Scritto il 30/06/2026
da ANNA CHILLON


Michelle avvertì qualcosa. Era solletico.

Aprì gli occhi e vide il gatto nero leccarle il sangue rappreso sulla mano che le ricadeva dal materasso. Lo accarezzò guardando la luce dell’alba filtrare da qualche spiraglio tra i tendoni scuri. Poi ricordò ogni cosa e si drizzò a sedere con un grosso capogiro.

«Sono morta?»

Non le sembrava di essere morta.

Il tizio sdraiato accanto a lei invece pareva esserlo: assolutamente immobile, nudo, bianco come una statua di gesso, ogni sua parte compatta e strabiliante, in particolare i glutei sui quali il lembo di lenzuolo non faceva che sottolinearne la forma. Un magnifico esemplare di vampiro.

Sentì un fremito che le incaponì la pelle al ricordo dell’intimità che avevano condiviso mentre quel fusto la possedeva e la mordeva. Eppure le sembrava di essere tutta intatta; si osservò sporca di sangue, tastò i punti che avrebbero dovuto farle un male cane, ma non avvertì nulla, la ferita al braccio si era completamente cicatrizzata. Colta da un terribile sospetto studiò i polsi perforati dalle zanne, leccò via il sangue con foga e trovò la pelle perfetta.

Impossibile, a meno che…

«Santa madre!» saltò giù dal letto, barcollò e quasi cadde. «Sono un vampiro.»

Si mise addosso la camicia che trovò in terra e prese a camminare nervosa cercando di raccapezzarsi, le gambe erano così deboli che rischiava di capitombolare da un momento all’altro.

I luccichii che vide davanti agli occhi a causa di un improvviso calo di pressione la indussero a fermarsi davanti al comò, a quel punto le venne istintivo prendere il grosso vaso Ming che c’era lì sopra, girarsi e compiere un bel lancio diretto alla testa del vampiro.

Friedrich, immobile fino a un istante prima, scattò catturandolo al volo e, ancor prima che lei potesse ravvisarne il movimento, si drizzò in piedi sul letto. Si ergeva fiero, disinteressato del fatto di essere vistosamente nudo. «È un pezzo da collezione» l’ammonì.

«Che cosa mi avete fatto? Dovevate uccidermi o sbaglio?» Furibonda, Michelle prese un altro grosso vaso. «Sembrerebbe un compito facile per un vampiro. Cos’è che non vi è chiaro della parola uccidere?»

Lo scagliò.

Friedrich lo catturò con la mano libera intercettando la sua traiettoria nello scendere dal letto. «Non mi sfidate o imparerete a vostre spese quanto mi è chiara.»

«E allora? Credevo che fosse proprio questo il patto, non volevo risvegliarmi trasformata in un’aberrazione quale voi siete!»

«Il patto era che vi avrei dato quello che desideravate.» Tediato da quella sua fissazione, depose i vasi al loro posto. «E non ho mai visto nessuno desiderare di vivere quanto voi. Il resto sono menzogne che avete raccontato a me e a voi stessa perché non sopportavate l’idea di restare delusa: concedervi una speranza vi spaventava troppo. Personalmente trovo stimolante il vostro attaccamento alla vita e notevoli le vostre capacità di ricerca, per questo vi ho dato il mio sangue.»

Michelle si resse al mobile lì accanto cercando di rammentare. «Quando l’avete fatto? E come?»

Pericolosamente vicino, Friedrich si fece spuntare un artiglio affilato dall’indice, se lo passò sulla lingua catturandola con uno sguardo lascivo. Le prese morbidamente il capo e la baciò lambendole l’interno della bocca mentre il sangue fluiva dal taglio.

Era il sangue del vampiro quello che Michelle aveva assaporato la notte prima tramite i suoi laidi baci, non il proprio. Ne riconobbe l’essenza e si trovò ad avventurarsi oltre le sue zanne per averne di più, ma lui la privò delle sue labbra staccandosi con decisione.

«Non siete un vampiro perché non siete morta. Grazie a ciò che vi ho dato vi trovate in via di guarigione, anche se per il processo completo occorrerà qualche giorno.» Se non si fosse allontanato subito da lei, non le avrebbe concesso neppure il tempo di capacitarsi delle sue parole, passando subito a istruirla in merito a quante pratiche oscene potevano compiere un maschio di vampiro e una femmina umana. E secondo la sua esperienza erano davvero tante.

Il concetto di guarigione era talmente remoto per Michelle che ci mise un po’ a capirne il significato. Giunse le mani apparendo piccola e persa dentro la grande camicia bianca. «Vuol dire che quando me ne andrò da qui sarò completamente guarita?» La voce tentennò, quasi temesse di chiedere troppo.

Lui la guardò come si sarebbe potuto fare con un cucciolo appena acquistato cui si deve ancora insegnare a orinare nella cassetta. «Significa soprattutto che non ve ne andrete di qui. Vi rammento che la seconda parte del patto comportava che vi donaste a me senza ritegno.»

«Ma è quello che ho fatto» sbatté le ciglia perplessa, dura a capire.

Oh, se desiderava dargliene un’immediata e inequivocabile dimostrazione. Ma si trattenne; aveva atteso per più vite di trovare il soggetto adatto, poteva anche concederle un poco di tempo per comprendere e adeguarsi all’idea. Le diede le spalle mentre toglieva la vestaglia dall’appendiabiti e se la infilava. «Il mio sangue vi ha legata a me, significa che mi appartenete in tutto e per tutto.»

Pur conoscendo il valore di quella rossa linfa che scorreva nelle vene, Michelle non immaginava che potesse compiere un tale miracolo. Per i vampiri il sangue era molto più che cibo: costituiva il vincolo indissolubile attraverso il quale si stringevano accordi e unioni, poteva scatenare faide fratricide o siglare la pace tra nemici mortali. Nel loro sangue vi era un potere reale e lui se ne stava servendo con prepotenza, espropriandola del suo corpo come se ne avesse tutti i diritti, senza nemmeno degnarsi di guardarla in faccia. L’ostilità riemerse insieme all’impeto di scagliargli addosso il mondo intero. Allungò una mano davanti a sé afferrando la prima cosa che le venne a tiro. «Vi sbagliate, non sono proprietà di nessuno e non mi potete imporre nulla. Sono un essere libero.»

«Non più. Oramai esistete soltanto per soddisfare i miei capricci.» Friedrich annodò il cordone in vita e si soffermò drizzando il capo come se avesse occhi sulla nuca. «…E posate quel vaso. Non abbiate fretta di farmi arrabbiare: avrete tutto il tempo per scoprire quanto posso essere severo nei tempi a venire.»

Michelle tentennò stringendo il prezioso oggetto tra le mani, finché lui non si girò e vi sovrappose le proprie. La strattonò portandola dalla sua parte con una forza alla quale dovette darsi per vinta. Cedette, restando coi palmi vuoti e le spalle curve, nulla da stringere se non le proprie braccia.

«Brava. Vedo che cominciate a capire.» Friedrich riposizionò il vaso per l’ultima volta. «Vi ho dato una vita e ora voi siete di mia proprietà, non c’è nulla di più semplice.»

Le scostò il colletto della camicia per verificare lo stato della pelle dopo il suo morso. Indugiò con lo sguardo sulle lentiggini a malapena distinguibili quel mattino, sperando che non svanissero insieme con la sua guarigione.

Se non avesse saputo quanto fosse insensibile, Michelle avrebbe detto che c’era dell’affetto in quell’espressione del volto, ma non poteva essere vero, vista la sua arroganza.

Si liberò quindi delle sue dita girando il capo sprezzante. Lui non infierì più, se ne andò in bagno lasciando la porta scostata, oltre la quale si avvertì lo scrosciare del getto d’acqua.

Era un invito? Possibile che avesse una tale faccia tosta?

Michelle si vide riflessa nella specchiera del comò: sporca, con i capelli arruffati. Notò le occhiaie perlacee, ma il suo pallore era diverso, soprattutto il suo sguardo lo era. Era provata, ma sana; poteva di nuovo fare progetti, ballare e cantare, andare ai concerti, studiare, litigare, vivere e… amare.

Doveva correre da Matthew per avvertirlo; suo fratello sarebbe stato al settimo cielo, avrebbero festeggiato insieme e poi lei avrebbe rivoluzionato la propria vita facendo un sacco di piani per il futuro.

Futuro… che bella parola. Dopotutto Friedrich le aveva ridato un futuro e di questo sì, gli sarebbe stata per sempre grata, ma ora voleva soltanto riappropriarsi del suo tempo. Presto, subito.

Non era rimasto molto del suo abito perciò indossò i pantaloni di Friedrich e li legò in cintura usando giusto un brandello di stoffa infilato nei passanti.

Così conciata sembrava più un pagliaccio che una ragazza, poteva anche darsi che qualcuno avrebbe avuto compassione e l’avrebbe accompagnata in città. Raccolse i sandali e diede un’ultima occhiata alla porta socchiusa del bagno, sospirò in quella direzione mimando un “grazie” in cui mise tutto il cuore.

Staccarsi da lì fu più difficile di quanto avesse immaginato, ma si trovò comunque a correre in fretta giù per le scale semibuie. Attraversò il grande salone dove la sera prima aveva ceduto alle avances di Friedrich e si precipitò verso la porta d’ingresso, la spalancò facendo entrare un’onda di caldi raggi solari… ma rimase bloccata.

La sua gamba cercava di avanzare, ma qualcosa la tratteneva come se subisse l’effetto di una forza magnetica. Le mani si protesero in avanti agitandosi per afferrare l’aria, eppure il suo busto non riusciva a superare la soglia. Provò in tutti i modi: si abbassò cercando di strisciare, saltò, tirò calci, tutto inutilmente. Individuò la sedia impagliata sotto il portaabiti e la buttò nell’aria, l’oggetto non trovò alcun impedimento e volò oltre, dove non poteva raggiungerla. Ma lei nulla.

Con un ultimo disperato tentativo accompagnato da un grido fervente, prese la rincorsa gettandosi verso quel mondo là fuori che l’aspettava. Annaspò un istante saltando verso la luce, poi con un effetto elastico venne rispedita al mittente e si ritrovò catapultata indietro, lunga distesa sul pavimento.

Sbatté le palpebre cercando di mettere a fuoco il soffitto. Affacciato alla grande balaustra del piano di sopra, c’era lui.

Aveva assistito alla scenetta e ora la guardava svagato, le labbra tirate da un mezzo sorriso. «Temo che nelle vostre ricerche vi sia sfuggito qualcosa in merito alle prerogative del sangue di vampiro, mademoiselle

Le fu immediatamente chiaro che il sangue non le avrebbe mai permesso di allontanarsi da lui contro il suo volere. Era in trappola.

«Non potete tenermi prigioniera: giuro che troverò il modo di andarmene.» Michelle si tastò la fronte constatando che la testa non era rotta in due come le sembrava.

Lo vide scendere i gradini sfiorandoli a malapena con le piante dei piedi, quasi vi aleggiasse sopra. «Non siate sciocca. Alzatevi e venite via, tornate a letto: è lì che vi voglio.» Fece per avvicinarsi da un lato, ma indietreggiò, ritentò ed emise un sibilo animale, simile a quello di una bestia affamata che tenta di mordere un boccone rovente.

Michelle si coprì gli occhi dai raggi solari e torse il capo verificando di trovarsi stesa nel rettangolo luminoso proiettato dal portone d’ingresso. Sorrise, forte di quell’arma così propizia e potente con cui tenergli testa.

«Credo proprio che me ne starò sdraiata qui a prendere la tintarella.» Si mise tranquilla, una mano sull’altra sullo stomaco. «Perché non venite voi da me, se ci tenete tanto?»

Non sapeva come, ma poteva avvertirlo. Sentiva il suo volere strisciarle addosso, il suo sangue combattere la battaglia contro la leucemia e vincerla per lei mentre il suo cuore batteva per quello di lui, fermo da lunghissimo tempo. Più di tutto sentiva emergere osceni istinti primordiali…

«Ebbene, restate pure nella vostra bara di luce se tanto vi aggrada.» Incredibile a dirsi, ma questa volta Friedrich non poté far altro che assecondarla. La sua nuova protetta era dotata di una fonte perpetua di ostinazioni che si sarebbe divertito a sopprimere, una ad una.

Con tutta la pazienza di un vampiro centenario sedette allo sgabello difronte al pianoforte, alzò il coperchio e posizionò le dita. «A ogni modo, nel caso ve ne foste dimenticata: il sole ha il brutto vizio di tramontare ed è allora, si sa, che vengono fuori i mostri cattivi.»

La sua risata tempestosa si perse tra le note di un allegro. Intanto Michelle, riscaldata dal sole e piena di nuova vita, si abbandonava a quella melodia recuperando le energie per affrontare le tenebre che sarebbero presto giunte, in tutte le loro forme.

 





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