Scritto il 01/07/2026
da TIZIANA IROSA


Quella mattina dovevo presentare ad Arturo e Silvia il mio nuovo progetto.

Preparai il materiale mentre Alberto collegava il mio portatile allo schermo della sala riunioni.

Ci avevo lavorato per tre mesi. La sfida che ci aveva lanciato la sede centrale era rendere il browser più attraente per i giovani, diventati sempre più esigenti.

Il problema era capire come.

La mia idea prevedeva una serie di vignette disegnate in stili diversi. A ognuna corrispondeva un tipo di grafica. Avevo fatto milioni di ricerche sui messaggi subliminali della pubblicità e avevo rispolverato i testi dell'università sulla comunicazione. Ogni utente, attraverso la scelta della vignetta, ci avrebbe fornito le informazioni necessarie per rinnovare il nostro server senza dover fare domande dirette. Avevo fatto altre ricerche: la maggior parte dei partecipanti ai sondaggi online rispondeva a caso alle domande finali dei test per terminare in fretta. Ci voleva qualcosa di divertente e che mantenesse l'attenzione. Da lì l'idea delle vignette: con pochi click, l'utente faceva la sua scelta in modo inconsapevole, ma soprattutto istintiva.

Silvia e Arturo, insieme al direttore della progettazione del software, erano già schierati, con i loro caffè fumanti poggiati sopra il tavolo in legno naturale.

Avevo appena iniziato a esporre la mia idea lanciando le prime slide, quando dei rumori fuori dalla porta attirarono la mia attenzione. Christopher entrò sedendosi in fondo. Con un gesto della mano mi fece segno di continuare. Parlai per quasi un'ora dei risultati dei miei studi e del mio progetto senza che nessuno m'interrompesse. I loro volti erano imperscrutabili.

L'ultima slide era ferma sullo schermo da parecchio tempo senza che nessuno osasse aprire bocca. Tutti attendevano un responso da Winny prima di esporsi.

La cosa non deponeva a mio favore.

Lui era immobile, le mani giunte davanti la bocca e lo sguardo fisso sullo schermo davanti a sé. Guardai Alberto che mi fece spallucce.

«Almeno ci abbiamo provato», sussurrò in modo da farlo sentire solo a me.

Stavamo raccogliendo il nostro materiale quando Winny aprì bocca. «Quanto tempo ci vuole per realizzarlo?»

Rispose Antonio, il direttore della progettazione. «Dipende da quanto tempo la sede centrale ci metta ad autorizzarlo.»

«Autorizzo io il progetto, non credo che ci sia qualcosa di altrettanto valido in ballo.»

Mi trattenni dal corrergli incontro e saltargli addosso. Io e Alberto battemmo un cinque.

«Bravi ragazzi, bel gioco di squadra.» La bocca di Winny si trasformò in un sorriso.

«Abbiamo fatto veramente un bel lavoro», pronunciò trionfante Arturo.

Che cosa? Lo guardai a bocca aperta senza riuscire a dire una parola. Quel viscido maiale mi voleva fregare. Gli sguardi dei presenti erano fissi su di me. Non riuscii ad aprire bocca per il nervoso.

«Scusa Arturo, tu cosa avresti fatto in tutto questo?» Il tono di Winny ghiacciò la stanza.

«Beh... ho dato qualche consiglio qua e là», balbettò.

«Mi sei sembrato sorpreso quanto noi da questo progetto, com'è possibile che tu abbia contribuito?»

A Winny nessuno poteva farla. Colto in flagrante il mio diretto superiore abbassò gli occhi evitando di rispondere.

«Ho sempre disprezzato chi si attribuisce meriti non suoi rubando le idee altrui; se dovesse succedere di nuovo non sarò magnanimo.» Le parole di Chris furono un avvertimento per tutti. Sapeva che anche i muri avevano orecchie.

«Alberto, Victoria, mandate tutto alla sede di Londra, domani manderò la mia autorizzazione a procedere.» Si alzò di scatto e uscì dalla stanza sbattendo la porta.

Ero seduta ma mi sembrava di galleggiare, ero felicissima per il risultato della riunione, non mi sarei mai aspettata un tale successo.

Il telefono sulla mia scrivania squillò. Era la prima volta in tutti quei mesi che Christopher chiamava al mio interno. Sicuramente voleva complimentarsi con me per l'ottimo lavoro. Scattai in piedi e con un sorriso smagliante aprii la porta. «Eccomi!»

«Chiudi la porta.» Il tono freddo mi fece venire un brivido lungo la schiena.

Obbedii. Incrociai i suoi occhi che sembrava emanassero fiamme. Ebbi appena il tempo di lasciarmi la porta chiusa alle spalle che la sua ira si abbatté su di me.

«Hai permesso che Arturo si attribuisse dei meriti non suoi», altro che complimenti, era il carnefice pronto a ghigliottinarmi, «non hai mosso un muscolo per difendere il tuo lavoro, come speri di arrivare in alto se non ti fai valere? Rimarrai sempre all'ombra di un parassita che si attribuirà i tuoi meriti se non impari a tenere la testa alta. Sarai una stella brillante eclissata da una più grande che si metterà davanti a te per rubarti la luce. Devi combattere per le tue idee, lottare con tutti i mezzi di cui disponi.» Le sue mani tremavano di rabbia, come la voce, non lo avevo mai visto così adirato, ma quello che mi lasciò più basita era l’oggetto della sua furia: io.

«Come credi che sia arrivato così in alto? Lavorando sodo e lottando con le unghie e con i denti per difendere le mie idee.» Strinse i pugni così forte che le nocche divennero bianche. «Nella tua strada incontrerai tanti Arturo sempre pronti ad attribuirsi meriti non loro, e tu, cosa farai? Io non sarò sempre lì a difenderti e ti assicuro che questa è stata l'unica volta.» Ingoiò a vuoto. «Se vuoi diventare qualcuno, rimboccati le maniche e combatti per te, per quello in cui credi e sei. Se non lo farai rimarrai per tutta la vita una mediocre, una che si fa calpestare rimanendo nel suo angolo per paura di contrastare gli altri.»

Le sue parole dure e taglienti, mi ferirono in profondità. Ero consapevole che aveva ragione da vendere, ma gli occhi non volevano saperne di smettere di bruciare, come il grosso rospo che tenevo bloccato in gola e che non accennava ad andare giù.

«Mi dispiace», riuscii a mormorare senza scoppiare e con lo sguardo fisso sul pavimento.

«Non è con me che ti devi scusare, ma con te stessa.» Di nuovo il tono tagliente. Gli attimi di silenzio che seguirono furono i più devastanti della mia vita.

«Se è tutto, tornerei alla mia scrivania.» I miei occhi incrociarono i suoi per un istante, erano furenti, ma c'era anche qualcos'altro che non riuscii a capire bene. Gli voltai le spalle e andai diretta in bagno dove potei sfogare, in solitudine, la mia frustrazione.

* * *

Stavo raggiungendo la macchina quando mi sentii chiamare, mi voltai e Winny era a qualche metro da me. Fece i pochi passi che ci separavano raggiungendomi.

Il tono e lo sguardo si erano addolciti rispetto a prima. «Non mi hai salutato prima di andare via.»

«Scusami... ero sovrappensiero.» Era la verità, nella testa le sue parole vorticavano come un uragano, mi rimproverai mille volte per non aver fatto quello che lui si aspettava e che soprattutto era meglio per me.

«Ti va di mangiare una cotoletta per festeggiare il tuo progetto?» Sapeva che non resistivo alla cotoletta alla milanese.

«Mi spiace, ma stasera non sono dell'umore adatto.»

Lessi la delusione nei suoi occhi, ma non era paragonabile a quella che provavo dentro di me.

«A domani.» Mi girai lasciandolo sul marciapiede.

«A domani.»

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione