso, e lei guardasse impotente il colore che mutava a seconda dell’angolazione del suo sguardo.

«Ricordo benissimo ciò che eri, non passa giorno senza che non lo faccia.»

Stava per rispondergli, quando il telefono di Rafe cominciò a suonare. Lui l’ignorò e rimase lì a fissarla.

Il silenzio si appropriò di nuovo della stalla. Rafe fece un passo verso di lei e con un fil di voce le disse: «Ci tengo tantissimo a recuperare il mio rapporto con Didi, ma voglio fare la stessa cosa anche con te. So che mi detesti per quello che ho fatto.»

«Io non ti detesto, Rafe, non l’ho mai fatto, ma sono talmente delusa che ho paura a fidarmi di nuovo.»

«Capisco…» Ma non riuscì a terminare la frase che il telefono ricominciò a trillare. Lo estrasse dalla tasca e si corrucciò quando lesse il nome sul display.

Sollevò lo sguardo e le indicò il cellulare alzando la mano.

«Devo rispondere, ma tu non ti muovere da qui. Dobbiamo assolutamente continuare questo discorso.»

La delusione la colse, mentre lui si avvicinava affidandole il guinzaglio dell’alpaca prima di uscire con due rapide falcate dalla stalla.

«Sì…» Le sue parole si dispersero nell’aria mano a mano che si allontanava.

Dillon lo guardò dileguarsi con passo deciso e cadenzato.

Il corpo di Rafe era muscoloso senza essere troppo ingombrante e quando si muoveva la maglietta gli si aggrappava ai dorsali, distendendone il tessuto.

Ancora una volta il suo mondo dorato lo stava risucchiando, e Dillon arrivò alla conclusione che lui non si meritasse Didi, non dopo tutto quel tempo. La piccola non sarebbe mai stata compatibile con il suo stile di vita. Rafe era un atleta e un playboy che passava il suo tempo tra il campo da baseball e il letto di ragazze sempre diverse.

Almeno questo era quello che aveva appreso dalla TV e da quei giornaletti che lo rincorrevano sempre a caccia di scoop.

Dillon si sentì morire, perché averlo visto in quegli anni in televisione e sui giornali non era niente in confronto ad averlo lì in carne e ossa, così vicino eppure tanto lontano.

Aveva sentito una voce di donna prima di allontanarsi e, con ogni probabilità, quella doveva essere una delle sue tante conquiste che lo richiamavano all’ordine e alla sua vita a Boston.

«Andiamo, Signor Erre, è ora della colazione.»

Si avviò verso il box dell’animale in fondo alle poste. Lo liberò dal collare e, dopo avergli grattato il musetto nero, lo accarezzò sulla pelliccia riccioluta della testa. Un rumore alle sue spalle la spaventò e, voltandosi di scatto, lasciò scivolare la tensione sotto ai suoi stivali. Alzò gli occhi e vide Archer appoggiato con una spalla alla porta scorrevole.

Il suo fisico muscoloso era fasciato da una maglia a maniche corte talmente aderente che avrebbe potuto scorgere ogni singolo avvallamento dei suoi pettorali. Le braccia incrociate sul petto erano gonfie e abbronzate; le gambe lunghe, fasciate dal denim, erano incrociate all’altezza delle caviglie. I suoi capelli scuri perennemente spettinati erano in netto contrasto con i suoi occhi azzurri, talmente chiari da sembrare pezzi di iceberg frantumato.

«Vedo che il coglione è ancora qua» sibilò lui allungando le mani in avanti e prendendo il collare fucsia da quelle di Dillon. Lo appese al gancio fuori dal box senza mai staccarle gli occhi di dosso.

«Archer…» disse lei con un sussurro.

«Che c’è? È la verità o sbaglio?»

«Non è così semplice definire uno come Rafe.»

«Io non avrei mai fatto quello che ha fatto lui, questo è poco ma sicuro. Ricordo ancora come eri ridotta quando sei arrivata al ranch.»

Anche lei se lo ricordava e non l’avrebbe mai dimenticato. Per questo stava cercando di tenere le distanze da Rafe, benché fosse così facile ricadere nelle vecchie abitudini.

«Non mi costa niente rimetterlo al suo posto come ho fatto con quel coglione di Brandon Foster.» Quel nome venne masticato nella sua bocca.

Dillon gli appoggiò una mano sul petto possente, gli sorrise piena di gratitudine sentendo sotto le dita il calore emanato dal suo corpo.

Sarebbe stato facile perdersi tra le braccia di Archer durante quei lunghi anni, ma non era mai stato ciò che volevano.

Lui era sempre stato solo un amico sincero, e come lei aveva un passato ingombrante alle spalle. Non le aveva mai raccontato ciò che gli era capitato, ma Dillon aveva intuito in più di un’occasione la sofferenza dietro i suoi occhi chiari e il cuore carico di rimorso.

Nel corso degli anni erano diventati molto amici, e lui l’aveva aiutata e supportata nel momento del bisogno.

Dopo aver dato una manciata di fieno all’alpaca, uscirono dal box camminando lungo lo stretto corridoio; Dillon gli sorrise, lasciandosi abbracciare.

Nello stesso istante in cui Archer le schioccò un bacio sulla testa, Rafe entrò dal grande portone andando loro incontro.

Li scrutò con attenzione, facendo danzare lo sguardo da una all’altro, poi si bloccò sui suoi stessi passi, con il cellulare ancora stretto tra le mani.

Dillon vide la mascella di Rafe irrigidirsi, diventando dura al pari del granito, e le sue spalle vibrarono di tensione.

«Archer» salutò Rafe a denti stretti.

Dal canto suo, il cowboy fece appena un cenno con il capo e non si staccò mai, nemmeno per un secondo, da lei. La tenne abbracciata per un fianco, come se stesse marcando in modo virile il suo territorio.

Dillon cercò di ignorare la tensione che si era creata e che sfrigolava nell’aria. Notò sia lo sguardo pungente che Rafe stava lanciando alla mano di Archer, che lentamente le si era posata sulla parte bassa della sua schiena, sia un muscolo vibrargli sulla mascella squadrata.

«Tutto a posto al pascolo?» chiese lei, cercando di distogliere tutti da quel crescente imbarazzo.

«Ah ah. Ero passato solo per vedere se stavi bene. Tuo zio mi ha mandato in città a fare acquisti per le riparazioni degli steccati.» Si staccò dal suo fianco e, facendo un passo indietro, la guardò. «Il temporale della scorsa notte ha fatto spaventare il gregge. Hanno buttato giù alcuni pali della recinzione che confina con il pascolo dei Thompson.»

«Le pecore stanno bene?» chiese lei, intuendo il danno che poteva esserci se gli animali si fossero mescolati.

«Sì. Fortunatamente la loro area di pascolo era vuota e le nostre pecore hanno trovato riparo sotto la grande quercia.»

«Meno male.»

«Tutto bene, D, non preoccuparti» disse lui, regalandole uno dei suoi sorrisi meravigliosi per poi allontanarsi dandole un buffetto sul naso.

A Dillon non passarono inosservate le occhiate in cagnesco che i due uomini si lanciarono, ma lei non aveva né tempo né voglia di restare lì a guardarli comportarsi come due stupidi galli.

Si voltò, con passo svelto raggiunse la stanza adibita a selleria e si caricò le braccia di finimenti.

Uscì dalla stalla e una volta che ebbe raggiunto lo steccato, ci buttò sopra le redini e le capezze da ingrassare.

«Quindi tu e Archer state insieme?»

Il suo corpo s’irrigidì a quella domanda inaspettata, anche se una strana sensazione le scaldò il petto, perché nel tono di Rafe lesse qualcosa che non avrebbe dovuto provare.

«Davvero?» chiese lei ruotando sui talloni e puntandosi i pugni chiusi sui fianchi. «Di tutte le cose che potresti chiedermi, ti interessa sapere se io e lui andiamo a letto insieme?»

«E lo fate?»

«E a te cosa importa?» chiese lei, alzando il mento in segno di sfida.

Rafe la raggiunse in due falcate.

«Penso che la Dillon che conoscevo io non lo avrebbe fatto.»

Un sorriso forzato le distese le labbra.

«La Dillon che conoscevi tu non esiste più.» E il suo vecchio rancore si ridestò come un vento gelido, facendole accapponare la pelle. «E poi che ne vuoi sapere tu, di chi mi porto a letto io.»

Gli occhi di Rafe si ridussero in due piccole fessure intanto che accorciava ancor di più la distanza che li separava.

«So di non averne diritto e so di aver fatto un casino.»

«No, Rafe, non lo sai, altrimenti saresti apparso già da parecchio tempo a quella porta» disse alzando il braccio verso la casa; la delusione che aveva provato allora era ancora lì, conficcata sotto la pelle quanto una stupida scheggia di vetro. «Didi non era tra le tue priorità e io questa cosa non potrò mai perdonartela. Avevi la tua vita da vivere, il tuo sogno da realizzare, e noi siamo dovute andare avanti senza di te.»

«Ti ho mandato del denaro, ma tu non hai mai incassato nemmeno un singolo assegno. Perché?»

Dillon si chiese come potesse essere così stupido mentre la rabbia per ciò che aveva fatto si diffondeva dentro di lei al pari del veleno.

Con quale diritto si era permesso di tornare, oscurando il suo mondo che da poco aveva ricominciato a brillare?

«Perché, mi chiedi?» domandò con la voce incrinata, sentendo gli occhi gonfiarsi di lacrime. «L’unica cosa che volevo per il bene di nostra figlia eri tu, non il tuo stupido denaro. Tu mi hai abbandonato e mi hai lasciata crescerla da sola.»

Un singhiozzo le si ruppe in gola e, prima ancora che riuscisse a mettere una toppa nella falla che si era creata, grandi perle bagnate e luccicanti le attraversarono le guance.

Rafe fece un passo in avanti e cercò di attirarla nel suo abbraccio, ma Dillon non era pronta per quello, non voleva nessun conforto da lui.

Gli appoggiò i palmi sui pettorali e lo spinse all’indietro, tuttavia lui non si mosse di un millimetro. Era come cercare di spostare una montagna.

Le agguantò un polso provando ad avvicinarla di nuovo, e sollevò lo sguardo fissando gli occhi nei suoi, avvolgendola in un bagliore blu elettrico.

«Stai lontano da me, Rafe» singhiozzò lei, nel momento in cui sentì la forza di opporsi a lui venirle meno. «Non puoi mettere un cerotto su una ferita che gronda sangue.»

Dillon ingoiò le sue stesse parole somiglianti a pillole dure e amare, poi, sentendosi avvolgere da un abbraccio caldo e possente, lasciò la sua testa cadere in avanti.

Appoggiò la fronte al suo petto e inspirò il suo odore mascolino così tanto familiare.

Una miriade di ricordi galopparono nella sua mente e quasi senza accorgersene si ritrovò a sfregargli il naso sulla maglietta.

«Crispy» sussurrò lui con un alito di fiato, mentre la stringeva a sé come aveva fatto tante volte anni prima.

Dillon chiuse gli occhi nel sentire Rafe usare ancora il suo nomignolo di un tempo, era qualcosa che improvvisamente le sembrò prezioso, segreto e solo loro; tuttavia, una fastidiosa sensazione le si annidò in fondo allo stomaco e le venne voglia di risollevare quello scudo d’acciaio sotto cui si era sempre trincerata, perché la portò a una conclusione ovvia.

Ci sarebbero sempre stati tanti abbracci nella sua vita.

Da Didi.

Dallo zio Butch.

Da Archer.

Ma nessuno sarebbe mai stato come quello di Rafe.

 





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