Per un attimo i capelli le svolazzarono mossi dal vento, il tempo che bastò al vampiro per trasportarla al piano superiore. Quando Michelle riaprì gli occhi, vide un gatto nero, appallottolato sulla coperta porpora ai piedi di un grosso letto a baldacchino. Non v’erano drappi o fronzoli, solo quattro colonne in pietra che si ergevano agli angoli. Con inquietudine sempre maggiore si rese conto di trovarsi nella camera di Friedrich.
Al loro avvicinarsi il piccolo felino drizzò il pelo, saltò giù dal letto e corse via con un verso di stizza.
Sentiva che il vampiro era pericoloso, un predatore.
«Il vostro gatto ha più buon senso di me» osservò mentre la deponeva sulle lenzuola.
«Su questo mi trovate pienamente d’accordo.» Friedrich si sbottonò la camicia valutando se dovesse o meno usare i legacci che pendevano dalle colonne. Il modo in cui lei osservò il suo busto denudato lo portò a scartare quell’opzione; per quella testolina stavano passando molte idee e la fuga non sembrava essere tra queste. Buon per lei.
Michelle non capì come accadde, ma in un istante si ritrovò sotto di lui, le braccia costrette in alto, sopra la testa.
«Calmatevi ragazza, o il vostro cuore finirà col cedere con troppo anticipo.»
Era tutta un fermento, con il sangue che batteva sulle tempie e tra i seni; fra le gambe poi doveva essere un fuoco.
Solitamente le femmine erano ammaliate da lui, facili da sedurre, ma quando si rendevano conto del reale pericolo, la paura le bloccava prendendo il sopravvento sull’eccitazione. Tendevano a considerarlo un mostro, cosa di cui peraltro non poteva dar loro torto. Questa ragazza invece, tanto inesperta quanto indifesa, pur temendolo non aveva smesso di bramarlo e per questo lui desiderava possederla ancor più follemente.
Le sue pupille si dilatarono fino a coprire l’iride quasi interamente mentre dava libero sfogo alla sua vera natura. Nel guardarlo Michelle ebbe l’impressione di sporgersi verso un baratro. «Oh Signore…»
«Potete invocarlo quanto vi pare mademoiselle, ma è giusto sappiate che si tiene ben alla larga da questa casa.» Le accarezzò la carotide con il dorso della mano, unghie lunghe, nere e affilate che un momento prima non c’erano le graffiarono la gola.
Essere consapevole delle mutazioni che poteva compiere non era nemmeno lontanamente paragonabile all’assistervi di persona, stando a guardare inermi, mentre gli artigli s’infilavano sotto l’abito e scendevano tagliando la stoffa come rasoi.
Michelle trattenne l’addome più che poteva mentre quelle armi paurose si avvicinavano al sesso stracciando via tutto con consumata abilità.
«Siete adorabile, così pronta.» Le lambì la forma rotonda di un seno, il delicato tocco dei suoi polpastrelli fu seguito da un acuto incidere alla base che la fece mugolare. Friedrich si portò l’artiglio alla bocca, facendolo scorrere sulla lingua con un ghigno perverso, «…E siete così dolce.»
Diamine, stava davvero per mangiarla.
Le spalancò le braccia perforandole i polsi e compiacendosi del verso di lamento che le sgorgò dalla gola.
«Avete detto che potevate renderlo piacevole» lo pregò lei.
«Oh sì, potrei. Ma non lo sapevate, mia puerile ricercatrice? Per ottenere il piacere più intenso occorre una certa dose di afflizione, tutte le cose migliori lo richiedono.»
Affondò di più gli artigli, Michelle gridò per quello e perché il suo pene, avvantaggiato dai suoi umori, si stava aprendo un varco in lei con tenacia. Era grande, invasivo.
L’urlo le morì in gola lasciandola con la bocca spalancata, gli occhi fissi nelle iridi del vampiro, pozze scure, maledette.
«Crocifissa e trafitta da una lancia» sogghignò lui mostrando i canini aguzzi, «voi mi ispirate blasfemia.»
Michelle tentò invano di muovere le braccia. «Voi siete già per vostro conto pura blasfemia» ansimò, lasciando cadere il viso di lato.
«Oh sì, lo sono per certo.»
Aveva detto giusto: “crocifissa”. Non poteva far altro che subire gli affondi con i quali la riempiva cercando di resistere al supplizio degli artigli spietati che le bucavano i polsi. Il vampiro prese a muoversi con maggior intensità senza tradire alcuno sforzo. Si spingeva avanti, e quando lei pensava fosse tutto, ecco che gliene dava ancora danzando dentro di lei in modi umanamente impossibili. Michelle si sentì abbordare da un tumulto di emozioni come un vascello sotto l’attacco dei pirati; il suo corpo gettò bandiera bianca lasciandosi sopraffare.
Una scossa di ineguagliabile piacere nacque dal punto in cui erano uniti e dilagò come un fenomeno di autocombustione verso la testa e le membra, giunse immediatamente ai polsi, dove il dolore sortì l’effetto di un alito di ossigeno sul fuoco acceso. Non c’era altro che potesse competere e non c’era sensazione più bella con la quale voleva abbandonare questa vita. «Uccidetemi ora! Mordetemi vi scongiuro!»
Che musica incomparabile per le sue orecchie.
Insediato saldamente nel suo ventre, Friedrich espose le zanne e si avventò sul suo collo come una belva famelica. Il piacere fu immediato e supremo, fin dalla prima stilla.
La sentì mugolare e scalpitare come una bestiola, finché ella si rese conto che non sarebbe stata una cosa breve e chetò le membra mentre il cuore continuava a martellare, siglando il ritmo melodioso che Friedrich preferiva di più in assoluto. Il meglio venne con la reazione che la ragazza ebbe al protrarsi del suo morso: una suzione profonda corrispondeva a una piacevole contrazione dei suoi tessuti, in particolare delle sue parti intime. Con lo scorrere di nuova linfa nel suo vecchio corpo di vampiro, Friedrich sentì il pene indurirsi ancora di più e si coordinò. Affondo, sangue, contrazione e assoluta delizia; questa era la sequenza giusta che si interruppe quando la ragazza venne travolta da spasmi ripetuti, in preda a un profondo piacere. Una giovane morente che viveva a pieno ogni attimo restante: un’eterna primavera, fino all’ultimo.
Le tenne la testa per evitare che agitandosi troppo finisse per squarciarle la trachea mentre si staccava lentamente dalla base del suo collo.
I loro sguardi si allacciarono silenziosi per un lungo momento.
Michelle sollevò una mano tremante, rivoli rossi le scesero verso il gomito. Gli scostò dal volto i capelli che erano fuoriusciti dalla treccia e gli ripulì con il pollice la macchia scarlatta a lato della bocca. Pensò che nel suo essere terrificante era bellissimo. Quel pensiero si offuscò insieme ad altri meno coerenti; si sentiva debole, dolorante e stranamente provava un senso di benessere come non le capitava da molto tempo.
Nel socchiudere gli occhi vide Friedrich portarsi un artiglio alla bocca, avvolgendolo con la lingua come un bambino che ha infilato il dito nel barattolo di crema al cioccolato. Poi si protese pesando su di lei e la baciò.
Non era cioccolato, ma c’erano sapori peggiori di quello. Michelle si scoprì a volerne ancora e si strinse a lui, lo avvolse con le gambe anche se le costò una grande fatica.
Friedrich si mise in ginocchio tenendosela in grembo con la testa a ciondoloni. «State resistendo oltre ogni aspettativa.»
«Non ho più forze…»
«Oui, è perfettamente normale. Lasciate fare a me ora.»
«Sono vostra, fate tutto ciò che volete, ma fate in modo che non mi svegli.» Michelle si abbandonò completamente schiacciando il seno contro il suo petto.
«Non pensate più. Soffrite e godete: non deve esistere altro per voi.»
La stese a pancia sotto e l’azzannò da dietro scivolandole tra le gambe. Lei stringeva debolmente le lenzuola mettendo in risalto le cicatrici che si era procurata in piena autonomia nei numerosi tentativi di smascherarlo. Gemeva liberamente e guaiva, piegava la schiena e muoveva il suo bel sedere.
Ma Friedrich le stava succhiando una gran quantità di sangue e per quanta vita potesse avere in sé, lei si faceva sempre più fragile.
«La musica…», bisbigliò a un certo punto con uno spiffero di voce, quasi un rantolo. «L’ho capito quando vi ho sentito suonare… quello che eravate.»
«Pazza!» Friedrich grugnì stringendola fin quasi a romperla. «Pazza che siete!»
Scavò a fondo con il suo membro come se volesse giungere in parti di lei che non avevano nulla a che fare con il sesso, e cedette al culmine del piacere seminandole il suo nettare sterile nel ventre. Pensò che quella femmina non avrebbe mai più ricevuto il seme di un altro uomo e la sentì sua, profondamente.
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