Una strana sensazione corse nel sangue di Rafe mentre stringeva tra le mani il volante della sua Corvette Stingray. Erano passati appena due giorni da quando aveva percorso quella stessa strada sterrata in direzione contraria. Allora non sapeva cosa aspettarsi, ma ora era tutto più chiaro.
Quella bambina, sua figlia, era la cosa più stupefacente che avesse mai visto e, per la prima volta in vita sua, pensò a lei come a qualcosa di davvero suo.
Rallentò, e il motore rombò appena mentre con un movimento delicato della mano, accostava sul ciglio della strada, accanto al ponte di legno. Quella macchina era talmente sensibile che bastava il minimo movimento del polso per farla sbandare.
Vide il cartello della fermata dell’autobus, tolse la chiave dal cruscotto e si portò le mani in grembo.
Aveva baciato Crispy spinto da un bisogno inspiegabile, e ora quel dannato bacio non riusciva a toglierselo dalla testa.
Cosa gli stava succedendo?
Erano stati amici per anni senza che lui provasse mai nemmeno per una volta quel desiderio. Erano finiti a letto insieme, certo, solo unicamente perché erano sbronzi e non si erano resi conto di quello che stavano facendo.
Adesso tutto era differente.
Dillon stava piangendo, e Rafe aveva sentito il bisogno impellente di appoggiare le labbra sulle sue nell’intento di consolarla. Quel bacio lo stava tormentando da quel momento.
Crispy se ne era rimasta tutto il giorno rintanata nella sua stanza, forse sconvolta per quello che era accaduto, e lui non aveva saputo cosa fare.
Aveva riposto tutti i finimenti nella selleria e, dopo essere andato nel box del Signor Erre per una carezza, aveva gironzolato per il ranch deserto.
Il cane dello zio Butch l’aveva seguito a lungo mentre lui vagava per la fattoria, poi, dopo aver annusato l’aria, era schizzato via trotterellando verso il pascolo.
C’era fermento nell’aria e lui aveva pensato che tutti fossero fuori per i pascoli, a radunare le greggi che di lì a pochi giorni avrebbero tosato.
Aveva avuto modo di riflettere, benché tutti i suoi pensieri fossero corsi in un’unica direzione, ovvero la consistenza delle labbra di Dillon.
L’ultima telefonata di Hellen era stata una doccia fredda; l’aveva richiamato a Boston dicendogli che il coach e il preparatore atletico della squadra avevano indetto una riunione a cui non avrebbe potuto mancare.
Avrebbe dovuto andarsene entro sera se voleva essere a Boston il giorno seguente. Era un meeting di vitale importanza indetto per l’inizio imminente del campionato.
Non avrebbe potuto disertare neanche se avesse voluto, ma era restio a partire. Voleva restare in quel ranch con le uniche persone che contavano più di qualunque altra cosa al mondo.
Si sentì spezzato come non lo era mai stato in vita sua, per la prima volta era combattuto per qualcosa che andava contro il suo amato baseball.
Un rumore di assi di legno traballanti lo destò dai pensieri e, alzando il capo, vide arrivare il pulmino giallo della scuola oltre il ponte. Scese dalla sua Corvette nello stesso istante in cui la portiera a soffietto si aprì, e l’autista lo scrutò con attenzione.
«Papà!»
Sentì la vocina adorabile della sua bambina ancora prima che lei si mettesse a correre attraverso lo scuolabus. Gli saltò addosso e lo strinse a sé.
«Sei venuto a prendermi» strillò accanto al suo orecchio.
«Ciao, scimmietta» disse Rafe con il cuore che gli batteva forte nel petto, e constatò in quell’istante che Didi era dolce quanto una fragola intinta nello zucchero.
«Se solo ci fosse quell’antipatica di Melissa Harper sarebbe ancora meglio.» Rafe vide la sua piccola faccina arruffarsi come se avesse succhiato uno spicchio di limone.
«E chi sarebbe?»
«Una mia compagna di classe che oggi è stata cattiva.»
L’autista li interruppe e attirò la loro attenzione, entrambi si girarono verso di lui. Stava sventolando un foglietto ripiegato, e Didi si rimpicciolì nella sua stretta.
«Signorina, consegna questo a tua madre» ordinò il conducente, poi i suoi occhi lo scrutarono attentamente. Rafe intuì quello che di lì a poco gli avrebbe chiesto. «Sbaglio o ci conosciamo? Ha un viso noto, ma non riesco a ricordarmi il suo nome.»
Didi gli appoggiò la testolina sulla spalla, e lui scrollò il capo, non avendo nessuna voglia di dire a quell’uomo chi lui fosse, e prese il foglio ripiegato dalla mano dell’autista.
«E questo che cos’è?»
«Un messaggio della direttrice per la signora Sullivan.»
Sentì la piccola accoccolarsi ancor di più tra le sue braccia e, nonostante non riuscisse a capire di cosa si trattasse, salutò l’uomo con un cenno del capo poi si avviò verso il margine della strada, dov’era parcheggiata la sua Corvette.
Depose la bambina sul sedile e la scrutò mentre si guardava intorno nella macchina.
«Dov’è il mio seggiolino?» domandò.
«Non ce l’ho.»
«Allora io come faccio a salire? La mammina mi dice sempre che è super super importante. Non sei preparato, papà.»
Papà, ancora una volta il suono di quella parola lo lasciò sconvolto, anche se ogni volta che la sentiva il suo cuore batteva sempre più forte.
«Facciamo così, pulce, per stavolta chiudiamo un occhio, ma ti prometto che per le prossime volte sarò più organizzato.»
Le baciò la punta del naso allacciandole la cintura. Didi era talmente piccola sul sedile di pelle della sua Corvette che lui sorrise tra sé e sé intanto che la osservava muovere la sua piccola testolina avanti e indietro per guardarsi intorno.
«Questa macchina è strana» gli disse, e a Rafe non sfuggì l’espressione imbronciata delle sue labbra.
«Sì, ed è bellissima, non trovi?»
«Non tanto, papà.» Si grattò il nasino a patatina e lui le sorrise.
«E sentiamo, che macchina ti piace?»
«Un pick-up come quello di Archer, perché ha anche i sedili di dietro» sussurrò intanto che metteva le sue manine davanti alla bocca e bisbigliava. «Qui ti hanno fregato, papà. Ti hanno venduto una macchina senza seggiolini.»
Nonostante la battuta di Didi lo facesse sorridere, un senso di disagio gli serpeggiò sottopelle e una strana gelosia lo colse.
Aveva una macchina costosa e super accessoriata, ma sua figlia senza ombra di dubbio preferiva quella di Archer.
Archer, il cowboy.
Ovunque andasse, vedeva la sua ombra espandersi a macchia d’olio.
Hellen aveva fatto di tutto perché Rafe comprasse quella Corvette e si sbarazzasse una volta per tutte del suo vecchio fuoristrada, facendogli credere che avrebbe giovato alla sua immagine di giocatore single e sexy, malgrado non desiderasse altro che guidare il suo vecchio pick-up.
Rafe Marshall era un giocatore professionista e la sua immagine pubblica era tutto.
Aveva chiuso il suo vecchio Chevrolet dentro un garage, non avendo cuore di sbarazzarsene; in quel momento decise che, quando sarebbe tornato da Boston, avrebbe guidato il suo vecchio Silverado rosso che usava ai tempi del college.
Rafe girò attorno alla macchina, si sistemò dietro il volante, accese il motore e vide Didi irrigidirsi sul sedile.
«Che c’è?»
«Mammina non sarà contenta» bisbigliò Didi, incurvando le sue spalle in avanti.
«Perché non ho il seggiolino?»
La figlia scosse il capo in maniera quasi impercettibile.
«No. Per questo» disse, mentre sventolava il foglio di carta che l’autista del pulmino le aveva dato.
«E che c’è scritto?»
Rafe fece partire la macchina a passo lento, poi la guardò con la coda dell’occhio e la vide accartocciarsi sul sedile come fosse un sacchetto di carta sgualcito.
«Oggi ho buttato una lucertola in testa a Melissa Harper.»
«Cos’hai fatto?» chiese lui, cercando di trattenere una grossa risata che gli vibrava nel petto.
«È stata cattiva, e io le ho gettato la lucertolina addosso. Lei ha cominciato a strillare come una matta, e la maestra mi ha messo in punizione, facendomi saltare la ricreazione.»
«Sbaglio o quella Melissa Harper è la stessa bambina che speravi mi vedesse alla fermata dell’autobus?»
Didi annuì voltandosi verso Rafe, e lui vide i suoi occhioni blu simili a topazi preziosi luccicare.
«Ha detto che non era vero che eri tornato e che tu non mi vuoi.»
Il suo mento tremò, e Rafe inchiodò la macchina sul ciglio della strada, sterzando di colpo.
Un dolore sordo gli pulsò nel cuore.
«Cosa?» domandò brusco, voltando il busto verso quello di Didi.
«È per quello che le ho lanciato addosso la lucertola. È stata cattiva.»
Rafe avvertì il cuore battergli all’impazzata e l’accarezzò, allungando una mano verso il suo piccolo viso a forma di cuore.
Erano stati cinque anni carichi di assenze.
Aveva perso tanto della vita di sua figlia e allo stesso tempo aveva permesso che la vita le si accanisse contro, per colpa delle sue scelte sbagliate.
Il senso di colpa che provò in quella frazione di secondo fu come una bomba in attesa della detonazione.
Non aveva idea di quello che avrebbe potuto dirle in quella situazione, eppure un senso di protezione l’avvolse come mai era accaduto in tutta la sua vita.
Come se volesse stringerla in una coperta per difenderla dalle intemperie della vita.
«Non è così, vero papà? Tu mi vuoi?» chiese Didi a fil di voce mentre si attaccava alla sua mano, e il suo piccolo respiro, unito a quella supplica, fu simile al battito d’ala di un passerotto.
«Ma certo che ti voglio, scricciolo. Ora più che mai.»
Le regalò una piccola carezza con la punta delle dita, e la pelle soffice che incontrò sotto le dita gli inebriò i sensi.
Il petto iniziò a dolergli e Rafe, tastandoselo, si domandò se quel dolore del cazzo se ne sarebbe mai andato.
«Ho commesso tanti errori nella mia vita, Didi, ma quello di cui mi pento di più è il non essere stato qui con te in questi anni.»
Un sorriso appena accennato distese le labbra di Didi, e lui si sentì morire perché i suoi piccoli occhi brillarono, sembrando argenteria appena lucidata.
«Giocare a baseball è il tuo lavoro, e mammina mi ha detto che è per quello che sei via.»
Rafe deglutì un boccone amaro, acconsentendo.
In tutti quegli anni, aveva ignorato il dovere nei confronti di sua figlia; anche se in cuor suo non passava giorno senza che non pensasse a lei, ma mai avrebbe potuto immaginare che lei soffrisse così tanto.
«Melissa è stata cattiva, ma il suo papà l’accompagna all’asilo tutte le mattine e io li vedo sempre.» Il suo sguardo si sollevò e, voltando il viso in avanti, guardò oltre il cruscotto. «I papà dovrebbero sempre portare le proprie bimbe a scuola.»
«Hai ragione, Didi, e ti prometto che d’ora in avanti lo farò.»
Le fece quella promessa, ma appena quelle parole gli uscirono dalle labbra avrebbe voluto morsicarsi la lingua, sapendo che non avrebbe potuto mantenerla, seppur lo volesse.
Entro sera sarebbe dovuto tornare a Boston, e sicuramente il giorno dopo non sarebbe stato lì per accompagnare la propria figlia oltre il portone dell’asilo.
«Domani non potrò farlo, Didi, ma ti prometto che appena mi sarà possibile, lo faremo.»
La bambina sollevò la sua testolina e lo scrutò; era come se riuscisse a leggergli dentro.
«Devi andare via?»
Rafe assentì e credette che quella fosse la cosa più difficile che avesse mai dovuto dire.
«Ho una riunione domani mattina, ma ti prometto che tornerò.»
Didi non gli rispose, ma vide gli ingranaggi della sua testolina mettersi in moto.
Annuì e, dopo che Didi ebbe distolto lo sguardo, un battito del cuore di Rafe rallentò la sua corsa.
«Tornerò, non dubitarne.»
Il motore rombò deciso non appena girò nuovamente la chiave e accese il bolide.
Percorsero la strada in silenzio fino a quando, svoltando lungo la strada ghiaiata del ranch, Didi gli fece vibrare le corde del suo essere con le proprie parole.
«Ti ho visto in quelle foto.»
«Quali foto?»
«Quelle sul giornale che mammina aveva nascosto tra i cuscini del divano.» Rafe la guardò con la coda dell’occhio e la vide stringersi le manine in grembo. «Ti stavi buttando in piscina insieme a tanti bambini.»
Capì all’istante a quale momento immortalato si stesse riferendo sua figlia. Erano state scattate molte fotografie a scopo pubblicitario durante una campagna fondi in un centro sportivo di Boston, a cui lui e altri giocatori dei Red Sox avevano preso parte.
«Anche a me piace la piscina» sussurrò Didi, poi scosse la testa e lo guardò sollevando un sopracciglio con aria di disapprovazione. «Porta me la prossima volta, non loro.»
Insolite sensazioni si alternarono dentro di lui, e quelle biglie blu che la sua bambina aveva al posto degli occhi brillarono di una scintilla dolorosa.
Rafe fermò la macchina accanto alla veranda e si sentì morire, come se i suoi polmoni avessero deciso improvvisamente di non funzionare
Non aveva mai dato importanza agli articoli e ai servizi che uscivano nelle varie testate giornalistiche, anche perché, il più delle volte, erano notizie di mero gossip. Ma ora invece capì che per qualcuno era stato terribile vederlo su quelle pagine.
Un senso di inadeguatezza lo colse, perché la sua bambina l’aveva visto scherzare con altri ragazzi di cui non sapeva nemmeno il nome, anziché con lei.
Si vergognò come mai in vita sua era successo.
Didi sapeva che lui era un padre assente, troppo impegnato a giocare a baseball; un interruttore scattò in lui al pensiero che lei potesse fantasticare sul tempo che aveva trovato per andare in piscina con quei ragazzi sconosciuti, mentre per lei mai, nemmeno una volta.
Quasi non si accorse di quando la bambina smontò dalla macchina. Voltandosi vide Dillon che li stava aspettando sotto il portico della veranda.
Non gli sfuggì il lungo sguardo che la sua Crispy gli lanciò, come se potesse vedere ciò che il suo cuore e la sua mente custodivano. Rafe tremò dinanzi a quella consapevolezza, osservandola ondeggiare i fianchi avvolti nei jeans.
L’immagine del loro bacio gli si abbatté addosso con forza, ma scacciò subito quel pensiero inopportuno.
«Credevo non arrivaste più» disse Dillon scendendo i gradini di legno.
Deglutì il blocco di cemento che gli aveva ostruito la gola e, smontando a sua volta dalla macchina, le si avvicinò.
«Stavo venendo a cercarvi» disse ancora lei, scrutandoli.
Poi il suo sguardo si posò sulla figlia, e le si avvicinò quando notò l’espressione triste sul suo viso.
«Che c’è, tesoro, perché quella faccia?»
Rafe guardò la figlia, e il tormento di sentirsi responsabile lo paralizzò, sapendo di averla turbata.
Didi, strisciando i piedi a terra, si avvicinò alla madre porgendole il foglio spiegazzato che teneva nascosto dietro la schiena, dopodiché scavò un buco a terra con la punta della scarpa.
Dillon lesse ciò che la direttrice le aveva comunicato, sollevò gli occhi sulla figlia e la fulminò con la sola forza dello sguardo.
«Dizzy Dean Sullivan, mi spieghi che significa questo?» domandò puntando i pugni serrati sui fianchi.
La testa di Rafe scattò all’indietro come se un pugno violento l’avesse colpito, e quel nome appena pronunciato dalle labbra di Dillon gli vorticò in testa.
«Come l’hai appena chiamata?» sussurrò lui, intanto che il suo stesso asse tremava fino alle fondamenta.
Dillon lo guardò sgranando gli occhi e poi si portò le mani tremanti alla bocca, socchiudendo appena gli occhi.
«L’hai chiamata Dizzy Dean?»
Le braccia della sua Crispy cedettero, le lasciò cadere accanto ai suoi fianchi, e infine agganciò gli occhi a quelli di Rafe, acconsentendo.
Una mano si introdusse nella sua e lui, abbassando gli occhi su Didi, la vide sorridere compiaciuta.
«Sapevo che ne saresti stato felice.» Con un piccolo strattone gli agitò il braccio. «Sei felice, non è vero, papà?»
Ma lui non ebbe voce a sufficienza per risponderle, tanto i polmoni gli si erano svuotati.
La sua vocetta delicata era stata poco più che un sussurro, ma ogni parola gli era vibrata attraverso la pelle, fin nelle ossa.
Dizzy Dean era sempre stato il suo idolo.
Quel poster in bianco e nero che lo accompagnava ovunque e che gli ricordava suo padre era da sempre il suo talismano, e ora scopriva che Dillon aveva dato quel nome, per lui così speciale, alla bambina che avevano concepito.
Era stato un tributo silenzioso che sapeva di non meritare.
Quella consapevolezza gli scaldò il petto; seppe che, nonostante tutto il filo spinato con cui aveva trincerato la sua corazza, la sua Crispy brillava di una luce dorata impareggiabile.
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