Everything you say to me Takes me one step closer to the edge
And I’m about to break.
I need a little room to breathe
- Linkin Park -
Non so perché la sto portando fuori. Le mie intenzioni erano di presentarmi a casa sua, farle due moine, scoparmela come si deve visto che in questi giorni non ho fatto altro che pensare a questo, e cercare di capire se fosse già nervosa per la parte nello spettacolo. Però, appena ho capito che non si trattava solo di nervosismo ma di una crisi di panico vera e propria, ho deciso di aiutarla.
Sono uno stupido, lo so.
Dovrei essere contento per il suo imminente fallimento che rovinerà anche la produzione di mio padre e, invece, mi sento in colpa.
Digrigno i denti e stringo con forza il volante della mia auto, ma solo perché vorrei prendermi a calci.
Bravo Marcanthonee, stai permettendo alla piccola Kim d’incasinarti il cervello. O forse non è lei il problema?
Il ritorno improvviso di mio padre da Londra ha rovinato il mio umore. Credevo tornasse la settimana prossima e, invece, sono arrivato in teatro stamattina e l’ho trovato lì. Ha parlato solo dello spettacolo, senza accennare minimamente a mia madre o ai documenti che, a fatica, le ho fatto firmare qualche giorno fa. Li ho mandati al suo avvocato perché averli di fronte, mi faceva ricordare che schifo di persona fosse.
Abbiamo oltrepassato il ponte di Williamsburg uscendo da Brooklyn. Ora sto guidando tra le vie della città in direzione di Hell’s Kitchen. Il sole è tramontato ma una piccola parte di cielo ha ancora delle sfumature più chiare. L’aria fuori è leggermente frizzante, tipica dell’autunno ormai inoltrato. Non conosco modo
migliore per allontanare la paura se non quello di dar libero sfogo alla rabbia insita dentro di noi.
Ecco perché la sto portando nel posto perfetto. La guardo con la coda dell’occhio e mi accorgo della sua postura rigida. Ha proprio bisogno di rilassarsi un po’.
Il traffico scorre e dopo venti minuti posteggio davanti al “Break Bar”, un posto che frequento spesso e dove mi conoscono bene.
«Ci siamo! Sei pronta a buttare fuori lo stress?» le
domando scendendo dall’auto.
«In che senso?»
Mi guarda confusa e io scoppio a ridere. Le afferro una mano e la trascino verso l’entrata.
«Lo capirai presto».
Varchiamo la soglia e nel locale la musica non è troppo alta. Ci viene subito incontro Julio, il proprietario del posto.
«Mark! Amico, che ci fai qui? Non ti aspettavo!»
«È stata una cosa improvvisa. Hai una stanza libera per noi?»
«Non devi neanche chiedere. Per te ce n’è sempre
una».
«Ottimo Julio! Lei è Kimberly e ti sta scrutando con panico perché non ha idea di che posto sia questo».
La prendo in giro perché da quando siamo entrati continua a guardarsi intorno con aria allarmata, neanche fosse una gazzella in mezzo alla savana.
«Non è panico, però vorrei capire. Kim, piacere di conoscerti» dichiara presentandosi al mio amico che la osserva con fin troppo piacere.
«Wow, abbiamo una novellina! Allora seguimi così ti farò iniziare con il botto».
Le circondo la vita con un braccio così da fargli capire che lei è off limits. Gli andiamo dietro mentre raggiunge il bancone del bar posto poco più avanti. Julio fa un cenno al barman che versa della tequila in tre bicchierini. Li prende tutti con una sola mano e li distribuisce. So quali sono le sue intenzioni, l’ho aiutato ad aprire questo posto che trovo creativo.
«Bene, Kim. Il Break Bar non è un posto come gli altri. Si viene qua per alleviare la tensione e per permettere all’adrenalina di farci stare meglio. Ecco perché è presente il “Wrecking Club”. La parola d’ordine
è distruggere. Ma per prima cosa si brinda, si beve tutto
d’un fiato e poi si getta il bicchiere contro quella parete».
«Devo rompere il bicchiere? Sul serio?»
«Certo. Vedrai che soddisfazione» replica Julio.
«Ed è solo l’inizio…» sussurro al suo orecchio. In tutta risposta inchioda lo sguardo nel mio, solleva la tequila e la trangugia. Le vado dietro. Un istante dopo scagliamo il bicchierino contro la parete e il rumore del vetro che s’infrange mi regala un brivido. Kim scoppia a ridere, esaltata per il gesto appena compiuto.
«Questa cosa è geniale. Mi è piaciuto così tanto che potrei ripeterlo mille volte».
«È questo lo scopo delle stanze. Purtroppo, sono arrivati i clienti che aspettavo, quindi sarà Mark a spiegarti ogni cosa. Vi ho assegnato la stanza numero cinque, la più interessante. Ci vediamo quando finite, okay?»
«Va bene, amico. A dopo».
Ci spostiamo seguendo un lungo corridoio che percorriamo mano nella mano. Quando arriviamo davanti alla nostra stanza, le volto le spalle e recupero da un armadietto le protezioni da indossare.
«Perché tutti ti chiamano Mark e a me non è permesso?» mi chiede. È una domanda semplice; eppure, non so se dirle il vero motivo, non vorrei risultare troppo sdolcinato. Decido però di essere onesto. Glielo devo. Mi volto e la guardo.
«Non amo particolarmente il mio nome. Mi ricorda la famiglia da cui vengo, per questo tutti mi chiamano Mark. È solo un diminutivo, è vero, ma nella mia testa è come se chiamassero un’altra persona». Un sospiro esce dalla mia gola. Non ho mai detto a nessuno tutto questo, ma con lei riesco perfino a confidarmi.
Come diavolo ci riesce?
«Con te, invece, è… boh, credo sia diverso. E non solo perché mi piace il suono della tua voce mentre pronuncia quel nome, il mio nome, ma perché mi fai venire voglia di essere me stesso. Non so se hai capito cosa intendo…»
Appoggia il palmo quasi freddo sulla mia guancia e la accarezza mentre annuisce.
«Sì, ho capito» sorride.
Le bacio in fretta la fronte e poi le porgo il casco, i guanti e il resto delle protezioni che indossa subito.
«Mi spieghi cosa faremo dentro la stanza?»
«Kim, non hai davvero mai sentito parlare del
“Wrecking Club”?»
«No, altrimenti non te lo avrei chiesto».
Prendo le due mazze che useremo dentro e apro la porta.
«Benvenuta nella stanza che distruggeremo» dico sorridendo. «Ogni oggetto che vedi è qui proprio per essere disintegrato».
«Romperemo… tutto? Quindi è una specie di stanza della rabbia?»
«Sì, Kim. Le pareti sono insonorizzate quindi potrai urlare, imprecare e sfogarti il più possibile».
«Oddio, non ci credo. È il posto migliore in cui potessi portarmi. Di sicuro eliminerò tutto il nervosismo».
Mentre si guarda intorno, decidendo da che parte cominciare, la soddisfazione dentro di me cresce a dismisura. L’ho resa felice e al momento è questa l’unica cosa che conta, anche se non so bene perché.
Ecco, perché sto avendo tutte queste premure per lei se lo scopo è di usarla come pedina per il mio piano?
Sono confuso, non sto capendo più niente. È come se stessi girando intorno, seguendo il mio obiettivo e a un tratto il cerchio diventasse una linea retta. Una linea che mi porta dritto da lei.
Mi obbligo a ignorare quei pensieri. Metto tra le sue mani la mazza e mi sorprende subito perché si avvicina a un vaso e lo fa in mille pezzi. Scoppia a ridere e mi guarda e l’espressione che ha sul viso è incredibile.
«Tocca a te».
«Okay, piccola Kim. Fai largo al professionista» replico ridendo.
«Vediamo cosa sai fare».
Mi sta sfidando e la cosa mi piace. Raggiungo il tavolino posto nell’angolo della stanza e con un paio di colpi lo riduco in brandelli.
«Sì!» grida prima di bastonare il mobiletto attaccato alla parete. «Vai a quel paese!» conclude con un’ultima botta.
«Che imprecazione è questa? Lasciati andare, ti ho detto che nessuno può sentirti».
«Sembra facile, ma non lo è…»
«La musica aiuterebbe?» le chiedo e il suo viso
s’illumina.
«La musica aiuta sempre, in ogni circostanza».
Indietreggio ed esco per un attimo alla stanza. Fuori dalla porta c’è un pannello di controllo dove si può regolare l’illuminazione e l’audio. Premo un paio di pulsanti e faccio partire la musica, mettendola a un volume alto ma che ci consente di parlare.
«Ora non hai più scuse» urlo rientrando.
«Cosa?» dice lei fingendo di non sentirmi.
«Hai capito benissimo».
Ridacchia e annuisce, poi inizia a saltare seguendo il ritmo e distrugge un altro vaso e due bicchieri. Rimango in disparte a scrutare ogni suo movimento, non perdendomi neanche la più piccola emozione che traspare da lei. L’adrenalina sta scorrendo nelle sue vene, riesco a percepirla perché esalta anche me. Quando la canzone finisce e ne comincia una nuova, qualcosa nella stanza cambia. O forse cambio solo io? La riconosco subito, è “One step closer” dei Linkin Park, una canzone in cui mi rispecchio alla perfezione. Stringo con forza, e con entrambe le mani, il manico della mazza mentre le
note invadono la stanza. Devo colpire qualcosa, ne ho bisogno. In pochi secondi faccio a pezzi l’armadio di legno accostato alla parete più due mensole e i relativi portafotografie che erano sopra.
Mi giro verso di lei e vedo Kimberly chiudere gli occhi per un attimo. Quando li riapre, si lascia condurre dalle parole della canzone. Dà una botta allo schermo del televisore che cade per terra. Si china e infierisce su quell’oggetto per diversi minuti, ignorando anche la mia presenza alle sue spalle, poiché nel frattempo l’ho aggiunta. Ci sono schegge che volano da ogni parte, ma lei non sembra soddisfatta.
Continua a colpire imperterrita.
«Vaffanculo!» grida con tutto il fiato proprio mentre la canzone sta finendo. «Non dovevi portarmelo via!» continua. A ogni colpo dice qualcosa e io la ascolto senza proferire parola, proprio per non disturbare questo sfogo.
«Vai al diavolo!»
«Maledetta!»
«Ti odio!»
Smette per un attimo. Ansima con la bocca spalancata e prima di dare un’altra botta, urla a gran voce qualcosa che mi lascia senza fiato.
«Ti odio Kimberly!»
Mi accosto, le blocco le braccia e le impedisco di colpire ancora quello che rimane del televisore. La faccio voltare, tolgo la mazza dalle sue mani mentre lei mi fissa. Ha il volto rigato di lacrime e respira in fretta. La stringo contro il mio petto e la sento tremare, i singhiozzi non cessano e anzi, aumentano.
«Shh, va tutto bene» le sussurro all’orecchio. La cullo tra le braccia maledicendomi per averla portata qui. Credevo fosse una bella idea e, invece, l’ho aiutata facendo venire a galla i demoni che si porta dentro. Conosco la sensazione perché, a differenza sua, quei demoni li tengo a bada con la vodka e le sigarette.
O almeno ci provo.
Uno di quelli mi ha spinto a vendicarmi di mio padre usando proprio la ragazza a cui sto asciugando le lacrime. Una ragazza così incredibile che non meriterebbe la vicinanza di un bastardo come me.
«Scusa…»
«Non c’è bisogno di scusarsi. Questa stanza serve anche a tirare fuori il peggio di noi, quello che non vorresti mostrare a nessuno».
Parte una nuova canzone, ancora più rock di quella precedente. La porto fuori da qui, così da riuscire a parlare senza dover gridare. Kimberly si sfila i guanti e io le levo il casco appoggiandolo insieme al mio dentro l’armadietto.
«Sai, era da un po’ che non mi divertivo così» dice sorridendo, asciugando i residui di lacrime.
«Sul serio? Ma se hai pianto?»
«Le lacrime non sempre portano con sé qualcosa di brutto. Molte volte hai la necessità di piangere perché non hai altra maniera per esprimere ciò che stai provando».
«E se, invece, volessi sapere cosa ti ha spinto a dire l’ultima frase che hai pronunciato prima che t’impedissi di continuare?»
Evita il mio sguardo intanto che toglie il resto delle protezioni. La imito, anche perché questo posto comincia a starmi stretto. Ho bisogno di uscire da qui. Una parte di
me sente il bisogno di allontanarsi da lei mentre l’altra
vorrebbe tenerla stretta fino a domani mattina.
Ma che cazzo mi sta succedendo?
«L’ho sentita bene. Hai detto “ti odio Kimberly”».
«Lo so…»
«Allora spiegami».
Sbuffa e fa qualche passo verso l’uscita di emergenza che c’è sul fondo. Poi si volta, incrocia le braccia al petto e mi fissa.
«Come faccio a spiegarti ciò che sento senza sembrare una squilibrata?»
«Parla liberamente. Non ho intenzione di giudicarti».
Scuote la testa e ride ancora, ma la sua è una risata nervosa, senza traccia d’ilarità.
«Molte volte provo odio verso me stessa. Mi odio quando non riesco a reagire di fronte alla paura di fallire o di sbagliare. Mi odio quando sento troppo la mancanza di mio padre da non riuscire nemmeno a respirare. E mi odio quando penso che sarebbe meglio mollare questo insensato sogno di fare la cantante o lavorare a Broadway e sai perché? Be’, perché gliel’ho promesso. L’ho guardato dritto negli occhi mentre era in quel letto
d’ospedale e gli ho promesso che sarebbe stato orgoglioso di me, che sarei diventata una stella. Così forse mi avrebbe visto brillare anche da lontano».
Ogni cosa che dice ha un senso e mi fa capire meglio la persona che è. Riesco a vedere il suo animo fragile e perfino quella parte di lei che ha soppresso negli ultimi anni.
Sono un mostro. Non posso farle questo. Non posso più usarla. Devo trovare un’alternativa e devo farlo al più presto.
«Kimberly, tu non la vedi ma la soluzione è piuttosto semplice. Devi capire se questa è la strada che vuoi davvero intraprendere o se lo stai facendo solo per lui. Da come ne parli, ho capito che ti voleva bene, come solo un padre può volerne. Pensi davvero che lui non sarebbe lo stesso orgoglioso di te se dovessi decidere di fare altro nella tua vita? Non lo conoscevo, ma ti assicuro che non è così. E se vuoi un consiglio, io ignorerei quelle stupide vocine che ti gridano nella testa che non sei brava o non sarai mai all’altezza, perché sono voci comandate dall’ansia. Hai talento, piccola Kim. Non sprecarlo».
Si sta mordendo il labbro ma smette di farlo solo per sorridermi. Le vado dietro, anche se la mia è più una smorfia tirata piuttosto che un sorriso sincero.
Lo so, sono uno stronzo ma ho bisogno di lei. Mio padre merita questo schiaffo morale. Non posso tirarmi indietro proprio ora.
Le ho detto quelle parole per convincerla a non lasciare lo spettacolo perché la sua inesperienza mi serve. E non ha importanza se, in realtà, quelle cose le penso veramente.
La mia anima finirà lo stesso all’inferno.
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