Il mefitico odore annunciò la presenza di Tutankhamon dietro di me.
Tuty, per i più intimi, era un collega della progettazione del terzo piano che, quando apriva la bocca, era come se si scoperchiasse un sarcofago egizio dopo millenni. Quando iniziai a lavorare era già lì, come il suo soprannome. In verità il suo vero nome non lo conoscevo nemmeno, mi limitavo a chiamarlo “collega” e lui faceva altrettanto pensando che fosse una sorta di gioco che riservavo solo a lui. Tirai un grosso respiro cercando di incamerare più aria possibile. Mi girai verso di lui e con un gesto della testa gli chiesi cosa volesse. Si avvicinò al mio viso, mi allontanai di qualche centimetro facendo finta di prendere una pratica. Con la coda dell'occhio vidi Lippa nascondersi sotto la scrivania ridendo.
Che bastarda!
Nel momento in cui la mia vista si stava annebbiando per la mancanza di ossigeno al cervello, mi disse che aveva bisogno di alcune ricerche che avevo fatto qualche giorno prima. Mi alzai e sentii una vertigine alla testa. Inspirai aria pulita e il mio organo pensante mi ringraziò.
Gli lanciai il fascicolo sulla scrivania e, per mia fortuna, si allontanò portandosi dietro la sua arma di distruzione di massa.
Carlo si alzò e andò ad aprire la finestra ridendo.
«Siete dei bastardi!» dissi tagliente come un rasoio.
Mi sentivo come nella sala d'aspetto del medico di base. Quel giorno tutti passavano dalla mia scrivania per chiedere o lasciarmi qualcosa. Tra i tanti, passò anche Caterina alias brodo vegetale.
Lei era una ragazza, oddio ragazza era una parola grossa, diciamo più appartenente al genere femminile, tra i quarantacinque e i cinquant'anni, occhialuta, capelli incolore e informi, pelle unta e occhi da pazza. Fin qui tutto nella normalità, ma quello che la contraddistingueva era la scia che lasciava dietro di sé.
Eravamo nel ventunesimo secolo, tutti avevamo abbracciato la logica del rispetto del proprio corpo prendendocene cura, facendo lunghissime docce poco ecologiche e utilizzando deodoranti che bucavano l'ozono, ma almeno le narici di chi ci stava intorno non venivano incenerite dall'odore di dado e cipolle rancide che le sue ascelle riuscivano a produrre. E purtroppo, lei era una di quelle poche persone al mondo a credere ancora che il non utilizzo dei deodoranti avrebbe salvato il mondo. Di sicuro salvava un suo eventuale spasimante, ma non salvava noi e i nostri poveri olfatti.
«Victoria!»
Mai fui più contenta di sentire il mio nome uscire dalla bocca di Winny come in quel momento. Abbandonai “brodo vegetale” e mi fiondai da lui.
«Eccomi!»
Aveva la finestra aperta e si sventolava con un foglio. «Vedi i cammelli che passeggiano nel mio ufficio?»
Santo cielo! Winny soffriva di gravi disturbi psichici e aveva le allucinazioni.
«Chiama quelli della manutenzione e fai sistemare il condizionatore, io voglio i pinguini qui dentro.»
«Certo... pinguini», ripetei con un sorriso beffardo in volto uscendo dalla stanza.
Dire che nel mio ufficio c'era fame di uomini era riduttivo, soprattutto quando fece il suo ingresso un ragazzo di circa venticinque anni con addosso una tuta da lavoro azzurra, alto quanto basta, moro, occhi neri che ti penetravano l'anima e per finire, un fisico muscoloso che poteva ridestare le mummie.
Tutte, me compresa, rimanemmo a bocca aperta davanti a quella visione, per non parlare degli organi incasinanti al centro del corpo di noi donne che si misero sull'attenti.
«Salve, sono qui per il condizionatore», disse il belloccio guardandosi intorno.
Mi alzai ancora inebetita per fargli strada sotto gli occhi increduli delle colleghe che lo seguirono con la mascella a terra, mano che sosteneva la guancia e sospirando con l'aria sognante.
Dopo aver ottenuto il permesso di entrare, spiegai al ragazzo che il capo voleva i pinguini al posto dei mammiferi del deserto.
Mi sorrise. «I soliti rompicoglioni con il potere», esclamò verso Winny.
Una goccia di sudore imperlò il mio viso, per fortuna non capiva un accidente d'italiano.
Winny pretese che rimanessi con lui nel caso in cui, il ragazzo, avesse avuto bisogno di qualcosa e, io, mi godetti la scena di quel fusto a mezze maniche che armeggiava con lo split.
Il ragazzo voleva chiacchierare. «È da molto che lavori qui?»
«Due anni.»
«Io sono Giorgio, tu?» Il sorriso che mi lanciò mi lasciò titubante.
«Victoria.»
«Spiega al tuo capo che la prossima volta deve invertire il pannello dalla modalità invernale a estiva e potrà avere pure gli orsi qui dentro.»
Sorrisi gettando un occhio a Winny che ci stava osservando.
«Ti va un aperitivo stasera?»
Ma sta dicendo a me?
Sorpresa, mi girai per capire se dietro ci fosse qualcuno.
«Sto dicendo a te.»
Il ragazzo era da infarto, ma era il classico dongiovanni e, io, non ero intenzionata a essere la sua nuova conquista, ma non volevo nemmeno precludermi nuove possibilità.
«Chissà, magari uno di questi giorni...»
Mi porse un biglietto con un sorriso ammaliatore. «Chiamami, questo è il mio numero.»
«Ragazzo, se hai finito noi avremmo da fare.»
Rimasi di stucco alle parole del capo, non tanto per quello che aveva detto, ma per come lo aveva detto, in un italiano da fare invidia anche a un membro dell'Accademia della Crusca.
Spalancai la bocca e lo guardai incredula.
Quella sì che era una cattiva notizia; e noi che facevamo simposi su di lui, soprattutto in sua presenza... Eravamo nella merda!
Rimasti da soli, non riuscii a resistere alla curiosità.
«Com'è che parli italiano così bene?»
«Compagno di università italiano.»
Nel giro di dieci minuti la notizia era trapelata in tutti e tre piani della sede. Non ero stronza fino al punto di tenere per me una bomba del genere.
Entrai nel suo ufficio con il caffè in mano. Rabbrividii dal freddo. Lui invece se ne stava tranquillo in quella ghiacciaia.
Come tutti avevo delle psicosi, vederlo con la cravatta allentata mi irritava parecchio. Sentivo l'impulso di afferrarla e stringerla, allineandola perfettamente con i bottoni della camicia.
«Victoria tutto ok?» Doveva essersi accorto della mia inquietudine.
«Scusami ma devo fare una cosa, alzati!»
Il mio tono autoritario lo aveva messo in allarme, mi guardava come se fossi impazzita. Mi avvicinai a lui e afferrai quel triangolo di seta che mi stava facendo perdere la ragione, provai a sistemarlo, ma era da rifare. Il suo profumo mi arrivò alle narici, era fresco come il sole in primavera, ma impetuoso come un mare in tempesta. Inebriata sciolsi il nodo stando attenta a non toccarlo troppo, sistemai i lembi in modo che combaciassero, girai la stoffa una volta su sé stessa e la infilai all'interno. Tirai e sorrisi compiaciuta per il risultato.
«Grazie.» Notai un leggero imbarazzo nella voce. «Non ho mai avuto un nodo tanto perfetto, dove hai imparato?»
«Papà», risposi mentre mi allontanavo da lui e uscivo dalla stanza sotto il suo sguardo soddisfatto.
«Sappi che adesso mi annoderai la cravatta ogni giorno.»
Portai una mano di traverso sulla fronte e gli feci il saluto militare. Che avevo fatto di male per meritare i suoi soprusi?
* * *
Anche quella giornata lavorativa era terminata. Stavo uscendo con Lippa e Laura dal palazzo della Bantor, chiacchierando di Winny e di quante ne sopportassi durante il giorno per colpa sua; davanti all'ingresso trovai ad attendermi Giorgio. I suoi pettorali erano stretti in una maglia nera che non lasciava molto spazio all'immaginazione. Le mie colleghe mi sgomitarono addosso.
«Ciao, ho pensato di precedere la tua telefonata.»
Mi bloccai corrucciando le sopracciglia. «Veramente non ti ho detto che avrei chiamato.»
«Lo so, per questo sono qui.» Il sorriso da cattivo ragazzo era affascinante, ma non ero il tipo da farsi abbindolare da due moine.
«Ti ringrazio, ma stasera sono sfinita, magari un'altra volta.»
Lessi la delusione nei suoi occhi. Dietro di me sentii qualcuno schiarirsi la voce.
«Buonasera Victoria, a domani.»
«Buonasera Christopher, a domani.»
«Ti è andata male ragazzo.» Da gran bastardo qual era, Winny lo sbeffeggiò davanti a tutti, provai tenerezza per Giorgio.
«Non è mai detta l'ultima parola, nonno.» Giorgio calcò l'ultima parola.
Winny si bloccò di colpo guardandolo con aria di sfida. Tra i due la tensione era palpabile, per un attimo credetti che il gran capo gli avrebbe mollato un pugno sul naso.
«Magari facciamo domani», dissi con stizza.
Winny si girò nella mia direzione, sorpreso. Ci sfidammo per qualche minuto sostenendo gli sguardi, poi si allontanò scuotendo la testa.
Il giorno successivo, mi ero proposta più volte di mandare un messaggio a Giorgio per annullare l'appuntamento, ma, invogliata dalle mie colleghe, rinunciai al mio intento.
Winny era stato intrattabile, nemmeno il caffè e il migliore dei miei sorrisi lo avevano rabbonito. Aveva preteso che rileggessi tutte le relazioni degli uffici di Milano e le catalogassi in ordine di argomento e data: una grande perdita di tempo.
Ero in archivio a sistemare i fascicoli. Chi diavolo aveva organizzato gli scaffali? Il fratello di Gulliver? Mi arrampicai su una scala a pioli per raggiungere il ripiano più alto, dove, ovviamente, si trovava l'anno che mi interessava. Pregai di non rompermi l'osso del collo. Infilai il faldone a fatica in uno spazio vuoto stando ben attenta a stare in equilibrio.
La porta si aprì di scatto. «Ti sei eclissata?»
Saltai in aria per lo spavento, ebbi il tempo di guardare gli occhi infuocati di Winny quando sentii la scala scivolare da sotto i miei piedi. Come il superstite di un naufragio, mi afferrai allo scaffale davanti a me. Decisione sbagliata. Sentii qualcosa cedere sotto il mio peso.
«Oh my God!» esclamò.
Due mani strinsero con forza le mie natiche, mi maledissi per avere indossato la gonna e soprattutto il perizoma.
«Lasciati, ti prendo io.»
Ebbi il tempo di sentire quell'ammasso di ferraglia scostarsi dal muro, le sue mani stringermi sempre più il sedere, tirarmi verso il basso e il viso infiammarsi. Ancorata come una cozza allo scoglio, tenevo ben salda la mia presa.
«Ma che fai? Mi stai palpando?»
«Ti sto aiutando, non palpando!» ribatté acido.
Cercai di divincolarmi, successe tutto in un secondo: lo scaffale s'inclinò verso di noi, un rombo assordante, una cascata di fogli, faldoni e polvere invase l'ambiente, precipitai per atterrare su qualcosa di duro e morbido allo stesso tempo, sommersa da una montagna di carta.
Lo scaffale terminò la sua corsa fermandosi sull'altro, a pochi centimetri dalla mia testa colpita varie volte dai classificatori. Qualcosa sotto di me si mosse. “Oddio!” Guardai in basso, lui era steso a terra, io seduta sul suo petto duro come il marmo con il sedere sulla sua faccia.
«Mi stai soffocando!»
Porca vacca!
«Cos'è successo qui?» Silvia e altri colleghi fecero capolino sulla porta. A fatica mi scostai dal suo petto spostando i faldoni.
Winny riemerse dalla montagna di carta, impolverato e pieno di graffi. Avrei voluto morire sotto il peso dello scaffale per la vergogna.
«Tutto ok?» Mi guardava spostando velocemente gli occhi sul mio corpo. La mia gonna aveva assunto le sembianze di una coulotte. Annuii leggermente con il volto bordeaux. Sentii fischiare. «La prossima volta prendetevi una camera d'albergo!» disse qualcuno suscitando l'ilarità generale.
La sua voce tuonò imperiosa in un ammasso di imprecazioni. La sua furia si scatenò su Silvia, responsabile, per lui, della sicurezza di quel posto. Tra un epiteto e un altro, allungò la mano nella mia direzione, l'afferrai e mi aiutò a rimettermi in piedi. Ero un groviglio di dolori e polvere ovunque.
Winny era furioso. «Se ti fossi fidata non avresti fatto questo casino!»
Risposi piccata. «Se non mi avessi spaventata sarei scesa con le mie gambe!»
Laura mi venne incontro. «Victoria, tutto ok?»
Mi aggrappai a lei mentre mi trascinava fuori, scavalcando mezzo archivio finito sul pavimento. Lui mi superò con la sua aria altezzosa, ordinò di sistemare e si chiuse nel suo ufficio. Ci vollero due persone e quattro giorni per riparare il guaio che avevamo combinato.
Stanca di sopportare la sua tirannia e le sue occhiatacce, alle sei me ne andai a casa a prepararmi per il mio appuntamento.
Giorgio mi attendeva davanti al ristorante che aveva scelto, con il suo sorriso da cattivo ragazzo e una rosa bianca in mano. Per essere un conquistatore ci sapeva fare.
Durante la cena mi parlò dei suoi hobby, della palestra, delle partite di calcetto e della sua moto. Io annuivo, pensando al mio divano e alle mie calde pantofole da sostituire ai tacchi che mi stavano logorando i piedi. Sapevo che non era stata una grande idea vederci, soprattutto dopo la giornata che avevo passato in ufficio, io e lui eravamo due pianeti che si trovavano in due punti diversi dell'universo.
Non presi nemmeno il dolce e fui risoluta nel voler dividere il conto. Con la scusa della stanchezza gli proposi di andare a dormire.
«Da me o da te?»
Cosa della mia frase “sono stanca” non hai capito?
«Scusami, ma sono davvero sfinita; vado a casa, da sola», specificai per fugare ogni dubbio.
«Ci vediamo domani?»
Ah! Beata gioventù. La perspicacia non era proprio il suo forte. «Ci sentiamo.» Di sicuro non volevo ripetere l'esperienza, sarà stato anche un ragazzo sexy, ma della sola bellezza non sapevo cosa farmene.
L'indomani, seduta alla mia scrivania, trovai Viviana; finalmente aveva finito di vagare per il mondo ed era tornata a Milano. Ci abbracciammo strette, poco dopo eravamo davanti al distributore con un caffè bollente in mano e milioni di cose da raccontarci.
«Ho saputo della tua disavventura di ieri», scoppiò a ridere senza ritegno, «se volevate fare sesso, potevate chiudervi nel suo ufficio.»
«Sei una scema!» Scoppiammo a ridere entrambe.
«Allora, aggiornami sui pettegolezzi.»
Per fortuna cambiò argomento.
«Solite cose, a parte Winny che è stato più intrattabile del solito.»
«Immagino cosa tu abbia dovuto sopportare, Jennifer è felice di averti mollato la patata bollente.» Jennifer era la sua assistente tuttofare ufficiale.
«Lo credo bene.»
«Dovremmo assoldare qualche escort che lo sfinisca, credo che ne abbia bisogno.» Ci guardammo maliziose e sogghignammo.
«Dimmi quant'è la mia parte che verso il doppio, a volte non lo sopporto, sembra instabile, ci sono momenti in cui gli sbatterei la faccia al muro.»
* * *
Stavo lavorando alla presentazione del mio nuovo progetto quando la sua voce tuonò imperiosa.
«Victoria!»
Dio, dammi la forza!
«Sono qui!» Comparii davanti a lui all'improvviso, trasalì non appena mi vide. «Non credevo di fare addirittura spavento.» Ridacchiai sotto i baffi.
Lui mi guardò stringendo gli occhi in due piccole fessure. «Vai da Stefano e fatti dare i nuovi numeri del trimestre.»
Non poteva chiedermelo per telefono? Il suo sadismo trovava soddisfazione a vedermi scattare come un grillo nella sua direzione.
«Eccoli!»
Oramai lo conoscevo come le mie tasche e anticipavo le sue richieste, rimasi impassibile alla sua faccia sorpresa. Prese i fogli e stavo per congedarmi da lui.
«Passata una bella serata?»
Che impertinente!
«Una come tante.»
Il sorriso furbetto sul volto non preannunciava niente di buono.
«Il ragazzo non è stato all'altezza delle tue aspettative?»
Dovevo essere un libro aperto per chiedermelo.
Sospirai. «Non è una questione di aspettative, ma più di alchimia.»
«Che vuoi dire? Spiegami.» Si portò una mano sul mento e il suo sguardo fisso su di me.
«Beh, è una cosa che avverti a pelle e tra noi, a pelle, non c'era niente.»
«Allora, perché ci sei uscita?»
Per toglierti quel sorriso da stronzo dalla faccia!
Alzai le spalle. «Noi donne siamo strane.»
«Puoi ben dirlo, non si capisce mai cosa vogliate. Se è bello lo volete divertente, se vi fa ridere lo volete tenebroso, se è moro lo desiderate biondo: sempre insoddisfatte.»
«Non siamo tutte così, io so cosa voglio.» Le parole uscirono senza che potessi fermarle. Maledetta boccaccia!
Lui si alzò dalla poltrona, fece il giro della scrivania venendosi a sedere sopra il ripiano a qualche centimetro da me. «Tu cosa vuoi?»
Arrossii e abbassai lo sguardo.
«Guardami e rispondi.» Il tono della voce era autoritario, come sempre, ma negli occhi c'era un fondo di dolcezza.
«Vorrei... vorrei un uomo che sia sempre presente nella mia vita, ma che non ostacoli le mie scelte, un uomo che mi svegli la mattina dicendomi che ha preparato la colazione, un uomo con cui guardare la TV e commentare le scemenze che vediamo, ma soprattutto che mi faccia ridere e abbia il senso dell'umorismo, che non si lamenti per le ore che sto chiusa in bagno o a fare shopping, in poche parole, che mi ami per come sono.»
«Senza pretese direi», sogghignò.
«Non so perché sto qui a raccontarti queste cose solo per darti il piacere di prendermi in giro.»
Gli voltai le spalle e afferrai la maniglia della porta.
«Scusami, non volevo essere sarcastico, ti auguro veramente di trovarlo.»
Era sicuramente sotto psicofarmaci. Oramai era conclamato, ma io ero più folle di lui che continuavo a dargli retta. Non era male l'idea di andare insieme a fare terapia, magari ci avrebbero fatto uno sconto.
Uscii dalla stanza.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione