Scritto il 04/06/2026
da THERESA MELVILLE


 


 

Gemma di Monfalco si pettinava lentamente, il capo inclinato da una parte, senza guardarsi nello specchio. Seduta alla toletta, sfioccava le punte dei capelli che arrivavano a toccarle il grembo.

Quando infine si specchiò, controllò che la scriminatura centrale fosse dritta e raccolse la chioma in una treccia che arrotolò sulla nuca. Si osservò di profilo, da un lato e dall’altro. Per ordine di suor Modesta, nemmeno un capello doveva sfuggire alla severa acconciatura.

“Mai più!” si ripromise Gemma infilando con forza l’ultima forcina. Detestava quella crocchia insipida. Detestava le imposizioni delle monache e le loro litanie, le lezioni di latino, di cucito e di pittura quasi quanto quelle d’abaco.

Pativa come una reclusa da cinque anni, da quando era entrata nel convento fiorentino di Sant’Onofrio per ricevere l’educazione e l’istruzione consone al suo rango; ne sarebbe uscita prima, ma il suo caratteraccio aveva indotto il padre ad affidarla alle clarisse un altro anno.

Tra le monache di Sant’Onofrio, una su tutte avrebbe sentito la mancanza di quell’allieva capricciosa: la badessa. Conquistata dalla sua vivacità e dalle sue doti canore, madre Clotilde aveva infatti seguito personalmente la giovane Monfalco nello studio della musica, lodandone l’impegno e gli innegabili progressi.

Ma Gemma non sapeva che farsene delle lodi della superiora, né dei suoi sforzi di blandirla. Le importava solo lasciare il monastero. Questione di ore, ormai.

Il giorno dopo, il sabato 23 giugno del 1746, sarebbe tornata in seno alla famiglia, a Palazzo Monfalco. Avrebbe ripreso possesso delle sue stanze, degli abiti sontuosi; avrebbe messo filigrana d’argento nei capelli al posto di banali nastri, e perle di fiume, fermagli con pietre preziose incastonate o quant’altre frivole ricercatezze offrissero i mercanti di Firenze.

Sistemata l'acconciatura, si voltò a guardare la sobria veste color avorio stesa sul lettuccio: l’avrebbe indossata quella sera, in occasione della cerimonia del commiato.

Il sole basso all’orizzonte indorava le mura del convento quando dodici fanciulle giunsero dal colonnato. Con solenne compostezza uscirono nel chiostro disponendosi sul palco davanti alla platea, tra il pozzo di pietra e un melograno in fiore.

Un centinaio di sguardi emozionati e fieri si puntò su di loro.

Le dame chiusero i ventagli e si accomodarono con un fruscio di vesti sulle sedie radunate nella corte verdeggiante. Presero posto anche i signori, alcuni in piedi dietro le consorti, impettiti nelle marsine dalle lunghe falde.

Il concerto stava per avere inizio.

Gli spartiti vennero aperti sui leggìi, gli strumenti imbracciati con grazia.

Coriste e orchestrali attendevano il segnale di suor Berenice che, salita sul palco, aprì le braccia alzando la bacchetta.

Le orchestrali posizionarono le dita su flauti e oboi aspettando l’invito dei violini.

Nel perfetto silenzio, una ragazza bruna si staccò dal coro e avanzò fino al leggio; chinò il capo e parve concentrarsi, poi, inaspettatamente, sollevò gli occhi verso la platea.

Suor Berenice spalancò i propri per catturare quell’occhiata inopportuna, agitò con stizza la bacchetta, ma l’allieva non se ne curò, e sorrise sfrontata a qualcuno in mezzo al pubblico.

La badessa, in prima fila tra gli astanti, scosse la testa: Gemma di Monfalco non si smentiva mai.

Intanto un gentiluomo bruno ricambiava l’ardito ammiccamento.

Alcuni dei presenti lo notarono e risero sommessamente scatenando la reazione indispettita di suor Berenice, che mulinò la bacchetta per sollecitare gli archi.

Le prime note di Haec est Regina Virginum di Händel accarezzarono l’aria come brezza. La voce da soprano di Gemma di Monfalco sgorgò limpida e vibrante, s'intrecciò alla melodia, l’avvolse e la superò in intensità, in un crescendo che sbalordì gli spettatori.

Gemma cantava ignorando lo spartito. I suoi occhi guardavano lontano mentre teneva le mani strette al petto, dove la voce prendeva vigoria. Affrontò il gorgheggio più impegnativo dell’assolo senza un palpito e seguitò abbassando e modulando dolcemente il tono, avviandosi alla coda dell’antifona.

La folla era incantata.

Solo due gentiluomini, seduti in disparte sotto un nespolo, si scambiavano sussurri appena percettibili.

— Emidio, guardala, sta sorridendo? La sua voce è così fluida... Sembra che ne goda, che non le costi alcuno sforzo — bisbigliò il più giovane dei due.

— Così pare — replicò Emidio Giandonati lisciandosi i baffi grigi. — La giovane Monfalco è molto disinvolta, quasi divertita.

L’altro, il barone Federigo Malaspina, premette i palmi sulle tempie come se volesse imprigionare nella mente la magia di quella voce. Tacque ascoltando il seguito e applaudì convinto alla fine dell’esibizione unendosi all’entusiasmo generale.

La cantante ringraziò con un gran sorriso, quindi rientrò nel gruppo.

Poco dopo, il coro intonò il Laudate pueri Dominum.

— Le altre non sono alla sua altezza — disse piano Federigo. — L’anima del coro è la Monfalco.

— Giovanni lo diceva, ma non volevi credergli.

— Giovanni è suo fratello, ed è una testa matta.

— Se è per questo, la sorella non sembra essere da meno.

— Davvero? Cosa mi sono perso?

Emidio gli riferì all’orecchio lo sfacciato ammiccamento tra i due Monfalco all’inizio del concerto.

— Una ragazza esuberante — ridacchiò il barone.

— Sarà per questo che il conte l’ha tenuta chiusa a Sant’Onofrio fino a pochi mesi prima di darla in sposa.

— Povera fanciulla, dalla padella nella brace!

— Quest’affermazione non ti fa onore, mio signore. Solo le menti piccole si nutrono di preconcetti.

Ed Emidio sarebbe andato avanti con quella solfa se Federigo non lo avesse interrotto con un gesto garbato della mano.

I due uomini attesero in silenzio la fine del salmo, poi ebbe inizio il rituale delle congratulazioni.

Dopo aver scambiato convenevoli con alcuni dei presenti, il barone Malaspina si rivolse al suo accompagnatore.

— Dove si trova la badessa?

— Vicino al palco, in mezzo agli invitati. Te la senti di affrontare la baraonda?

— Per suor Clotilde, questo e altro. Andiamo.

Avviandosi al fianco di Giandonati verso il palco, Federigo prese dalla tasca un fazzoletto merlettato e lo avvicinò al naso. Gli odori delle parrucche incipriate e dei profumi disturbavano il suo sensibilissimo olfatto; di solito evitava i luoghi affollati, ma non avrebbe declinato un invito della badessa per nulla al mondo.

I numerosi ospiti si mescolavano alle educande, alle novizie e alle clarisse diffondendo un gioioso chiacchiericcio. Com’era prevedibile, facevano la fila per omaggiare la badessa, che tuttavia, scorto il nobile Malaspina, lo raggiunse e si appartò con lui sotto il colonnato.

Madre Clotilde era molto affezionata al giovane barone; molti anni prima gli aveva instillato la passione per la musica insegnandogli a suonare il clavicembalo. Lui si era rivelato molto capace, e aveva coltivato gli studi fino a cimentarsi con la composizione.

— Avanti, non tenetemi sulle spine — gli disse la badessa. — Cosa ve ne è parso del concerto?

Federigo sorrise di sottecchi. — Ammiro molto Händel. Avete fatto un’ottima scelta, anche se azzardata.

— Solo perché ero certa che le mie ragazze fossero all’altezza — rispose la clarissa inarcando un sopracciglio.

— Lungi da me contraddirvi, madre Clotilde.

— State cercando di blandirmi? — lo rimbeccò lei scherzosamente. — Suvvia, siate schietto!

— L’esecuzione ha fatto onore ai vostri insegnamenti. Forse gli adagio avevano un impeto eccessivo, e lo slancio dei violini andava contenuto, ma bisogna mettere in conto la tensione del momento.

— Non vi è sfuggito proprio nulla...

— Inezie, beninteso.

— E che mi dite dell’assolo?

— Ah, quel mottetto è tra i miei preferiti. Lo ricordo sempre interpretato dal grande Farinelli durante un’esibizione privata, a Napoli.

— Non parlatemi di quegli orribili castrati! È uno scandalo che sia loro permesso di cantare la musica sacra.

L’uomo rise adagio. — Sapete benissimo che vengono istruiti nei monasteri. E non sono orribili, ma straordinari.

— Che nessuno vi senta, per carità!

— Mia madre direbbe lo stesso, e con lo stesso tono.

— Non mi stupisce — sorrise la badessa. — La baronessa Domizia e io eravamo molto unite da fanciulle, e lo siamo ancora.

— A proposito, vi manda i suoi saluti.

— Riferitele che aspetto con ansia una sua visita. E voi, mio caro... — soggiunse teneramente suor Clotilde. — Voi come state?

— Sto bene, grazie.

— Avete un ottimo aspetto, infatti. Ditemi, componete ancora? È passato molto tempo da quando mi faceste ascoltare un vostro brano.

— L’ispirazione lascia un po’ a desiderare, ma non dispero. Ora però sarà bene che vi lasci: i vostri ospiti premono per salutarvi.

— Non vi siete ancora espresso sulla soprano che avete ascoltato nell'assolo, la nostra Gemma di Monfalco.

— Ha notevoli capacità e una gran voce.

— Suona anche molto bene il clavicembalo. Gemma mi ha dato molte soddisfazioni, in questi anni. Sarebbe un peccato che non coltivasse il suo talento.

— Un vero peccato. Scorgete il mio amico Giandonati nei paraggi?

Al cenno di suor Clotilde, Emidio lo raggiunse.

I due uomini si congedarono e s’incamminarono nel chiostro.

— Giovanni di Monfalco ti cerca — disse Emidio. — È impaziente di salutarti.

Federigo si tamponò la fronte con il fazzoletto.

— Tanto trambusto mi confonde — commentò con la sua tipica voce calda e modulata, che così bene tratteneva le emozioni. — Prima di incontrare Giovanni, gradirei un cordiale.

— Dovrai accontentarti di un moscatello, ahimè!

— Vada per il moscatello, ma ti aspetto qui, all'ombra, e riprendo fiato.

Mentre Emidio si avviava ai tavoli del rinfresco allestito sotto un pergolato, il barone Malaspina sedeva sulla panchina ombreggiata dal nespolo.

Era accaldato, il fiocco di seta stringeva sulla gola e il panciotto gli pareva una corazza. Perfino la parrucca corta gli dava noia solleticandogli la nuca. Sospirò e si sforzò di controllare il malessere; posare i palmi sul freddo marmo del sedile gli procurò sollievo. Stava per tranquillizzarsi quando un soffio di vento lo raggiunse carico di un profumo floreale, congiunto al suono di passi leggeri sempre più distinti e a un fruscio di vesti.

La presenza femminile era vicinissima.

— Signore, permettete che mi sieda?

Lui riconobbe senza esitazione il timbro della voce: una splendida voce da soprano.

— Servo vostro, signora — le rispose.

Il barone percepì la vibrazione della pietra che accoglieva un altro peso un attimo prima di alzarsi.

Ecco il classico schiocco del ventaglio che si apriva. Seguì un refolo, ancora quel profumo, addolcito dalla fragranza di una pelle giovane e sudata.

— È l’imbrunire — disse la voce cristallina. — Eppure fa ancora così caldo!

— Un caldo insopportabile — convenne Federigo, il tono monocorde.

Fece il gesto di impugnare il suo bastone e si maledisse per non averlo portato. Lo dimenticava ovunque, perciò non lo aveva preso quella sera, forte della presenza di Giandonati. Ma adesso lui non c'era... In compenso c'era lei, che apriva e chiudeva quel ventaglio senza posa. Di certo era agitata.

— Spero che il concerto vi sia piaciuto — proseguì la giovane donna, ansiosa di intavolare una conversazione.

— Oh, sì, moltissimo. Avete eseguito l’assolo egregiamente.

— Siete gentile, signore. Vi ringrazio.

— Permettete che mi presenti...

Ma una folata di odori gli giunse inaspettata marcata dai sentori del tabacco e della cipria da parrucca, accompagnata dallo scricchiolio della ghiaia.

I passi si avvicinavano pesanti e cadenzati: due uomini.

— Barone, sono qui con Giovanni di Monfalco — esordì Emidio.

Subito dopo irruppe allegramente l’altro: — Federigo! Vi ho cercato dappertutto!

— Bentrovato, amico mio.

— Vi conoscete? — s'intromise la ragazza.

— Eccome, sorellina! Lo conosceresti anche tu, se non avessi trascorso gli ultimi anni chiusa tra queste mura.

— Non per mia scelta — puntualizzò lei. — Comunque, il tuo amico stava giusto per presentarsi.

— Lo farò io stesso, e sarà un piacere. Mia cara, ti presento il barone Federigo Malaspina di Fosdinovo e il suo dotto amico Emidio Giandonati. Signori, mia sorella: Gemma di Monfalco.

— È un grande onore — s’inchinò il nobiluomo.

— Sono lieta di conoscervi, barone.

A Gemma sfuggì un sospiro di trattenuta eccitazione.

Federigo fu il solo ad avvertirlo. Teso a cogliere di lei ogni dettaglio, la immaginò leggiadra come quel sospiro dove affiorava l’apprensione. Se avesse potuto prenderle la mano, anche solo per pochi istanti... Ma sarebbe stato fuori luogo, quindi represse il desiderio e si rivolse a Giovanni.

— Credo che voi due vi somigliate nel carattere. Sbaglio, forse? — gli chiese incuriosito.

— In effetti Gemma e io siamo piuttosto simili, sfacciati e permalosi entrambi, anche se lei canta come un usignolo e io come una cornacchia.

Risero, e Federigo si spostò cercando l’ombra sotto l’albero, dietro la panchina, dove prese dalle mani di Emidio un calice di moscatello.

Gemma restò delusa che non si fosse seduto accanto a lei. Qualsiasi uomo che l’avesse giudicata attraente lo avrebbe fatto. Federigo Malaspina pareva invece indifferente alle sue grazie, e questo le dispiacque.

Poco prima lo aveva visto parlare con la badessa sotto il colonnato; aveva cercato di attirare la sua attenzione, ma lui non sembrava averci fatto caso. Confabulando lì vicino, Gemma e l’amica Filippa Chiermontesi avevano giocato a indovinare la sua età. Secondo Gemma, l'elegante sconosciuto aveva sui venticinque anni; secondo la compagna era più vecchio, per via delle marcate rughe sulla fronte. La sua avvenenza, però, era fuori discussione.

L'uomo era parco di sorrisi e misurato nei gesti. Sembrava molto calmo, ma Gemma aveva intuito che una certa irrequietezza lo agitava: aveva notato la postura rigida, le sue mani chiudersi a pugno sulla schiena, e i veloci cambiamenti d’espressione del suo volto. Non era riuscita a cogliere il suo sguardo, sempre basso, ma aveva studiato il suo profilo: il naso greco, la bocca dall’arco superiore pronunciato, la mascella disegnata da una barba rasa, ben curata. E non erano sfuggite a quel meticoloso esame le spalle poderose sotto la marsina turchese, né i fianchi snelli fasciati dai calzoni al ginocchio.

Si era messa in testa di conoscerlo, ma era stato inutile raggiungerlo sulla panchina e attaccare discorso con un pretesto. Ora lui discorreva del torneo di calcio con Giovanni sorseggiando il moscatello senza prestarle la minima attenzione.

Era delusa, quasi sul punto di andarsene.

— Vi annoiate? — domandò d'un tratto Federigo alle sue spalle.

— Annoiarmi? — ribatté Gemma, e per nascondere il rossore repentino delle guance si volse appena. — Cosa ve lo fa credere?

— Il fatto che tacete. O siete immersa in qualche misteriosa fantasia, oppure la nostra compagnia vi annoia.

— A essere sincera, barone, non sono interessata ai nobili calcianti che si contenderanno la vittoria al prossimo torneo. Proprio non capisco cosa ci sia di divertente nel rincorrere una palla di stracci.

Federigo gorgogliò una risata. — State parlando del passatempo preferito delle Signorie di Firenze da circa duecento anni!

— Ciò non basta a farmelo piacere — replicò lei affabile, e si voltò a guardarlo.

A braccia conserte, le gambe divaricate e ben piantate a terra, Federigo sorrideva divertito. I suoi occhi erano rivolti a terra, ma, stando seduta, Gemma poté scorgere uno spicchio azzurro.

“Guardami!” lo supplicò con il pensiero, e le parve di gridare, tanto desiderava catturare quello sguardo che puntualmente la evitava. Quel desiderio fluttuò in un silenzio che si protrasse troppo a lungo.

Federigo smise l’atteggiamento disinvolto incupendosi di colpo. — Emidio! — chiamò.

— Dite, barone.

— Mi duole lasciare i nostri amici, ma preferirei tornare in villa.

L’amico non commentò la decisione e altrettanto fece Giovanni, che salutò con calore Federigo senza tentare di convincerlo a restare.

Il gentiluomo si congedò da Gemma con un semplice inchino, poi si allontanò con Giandonati.

Lei restò di sasso. — Se ne andato così in fretta... Spero di non averlo offeso. Ho sbagliato a criticare il torneo di calcio, forse?

Giovanni le sedette accanto e le cinse le spalle. — Non te ne fare un cruccio. Federigo a volte si comporta in modo stravagante, ma io gli perdono tutto.

— Non eri così tollerante, un tempo. Stai invecchiando, fratello mio.

— Ho quattro anni più di te, non sono poi tanto vecchio.

— Dimmi, allora — gli occhi scuri di Gemma scintillarono di curiosità. — Cosa ti rende tanto indulgente verso un uomo che palesemente disdegna tua sorella? Cos'ha di speciale Federigo Malaspina?

Il sorriso di Giovanni perse smalto. — È un uomo straordinario, con una grande forza d’animo. Nelle sue condizioni, chiunque si sarebbe dato per vinto, ma non lui. Lui sembra pronto a qualunque sfida.

— Aspetta, non ti seguo. Di quali condizioni stai parlando?

— Ma come, non l'hai capito?

— Cosa?

— Gemma, Federigo è cieco.

 

 





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