Scritto il 08/07/2026
da EMMA MEI


Il mio ufficio non è grande e austero come quello di mio padre, ma mi rispecchia. L'ho organizzato suddividendo ogni parete per settori: la parete di fronte all'entrata è occupata da una grande finestra, mentre sul muro ho fatto applicare un grande pannello di sughero dove posso attaccare schizzi, pezzi di tessuto, passamanerie e cartelle colori. La parete alla destra della porta è interamente occupata da una libreria piena di faldoni, riviste e libri di moda, è abbinata a una comoda poltrona da lettura, foderata con un tessuto che ho disegnato tempo fa, color carta da zucchero e con la stampa di denti di leone bianchi. Uno dei miei primi disegni che papà ha messo in produzione.

La scrivania è posta vicina al muro, dove sono incorniciati i tessuti che ho disegnato e che sono legati a un ricordo. Una pianta di banano è sistemata nell'angolo vicino alla finestra e dona all'ambiente l'unica tonalità di verde in mezzo al colore del legno e del grigio azzurro degli arredamenti.

In sottofondo c'è sempre della musica prevalentemente orchestrale e di qualsiasi genere. Mi calma e mi estranea dai rumori degli ambienti vicini al mio ufficio.

Sto rimettendo in ordine i disegni che ho stilizzato a New York, ma vengo distratta da qualcuno che bussa alla porta.

«Avanti» pronuncio, mantenendo la testa china sul foglio che sto colorando.

«Ti ho aspettato nel mio ufficio per più di un'ora, per il rendiconto della fashion week.» Papà entra con fare sicuro e si ferma davanti alla mia scrivania. Non ho voluto di proposito una sedia di fronte a essa perché questa stanza non è il mio posto di lavoro, è il mio rifugio dove le idee sono libere di fluttuare dalla mia testa fino alla carta, perché prendano una forma dimensionale. Se e quando devo interagire per lavoro, in azienda, ci sono degli appositi uffici, non il mio.

«Sono qui da stamattina alle sette, proprio per mettere ordine tra disegni e appunti che ti avrei portato a breve.» Poggio la matita sul foglio e scosto la poltrona per alzarmi. «Dammi il tempo di prendere un caffè e ti raggiungo. Ci saremo solo tu ed io oppure parteciperà anche zio Klaus?»

«Solo noi due, Klaus è con Derek a visionare il nuovo capannone per la produzione.» Con il dito indica il mio portatile. «Forza, non perdere dell'altro tempo e raggiungimi in ufficio.»

Senza attendere la mia risposta, esce e lo sento chiamare a voce alta la sua segretaria.

La pressione lavorativa a cui papà mi sottopone è sempre più forte, lui è sempre più esigente e la sensazione di essere un rocchetto su cui viene avvolto il filo infinite volte diventa quasi fisica. A questo si aggiunge il dovermi mostrare più preparata e professionale di un uomo durante gli incontri di lavoro, e il far comprendere che il ciclo della produzione di un tessuto lo conosco a menadito, perché ci sono nata in mezzo, sta diventando fastidioso quanto irritante. È come essere sempre sotto esame senza avere idea di quando darò l'ultimo. La consolazione viene quando ci sono altre persone e lui mostra di avere fiducia nelle mie capacità. Ci sono volte in cui desidererei essere meno responsabile e che papà ponesse maggiormente la sua fiducia sui collaboratori che ha al suo fianco, come lo zio Klaus e lo zio Derek.

Chiudo il portatile, prendo l'agenda e il cellulare. Sfioro con l'indice lo schermo per far apparire la chat con Logan. Sorrido mentre rileggo i suoi messaggi, soprattutto quello del buongiorno. Non vedo l'ora che sia sera per andare a casa sua e ritrovarmi da sola con lui.

La mattinata è volata via in un battito di ciglia, anche se è stato pesante dover rispondere a tutte le domande e le obiezioni di papà. Quello che al momento è rimasto da fare è assegnare le direttive ai collaboratori, sistemare le proposte per la prossima stagione autunno/inverno e fissare le call con i rappresentanti. Ci sarebbe anche un viaggio per incontrare i nuovi rivenditori, ma spero che ci vada papà o zio Klaus, io non ho proprio voglia di andare in Europa. Preferisco stare in compagnia di Logan e ritagliare più tempo per me stessa.

New York, nonostante i pochissimi giorni a disposizione, mi ha insegnato a rallentare la frenesia lavorativa e a divertirmi. Caspita, ho venticinque anni e me li devo godere prima che la vita diventi sempre più impegnativa e responsabilizzante.

«Ieri sera eri una meraviglia! Avevi lo sguardo sognante di una giovane donna innamorata, ti faceva splendere.»

«Mamma, ti prego, non iniziare.»

«Sei proprio come tuo padre» afferma leggermente picata, «rigida e flemmatica come le sue origini tedesche. Meno male che Mikael ha preso da me.»

«Dio mio» sospiro, rassegnata a dover sentire, di nuovo, questi sciocchi paragoni. «Comunque, ti chiedo di non fare castelli in aria e di lasciarmi stare. Non mettermi a disagio e non forzarmi a comportarmi secondo la tua visione dell'amore, adeguandomi alle storie romantiche che guardi alla televisione. Lo sai come sono fatta e che ho bisogno di elaborare le cose con i miei tempi.»

Poso la forchetta a lato del piatto cercando di mantenere la calma. Con la mano slaccio il primo bottone della camicetta che indosso, provo a respirare a fondo mentre guardo, senza molta attenzione, fuori dalla finestra del ristorante dove siamo venute a pranzare.

Quando potrò avere un lungo periodo dove non sarò subissata dalla pressione che la mia famiglia mi mette addosso? Papà per il lavoro e mamma per l'amore. Inizio a essere stanca e comincio ad avvertire la sensazione di sentirmi rinchiusa in gabbia.

«Amore mio, se tu ti fossi vista ieri sera, con quell'espressione felice dipinta sul tuo viso, non avresti questo atteggiamento, con me.» Poggia la sua mano sulla mia, che tengo ancora stretta al colletto della camicia. «Lo so che adesso mi prenderai per esagerata, ma ti giuro che vedervi uno accanto all'altra, mentre uscivate dalle porte dell'aeroporto, è stata un'immagine che mi porterò nel cuore per molto tempo.»

Mi sta facendo ammattire. La sua visione dell'amore romantico è smielata, piena di fiorellini e stelline che ruotano attorno ai due innamorati. Trovo divertente il suo essere esasperante quando assilla Mikael ma, ora che lo subisco io, no.

Inspiro di nuovo e mi volto verso di lei, in modo da guardarla fissa negli occhi. «Ho trascorso due giorni sereni e spensierati, non ci avrei scommesso un dollaro sull'esito finale, però, mamma, ti prego di lasciarmi stare. Anzi, lasciaci stare perché, anche se Logan è uno di famiglia, si potrebbe creare una certa situazione di imbarazzo. So che lo fai con tutte le più buone intenzioni del mondo, ma facendo così finirai per diventare la brutta copia di tua suocera e creerai dei problemi fra me e Logan.» Lascio la presa sulla camicia, richiamo l'attenzione del cameriere per avere dell'altra acqua e riprendo a mangiare.

«Tzz, la brutta copia di mia suocera. Impossibile!» Il suo tono è sommesso e ha una leggera sfumatura amara.

Quando, da bambina, la mamma mi raccontava la storia d'amore fra lei e papà, sembrava una favola con protagonisti due giovani innamorati, con le famiglie che, fin dall'inizio, non si sono opposte alla loro frequentazione. Nella realtà, però, la loro storia si è rivelata criticata e osteggiata.

I Weber sono sempre stati benestanti e l'abilità imprenditoriale del nonno ha contribuito a far acquisire alla famiglia un posto importante nella società, mentre la mamma è di semplici origini borghesi. I nonni aspiravano a qualcosa di più per la loro unica figlia e mio padre era perfetto sotto ogni punto di vista, in particolar modo da quello economico. Già dal fidanzamento, mamma era stata etichettata come un'arrampicatrice sociale e nemmeno la nascita di Mikael era servita per far cambiare l'opinione nei suoi riguardi. Solo il tempo ha dimostrato la sincerità dei suoi sentimenti e la solidità del loro matrimonio.

«Sai cosa spero?» Alza una mano per fermare la mia bocca pronta a dire qualcosa. «Che tu ti renda conto che non esiste solo il lavoro. Tuo padre ha avuto la possibilità di godersi la vita e di scoprire il mondo, esperienze che a te mancano. Mi auguro che tu ti innamori perdutamente, mettendo nel giusto ordine le tue priorità, per te e anche per Logan.»

«Papà ha bisogno di me.»

«Non è vero e lo sai bene. A lui viene comodo averti al suo fianco, con te ha fatto quello che non ha potuto fare con Mikael. L'azienda non è solo sua, ci sono anche i suoi fratelli e i loro figli su cui fare affidamento.»

Mi limito ad annuire con la testa, cercando di mantenere un'espressione impassibile che metta fine a questi discorsi triti e ritriti.

Come sua consuetudine, cambia argomento in un battito di ciglia e mi racconta della cena di beneficienza che c'è stata sabato sera e che ha organizzato con le donne dell'associazione femminile di cui fa parte.

La vibrazione del cellulare mi permette di interromperla e, anche se noto il suo disappunto, leggo la risposta al messaggio che ho mandato stamattina a Mik.

Mikael: E se mi venisse voglia di passare a casa del mio migliore amico e di bere della birra mentre guardiamo la partita dei Minnesota Vikings?

Io: Semplice, te la fai passare. Mikael: Ormai è un rito fare questo tipo di serate con Logan.

Io: Guai a te se vieni a casa sua. Non sto scherzando! Mikael: Di cosa hai paura? Che trovi più interessante parlare con me piuttosto che con te?

Io: Infatti, non ho intenzione di parlare. Almeno, lo farò per salutarlo a inizio serata, ma poi lo zittirò a suon di baci. E non solo!

Blocco lo schermo del cellulare, sicura di aver messo mio fratello a tacere, e lo ripongo nella borsetta. Mi ha inviato il primo messaggio alle cinque e ne sono seguiti altri con cadenza regolare. Controllo l'orologio al mio polso. «Ordiniamo il caffè? La pausa pranzo è finita.»

«Se arriviamo con un po' di ritardo, non succede nulla. Mi piace trascorrere del tempo con te.»

«Anche a me, mamma, ma dobbiamo dare l'esempio ai dipendenti e arrivare puntuali in ufficio. Lo sai che papà ci tiene.»

«Ribadisco: siete proprio due persone noiose. Per te c'è ancora speranza, magari dopo chiamo Logan suggerendogli alcuni posti, carini e adatti alle coppiette, dove portarti.»

Che ho fatto di male?

«Come devo fartelo capire di rimanerne fuori?» sbuffo in maniera seccata.

«Tesoro…»

«Sì, lo so, mi vuoi vedere felice, non immersa nel lavoro, eccetera eccetera. Ma fammi vivere e non starmi con il fiato sul collo.» All'improvviso mi viene un sospetto. «Dimmi che tu e quel gran stronzo di mio fratello non vi siete messi d'accordo per farmi spazientire.»

Il sorriso furbesco che appare sulla sua faccia non mi lascia più nessun dubbio.

«Ma come potete farmi questo?»

«Semplice. Perché ti vogliamo bene!»

 





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