Scritto il 22/07/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Quelle due ore in compagnia di Dillon e Didi erano volate via come fossero state le scintille del fuoco scoppiettante a cui erano stati intorno.

Avevano mangiato mashmallow abbrustoliti, e Rafe aveva lasciato alla figlia il suo numero di cellulare, dicendole di scrivergli ogniqualvolta le sarebbe mancato e, in cuor suo, sperò ardentemente che lo facesse.

Poi, cosa ancora più importante, le aveva giurato che sarebbe tornato, e per nulla al mondo avrebbe infranto quella promessa.

Gli era stata concessa un’altra possibilità per fare ammenda e non l’avrebbe sprecata.

Con la coda dell’occhio, aveva guardato per tutta la sera la sua Crispy, che rideva e scherzava alle battute e ai modi gentili di Butch e Archer con disinvoltura.

Quest’ultimo li aveva raggiunti solo per una manciata di minuti perché aveva impegni in città e, dopo un paio di mashmallow bruciacchiati da Didi, se n’era andato, lasciandoli di nuovo soli.

Aveva cercato di capire cosa lo legasse alla sua Crispy, ma dietro i loro sguardi e sorrisi non aveva letto niente che gli facesse pensare a loro due come coppia.

Era un quadro difficile da decifrare.

Rafe aveva guardato Archer interagire con la figlia e, anche senza volerlo, aveva invidiato la loro confidenza.

L’aveva squadrato con attenzione mentre lo vedeva sorriderle e mangiare quei cosi mollicci e per di più bruciati.

Didi aveva riso tutta la sera e, nonostante la verità sui suoi lunghi anni di silenzio fosse come un veleno che lo divorava dall’interno, cercò di assorbire ogni gesto e risata della sua bambina che avevano il potere di scaldargli il cuore.

Mancavano ancora più di quindici giorni all’inizio del campionato, e lui aveva intenzione di passare quei giorni nel Vermont cercando di recuperare il tempo perduto.

Si stava godendo l’aria fredda della sera, quando Dillon uscì sulla veranda dopo aver messo a letto la figlia.

«Era stanchissima» le disse Rafe, non sapendo bene che altro dirle.

La luna alta e grandissima avvolgeva gli alberi in un bagliore argenteo e tutt’intorno a loro danzava il trillo continuo delle cicale.

«Sì, forse tutte queste emozioni l’hanno stremata.»

Avrebbe dovuto mettersi in auto subito se voleva essere a casa entro la mezzanotte, ma parecchie cose, a cui non sapeva dare un nome, lo stavano tenendo inchiodato a quel porticato.

Dillon socchiuse gli occhi rendendole due giocose fessure incorniciate da lunghe ciglia, che Rafe non avrebbe nemmeno dovuto notare.

Crispy era stata sempre e solo un’amica, eppure, da quando l’aveva baciata quella mattina, non faceva altro che pensare a lei e alle sue morbide labbra.

Era la madre di sua figlia; tuttavia, un qualcosa in lui si muoveva su e giù per lo stomaco ogniqualvolta la scrutava.

Aveva iniziato a guardarla sotto un’altra luce e non riusciva a capire il perché, in certi momenti era come se la scorgesse per la prima volta.

«Sei pronto alla partenza?»

«Sì, ma non vorrei farlo.»

Dillon acconsentì con il capo in maniera impercettibile, e lui avvertì un fastidioso fremito al ventre. Era una vibrazione che somigliava molto al senso di colpa.

«Didi l’ha capito che tornerai.»

Rafe annuì.

«Dizzy Dean, eh?»

Dillon gli donò un sorriso, poi, aggirandolo, andò a sedersi sul dondolo mentre il bubolare di un gufo in lontananza sembrava sottolineare la domanda di Rafe.

«Non è stato difficile darglielo, anzi, tutt’altro.» I piedi di Dillon iniziarono a oscillare avanti e indietro in modo cadenzato mentre le vecchie catene del dondolo, ancorate al portico, cigolavano.

«Ti sei sempre ricordata tutto di me.»

Desiderò ardentemente fare un passo in avanti e sedersi accanto a lei, ma i suoi piedi restarono piantati a terra.

«Non è stato difficile associare a te quel vecchio giocatore e, quando l’ostetrica in sala parto mi ha chiesto che nome avessi scelto per la bambina, mi sono ricordata di quell’enorme poster, e quel nome mi è uscito dalle labbra senza pensare.»

«Mi piace.»

«Lo so, e anche a lei» disse, sollevando le gambe e portandosele al petto, per poi stringerle nel suo abbraccio. «Lei adora tutto quello che quel nome rappresenta.»

Gli occhi di Rafe si abbassarono e, con vergogna, si guardò la punta delle scarpe.

«Mi dispiace di averci messo così tanto per capirlo.»

«E cosa avresti capito, Rafe?» chiese Crispy intanto che i loro sguardi si agganciavano, simili alle maglie di una stessa catena.

«Quello che mi sono perso in tutti questi anni e che… sono un idiota.»

Quelle parole gli bruciarono il palato; erano fatte dell’acido corrosivo che solo la triste verità poteva portare con sé.

«Lei è cresciuta felice e serena, anche se tu non c’eri. Sapeva che il baseball ti teneva lontano, eppure ogni domenica guardava le tue partite in TV.» Un senso di inadeguatezza gli strisciò addosso. «Anziché comprarsi lo zainetto con le principesse o i pony, lei ha preferito scegliere quello con una palla bianca e le cuciture rosse, affinché potesse anche lei, a modo suo, far parte del tuo mondo.» Dillon fece scivolare le gambe giù dal dondolo e, con fare incerto, nascose le mani sotto le sue cosce. «E io non le ho mai impedito nulla, perché volevo che elaborasse la cosa come meglio credeva.»

Nonostante la luce fioca sotto la veranda, Rafe vide qualcosa luccicare nello sguardo di Dillon e le sfiorò la punta delle scarpe con le sue, avvicinandosi di un passo.

«Quando Archer, da una fiera fuori città, le ha portato un cucciolo di alpaca, Didi era fuori di sé dalla gioia ed è stato nel momento in cui ha deciso di chiamarlo Signor Erre, che ho capito.»

«È stato un regalo del tuo cowboy?» domandò Rafe con una punta di acidità, travolto da una gelosia potente che lo lasciò stordito.

Dillon si sollevò di scatto e, simile a una tigre liberata dalla gabbia, fece un balzo, andandogli addosso.

«Io ti sto parlando di quello che sente tua figlia, e tu ti focalizzi sull’unica cosa che davvero non è importante?» chiese, la voce flebile. «Non crescerai mai» aggiunse, e con una spallata lo oltrepassò.

Il braccio di Rafe scattò e le agguantò il polso senza fatica, bloccandola.

«Scusa, ma quel tipo mi innervosisce, gioca con te e mia figlia alla famiglia felice.»

Il vento improvvisamente cambiò direzione e una nuvola nascose la luna, avvolgendoli nel buio; la luce fioca della veranda non bastò a fargli vedere i lineamenti duri che sapeva stavano contorcendo il viso della sua Crispy.

«Ma tu ti ascolti mai quando parli?» chiese lei mentre il disgusto le alterava il tono di voce. «Tua figlia chiama il suo cucciolo con l’iniziale del tuo nome, e tu invece pensi ad Archer facendoti annebbiare la vista da una stupida gelosia.»

Un silenzio assordante pulsò tra di loro.

Il Signor Erre non era altro che l’abbreviazione di Rafe e lui, per l’ennesima volta, si sentì impotente dinanzi a quel sentimento sconvolgente che gli sbocciava nel petto ogni volta che apprendeva qualcosa di nuovo sulla sua Dizzy; quella verità somigliava a una spina piantata nel cuore.

«Stasera l’ho vista così felice e spensierata che per poco non mi è esploso il cuore dalla gioia, e tu, dopo tutto quello che ti ho detto, pensi ad Archer?» sussurrò Dillon. Rafe chiuse gli occhi per un istante, travolto dalla vergogna e dal senso di colpa.

Quando li riaprì, vide la tristezza nel suo sguardo oltre la luce gialla della lanterna, che illuminava quell’angolo di porticato.

Deglutì un boccone amaro e, allungando una mano verso il viso di Crispy, sfiorò alcune perle bagnate che le stavano scendendo dagli occhi come pioggia durante un temporale estivo.

«Ogni cosa che fa è solo ed esclusivamente per compiacerti e, nonostante non ti abbia mai conosciuto finora, ti ha sempre venerato al pari di un eroe.»

Rafe avrebbe dovuto prendere come un avvertimento il fatto che, dopo quella confessione, lui non riuscisse più a respirare in maniera adeguata.

«Ti prego, non deluderla» lo supplicò Dillon intanto che la voce le si spezzava e il mento cominciava a tremarle.

Rafe le prese il viso con entrambe le mani; con i pollici raccolse le lacrime copiose che continuavano a scenderle lungo le guance, e si stupì che stavolta Dillon glielo lasciasse fare.

Erano talmente vicini che il respiro caldo di lei iniziò a scorrergli dentro.

I polmoni, il cuore e lo stomaco andarono in subbuglio in un istante, e a lui non rimase altro che seguire il suo istinto.

Quella ragazza era simile a una colata di resina; gli stava scivolando addosso infiltrandosi nel suo cuore e nella sua mente.

«Devo scusarmi con te.»

«Per cosa?»

«Per questo» le disse Rafe in un sussurro.

Le parole scivolarono fuori dalla sua bocca come se fossero state legate da una corda elastica.

La testa di Dillon si sollevò di scatto e lui, con un movimento impercettibile, avvicinò la fronte alla sua.

Dillon lo fissò negli occhi, e Rafe strofinò le labbra sulle sue. Il corpo di Rafe si tese come un filo spinato, e le loro bocche si fusero in un solo alito di fiato.

Le trovò morbide e dolci come le ricordava, e in quell’istante capì che non avrebbe più potuto vivere nemmeno un minuto senza sentirsele addosso.

«Rafe…» sussurrò lei, ma con la punta delle dita lui le sfiorò la bocca per zittirla.

«Ti prego, Crispy, non dire niente.»

Gli occhi grandi e verdi di Dillon si dilatarono non appena Rafe fece scivolare la mano destra lungo il suo collo, oltrepassando la clavicola e appoggiandosi all’altezza del cuore.

Allargò le dita e si ritrovò a raccogliere i suoi battiti preziosi, somiglianti a diamanti sparpagliati d’inestimabile valore.

 

 

Dillon era troppo scioccata per opporre resistenza e, quando Rafe le arrivò di fronte, avvertì sulla pelle il calore del suo corpo.

Ne venne investita, e quasi senza accorgersene lo assorbì, godendone, nonostante tutto quello che in passato Rafe le aveva fatto fosse ancora lì, presente nell’aria tra di loro.

Lui la stava baciando in un modo in cui non era mai stata baciata prima.

Farfalle impazzite iniziarono a sbattere le loro piccole ali nel suo petto e, nonostante non fosse sua intenzione arrendersi a quelle labbra peccaminose, venne annientata da quel bacio per poi essere riportata in vita nello stesso istante.

Il cuore fece un balzo nel momento in cui Rafe le schiuse la bocca, strappandole un gemito con la semplice carezza della lingua, poi, come destata da un sonno irrequieto, lo spinse via, allontanandolo con le mani appoggiate sul suo petto muscoloso.

«Non riprovarci mai più» gli intimò lei. Un nodo allo stomaco le serrò la pancia e fece un passo indietro. «Pensi di conquistarmi con un bacio? Mi credi tanto debole?»

Gli occhi di Rafe si agganciarono ai suoi mentre con una mano si stava arruffando la chioma dei suoi capelli selvaggi.

«No, affatto; sei la donna più forte e caparbia che abbia mai conosciuto.»

Nel giro di un battito di cuore, Dillon si ritrovò a guardarlo negli occhi.

Rafe inclinò la testa, senza mai distogliere lo sguardo dal suo. Sembrava che riuscisse sempre a lasciarle un solco tra i suoi pensieri.

«Non baciarmi mai più, Rafe» disse Dillon, avvertendo ancora la sua bocca sfiorarle la curva della guancia, e il fiato caldo stuzzicarle il punto sensibile dietro l’orecchio.

Erano solo sensazioni, ma il palpito violento del suo cuore aveva cominciato a sferzarle i polsi.

«Neanche se me lo chiederai tu?»

«No, Rafe, non te lo chiederò mai» disse categorica Dillon intanto che un boccone amaro le ostruiva la gola.

Dillon chiuse gli occhi per un istante, il suo cervello l’avvertì che c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui Rafe aveva posato le labbra sulle sue; tutti i suoi sensi iniziarono a volare sulle ali di una frenetica attesa.

«Forse è meglio che tu vada.» Dillon si allontanò e vide lo sguardo di Rafe accarezzarle il corpo, se lo sentì addosso come se avesse acceso un sentiero di fili luminosi che la percorreva da capo a piedi.

In quei lunghi anni, Rafe non l’aveva ferita e basta, l’aveva annientata; con quella consapevolezza, lo oltrepassò e a passo svelto andò verso la porta del suo cottage, chiudendolo fuori e augurandosi che il suo cuore prima o poi avrebbe rallentato il suo tumultuoso battito erratico.

 





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