Scritto il 25/06/2026
da THERESA MELVILLE


 


 

La giornata volgeva al termine.

Al tramonto Gemma passeggiava nel giardino interno del palazzo tra lussureggianti piante esotiche, le cui sementi, giunte a Livorno nelle stive di mercantili provenienti dall’Oriente, erano state coltivate e curate personalmente dalla contessa Ilaria.

La nobildonna aveva una passione per quelle terre misteriose; possedeva un libro di rimedi erboristici cinesi che teneva nello stipo sotto il cedro, accanto alla panchina.

Curiosando in quello stipo, Gemma si accorse che il grosso tomo con la copertina in marocchino rosso era ancora al proprio posto.

"Nulla è cambiato in quest’angolo di paradiso" pensò.

Sedette sotto l’albero e ripercorse con la mente le ultime ore. Non avrebbe voluto essere in nessun altro posto, eppure aveva immaginato diversamente il giorno del ritorno a casa. In convento l’aveva vagheggiato come avrebbe fatto una bambina, pregustando la festa e i doni, e solo adesso percepiva il suo significato più profondo. Oltre alla gioia, c’erano malinconia e un senso di inquietudine. Emozioni poco adatte a una bambina; erano quelle di una donna piena di dubbi.

Il marchese Luigi Rigamonti era un cortese gentiluomo di bell’aspetto, così le era sembrato nelle rare occasioni pubbliche in cui si era trovata in sua presenza. Gemma aveva appreso senza patemi che sarebbe diventato suo marito. Questa era la volontà paterna e lei era tenuta a obbedire, sapendo che il matrimonio avrebbe rafforzato il vincolo tra due famiglie già legate da sostanziosi affari. Nulla ostava quei programmi, prima. Qualcosa però era cambiato. Il ruolo che le veniva imposto le pareva adesso insostenibile, e rifiutarlo gettava un’ombra sulla sua coscienza.

Non avrebbe dovuto pensare a Federigo Malaspina. Non con quel trasporto, desiderando oltre ogni cosa di ritrovarsi insieme a lui, anche in presenza d’altri, anche solo per guardarlo, stargli accanto, udire la sua voce. Quello sguardo che sfuggiva gli altri sguardi... Chissà quali segreti nascondeva, chissà quali paure. Avrebbe voluto prenderlo per mano, infondergli fiducia e sicurezza.

Non sarebbero stati pensieri sconvenienti se Luigi Rigamonti ne fosse stato il fulcro. Invece, al suo posto, c’era un Malaspina. Le sovvenne il tono grave della governante mentre pronunciava quel cognome e blaterava di un antico amore sfortunato.

"Assurdo" disse tra sé. "Una storia simile sarebbe nota."

E Giovanni? Lui sapeva? Gemma decise di appurarlo.

Rientrata nel palazzo, si mise in cerca del fratello. Si affacciò a diverse sale vuote e proseguì fino allo studiolo dove il padre riceveva il personale alle sue dipendenze; la porta era chiusa e dall’interno provenivano voci sconosciute, quindi passò oltre e salì al piano nobile.

Bussò ripetutamente e invano all’appartamento di Giovanni. Chiese sue notizie a un servitore che accendeva le lampade lungo il corridoio, ma l’uomo non seppe dirle nulla.

Non le restava che aspettare di incontrare il fratello a cena. Mancava una mezz’ora.

Nel corridoio silenzioso, il domestico rabboccò l’olio nell’ultima lucerna, appiccò il lucignolo e proseguì fino a una scala di servizio.

Quando si spense l’eco dei suoi passi, Gemma prese la lampada dal gancio e si avventurò nella penombra, colta da un pensiero repentino.

Da molto tempo non visitava la galleria degli antenati.

Come tutti i Monfalco, era orgogliosa degli avi ritratti sulle grandi tele, protagonisti di storie leggendarie che aveva ascoltato da piccina con gli occhi colmi di meraviglia. Riconobbe con un tuffo al cuore i tendaggi di velluto color porpora raccolti ai lati del varco e provò quella stessa meraviglia incamminandosi nella pinacoteca.

Avanzò adagio tra i dipinti affascinata dalle pose austere dei personaggi, dai loro vestiti d'altri tempi. Ricordava alcuni nomi anche senza leggerli nelle targhe sotto le cornici. Ai volti severi dei guerrieri, come quello del crociato Lanfranco di Monfalco o di Lapo, l’avventuriero impavido, si alternavano i composti sorrisi delle dame: sguardi gentili e intensi come quello di Costanza o sornioni come quello di Celeste, la pittrice, raffigurata insieme al conte Alessandro, suo amato sposo.

Erano proprio i ritratti femminili a interessare Gemma: cercava quello di Adelaide, ammesso che fosse mai esistita.

Grande fu il suo stupore quando lesse la targa sotto il ritratto di un gruppo di famiglia. Umberto di Monfalco era raffigurato in piedi accanto alla moglie Marianna, seduta su uno scanno con la figlioletta di pochi anni: Adelaide. L’anno riportato sotto i nomi era il 1638.

Gemma si accostò al dipinto per osservare il viso della bimba: aveva capelli fulvi e vaporosi, un sorrisetto furbo...

Proprio in quell’istante, un lugubre ululato squarciò il silenzio: — Gemma di Monfalco!

Lei si raggelò ancora protesa verso il quadro, gli occhi sgranati e il fiato mozzo.

— Giovanni! — strillò inviperita allontanandolo con uno spintone. — Devi essere impazzito! Mi hai spaventata a morte!

— Scusa, non volevo...

— Villano! Lo dirò alla mamma.

— Sei pallida come un cencio — la canzonò. — Chi pensavi che fossi, il fantasma della povera Isotta?

— Smetti di sghignazzare e lascia stare i morti. Sono passati i tempi in cui mi tormentavi con le storie di fantasmi. Che cosa sei venuto a fare?

— Ti ho seguita. Prima ho sentito bussare alla mia stanza, ma quando ho aperto eri già di spalle in fondo al corridoio. Ti ho vista prendere la lampada e mi sono incuriosito, allora ti son venuto dietro.

— Avresti dovuto chiamarmi, invece di seguirmi di soppiatto. — Posò la lampada a terra proprio sotto la cornice e respirò a fondo per calmarsi.

Giovanni intanto guardava il ritratto fiocamente illuminato dal basso.

— Cos’ha di speciale questo gruppo di famiglia? Eri tutta presa a osservarlo.

— Mi interessa soprattutto la bambina, Adelaide. Sai niente di lei, della sua storia?

— Non mi pare… no. Ma ho ben altro per la testa. Questo pomeriggio, nostro padre e io abbiamo parlato a lungo. — Così dicendo, gettò alla sorella un’occhiataccia.

In silenzio, lei prese la lampada da terra e si diresse all’uscita della galleria.

Il fratello la seguì dappresso. — Non immagini l’argomento della conversazione?

— No davvero — gli mentì.

— Eppure ti riguarda.

Giovanni riferì di essere stato redarguito a causa del barone Malaspina. Il padre aveva reputato inopportuno il messaggio di scuse del barone e auspicava che Gemma non avesse distrazioni nel delicato periodo precedente il matrimonio.

Al termine del resoconto, la ragazza si sentì infelice più che mai.

— Tu come hai risposto? — chiese intimorita.

— Ho assicurato al babbo che quel messaggio è stato scritto da Federigo senza secondi fini, e che il fatto non avrebbe avuto seguito. Non è così?

Lei annuì guardando altrove.

— Nostro padre è un poco ansioso — continuò Giovanni, — ma dopo il matrimonio gli passerà, vedrai. Tu cos’hai, sorella? Sembri turbata.

— Oggi ho scritto di nascosto al barone Malaspina accettando le sue scuse.

La voce di Gemma era così flebile che Giovanni credette di non aver capito. Le chiese di ripetere, poi si arrabbiò. Non le rimproverava tanto la premura nei confronti del barone, quanto il sotterfugio.

— La mamma mi ha detto di fare ciò che ritenevo giusto, ed io l’ho fatto… In segreto, naturalmente, altrimenti non avrei potuto.

— Chi ti ha dato manforte?

— Berta, ma ho dovuto pregarla. Non ne voleva sapere di recapitare quel biglietto, ha cercato di dissuadermi in ogni modo.

— È più saggia lei di nostra madre — brontolò Giovanni. — Speriamo che la cosa non venga a risapersi. Le ripercussioni potrebbero essere pesanti.

Quel tono serio, inusuale per lui, la spaventò, così lo prese per un braccio bloccandolo in mezzo al corridoio.

— Fratello, l’ho combinata grossa, ma non mi lascerai sola in questo guaio, vero? Sarai dalla mia parte?

Giovanni se la ritrovò tremante fra le braccia, prossima al pianto. Cercò di consolarla, di sdrammatizzare... Altro non poteva fare: a quell’ora la missiva doveva essere già nelle mani del barone.

Federigo non riusciva a smettere di maneggiare il foglio. Ne toccava la superficie ruvida e i contorni irregolari; odorava l’aroma trattenuto dalla porosità della carta. Immaginava la concentrazione di Gemma che si accingeva a scrivere, la pressione delle sue dita sulla penna... Gli sembrava di sentirla respirare con le labbra schiuse mentre rileggeva quelle poche righe e le firmava.

— Quella ragazza è un’incosciente — sentenziò accigliato Giandonati. — Scommetto che ha scritto e mandato il messaggio di nascosto da suo padre.

Federigo sorrise accostando il foglio alle narici. — Lo credo anch’io. Chissà come reagirebbe il conte, se sapesse.

— Andrebbe in collera, e sarebbe comprensibile.

Ma per Federigo, quello era l’ultimo dei pensieri. Si alzò dalla bergère con foga esagerata e, avvicinandosi all’amico col biglietto in mano, inciampò in un poggiapiedi e per poco non perse l’equilibrio.

— Emidio, leggimelo di nuovo — disse tendendo il foglio. — Per favore.

Lui rilesse in fretta, il tono inespressivo.

— Questa era la quarta volta — mugugnò. — Spero anche l’ultima.

— L’ultima, sì. D’ora in poi basta con i messaggi. Voglio parlare a Gemma di persona.

L’amico scosse la testa. — Sarebbe un passo falso. Con quale scusa ti presenteresti a Palazzo Monfalco? Rischieresti di smascherare la ragazza agli occhi di suo padre.

E non aveva torto.

— Mi rivolgerò a Giovanni, allora. Lui mi aiuterà.

— Forse non sarà necessario coinvolgere Giovanni. Si prospetta un’occasione che potrebbe fare al caso nostro.

— Spiegati meglio.

— A breve i Chiermontesi daranno una grande festa. Me ne parlava la baronessa tua madre prima di cena: ha ricevuto l’invito e spera che tu voglia accompagnarla.

— Credi che i Monfalco parteciperanno?

— È molto probabile, dato che Filippa Chiermontesi è amica intima di Gemma. Le due ragazze erano insieme a Sant'Onofrio. — Vedendo che il barone meditava e tentennava, Emidio indovinò che stesse valutando i tempi dell’attesa, perciò soggiunse: — Al ricevimento mancano sei giorni, non sono molti.

— Sei giorni! Non posso aspettare tanto a lungo.

Nel dire così, Federigo raggiunse il mobile dei liquori, palpò le bottiglie facendo tintinnare le catenelle delle targhette d’argento, sfiorando le scritte in rilievo fino a riconoscere quella dell’Armagnac. Poi cambiò idea, e lasciò al suo posto la bottiglia. Avanzò fino a una poltrona dove sembrò volersi sedere, e innervosito passò oltre.

Giandonati notò con disappunto in quale preoccupante stato era il suo pupillo, che adesso procedeva incauto verso lo scrittoio urtando i mobili pur conoscendo a menadito la loro collocazione nella stanza.

Federigo era in preda a una forte agitazione, come sempre quando si metteva in testa di fare qualcosa che andava oltre le sue possibilità.

Grazie agli ingegnosi metodi di insegnamento del suo maestro, leggeva senza sforzo le lettere in rilievo impresse con una particolare miscela di inchiostro molto denso a base di fuliggine, polvere ferrosa e sego. Sapeva anche scrivere, ma con risultati appena passabili, e gli pesava, adesso, ricorrere a Emidio. Avrebbe voluto rivolgersi a Gemma senza intermediari, dividere con lei sola ciò che provava.

Sedette di peso allo scrittoio serrando le mascelle. Tutto lo disturbava, in quel momento, perfino le trine sui polsini. Si rimboccò le maniche e cercò a tentoni penna e calamaio sul ripiano, facendo cadere a terra alcuni oggetti.

— Mi stai fissando, lo so, lo sento. Non hai nulla di meglio da fare? — gridò a un tratto, irritato dal silenzio di Emidio.

— Sono curioso di vedere dove vuoi arrivare.

— Lo sai, maledizione!

— Stai perdendo il controllo, Federigo.

— A noialtri capita — disse lui rabbioso.

— Di chi diavolo parli? — saltò su Emidio. — Altri, nelle tue condizioni, vivono succubi dell'oscurità. Tu no! Tu hai tagliato traguardi impensabili. Hai studiato i testi classici, parli il latino e suoni tre strumenti. Hai viaggiato, frequentato l’alta società e amato donne straordinarie, e sai perché? Perché non ti sei mai arreso!

— Non me l’hai permesso.

— Ti ho semplicemente spinto dov’ero certo che potevi arrivare.

— Non mi basta più, Emidio. Voglio andare oltre.

Il precettore aveva il cuore stretto in una morsa: non gli aveva mai mentito e non avrebbe cominciato adesso.

— Ti stai incaponendo inutilmente — disse in tono piatto. — Non sei in grado di buttare giù tre righe che non sembrino scritte da un bifolco.

Parole dure, sferzanti, le sole che avrebbero messo fine alla dolorosa impasse.

Federigo rise amaramente facendo a pezzi il foglio bianco. — Schietto come al solito, maestro!

Questa volta Emidio riprese con dolcezza. — Figliolo, se davvero tieni a lei, mostrale il tuo meglio. Falle sentire cos’hai nel cuore. Carta e penna non sono indispensabili.

— Ma come posso fare? Come!

L’altro restò zitto, lisciandosi i baffi con un sorriso fiducioso. Sapeva che lui sarebbe arrivato da solo alla soluzione.

Scese un silenzio fervido. I pensieri si rincorrevano l’un l’altro nella mente di Federigo, ora dubbiosi e tristi, ora vivaci e arditi. Si alzò dallo scrittoio, prese a camminare in tondo con la testa fra le mani. Era necessario organizzare quei pensieri, farli vibrare, dar loro tono e vigore… Tramutarli in melodia!

 

 

 





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