Scritto il 28/09/2026
da EMMA MEI


È strano tornare a camminare fra le vie del quartiere, passeggiare lungo il fiume e frequentare i locali dove mi recavo con Mikael. Solo in azienda ho come la sensazione di essere tornata da un viaggio di pochi giorni. Per la gioia di mamma, dormo a casa loro; non è che non mi senta pronta a stare da sola, è che avverto la necessità di trascorrere con loro del tempo che non sia limitato a quello lavorativo. Mi reco nel mio appartamento solo per il cambio dei vestiti, per controllare la cassetta della posta e per permettere alla signora delle pulizie di tenerla in ordine e senza polvere.

La mattina vado al lavoro in macchina con papà, mangiamo insieme, alle volte si uniscono zio Klaus o i miei cugini, e capita di fermarci in un lounge bar per un aperitivo prima di tornare a casa. Se la mamma non è impegnata ci raggiunge, altrimenti restiamo solo io e lui e parliamo di tutto, ma non di lavoro. Sembra che voglia condividere più cose e conoscermi in modo più approfondito. Siamo cambiati tantissimo in questi mesi e, se rifletto su come eravamo prima, non sembriamo più noi.

Mamma lavora solo part-time e il pomeriggio lo impiega al dojo fra corsi di pilates, di yoga o con hobby come l'uncinetto. Realizza delle borsette molto carine e, se ascoltasse il suggerimento di Rose, potrebbe venderne qualcuna tramite le piattaforme dedicate all'hand-made.

La prima settimana, dopo il mio ritorno, pensavo che papà lavorasse più del dovuto per starmi vicino, ma Isaak mi ha confidato che, dall'ultimo viaggio che ha fatto ad Amburgo, ha affidato a Klarissa e Konstantin alcune mansioni, così da non lavorare più di nove ore al giorno. Ogni giorno mi riempie di piccole attenzioni e, quando ho avuto uno dei miei attacchi di panico davanti a lui, ha annullato tutti gli appuntamenti per stare con me. Mi ha fatto tenerezza scoprire che non aveva compreso il peso del mio problema e, sentendosi in colpa, è andato dal medico per sapere cosa fare per aiutarmi.

Se ci fosse stato Mikael, l'avrebbe istruito lui, come aveva fatto con Logan. Questa è un'altra nota da aggiungere all'elenco “Cose da fare senza Mik”.

Stamattina papà si è fermato in un chiosco di fiori e mi ha comprato un mazzo di gerbere che ho sistemato sulla scrivania. Di fianco c'è la tazzina da caffè espresso che mi ha regalato Ada assieme a dei chicchi di caffè ricoperti di cioccolato fondente e la foto che ci siamo scattate prima della mia partenza. Con l'indice sfioro la cornice e sorrido in balìa dell'affetto che provo per loro.

«Signorina Weber.» Brianna entra dopo aver bussato. «Questi sono i dati inviati dal laboratorio chimico, sono i risultati dei test sui nuovi filati.»

Prendo la cartellina dalle sue mani. «Grazie.» Mi alzo e vado nell'ufficio di Klarissa per controllare insieme i dati. Da alcuni mesi, stiamo cercando di produrre un tessuto utilizzando gli scarti della filiera delle arance e della soia, per andare incontro alle nuove richieste del mercato. È un progetto che seguo con entusiasmo e che sono sicura alzerà il valore della nostra azienda.

La giornata termina senza che me ne renda conto e solo la mano di papà che appare nel mio campo visivo mi distoglie dal blocco da disegno.

«È molto bello» dice, indicando gli aironi che ho ritratto in diverse pose. «Perché continui a disegnare sulla carta e non usi la tavoletta grafica?»

«Perché mi rilassa» ammetto. «Riportare il disegno fatto a mano sulla tavola grafica è una questione di pochi minuti.»

«Se lo dici tu.» Si guarda intorno. «Sei pronta?»

«Dammi cinque minuti di tempo» chiedo, tornando a definire i colori delle ali degli aironi.

Papà si accomoda sulla poltroncina accanto alla libreria e alza il volume dello stereo.

Le note dell'intermezzo sinfonico della Cavalleria Rusticana riempiono la stanza. Fermo la punta della matita colorata e alzo lo sguardo per incontrare quello commosso di papà.

«Ti ho mai raccontato come ho chiesto alla mamma di sposarmi?»

«No.» Mi accomodo meglio sulla poltrona e incrocio le braccia al petto. Ultimamente sembra avere voglia di raccontarmi aneddoti della sua vita e non me ne lascio sfuggire mai l'occasione.

«Avevo prenotato in uno dei più rinomati ristoranti di quel periodo, scelto l'anello e memorizzato il discorso da farle in ginocchio davanti a tutti. Durante la cena, più si avvicinava il momento della proposta e più mi rendevo conto che sarebbe stato sbagliato dichiararmi alla classica maniera, l'uomo inginocchiato ai piedi della sua amata e con la scatolina aperta in una mano. Tua madre si meritava qualcosa di diverso e speciale. Per caso ero venuto a sapere che il weekend seguente si sarebbe svolto un evento lirico presso lo State Theatre di Minneapolis e ho acquistato due biglietti. Sai quanto piaccia alla mamma andare a teatro e assistere alle opere liriche, quindi, quale occasione migliore di quella? Mentre l'orchestra suonava l'inizio della Cavalleria Rusticana, quando Turiddu canta la serenata alla sua Lola nascosto dietro alle quinte, ho preso la mano di tua madre, gliel'ho baciata e le ho infilato l'anello. Ho lasciato che il tenore desse armonia al mio amore per lei. Le sue lacrime sono state la risposta alla mia silenziosa domanda.» Con la mente è in quel teatro. La voce è piena di malinconia e trema leggermente. «Cosa non farei per trasformare le sue lacrime di dolore in quelle di gioia che ha versato quella sera…»

Lo raggiungo e mi accovaccio per essere alla sua altezza così da poter intrecciare le nostre mani. Trattengo a stento il pianto e cerco di sorridergli, sollecitandolo a proseguire con la storia.

«Grazie per essere tornata a casa» sussurra. «Sei l'unica ragione che mi fa alzare al mattino e sperare che la giornata non sia vissuta senza senso.»

«Hai deciso di farmi rovinare il trucco» riesco a dire con fatica piangendo.

Si alza, portandomi con sé, e mi abbraccia permettendo ai nostri cuori di trovare un ritmo più calmo. Il profumo del suo dopobarba mi rasserena e mi riporta, per una frazione di secondo, alla mia infanzia.

Posso sentirmi a casa in un abbraccio? Sembrerebbe di sì.

«Che ne dici se domani andiamo a scegliere una sedia da mettere davanti alla tua scrivania?» Cerca di darsi contegno cambiando argomento.

La risata liberatoria che lascio andare placa il momento appena vissuto.

«Mai» rispondo, dandogli un bacio sulla guancia. «Andiamo, papà, stasera l'aperitivo lo offro io.»

 





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