TRA LE OMBRE DEL PASSATO - Capitolo 9 di 9

Scritto il 31/07/2026
da SCARLETT DOUGLAS SCOTT


Prima di uscire dalla Questura mi assicurò che Sean ci avrebbe raggiunto subito a Populonia. Ero stata irremovibile su quell’argomento.  Scendere di nuovo in quel sotterraneo era un sacrificio superiore alle mie forze, volevo essere certa di non essere sola, nel caso mi fosse presa la claustrofobia.

Partimmo con la sua auto, e per tutto il tragitto se ne restò muta come una tomba, limitandosi a invadere l’abitacolo con il suo nauseabondo profumo di una sottomarca da discount.

L’ingresso del museo era piantonato da un solo agente di guardia, intento a leggere una rivista seduto sulla panchina di pietra. Del resto, quello che di orribile poteva accadere là dentro era già accaduto. Non sarebbe servito a niente mettere all’ingresso un plotone armato.

Seguii la Savi attraverso le sale espositive del pianterreno, dove era stato delimitato un passaggio obbligato con nastri segnaletici, poi nei sotterranei, lungo un altro sentiero di nastri al centro del deposito degli scheletri.

L’area di contenimento era stata deturpata dai coltelli della polizia, e ora i cellophan pendevano come stracci dal muro, l’ingresso del tunnel libero da protezioni.

Una corrente d’aria gelida mi fece rabbrividire, mentre camminavo dietro la Savi. L’odore insopportabile della morte aleggiava come un sudario.

La donna si fermò all’altezza del foro e mi passò una mascherina e un paio di guanti di lattice.

«Mi faccia la cortesia di non vomitare ancora o di svenire in questa stanza. Potrebbe compromettere la scena del crimine.»

Indossai la mascherina senza proferire parola. Ma non era detto che prima di sera non avrei alzato le mani su quella stronza.

Lei entrò senza maschera, limitandosi a infilare velocemente i guanti.

I nastri segnaletici delimitavano una piccola area di un paio di metri quadri appena oltre il foro, l’unica zona calpestabile.

Nella parete di sinistra, dove la salma era stata rimossa, rimaneva la sagoma tracciata con il sangue secco e una linea di gesso bianco.

Due orrendi fori nel muro, simulacri di un’oscena crocifissione, deturpavano l’eleganza di due arpie che sostenevano tra gli artigli l’allegoria della Scultura.

L’intonaco sgretolato dai colpi di mazza, e precipitato sul pavimento, era stato raccolto dagli agenti investigativi come prova.

Colate di sangue erano state assorbite dall’intonaco, disegnando orrendi arabeschi sopra le grottesche.

Sulla parete di fronte a noi, l’allegoria della Musica era completamente rovinata dagli schizzi di sangue, come gettati a pennellate rabbiose da una prospettiva laterale, dall’angolo basso di sinistra in una diagonale fino all’angolo alto di destra. Mi passò per la testa un flash: una sega elettrica circolare, una lama con dentatura al diamante utilizzata per il taglio della pietra. Solo la velocità di una lama circolare poteva aver creato quegli spruzzi diagonali.

Ma mi chiedevo come il rumore non fosse stato sentito nel resto del museo, a meno che gli assistenti non avessero creduto che si trattasse di un muratore che procedeva con i lavori di ristrutturazione. Ma di sabato? E le urla? Possibile che nessuno avesse sentito? Erano già usciti tutti?

La parete alla mia destra riportava la firma del mostro. Uno spray nero e uno bianco si alternavano nella scritta “Puttana”, che teneva l’intera parete in linea orizzontale, coprendo l’allegoria della Pittura e i volti surreali delle due arpie che la sorreggevano.

I neon, quei pochi che non erano stati investiti dal sangue, tingevano di rosa l’intero teatrino macabro.

Il cuore mi si strinse, in ricordo di un’altra morte e di altri muri dipinti con il sangue. Avevo sperato di annullare per sempre dalla memoria quel triste periodo, ma la sfortuna mi riportava sempre in luoghi dove la morte era l’unica interprete di tutte le commedie.

Anche gli altri mi trasmisero il loro dolore, la sofferenza che oltre la realtà aveva superato il Velo ed era arrivata fino a loro. L’avevano vista morire di quella morte orribile. Chiesi loro chi era stato. Loro avevano visto tutto.

«Oh, la smetta per favore!» La Savi mi diede un colpetto al braccio sinistro.  «Il funerale della Orsini sarà fra tre giorni, potrà piangere quanto vuole sulla sua tomba. Adesso mi dica cosa vede e cerchiamo di concludere qualcosa. Tiri fuori il suo famigerato talento!»

Se voleva provocarmi per ottenere una mia reazione emotiva, avrebbe avuto modo di vedermi all’opera appena fuori da lì. Una sberla sui denti non gliel’avrebbe tolta nessuno.

Ma quella stanza per me era sacra, più di quanto quell’imbecille potesse immaginare.

«Se sta zitta cinque minuti e mi lascia concentrare, forse posso mettere insieme un’ipotesi.»

Qualcuno nell’ombra mi stava sussurrando un nome, consonanti che si accavallavano con le urla e i lamenti dei sepolti vivi, e continuava a ripetermi “lo conosci”.

La Savi scrollò le spalle con aria altezzosa.

«La smetta di fare scenate, e si dia da fare. Al momento lei è la persona più vicina ad aver commesso l’omicidio, fra tutti gli indagati. Nulla mi vieta di richiedere un mandato d’arresto per lei e il suo amichetto avvocato.»

«Sta scherzando, spero?»

«Niente affatto» mi indicò le pareti.  «Cos’è successo qua dentro? Avete iniziato a litigare sulla faccenda degli arredi? Volevate entrambe il controllo degli scavi?»

La guardai allibita, mentre lei con un’espressione esagitata gesticolava indicandomi muri, pareti, sangue, graffiti.

«La Orsini era la direttrice del museo, lei è solo un’intrusa. Viene qui a dettare legge su come si rilevano i test sui colori, sbatte in faccia a tutti il suo distintivo della N.B.C.I., come se gli altri fossero degli incapaci!»

«Io non ho un dist...»

«Ma guardatela, la restauratrice perfetta! Lei che sa tutto sui dipinti, e Codici Purpurei, e Grottesche! Che sa perfino distinguere uno scalpello da marmo da uno da cemento! Scommetto che è brava anche con i coltelli, vero? Un bel lavoretto d’intaglio sulla Orsini!»

«Intaglio?! Ma cosa dice... è pazza?!» arretrai per proteggermi dall’improvvisa enfasi fuori controllo della poliziotta.

«Oppure ha usato gli scalpelli per sfondarle la pancia, prima di squarciarle la faccia?»  Mi venne addosso, spingendomi contro la parete di fianco al foro. Il nastro segnaletico mi impediva di spostarmi a destra ulteriormente.

Levai la mascherina perché faticavo a respirare, e il puzzo della morte mi invase i polmoni.

«Si calmi, ispettrice. Non ho ucciso io quella donna.»

«Ma certo! È stato un incidente! La Orsini si è inchiodata al muro da sola!»

«No, è stato qualcuno che era rimasto qui con lei. Deve interrogare gli antropologi, gli assistenti, Carini...»

«Oh, sì! L’ispettore del Ministero. Diamo la colpa a quell’inetto, così ci scagioniamo!» Tese le braccia, appoggiando le mani contro la parete da una parte e dall’altra della mia testa, sopraffacendomi. «Via la Orsini, via Carini, e il museo è tutto suo! Le grottesche sono tutte sue! Tutti gli arredi della stanza sono suoi! Tutto quello che...»

Strabuzzò gli occhi e mi crollò addosso a peso morto.

Annaspai per non cadere, ma non avendo appigli scivolai a terra con la donna sopra di me.

La spalla destra picchiò duro sui mosaici, mentre rotolavamo a terra. Una fitta di dolore mi trapassò il braccio arrivando al cervello, e mi morsi la lingua senza riuscire a urlare.

Qualcuno mi strattonò il braccio sinistro, calciando via la poliziotta, che rotolò tra i nastri segnaletici sul pavimento.

«Ecco quello che succede a impicciarti di cose non ti riguardano.»

Mi volsi verso la morsa d’acciaio che mi tratteneva il braccio, e incontrai il volto cadaverico di Carini.

«Enrico, cosa...»

«Zitta!» mi intimò con un dito tremante di non fiatare. «Zitta! Pensavo fossi diversa da loro, invece non te ne frega niente!»  mi trascinò per il braccio, senza darmi il tempo di rimettermi in piedi.

Mi volsi alla Savi per chiederle aiuto. Un lungo cacciavite dal manico di plastica arancione sporgeva dalla nuca della donna, riversa sul pavimento in un groviglio di braccia e gambe.

Non poteva fare più niente per me.

Il panico prese il posto della paura nel tempo di un respiro.

Mi paralizzai senza riuscire a emettere una parola.

Mille urla mi scoppiarono nella testa, ombre dietro le ombre: scappa!

«Alzati! Cammina!» Carini mi tirò il braccio verso l’alto.

Afferrai la sua mano con la destra, tentando di liberarmi.

Non ancora. Non di nuovo nelle mani di un assassino.

Qualcosa scattò nella mia testa.

Scappa! Scappa!

Mi bloccò con l’altra mano, sollevandomi in piedi e spingendomi attraverso il foro d’entrata. L’aria gelida del tunnel mi arrivò addosso con una ventata, dove la polizia aveva tranciato la protezione di plastica.

Carini mi spinse nel cunicolo, dove le lampade non arrivavano, dove il buio era così fitto da sembrare il nulla.

Mi volsi finalmente, inferocita, allungando le mani per afferrarlo, graffiarlo, picchiarlo.

Scappa!

Mi arrivò un colpo tremendo al viso. Barcollai e sbattei contro la parete, crollando sulle ginocchia. Vedevo solo bolle di luce blu e rossa, mentre la testa sembrava voler esplodere.

«Devi stare ferma! Non posso lasciarti qui, devono credere che sei stata tu, capisci? Devi sparire, e loro devono incolpare te. Altrimenti tutto quello che ho fatto non servirà a niente!»

«Cosa... cosa hai fatto?...»

Tastai la parete, accecata dal colpo ricevuto. Qualcosa mi colava sulla bocca, dal sapore di ferro. Non riuscivo a respirare dal naso.

«Cos’ho fatto? Sto cercando di dare un senso alla mia vita! Perché credi che me ne stia qui a prendere ordini da quella puttana dell’Orsini, che ottiene gli incarichi migliori passando da un letto all’altro, e io devo obbedire e tacere?!»

Scappa! Cosa aspetti a scappare?!

Troppo buio, là in fondo!

Carini mi sollevò per le spalle, mi trattenne in piedi scrollandomi come un pupazzo.

«Devi camminare!» mi spinse ancora, dentro il buio.

«Il poliziotto...» arrancai contro la parete, senza vedere dove andav0.

«Oh, lui non sospetta niente di niente! Sono un ispettore del governo, no?»

Tesi le mani per prevenire gli ostacoli. Il percorso si era inclinato in discesa. Inciampai in uno scalino, persi l’equilibrio e rotolai in avanti.

Di nuovo mi afferrò per un braccio, tirandomi in piedi e spingendomi oltre il nulla.

«Perché?!»  urlai finalmente.

«Perché la gloria è sempre e solo vostra, di quelli come voi, che vengono qui a spiegarmi come devo fare il mio lavoro! Io faccio tutto, e voi vi prendete il merito! Ma se questo scavo non può essere mio, allora non sarà di nessun altro!»

Scappa, stupita! Corri! Corri!

Scalini.

Una interminabile fila di scalini scalpellati nella roccia scendeva curvando a destra sotto i miei piedi, nel buio.

Qualcosa lontano prese forma in una sagoma sgranata, tra la nebbia oltre i miei occhi accecati, il dolore al viso che si gonfiava e martellava, il respiro spezzato.

Corri!

Accelerai, sfuggendogli per un istante. Mi riacchiappò, ma continuò a spingermi verso la sorgente di una luce lontana.

Un’uscita?

In pochi istanti il tunnel prese l’aspetto roccioso del basalto, i gradini cessarono improvvisamente in un terreno sabbioso e sgretolato. Scivolai sui sassi in avanti, aggrappandomi come potevo alla parete.

Il precipizio.

Duecento metri a picco sulla scogliera sbattuta dai marosi. Il rumore della risacca che emergeva dal basso in ondate ritmiche.

Mi trovai a faccia in avanti a fissare il vuoto nebbioso oltre il ciglio di uno stretto sentiero.

Carini dietro a me arrivò come un lampo, mi prese le spalle, tentando di farmi rotolare di sotto.

Ci vedevo meglio con la luce, macchie scure del terreno sullo sfondo azzurro del mare.

Mi aggrappai alla roccia, schiacciandomi a terra, scalciando con le gambe. Riuscii a voltarmi, a graffiarlo in faccia.

L’uomo, la belva, mi bloccò le mani, impedendomi di aggredirlo, continuando la spinta verso il precipizio, facendo leva con le gambe.

Urlai. Urlai più forte che potei, in un inutile sfogo di rabbia. Mi avventai su quelle mani e le azzannai, mentre con le gambe continuavo a scalciare per liberarmi del peso che mi bloccava sulla roccia.

La belva ritrasse una mano sanguinante, bestemmiando contro Dio, ma solo per abbattere un pugno sulla mia faccia.

Divenne tutto nero e dal sapore della sabbia.

Mi cedettero le forze, divenni un manichino inerte senza più nervi, il centro del dolore concentrato in un solo punto della testa.

Poi un cambio di prospettiva, un colpo d’arma da fuoco, il peso che si strappava via da me, e un urlo lontano.

Il silenzio. Lo stridio di un gabbiano. La risacca.

Immagini annebbiate di rosso, di blu.

Qualcuno mi sollevò dalla sabbia, voci concitate.

Qualcosa di morbido e di caldo, mani gentili sul mio viso in fiamme, e la voce.

La sua voce.

Cantilena di terre nordiche, portata dal vento. Il profumo della lavanda.

«Celine! Celine!»

«È viva?»  un’altra voce, l’ansia che la sosteneva. Una macchia azzurra, una divisa forse.

«Sì. Chiami un’ambulanza. La porto su io.»

«E di lui cosa facciamo? Ci vuole uno scalatore per andare a recuperarlo là in fondo.»

«Chiami la Guardia Costiera. Forse riescono ad avvicinarsi agli scogli con i canotti.»                 

Nel dolore, nella nebbia, vidi il suo viso sopra il mio, gli occhi grigi come l’acciaio delle lame di Toledo. Lasciai che tutto svanisse.

Ora non ero più in pericolo.

Ora c’era Sean, che mi avrebbe portato via dalla grotta degli orrori.

La Polizia avrebbe pensato a tutto il resto, chiudendo per sempre quella terribile storia.

 

 

 



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