Scritto il 17/07/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Quando quel nome era uscito dalle sue labbra, Dillon sapeva che Rafe aveva colto al volo la verità.

Erano passate già due ore da quando il peso del vero nome della figlia era piombato tra di loro e lei, per l’ennesima volta, lo guardò con la coda dell’occhio mentre se ne stava appoggiata con la schiena al lavello della cucina, accanto alla boccia di vetro nel quale Blu, il pesciolino di Didi, sguazzava beato.

Aveva a lungo parlato con Didi, benché avesse tutte le ragioni, non era stato carino lanciare una lucertola in testa a Melissa, anche se quest’ultima aveva usato parole cattive.

Rafe aveva ascoltato senza mai interferire, e Dillon, per un istante, aveva smantellato la sua corazza, tornando a essere Crispy.

Lo guardò sorseggiare il caffè dalla tazza per tutto il tempo in cui stettero seduti a tavola assieme a Didi. Lei stava disegnando, e lui semplicemente le stava seduto accanto senza dire niente.

Un brivido freddo le corse lungo le braccia e d’istinto si strinse nel golfino, lo allacciò alla bell’e meglio e lo squadrò, riempiendosi la vista di quel muro di muscoli ed eleganza.

«Non riesco a capire se scoprire il vero nome di Didi ti abbia sconvolto in bene o in male» disse lei all’improvviso, rompendo il silenzio che si era creato.

«Tu che dici?» le chiese Rafe e la sua voce roca, che assomigliava al velluto avvolto intorno alla carta vetrata, le diede un brivido.

Gli occhi di Dillon si scostarono appena e, guardando fuori dalla finestra, si scontrarono con le alte cime degli alberi, che erano l’unica cosa che spezzava il paesaggio tra loro e le montagne in lontananza.

«Dizzy Dean è molto di più di quanto meritassi» confessò infine Rafe, e le sue parole permisero ai loro sguardi di agganciarsi nuovamente.

«Parli della bambina o del nome?» gli domandò, nel momento in cui le parole graffiarono la gola di Dillon come fossero vetro frantumato.

«Di entrambi» e una strana scintilla gli luccicò all’interno degli occhi verdi.

«Ti piace, papà?»

«Tantissimo, piccola Didi» disse Rafe regalandole un sorriso dolcissimo, e Dillon si sentì invasa da un’inconsueta sensazione.

Voleva essere arrabbiata con lui.

Voleva guardarlo e sentire il fuoco rabbioso ruggirle nelle vene ma, quando i suoi occhi si posarono su di lui e la figlia, che nel frattempo gli era salita in grembo raggomitolandosi nel suo abbraccio, il suo cuore si strinse in una morsa.

Sapeva quanto quel nome fosse importante per lui e, nonostante fosse stata combattuta sino alla fine, quando aveva stretto la sua bambina tra le braccia per la prima volta, aveva deciso di chiamarla con l’unico nome che, pari a un tormento, continuava a esserle sussurrato nella mente.

«Io lo so chi era Dizzy Dean, mammina me lo ha spiegato.» Didi allungò lo sguardo verso l’alto e con una piccola manina gli accarezzò la guancia. «Era il tuo idolo, proprio come per me lo è Wonder Woman.»

Un sorriso sbilenco e sporco di cioccolato illuminò il suo faccino, poi, voltandosi verso Dillon le chiese: «Mammina, facciamo la serata Matti-mello?»

«Ma stasera non è sabato.»

«Lo so, ma papà sabato non ci sarà e io voglio che veda come brucio bene il mio matti-mello sul bastoncino.»

«Che cos’è il matti-mello?» domandò Rafe confuso.

Un sorriso sbucò sulle labbra di Dillon, e un piccolo nodo di tensione si sciolse nel suo petto.

«Non è altro che il mashmallow, ma detto alla maniera di Didi.»

La bimba improvvisamente scivolò giù dalle ginocchia del padre e, avvicinandosi a Dillon, la guardò con occhi imploranti.

«Ti prego, ti prego, ti prego» la supplicò con sguardo affranto.

Aveva le mani congiunte posizionate sopra il cuore, come se lei, sua madre, avesse potuto spezzarglielo trovando il coraggio di dirle di no.

«Tra quanto devi andare via?» chiese Dillon guardando di nuovo Rafe.

«Tra un paio d’ore. Il coach ha indetto una riunione della squadra domattina presto, e se voglio essere a Boston per il meeting di precampionato devo partire subito dopo cena.»

Un senso di disagio le serpeggiò a fior di pelle quando realizzò che di lì a poco se ne sarebbe dovuto andare.

Il suo amato baseball lo stava chiamando per l’ennesima volta e lui, come sempre, accorreva, ammaliato tale e quale a Ulisse dal canto delle sirene.

«Ma ho intenzione di ritornare, sempre se a te non crea problemi» si affrettò poi ad aggiungere Rafe.

Era una domanda piena di sottintesi, e chiaramente si riferiva a quello che era scaturito dopo che si erano baciati.

Rafe aveva notato quanto quel gesto l’avesse sconvolta, e il sapere che se ne sarebbe andato di lì a poco non la fece sentire bene, come invece avrebbe dovuto.

Dillon gli rispose scuotendo il capo e, sospirando, affermò: «Allora in via eccezionale stasera faremo il falò mashmallow, così lo potrete condividere insieme.»

«Evviva!»

Didi iniziò a saltellare euforica per la cucina e, quando un leggero trambusto arrivò dal retro della casa, la bambina si gettò fuori casa simile a un missile.

«È tornato lo zio Butch. Vado a dirgli che stasera faremo i matti-mello» gridò, prima di sbattere la porta della veranda.

«Grazie, Crispy, non hai idea di quanto apprezzi…»

«Smettila, Rafe» disse lei avvicinandosi di un passo. «Smettila di ringraziarmi ogni volta che ti concedo qualcosa.»

Nel petto di Dillon rombò un tuono, e nel suo boato echeggiò all’infinito il nome di Rafe.

Era un monito per tutta la sofferenza che lui le aveva arrecato, eppure bramava la sua presenza. La consapevolezza di quello che ancora provava per lui arrivò dall’ombra, di nascosto, simile a un gatto che sbuca all’improvviso.

Non voleva ammetterlo neanche a se stessa, ma quel bacio a fior di labbra, somigliante alla carezza di una piuma, aveva acceso il suo corpo come le lucine di un albero di Natale attaccate per la prima volta alla corrente.

Rafe la guardò, inclinò il capo da un lato e la squadrò a lungo, poi fece un passo in avanti accorciando la distanza che li separava.

«Vedo che ancora non hai imparato» constatò con un sorriso che gli increspò le labbra e, protendendosi verso di lei, cominciò a sbottonarle il cardigan.

«Che stai facendo?» chiese lei guardandolo appaiare correttamente i bottoni con le asole intanto che un calore liquido le dilatava lo stomaco, facendole divampare un incendio dentro.

Le sue dita lunghe e forti ancora non l’avevano toccata; si erano solo appoggiate con delicatezza alla stoffa del golfino, e il suo cuore già galoppava al pari di un purosangue.

«Cerco di sistemare le cose.»

Dillon aprì bocca e le sue parole uscirono come un flebile sussurro.

«Per adesso ci stai riuscendo solo con i bottoni» lo rimbeccò, e vide la sua mascella marmorea irrigidirsi quando i loro occhi s’incrociarono. Dillon avvertì mescolarsi la magia che si era appena creata tra di loro.

Scrutò con attenzione il suo naso dritto, ma, a uno sguardo più attento, notò che il setto era appena deviato, come se lo si fosse rotto, e lei ricordò esattamente quando era successo.

Era stato durante il suo primo anno di college, a una delle prime partite in cui era andata a vederlo giocare e lui, nell’intento di recuperare una palla alta, si era scontrato con un altro giocatore della sua stessa squadra.

Gli occhi di Dillon si abbassarono sul braccio muscoloso di Rafe, lanciando un’occhiata al grosso orologio d’argento che portava al polso.

Il quadrante era rivolto verso l’interno.

«Perché lo porti così?» chiese lei, indicandogli il polso.

Rafe distolse lo sguardo dal suo e, con un sorriso peccaminoso che gli distorse le labbra, le si avvicinò, ubriacandosi del suo profumo.

«Perché così è più facile celare ciò che c’è sotto.»

C’era qualcosa nella voce di Rafe che non aveva mai sentito prima; era ruvida e prepotente.

Allungò una mano in avanti e, sfiorandogli il polso, mosse appena il cinturino.

Una scarica elettrica le attraversò il braccio nello stesso istante in cui lui inclinò il capo da un lato, e il modo in cui la guardò avrebbe potuto sciogliere il ghiaccio.

Dillon si sentì vulnerabile e abbassò gli occhi cercando di sbirciare cosa l’orologio stesse celando.

Individuò una fila di numeri tatuati, e una morsa le serrò il petto.

Rafe sorrise appena e, mentre Dillon inghiottiva una manciata di sale, le fece una domanda.

«Quand’è il compleanno di Dizzy?»

Di sfuggita, senza mai staccare lo sguardo da quello di Rafe, deglutì e il gusto del suo profumo costoso le scivolò lungo la gola.

Desiderò chiudere gli occhi, inebriandosi tra i ricordi che quella fragranza le richiamava alla memoria, ma non ne ebbe la forza.

Poi, improvvisamente, una consapevolezza la travolse pari a una frana di montagna e, anche senza il bisogno di spostare quello stupido orologio, lei seppe che portava inciso sulla pelle la data del 16 marzo 2014.

 





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