Scritto il 23/07/2026
da THERESA MELVILLE


 


 

A cinque giorni dal confronto tra la badessa e i conti di Monfalco, il clima a palazzo era ancora burrascoso.

In pubblico il conte e la contessa si rivolgevano a stento la parola. In privato discutevano accanitamente arrivando a eccessi mai sfiorati.

Tommaso teneva sempre segregata la figliola e rifiutava di trattare l'argomento; era impegnato in affari a suo dire improrogabili, come il sopralluogo nei vigneti, fissato per il dieci di luglio.

Quel martedì mattina uscì in carrozza di buon’ora. Non chiese la compagnia del primogenito come faceva sempre in questi casi, ma nessuno si sorprese, considerando l'aria che tirava.

Mezz’ora dopo la partenza di suo padre, Giovanni sbucò da un’uscita laterale del palazzo e raggiunse i due uomini in attesa sul vicino crocevia.

Il più alto e giovane di loro non indossava la parrucca; sotto il tricorno nero ben calzato, i capelli dorati erano legati sulla nuca. Tenendo lo sguardo sempre basso camminava spedito tra i compagni, da un lato Giovanni di Monfalco, dall’altro Emidio Giandonati, e impugnava con eccessiva forza il suo bastone.

I tre uomini entrarono a Palazzo Monfalco da un accesso di servizio che portava nella corte minore, dov’erano le rimesse. Nei pressi della scuderia infilarono l’ingresso di un locale angusto pregno dell’odore del cuoio e del grasso per pellame, ingombro di finimenti per cavalcature e strumenti da maniscalco.

— Riceverci in una selleria... — commentò Giandonati con sarcasmo. — Che lusso!

— Non sarà lussuoso, ma è sicuro — lo rimbeccò Giovanni.

— Non si doveva arrivare a questo — disse inquieto il barone. — Vi sono grato del favore, Giovanni, ma avrei preferito di gran lunga conferire con vostro padre.

— Adesso non otterreste nulla. Il momento è dei peggiori e l'arroganza di Gemma non aiuta a migliorarlo. Spero che la persuadiate ad assumere in futuro posizioni meno drastiche.

— Potete darle torto? — ribatté Federigo. — È prigioniera nel palazzo, sorvegliata a vista!

Su quella frase si udirono due colpi alla porta, una pausa e poi altri tre, come convenuto.

— È lei — disse Giovanni, e andò ad aprire.

Non appena dentro, Gemma corse dal barone.

— Federigo! — esclamò prendendogli le mani.

— State tremando... — mormorò lui. — Non abbiate paura, non ce n’è motivo.

— Ho fatto male ad aprirmi con i miei genitori. Ora mio padre è irremovibile.

— Devo parlargli. Tutto questo è assurdo, non lo meritiamo.

Gemma gli bisbigliò qualcosa all’orecchio e lo condusse per mano sul lato opposto della stanza, seguitando a parlargli sottovoce.

Emidio Giandonati, nel frattempo, si avvicinò a Giovanni.

— Federigo ha ragione, ve ne rendete conto? — esordì distogliendo di proposito l’attenzione del giovane Monfalco dalla coppia. — Solo il grande sentimento che nutre per vostra sorella poteva indurlo a venir qui di nascosto, come un malfattore.

— Credete che a me la situazione piaccia?

— Allora parlate al conte, convincetelo ad annullare l’impegno preso con il marchese Rigamonti.

— Conoscete il mondo, Giandonati, sapete bene che un matrimonio non è semplicemente un matrimonio, ma un contratto in piena regola. Malgrado questo, sia io sia mia madre abbiamo cercato di intercedere, purtroppo senza esito. Affinché la situazione non degeneri, confido nel buonsenso del barone.

— Non potete chiedergli di farsi da parte — sibilò Emidio. — Sa Iddio se ho tentato di levargli Gemma dalla mente, ma non c’è stato verso. Lei stessa non gliel’ha permesso. La caparbietà di vostra sorella è pari a quella di Federigo, e la motivazione è la medesima: un amore che non teme ostacoli. Se le volete bene come credo, fate qualcosa!

— Ho fatto il possibile, ma la decisione spetta a mio padre, e quale che sia intendo rispettarla.

L’altro gli lanciò uno sguardo di fuoco. — Quand’è così, vi avverto: aspettatevi di tutto.

Giovanni avrebbe risposto per le rime, se i rumori provenienti dal cortile non lo avessero allarmato. Zittì Emidio con la mano e andò a socchiudere la porta. Sbirciò fuori, poi si girò di scatto. — Mio padre è tornato, dannazione! La sua vettura è appena entrata nel cortile.

Gemma sbarrò gli occhi sull’uscio. — Se mi trova qui mi ammazza!

— Non ti troverà, sorella. Aspetta che fuori ci sia quiete, poi rientra nel palazzo passando dal cortile. Intanto scenderò con i nostri amici nel seminterrato.

— Nemmeno per sogno! — si ribellò il barone Malaspina. — Non continuerò a nascondermi, non subirò questo affronto un attimo di più. Emidio, portami dal conte.

Ma Giovanni gli si parò davanti. — Se lo prenderete alla sprovvista, mio padre diventerà una furia. Federigo, diamine, tornate in voi.

— Vi darò il tempo di prepararlo — replicò lui a denti stretti. — Dieci minuti basteranno, dopodiché mi farò annunciare. E ci provi, il conte, a mettere alla porta un Malaspina!

Il conte Tommaso di Monfalco sedeva torvo dietro lo scrittoio con la moglie in piedi al fianco. Aveva deciso di ricevere l'ospite nel proprio studio, non nel salone. Quella non era una visita di cortesia.

Il barone doveva pensarla allo stesso modo, a giudicare dall’espressione e dal tono della voce.

— Signor conte — esordì con freddezza avanzando nella stanza. — Signora contessa. Grazie a entrambi per ricevermi.

Donna Ilaria non si stupì nel vedere Gemma entrare dietro Federigo e prenderlo poi teneramente sottobraccio.

Il conte invece artigliò i braccioli della sedia: non era preparato a vederli insieme, e in quel modo poi... così spavaldi!

La voce gli uscì roca. — Gemma, lasciaci soli.

— Se me lo concedeste, padre mio, preferirei restare.

Ilaria guardò in tralice il consorte. Fu sufficiente.

Lui seguitò reprimendosi a fatica. — Vi ascolto, barone Malaspina.

— Vengo a chiedervi la mano di vostra figlia. So che le circostanze non mi sono favorevoli, ma vi assicuro che i miei sentimenti sono solidi e sinceri. Il mio più grande desiderio è avere cura di Gemma come il migliore dei mariti.

— E il mio è quello di servirlo come la migliore delle mogli.

— Taci, figlia. Non sei stata interpellata.

— Con tutto il rispetto che vi porto, padre, è giusto dirvi che non potrei essere devota a nessun uomo che non sia il barone Malaspina.

Un sorriso appena percettibile distese l’espressione di Federigo. — Perdonate la nostra foga, signore; essa è dettata dal timore che possiate dubitare dei nostri intenti.

— Ed è col sotterfugio che coltivate i vostri intenti? — tuonò il conte. — Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se non fossi rincasato prima del previsto.

— Ricorrere al sotterfugio è stato disdicevole, ne convengo, ma non saremmo arrivati a tanto se non fosse stato necessario. In ogni caso, però, sarei venuto da voi a breve. So dell’accordo con il marchese Rigamonti e immagino quanto debba essere sgradevole per voi dover...

Tommaso lo interruppe alzandosi. — Non esiste più alcun accordo con il marchese Rigamonti — annunciò in tono brusco.

Brusco, ma incrinato dalla commozione.

Ilaria conosceva ogni sfumatura della possente voce del consorte, come pure la grandezza del suo cuore. Per fargli prendere fiato, proseguì in sua vece.

— Gemma, tuo padre stamane non è stato al vigneto: è andato a informare la marchesa Rigamonti e suo figlio che il matrimonio non avrà luogo.

— Padre mio, ma allora avevate già deciso! — esclamò la ragazza sbigottita. — Avete ascoltato le mie preghiere!

Lui si schiarì la voce più volte. — Dopo aver parlato a lungo con tua madre, ho deciso di non importi un increscioso matrimonio. Quanto al resto... — e lì si fermò, con un sospiro.

— Terrete in considerazione la mia richiesta? — lo incalzò Federigo.

Tommaso di Monfalco prese un fazzoletto dal taschino e si tamponò la fronte madida. — A tempo debito, barone. A tempo debito.

Poi si ritrovò le braccia di Gemma al collo, la sua risata nelle orecchie, le sue lacrime di gioia sulle guance irsute.

— Oh, padre, vi ringrazio!

Federigo avanzò fino allo scrittoio facendosi guidare dalla voce dell’amata.

— Mi concedete un immenso onore, signor conte, lasciandomi ben sperare. Se mai diventassi padre di una figlia, spererei di renderla felice come oggi avete fatto voi con Gemma.

Tommaso gli strinse la mano con vigore, e quella stretta disse a Federigo che non avrebbe aspettato a lungo per coronare il suo più grande sogno.

— Non mi par vero! — Gemma era al culmine della felicità. — Devo dirlo a Filippa! Anche Giandonati deve sapere subito... e la baronessa!

Ilaria aveva gli occhi lucidi nell’aprire un cassetto dello scrittoio per estrarne il velo di pizzo appartenuto ad Adelaide di Monfalco.

— A proposito della baronessa Malaspina — disse alla figlia svolgendo il velo, — quando andrai a conoscerla, indossa questo. Sono sicura che le farà piacere.

Gemma prese dalle mani della madre il leggero tessuto ricamato e d’impulso ci si avvolse. In quel momento, il suo sorriso era quello di Adelaide.

Non poté chiamarsi che Adelaide la primogenita di Gemma e Federico, venuta alla luce due anni dopo quella estate memorabile per coronare un grande sogno, accolta in letizia da due famiglie riunite nel suo nome.

 

 

 





 

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