Scritto il 10/07/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Rafe strinse la presa su Dillon con delicatezza. La tenne stretta tra le braccia mentre il resto del mondo se ne stava fuori da quell’abbraccio. Sentì i suoi singhiozzi farsi sempre più forti, e il sangue gli si gelò nelle vene. Un profondo senso di vergogna lo colpì con la stessa prepotenza di un pugno nello stomaco.

«Shh» bisbigliò, tentando di calmarla con lente carezze lungo la schiena.

La mano si alzò lentamente, salendo verso la spalla e proseguendo poi il suo pellegrinaggio fino a che i polpastrelli le sfiorarono la pelle sensibile dietro l’orecchio. La toccò con delicatezza e avvertì sotto le dita un piccolo brivido.

Il suo capo si piegò in avanti e, intanto che lei continuava a singhiozzare, lui immerse il viso tra i suoi capelli scuri raccolti nella treccia morbida.

Li scompigliò, trascinando poi il naso lungo il suo collo. La stava respirando, inspirava il suo profumo mescolato all’odore dell’aria aperta.

Schiuse appena le labbra e sulle sue papille esplose quella fragranza, come se stesse aspettando quel momento da tempo senza saperlo.

Dillon scostò appena il capo all’indietro e i suoi laghi verdi brillarono simili a gemme preziose.

Scintille di vulnerabilità le luccicarono tra le iridi, simili a stelle nel cielo notturno.

«Rafe» disse con un filo di voce, quando lui soffermò i suoi occhi sulle sue labbra piene e ampie.

Quella bocca gli riportò alla mente il sorriso genuino di un tempo, e si sentì scaldare la schiena fino al midollo.

Rafe si domandò in quello stesso istante quando avrebbe smesso di notare quanto fosse diversa. Quanto in quei cinque anni fosse cambiata, sbocciando al pari di un fiore su un bonsai centenario.

La consapevolezza di quello che gli stava accadendo venne dal nulla, tale e quale a un tuono che squarcia un cielo d’estate con un boato. Un’urgenza prepotente gli ruggì nel petto e per un momento si stupì di quel desiderio sconosciuto che gli stava scaldando il petto.

Sentì il bisogno impellente di consolarla e voleva farlo con la sola forza delle sue labbra.

Non era mai stato colto da una bramosia così potente come quella che stava provando in quell’istante.

Voleva baciarla, e l’avrebbe fatto.

Rafe non sapeva da dove fosse arrivato quel ragionamento, ma non riuscì a pensare ad altro che a quello.

La desiderò, e l’idea di sapere Dillon con qualcun altro gli fece formicolare la pelle.

Un estraneo senso di gelosia gli strisciò addosso, e il suo corpo si sentì percorso da un milione di insetti impossibili da scacciare.

Abbassò la testa e le sfiorò la bocca con la sua, accarezzandola con la punta della lingua.

La sentì sussultare tra le sue braccia muscolose mentre le appoggiava le mani ai lati del viso; il suo sapore gli esplose sulle papille gustative, facendolo perdere in quel bacio da cui prese tutto ciò che Dillon gli stava donando.

Rafe chiuse gli occhi per un istante inspirando il suo odore; fu come ascoltare una vecchia canzone che conosceva a memoria.

Il suo profumo era impresso nei meandri dei suoi ricordi e, proprio come allora, la sua pelle aveva mantenuto intatta la stessa fragranza.

Le morsicò il labbro e salì con le mani tra i suoi capelli, la sentì irrigidirsi all’improvviso, eppure non riuscì a fermare la carezza del suo bacio.

«Che stai facendo?» gli sussurrò lei scostandosi appena, come se si fosse scottata. Rafe alzò la testa fino a incontrare i suoi occhi verdi che lo stavano scavando così tanto in profondità da farlo sentire quasi a disagio.

«Cerco di consolarti.»

«Non ho bisogno di questo tipo di consolazione» urlò lei, spingendolo all’indietro con tutta la forza che aveva.

Il dolore nella sua voce lo colpì come se quelle parole fossero stati proiettili.

Poi Dillon scappò mettendo quanta più distanza possibile tra di loro, e Rafe si maledisse per essersi lasciato trasportare da qualcosa a cui non sapeva dare un nome.

Mai aveva sentito il bisogno così impellente di baciarla. Con la confusione che gli balenava in testa, si prese il capo tra le mani e si sfregò la faccia con le mani piegandosi sulle ginocchia.

I palmi corsero svelti tra i suoi capelli, afferrò qualche ciocca tra le dita e tirò con forza.

Un dolore pungente lo trafisse e lasciò che lo accompagnasse in un viale alberato di ricordi.

Erano già passati cinque mesi da quando aveva iniziato a essere dipendente dalla presenza costante di Dillon, non passava giorno senza che non si trovassero per chiacchierare o semplicemente studiare insieme.

Lei e la sua ostinazione nel non voler avere niente a che fare con un giocatore di baseball erano stati uno zoccolo duro da rompere; fu proprio questo che l’aveva resa accattivante ai suoi occhi, giorno dopo giorno.

Era diversa da qualunque altra ragazza, e il fatto che non ascoltasse o badasse alle sue cavolate la rendeva ancora più speciale e interessante.

Era la prima amica di sesso femminile che aveva, e gli piaceva.

Rafe si buttò sul suo letto con un salto e la vide rimbalzare sul materasso, mentre era seduta con le gambe incrociate sotto le cosce a sgranocchiare una delle sue solite barrette sature di cioccolato e burro d’arachidi.

«Lasciatelo dire, Crispy, Brandon Foster è proprio un nome di merda» ringhiò lui, appoggiandosi all’indietro sul cuscino, incrociando le mani dietro la nuca.

«No, il nome in sé non è male, è lui che è una vera e propria merda.»

Gli occhi di Crispy brillarono, e lui si ritrovò a odiare quel giocatore di football che neanche conosceva, ma che, secondo i racconti di Dillon, si era preso gioco di lei, rubandole la verginità sul sedile posteriore di una Jeep, dietro il campo di atletica del liceo a Woodstock.

«Avanti, Rafe, il ruolo di paladino delle vergini illuse non ti si addice» disse, sorridendo e scoccandogli uno sguardo di smeraldo da sotto le ciglia lunghe e arcuate. «Come se tu non avessi mai fatto niente di simile alle povere ragazze che popolavano il tuo liceo a Rutland!»

«Ehi» disse lui, sollevandosi sui gomiti e studiandola intanto che si toglieva le briciole croccanti dalla bocca. «Non confondiamo la merda con la cioccolata, per favore, e poi io non amo particolarmente le vergini, sono troppo appiccicose.»

Il capo di Dillon si piegò di lato e la cortina dei suoi lunghi capelli le scivolò oltre la spalla, coprendogliela al pari di un’enorme ragnatela.

«Stai forse dicendo che io sono stata appiccicosa con Brandon Foster?»

«Assolutamente no, matricola.» Le strizzò un occhio. «Volevo solo renderti noto il concetto che io non ho mai avuto bisogno di inventare stupide scuse per portarmi a letto una ragazza, né tantomeno illuderla di essere la storia più importante della mia vita.»

Crispy iniziò a giocherellare con alcune ciocche dei suoi capelli, sentendosi a disagio a parlare del suo passato.

«Sono stata ingenua e sciocca a credere a tutto quello che mi diceva.»

«Non sei stata sciocca, eri solo in un momento difficile della tua vita. Avevi appena perso tua madre dopo una lunga e brutta malattia, penso che il tuo bisogno di affetto ti abbia fatta passare come una preda facile per gli stronzi.»

In quello stesso istante, Rafe vide la delusione serpeggiarle negli occhi. L’avvertì come se fosse stata la propria, in modo appiccicoso e scomodo, e desiderò fargliela scivolare via di dosso, buttandola a terra quasi fosse stata un velo di polvere.

Dillon lo guardò dritto negli occhi e lui seppe esattamente quello che stava passando nella sua testa.

Aveva imparato a conoscerla durante quei mesi ed era a conoscenza del fatto che un rovo di spine era attorcigliato intorno al suo cuore.

Quel silenzio che si era creato tra loro durò il tempo di un battito di ciglia, poi lei lo infranse.

«Attenzione, attenzione» gridò lei con un sorriso genuino stampato in faccia. Si portò le mani alla bocca e inscenò la presenza di un megafono. «Sia mai che il grande Rafe Marshall dica a una donna di essere una cosa seria.»

«Esatto, Crispy, una scopata e via. Patti chiari e amicizia lunga sin da subito.»

Rafe si buttò di nuovo sul letto, distendendo le braccia sopra la testa con fare rilassato.

Si sentiva legato a Dillon ogni giorno di più e sapere che qualcuno si era preso gioco di lei, rendendola insicura verso i ragazzi che giocavano nelle squadre universitarie, lo infiammò desiderando essere davanti a quel Brandon solo per spaccargli la faccia a suon di pugni.

Il dolore che le aveva lasciato addosso era pari a una brutta cicatrice che le deturpava la pelle.

«Non mi hai ancora raccontato la storia di questo poster» chiese lei, intanto che si muoveva sul fondo del letto, mettendosi in ginocchio e con le mani tra le sue cosce serrate.

Rafe sollevò appena il capo e, guardandola, la vide portarsi di nuovo una mano tra i lunghi capelli, sapendo bene che ci giocava quando era a disagio.

Capì all’istante di cosa stesse parlando e, gettando la testa all’indietro, guardò la gigantografia di Dizzy Dean appiccicata al muro dietro il suo letto.

«Sì, insomma, mi hai già detto che è stato un grandissimo giocatore di baseball e bla, bla, bla, ma perché proprio lui? Nella storia della Major League ci sono nomi anche più importanti di lui come Joe DiMaggio, Babe Ruth e tanti altri. Perché Dizzy Dean?»

Rafe scrollò le spalle mentre una morsa pungente gli contraeva lo stomaco.

«Non lo so, forse perché era il giocatore preferito di mio padre, e dopo che morì in quell’incidente d’auto con mamma, non ho desiderato altro che ricordare ciò che a lui piaceva.»

I loro occhi si scontrarono e fu come vedere il verde della foresta tuffarsi tra le acque tumultuose dell’oceano.

Dinanzi a quel ricordo, il petto di Rafe sobbalzò per la forza di un battito del suo cuore in tumulto. Era solo un bambino quando rimase orfano e ricordò quanto desiderasse assorbire ogni singola cosa che suo padre aveva amato in vita, e quel poster sgualcito dal tempo era la cosa più vicina a lui.

Sentì Dillon sbuffare e, aprendo un occhio, la studiò.

«La vita fa schifo» bisbigliò lei con lo sguardo basso, giocherellando con i bottoncini perlati del cardigan che aveva addosso.

«No, Crispy» le rispose lui sollevandosi. «La vita merita di essere vissuta, anche se fa male o ci prende a sberle. Finché avrai me, tu sarai in una botte di ferro.»

Cercò di alleggerire il tono di quella conversazione e, quando vide un piccolo sorriso incerto simile a un germoglio sbocciato fuori stagione, si sentì più leggero; la guardò attentamente avvicinandosi a lei.

Come al solito i suoi bottoni erano spaiati, e Rafe allontanò la mano di Crispy con un piccolo buffetto sul dorso e poi li allineò alle asole, sfiorandola.

«Non imparerai mai, vero?» le chiese colpendola sulla punta del naso con un dito, quando sollevò lo sguardo gli occhi di Dillon erano più verdi che mai.

Smeraldi preziosi bagnati di rugiada.

Quello fu solo uno dei tanti aneddoti che quel giorno Rafe richiamò alla memoria.

Era facile perdersi tra quei cimeli del tempo passato insieme, quando ancora erano felici e la loro amicizia navigava con il vento in poppa.

Lei non aveva mai preteso nulla di più che il suo tempo, e lui era sempre stato felice di darglielo.

Gli era sempre piaciuto averla intorno e, per la prima volta in vita sua, aveva avuto a fianco una ragazza a cui non desiderava aprire le gambe.

Aveva adorato scopare in giro senza pensieri.

Aveva adorato il baseball e la vita al college con tutto se stesso.

Più di tutto, aveva adorato la sua Crispy e il suo essere sopra le righe.

Lei, era sempre stata la sua pillola di felicità; tuttavia, baciarla aveva risvegliato qualcosa di inspiegabile dentro di lui, qualcosa che mai avrebbe pensato di provare.

 

 

Dillon non aveva la più pallida idea da quanto fosse rinchiusa al buio nella sua camera.

Aveva chiuso le imposte e, sedendosi sulla poltrona di vimini nell’angolo, aveva sollevato le gambe, portandosele al petto.

Le strinse tra le braccia e, girando appena il capo di lato, poggiò la guancia sul ginocchio.

Si sentiva così vulnerabile che le lacrime le pizzicarono il naso, di nuovo.

Era bastato un abbraccio per mandare il suo autocontrollo in frantumi, tutto perché, ancora una volta, aveva inalato il suo profumo muschiato.

Aveva giurato a se stessa che non sarebbe mai più caduta tra le sue spire.

Si era ripetuta quel mantra talmente tante volte da esserselo tatuata nel cervello, ma era bastato un attimo per infrangere la corazza di cui si era circondata.

La pelle iniziò a formicolarle e a Dillon si strinse lo stomaco mentre lasciava andare quei ricordi che piano piano, onda dopo onda, la stavano invadendo, annegandola.

Avevano avuto l’amicizia più bella che un uomo e una donna potessero condividere.

Dillon era arrivata all’università del Vermont indossando un’armatura. Non aveva fatto altro che rinforzare ogni lato del suo cuore dolorante e fragile, fino a che lui, in punta di piedi, si era infiltrato sotto il suo guscio.

Farlo entrare era stato facile come bere un bicchier d’acqua, altrettanto facile era stato trasformare quel sentimento d’affetto in qualcosa di più profondo e, nonostante sapesse che lui non provasse altro al di là di una profonda e sincera amicizia, lei se ne era innamorata.

Era un segreto che non aveva mai condiviso con nessuno perché, se solo lui ne fosse stato al corrente, tutto sarebbe cambiato.

Le dita di Dillon formicolarono dalla voglia di scavare nei suoi stessi pensieri per trovare quell’unico filo che avrebbe dato un senso a tutto quanto.

La pressione delle sue braccia si intensificò e strinse le gambe in una morsa, mentre un’unica lacrima le solcò la guancia, scivolando lenta verso il ginocchio.

Un sospiro lento le sgusciò dalle labbra quando un ricordo prepotente la travolse, e ingoiò le schegge appuntite e taglienti che si sentì in gola.

Dillon non aveva mai visto Rafe così ubriaco come quella sera.

L’aveva trascinata a quella stupida festa e nonostante non l’avesse mai lasciata un attimo da sola, non aveva fatto altro che bere.

Non le erano passati inosservati gli sguardi corrucciati che le altre ragazze le avevano lanciato, ma a lei non era importato.

Ce n’era stata una particolarmente insistente che non aveva fatto altro che strusciarsi addosso a Rafe, cercando di attirare continuamente la sua attenzione. Si chiamava Hellen e gli ronzava sempre attorno al pari di un’ape sul miele. Dillon aveva scorto le occhiate taglienti che le rivolgeva e, se solo avesse potuto, quella ragazza che pareva avere le sembianze di una modella di Victoria’s Secret l’avrebbe incenerita con tutti gli sguardi infuocati che le aveva gettato addosso per tutta la sera.

Dillon si chiese come quelle groupie non avessero un minimo di amor proprio.

«Crispy, non ce la faccio ad accompagnarti al dormitorio» biascicò lui, cadendo di faccia sul suo letto dopo aver calciato le scarpe in un angolo della stanza.

«Buonanotte allora» disse lei incrociando le braccia sotto il seno. «Me ne vado da sola e a piedi, anche se si gela.»

Lui sollevò la testa dal guanciale con sguardo assonnato, e con i capelli sparati per aria la guardò, battendo una delle sue grosse mani sul materasso accanto a lui.

«No, no, Crispy.»

«No cosa, Rafe?»

Vide la fatica immane che Rafe faceva per cercare di tener sollevata la testa.

«Vieni qui, matricola.» E quando la testa gli collassò di nuovo sul cuscino, batté un altro paio di colpi sulla trapunta accanto a lui. «Dormi accanto a me per stanotte, poi appena mi sarà passata un po’ la sbornia ti porto a casa. Ho solo bisogno di fare un sonnellino.»

E dopo appena un secondo, Dillon sentì un leggero russare uscire dalle sue labbra dischiuse.

«Buonanotte» sussurrò lei alzando il capo verso il soffitto. Un attimo dopo andò verso il comò nell’ angolo, lo aprì e tolse dal cassetto una delle sue maglie.

La portò al naso e l’annusò, inebriandosi di quel profumo.

La stanza le ondeggiò appena sotto i piedi e, con passo instabile, si diresse verso il bagno che Rafe aveva in camera.

Sbuffò mentre iniziava a spogliarsi e, prima di mettersi la sua maglietta, si lavò i denti, si rinfrescò il viso e si tolse quel piccolo velo di trucco che aveva applicato.

Aveva bevuto anche lei un paio di bicchieri, ma non era affatto ubriaca come il suo amico.

Il cuore le iniziò a galoppare nel petto quando, con passo lento, si avvicinò alla sua parte di letto dopo aver spento la luce.

Lo guardò sdraiato a pancia in giù e volle aiutarlo, cercando di svestirlo.

Un rossore improvviso le imporporò le guance e si sentì avvampare nel momento in cui provò a girarlo.

«Rafe, ti prego, sei troppo pesante, voltati.» Lui grugnì in risposta. «Avanti, devi spogliarti, così dormirai più comodo.»

«Crispy» sussurrò lui, masticando il suo nome come se fosse stato un chewing-gum appiccicato al palato.

Dillon seguì i suoi movimenti lenti e impacciati e lo vide mettersi supino, spiegazzando la trapunta.

I suoi occhi corsero svelti alle sue braccia muscolose e scesero poi verso la patta dei jeans, dove le sue dita avevano iniziato ad armeggiare, slacciando il bottone.

Il rumore di una zip che si abbassava le perforò le orecchie, rompendo il silenzio che aleggiava intorno alla stanza.

«Rafe» sussurrò lei, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi nello stesso nello stesso momento in cui lui ricominciò con il suo lento russare.

Lo incitò un paio di volte ma, quando si accorse che non dava più alcun segno di vita, decise di fare da sola.

Iniziò a tirare il tessuto ruvido dei jeans e piano piano riuscì a sfilarglieli.

S’impose di non alzare lo sguardo verso il suo inguine, poi con la coda dell’occhio vide un paio di boxer scuri attillati fasciarlo come una seconda pelle. Si voltò, dandogli le spalle, e uno strano calore le risalì lungo il collo.

Una coperta era gettata di traverso sulla sedia della scrivania, la prese e si buttò accanto a lui sul letto, coprendo entrambi e trascurando il cuore che aveva iniziato a martellarle nel petto senza sosta.

Spense la luce e cercò d’ignorare quel corpo caldo che le stava bruciando accanto come una vecchia stufa a legna.

«Se solo te lo permettessi, tu mi spezzeresti il cuore» sussurrò lei a fior di labbra, talmente a bassa voce che credette di averlo solo pensato.

Rafe si mosse appena nel sonno e la spalla di Dillon sfiorò quella di lei.

Un’ondata di calore le lambì il petto e, provando a scacciare quella sensazione, tentò di addormentarsi.

Un calore improvviso la destò qualche ora più tardi quando sentì una mano grande e callosa sollevarle la maglietta sulla pancia, facendola contrarre.

Finse di continuare a dormire, perché non aveva la più pallida idea di quello che avrebbe dovuto fare.

Voleva fermare quell’esplorazione, ma erano sensazioni talmente belle che se ne inebriò.

Non era ubriaca, ma quei due bicchieri di alcol che si era scolata avevano allentato i lacci che le serravano quella strana lorica di cui si era rivestita.

Non respirò nemmeno, tanto la tensione che sentiva addosso la stava irrigidendo.

Avvertì attorno all’ombelico l’indice di Rafe e, per l’ennesima volta, non ebbe la forza di fermare la sua perlustrazione.

Un piccolo tremore la colse nell’istante stesso in cui sentì un callo sul suo polpastrello.

Era ruvido quanto la lingua di un gattino, e il contrasto tra la forza brutale delle sue mani e l’incredibile delicatezza di quel tocco le fece venire la pelle d’oca.

Avvertì la potente erezione di Rafe sbatterle contro le natiche intanto che appoggiava con famelica delicatezza le labbra sul suo collo.

Dillon sentì pulsare i punti della gola che lui aveva baciato sussurrando il suo nome, come se la sua bocca vi avesse lasciato delle ustioni invisibili, marchiandola.

Ruotò nel suo abbraccio.

«Rafe» bisbigliò lei mentre si perdeva tra i suoi occhi blu.

Lo vide ammiccare, e le sue labbra fecero una curva appena accennata.

«Rilassati, Crispy, e apri le gambe per me» sussurrò lui quando le prese la guancia con mano gentile.

Le reclinò la testa all’indietro, facendogliela aderire al cuscino, e prima che il suo cuore potesse fare anche solo un altro battito la baciò.

La sua forza di volontà svanì in quello stesso momento.

La stava baciando come se il mondo stesse per finire da un momento all’altro.

E per lei fu così.

Aveva sempre saputo che Rafe ci sapeva fare, ma essere lì tra le sue braccia forti era qualcosa di assolutamente stupefacente.

Rafe la stava assaporando come se stesse togliendo dolcezza da un favo di miele.

Erano baci morbidi simili al velluto e caldi quanto il fuoco.

Era bellissimo.

Il suo corpo era un capolavoro, e una strana voglia di toccarlo la pizzicò sulla punta delle dita. Voleva scoprire cosa si provava a essere una di quelle ragazze che a volte aveva invidiato.

Desiderò con tutta se stessa avere il suo mento barbuto sulla pelle, sentire quella ruvidezza tra le cosce. Allungò una mano sulle sue spalle possenti e lo accarezzò sotto la maglietta, scendendo lungo la sua schiena muscolosa.

La sua lingua affamata le lambì la bocca nello stesso momento in cui con un movimento felino lui le si posizionò tra le gambe divaricate.

Sentì la sua punta vellutata e pulsante premerle contro le mutandine. Con mani abili, Rafe gliele scostò di lato e con un’unica stoccata entrò dentro di lei, riempiendola come mai era successo in tutta la sua vita.

Era andata a letto con solo un ragazzo prima di allora.

Ai tempi del liceo, Brandon Foster l’aveva illusa con il solo intento di portarsela a letto un paio di volte.

Credeva di amare quel ragazzo bugiardo e che il sesso con lui fosse spettacolare, ma nel momento in cui Rafe si spinse dentro di lei, grugnendo il suo desiderio tra un bacio umido e l’altro, seppe che niente sarebbe mai stato meglio di quello.

Non aveva alcun metro di paragone, ma ora sapeva che l’uccello di Rafe era meraviglioso, e capì perché tutte le ragazze che lo circondavano aspiravano sempre a portarselo a letto.

Rafe ci sapeva fare.

La toccò e la esplorò ovunque, fino a che Dillon sentì l’onda dell’orgasmo montarle e risalirle su per le gambe.

Era calda e potente, e si infranse come un fulmine dentro il suo stesso sangue, culminando in un’esplosione.

Milioni di stelle luccicanti le brillarono dietro le palpebre abbassate. Rafe trovò il suo collo, imprimendovi qualcosa che stava a metà strada tra un morso e un bacio, e raggiunse a sua volta il suo climax svuotandosi dentro di lei.

Le crollò addosso e, ancora prima che Dillon se ne rendesse conto, si addormentò di nuovo.

Dillon rimase lì immobile con le mani che andavano su e giù sulla schiena di Rafe e si domandò cosa sarebbe accaduto al mattino, quando lui avrebbe aperto gli occhi e si sarebbe ricordato ciò che avevano fatto.

Un senso di paura le serpeggiò addosso, e Dillon rabbrividì perché, per la prima volta da quando le loro labbra erano entrate in contatto, seppe con assoluta certezza che nulla sarebbe mai stato più come prima.

Un bussare improvviso la destò dai ricordi.

Non aveva idea di che ore fossero e per quanto tempo fosse rimasta chiusa nella sua stanza, poi la voce potente di Rafe rimbombò tra le pareti del cottage.

«Crispy, sei qui?» le chiese e Dillon, incespicando fuori dalla camera, sbirciò lungo il corridoio e vide un’ombra oltre la porta di casa.

Il suo nome, appoggiato sulle labbra di Rafe, le fece sussultare lo stomaco già scombussolato.

«Che vuoi?» E il cuore iniziò a batterle all’impazzata.

«Non ti ho più visto per tutto il giorno e volevo sapere se stavi bene» chiese mentre Dillon vedeva la sua sagoma scura muoversi oltre la tenda appesa alla porta. «Non era mia intenzione turbarti con quel bacio.»

Un sospiro le uscì dalle labbra, si appoggiò all’uscio della camera da letto e chiuse gli occhi, intanto che il ricordo di quello che era accaduto al loro risveglio cinque anni prima le veniva di nuovo sbattuto in faccia con forza.

«Mi dispiace, Crispy.»

Quante volte ancora le avrebbe fatto le sue scuse?

Ogni errore prima d’esserlo era stato una scelta, e Rafe di sbagli ne aveva commessi parecchi.

«Ascolta, vado io a prendere Didi alla fermata del pulmino. Va bene?»

«Okay» gracchiò lei e i suoi occhi saettarono verso l’orologio da parete.

Era stata chiusa in casa a ricordare per un sacco di tempo e, quando lo sentì allontanarsi dal portico, si portò le mani ai capelli e inspirò a pieni polmoni.

Davanti ai suoi occhi, ritornò l’immagine spaventata e sconcertata di Rafe quando la mattina dopo si era accorto di quello che avevano fatto e, seppur dopo tanto tempo, rammentò ancora la sensazione fastidiosa che aveva provato.

Proprio come allora, il suo cuore le sembrò un secchio di latta arrugginito, ingombrante e del tutto inutile.

 





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