La mattina era trascorsa frenetica come sempre. Winny era inarrestabile dietro il suo centro di comando; ero preda di un mal di testa micidiale, tutta colpa della sbronza della sera prima. Vivi e io avevamo portato fuori Alby per festeggiare il suo compleanno.
Mi maledissi per aver ceduto a tutti quei chupiti e shottini, così invitanti ma troppo alcoolici. Era conclamato: non avevo più l'età per quel tipo di vita.
Mi ero sentita più volte con Jennifer per concordare una serie di appuntamenti per i giorni seguenti. Con il cellulare attaccato all'orecchio entrai nella stanza di Winny per prendere l'agenda. Sedetti di fronte a lui e segnai i nuovi incontri che la collega mi dettava.
«Stamattina hai una voce strana. Stai bene?» Mi chiese Jennifer.
«Benissimo grazie, tu tutto bene?»
Attaccò con una serie infinita di discorsi sui figli, il marito e l'universo intero. Unica nota positiva nella sua vita, era l'assenza di Winny.
«Io non so cosa tu gli stia facendo, se gli dai dosi massicce di psicofarmaci o droghe, ma da quando è a Milano è diventato più affabile. Pensa che in quasi tre anni non lo avevo mai sentito ridere, ieri ho fatto una battuta e lui ha riso.»
Risposi a monosillabi, cercando di non fare sentire le parole della donna a Winny seduto di fronte a me e nella speranza che anche Jenny capisse che non ero da sola.
Finii di segnare l'ultimo appuntamento per l'indomani pomeriggio con un certo Killian O'Murphy, il nome mi diceva qualcosa, ma la mia memoria da criceto non riuscì a collegare le sinapsi con l'archivio centrale del cervello.
Dopo una dose di caffè da record e un paio di antidolorifici, il mio mal di testa regnava ancora sovrano.
Winny aveva parlato senza nemmeno guardarmi. «Se continui a bere caffè e non mettere niente nello stomaco, non riuscirai mai a stare meglio.»
Lo fissai per un attimo a bocca aperta. Come faceva a sapere che non stavo bene?
Ero sempre più convinta che dentro il cassetto della scrivania avesse una sfera di cristallo.
«Sto bene.» Sfoggiai un sorriso tirato posando l'agenda davanti a lui.
Si alzò dalla sedia e fece il giro della scrivania.
«Andiamo, ho una fame da lupi.»
Mi tirò su, mise una mano al centro delle mie scapole e mi spinse fuori dalla stanza.
«Aspetta devo prendere il cappotto e la borsa!» Afferrò il mio cappotto appeso in mezzo agli altri, spintonandomi verso l'uscita. «Fammi prendere almeno il telefono.»
«Non ne hai bisogno, siamo insieme.»
Il solito despota.
«Guarda che oltre a te ho una vita.»
Si fermò davanti l'ascensore guardandomi con quell'aria irriverente di chi tutto sa e tutto ottiene.
«Non quando siamo insieme.»
Rimasi a bocca aperta mentre mi afferrava per il braccio e mi tirava dentro l'ascensore.
«Sai che sei proprio un bel tipo?»
«Me lo dicono tutti.» La sua strizzata d'occhio e il tono di voce pungente mi fecero sorridere.
Tony ci vide da lontano facendoci accomodare nel nostro solito posto con vista in piazza San Babila. Era un tavolo appartato e tranquillo, più da fidanzati che da colleghi, ma entrambi lo preferivamo perché ci dava modo di parlare tra noi senza essere sovrastati dal brusio degli altri clienti.
«Allora, fiocco di neve, come stai oggi?» Tony era un ragazzo incline alle battute, ma soprattutto, gli piaceva chiamarmi con nomignoli sempre nuovi.
«Bene», sorrisi celando il mal di testa.
«Grande capo, cosa ti porto oggi?»
Dopo aver elencato i piatti del giorno e preso le ordinazioni, si allontanò lasciandoci soli.
Negli occhi dell'uomo seduto di fronte a me vidi accendersi una luce, la sua espressione era chiara: qualcosa lo aveva incuriosito.
«Cosa c'è?» Lo precedetti, sapevo che non avrebbe resistito molto prima di chiedermi cosa gli farfugliasse per la mente.
Aveva accigliato le sopracciglia. «Come riesci a farlo?»
«Che cosa?»
«Dire che stai bene quando è palese che non è così.»
Un grosso punto interrogativo si dipinse sul mio volto.
«Lo hai fatto anche al telefono con Jennifer, con me e adesso con Tony. E se devo essere sincero tu lo fai sempre, non ti ho mai sentito dire una volta: oggi è una giornata così così oppure mi sento una merda.» Virgolettò con gli indici.
Riflettei sulle sue parole stupendomi di quanto, in poco tempo, lui avesse imparato a conoscermi più di chiunque altro.
«È più facile», risposi con semplicità.
«Cosa è più facile?»
«Celare invece di rivelare.»
«Ok, hai tutta la mia attenzione.»
Perché mi ero infilata in quel ginepraio...
«A volte dietro l'apparenza di quel “bene” pronunciato con il sorriso, c'è un mondo che non vuole emergere. Un mare in tempesta, un uragano forza sette. Se rispondessi in un altro modo sarei anche costretta a dare spiegazioni, cosa di cui non ho voglia; non voglio che gli altri scoprano cosa c'è veramente dentro di me. Le debolezze, le inquietudini, le amarezze e le delusioni. Preferisco sorridere e apparire per come gli altri mi vogliono vedere, così da lasciare tutti fuori.»
Si passò una mano sul mento con quei cavolo di occhi seducenti fissi su di me. «È sicuramente più facile, ma dov'è la sincerità dell'amicizia in questo?»
«Oddio, non posso credere di stare affrontando questi argomenti con te.»
«A volte è più facile essere sinceri con i nemici che con gli amici. Su di loro non hai aspettative e non temi un giudizio negativo.»
Riflettei su quelle parole. Era strano, ma con lui stavo affrontando uno dei discorsi più sensati degli ultimi tempi.
«Forse hai ragione.»
«Certo che ho ragione, sono il tuo capo.»
Gonfiò le guance e fece gli occhi storti. Scoppiai a ridere come non mi succedeva da qualche settimana. Una risata che mi usciva direttamente dal diaframma, una risata che coinvolse anche lui.
Ritornò serio, o quasi. «Ok, proviamo di nuovo. Come stai signorina Morelli?»
Più ci riflettevo, più mi sentivo bene, il mal di testa era sparito ed ero piena di energia. Che lui fosse meglio del Ketoprofene?
«Bene davvero, era solo un mal di testa post sbronza.»
Mi guardò dubbioso. «Promettimi che mi dirai sempre la verità.»
«Chris non sei mio padre o il mio ragazzo.»
«Appunto, promettimelo.» I suoi occhi erano pieni di speranza.
«Se non lo faccio mi darai il tormento?»
«Ci puoi contare.» L'espressione determinata del volto mi fece capire che non scherzava.
Alzai gli occhi al cielo e sbuffai. «Ok, lo prometto.»
* * *
Tornati in ufficio mi tuffai a capofitto nel lavoro. Lui mi chiamò al suo cospetto.
Per la prima volta lo vidi agitarsi. «Perché non mi hai detto che domani ho un appuntamento con O'Murphy?»
«Scusami, ma di solito discutiamo di sera la tua agenda.»
«Domani sarà una giornata molto impegnativa ti voglio al massimo e impeccabile. Prenota un tavolo per quattro a cena in un posto carino e tranquillo.» L'agitazione passò da lui a me.
Quella sera chiamai Alberto.
Il suo tono era di accusa. «Come diavolo fai a non sapere chi sia Killian O'Murphy?» Bofonchiai due parole di scuse. «Era l'amministratore delegato prima di Carter, nonché attuale amministratore della McCallaghan Enterprise, proprietaria della quota di maggioranza della Bantor.»
Ero in preda al panico. Le mani iniziarono a sudare e sentii il cuore martellare in petto. Bloccai il telefono tra la spalla e l'orecchio e sollevai i capelli con una mano, con l'altra mano mi sventolai il viso. «Cielo!»
«Se è venuto a Milano ci sarà qualcosa che vorrà discutere con Carter.»
Da uno dei cassetti della mia labile memoria, venne fuori il ricordo di un pettegolezzo che circolava appena arrivata alla Bantor: il vecchio amministratore si era sposato con una ragazza italiana che aveva conosciuto a una festa aziendale.
* * *
L'indomani mattina ero già seduta alla mia scrivania quando Christopher varcò la soglia, mi alzai e gli andai dietro per sistemargli la cravatta come facevo ogni giorno da più di quattro mesi.
I suoi occhi mi passarono al radar diverse volte, un sorriso compiaciuto comparve sul suo volto.
«Mi hai preso in parola.»
Mi lisciai la gonna del tailleur nero che avevo scelto di indossare insieme a una camicia bianca.
«Ogni tanto ti do ascolto», ammiccai nella sua direzione e sedetti in attesa di ordini.
A pranzo mangiammo un panino al volo, chiusi nel suo ufficio a rivedere analisi e diagrammi. Mi fece ripassare gli studi previsionali e i rapporti dei vari uffici, rivedemmo alcuni contratti e fui grata a mio padre per avermi fatto passare le vacanze scolastiche nel suo studio a lavorare, insegnandomi tutto sul diritto societario e non solo.
Alle due spaccate io e Christopher eravamo davanti all'ascensore per accogliere l'Onnipotente. Così soprannominai il nostro super capo.
Quando uscì dall'ascensore, credetti di vedere una fotocopia ingrandita di Chris. O'Murphy era un uomo che incuteva timore. Con lo sguardo duro ci inquadrò dall’alto in basso.
Accanto a lui c'era una donna più bassa di oltre una spanna, i capelli color miele di castagno emanavano dei luminosi riflessi dorati, occhi di un blu cielo ipnotici. Nel suo volto c'era un sorriso che illuminava tutto intorno a lei. Sembravano il giorno e la notte.
Christopher prese l’iniziativa. «Killian, Allegra, è sempre un piacere vedervi.»
Winny strinse la mano dell'uomo con vigore, mentre lei lo baciò sulle guance tre volte.
«Lei è Victoria Morelli, Junior Marketing Manager e mia insostituibile assistente a Milano.»
Credevo di svenire, non avevo mai sentito Chris fare dei complimenti alla mia persona in presenza di estranei. I due focalizzarono la loro attenzione su di me: l'Onnipotente mi scannerizzò come se stesse prendendo informazioni preziose, lei, invece, mi riservò un sorriso solare.
«Signor O'Murphy, è un vero piacere.» Gli strinsi la mano con entusiasmo notando l'espressione compiaciuta, mi girai e mi rivolsi alla donna. «Signora, benvenuta!»
«Chiamami Allegra, signora lascialo a mia madre.»
Guardai imbarazzata Christopher in cerca di consenso. Lui annuì tranquillizzandomi.
Feci strada verso la sala riunioni sotto lo sguardo curioso dei colleghi.
«Vedo con piacere che le cose qui non sono cambiate.» La donna fece segno verso le teste che si erano voltate nella nostra direzione.
«Certe abitudini sono dure a morire, sono radicate nelle fondamenta di questo palazzo», risposi.
«Quando io e mio marito ci siamo fidanzati, qui si sono scatenati.»
Colsi subito la malizia nelle sue parole. Ci sorridemmo complici, mentre richiudevo la porta dietro di noi.
* * *
Rientrai nella stanza dopo cinque minuti con un vassoio in mano, poggiai le tazze sul tavolo davanti a loro e mi sedetti in disparte.
La donna si rivolse a me. «Tu non prendi il caffè?»
Sorrisi. «No grazie, sono a posto così.»
Allegra guardò Winny con un sorriso furbetto. «Chris, noto che l'hai istruita per bene.»
«Io sono così di mio, non ho bisogno di essere istruita, soprattutto da lui.» Le parole sfuggirono del tutto al mio controllo, Winny alzò gli occhi al cielo sbuffando, i due davanti a me sorrisero.
Winny scuoteva la testa rassegnato. «Confermo, lei è proprio così.»
Allegra annuì mormorando al marito. «Mi piace questa ragazza.»
L'Onnipotente O'Murphy continuava a scrutarmi con il suo sguardo gelido, ecco da chi aveva preso Winny. Quei due sembravano gemelli. Lo vidi aprire bocca per la prima volta da quando era arrivato.
«Scommetto che lei è torta di merda.» Le parole di O'Murphy mi lasciarono di stucco.
Chris sorrise e gli rispose. «Sì, è lei.»
Il mio viso prese fuoco. M'immaginai Winny insieme ai suoi amici che rideva di me alle mie spalle.
«Potresti portarla a Londra a cena da Francis, lui sarebbe felice di conoscerla. È rimasto impressionato dalla sua analisi dell'apparenza.»
Winny strinse gli occhi. «Allegra, so a che gioco stai giocando, lo sai che odio andare alle serate di gala da Francis, preferisco vederlo a cena da voi.»
La donna ammiccò verso di me. «La mia è solo una proposta, magari con la giusta compagnia ti divertiresti.»
Quei tre continuavano a parlare di me come se non fossi nella stanza. Forse era meglio ricordarlo. «Scusate vi faccio presente che io sono qui.»
Allegra sorrise e ammiccò nella mia direzione. «Lo sappiamo, Victoria è proprio questo il bello.»
Ma il bello di che?
Allegra finì il caffè e si alzò dalla poltrona. «Vi lascio ai vostri affari, ci vediamo stasera, Victoria.» Si avvicinò al marito e si scambiarono un lungo bacio appassionato sotto i nostri occhi imbarazzati.
«Che vuol dire ci vediamo stasera?» sussurrai a Christopher.
«Quello che ha detto, tu verrai con me.»
Lo guardai perplessa. «E la tua compagnia per stasera?»
«Quale compagnia?»
«La quarta persona per cui ho prenotato.»
Sorrise prendendosi gioco di me. «Quella sei tu, non vorrai mica lasciarmi da solo con questi due, la mia glicemia potrebbe risentirne.»
Mi sentii incastrata, come sempre lui aveva deciso per me senza nemmeno consultarmi.
I due capi presero dei fascicoli che avevo preparato prima della riunione e iniziarono a parlare di rendiconti e numeri. O'Murphy mi faceva un sacco di domande, mi sentii come all'esame di maturità: sotto torchio. Nei mesi che lo avevo affiancato avevo imparato parecchio da Christopher e lui non mi risparmiava facendomi lavorare duramente, ma ne fui felice, l'Onnipotente sembrava compiaciuto della mia preparazione. Dopo quasi un'ora iniziarono a parlare degli avvicendamenti aziendali. Alla sede centrale c'erano alcune posizioni vacanti e stavano discutendo su chi mettere a capo di alcuni importanti uffici. Nel mio cantuccio non fiatavo per non disturbare, fino a quando entrambi mi fissarono con insistenza.
«Se non avete bisogno di me, io andrei a finire alcune cose.»
I loro sguardi eloquenti avevano parlato chiaro: sparisci.
* * *
In ufficio c'era un certo fermento. Silvia era apparsa davanti a me chiedendomi spiegazioni sul perché io ero stata invitata a presiedere alla riunione e lei, invece, non era nemmeno stata scomodata per un saluto.
«Silvia, ho solo servito il caffè e poi mi hanno sbattuta fuori pregando di non essere disturbati.»
Silvia si rosicchiava un’unghia. «Ma di che diavolo stanno parlando da due ore?»
Mentii spudoratamente. «Non ne ho idea.»
Per mia fortuna Silvia fu chiamata al loro cospetto dopo un'ora. Almeno avrebbe smesso di girarmi intorno.
Erano le sei quando i due uscirono dalla sala riunioni e scomparirono dietro le porte dell'ascensore.
Alle otto in punto, come una condannata al patibolo, arrivai davanti al ristorante che avevo scelto per la cena. Vidi Ettore aprire la portiera far scendere Allegra dall'auto. I due uomini la seguirono.
«Victoria! Per un attimo ho temuto che mi lasciassi da sola con questi due che non la smettono di parlare di lavoro.»
Mi gettò le braccia al collo, io rimasi bloccata dall'imbarazzo. Con la coda dell'occhio vidi Christopher sorridere. Il suo sadismo nel vedermi in difficoltà era evidente.
Le nostre conversazioni erano principalmente in inglese, ma i nostri ospiti tendevano a parlare tra loro in italiano. Quando seppi che anche l'Onnipotente era per metà italiano, rimasi allibita.
Allegra sorrideva sorniona verso Winny. «Chris, ti tocca trovarti una ragazza italiana per essere in pari.» Si girò verso di me. «Tu sei fidanzata?»
La domanda mi fece andare di traverso il vino.
Il marito le lanciò un'occhiataccia e la rimproverò. «Allegra!» Io continuavo a tossire.
«Cosa ho detto di male?» La sua finta aria innocente la diceva lunga.
«Scusala Victoria, ma mia moglie non vede l'ora di accasare Christopher. Il suo hobby è fare il cupido.»
«Era solo una domanda come un'altra per fare due chiacchiere», si difese lei. Come se qualcuno le avesse creduto.
«Grazie per l'interessamento, ma ho già i miei cupidi.»
Allegra rincarò la dose. «Quindi sei single, chi lo avrebbe detto...»
Fulminai Winny con lo sguardo. Era ufficiale, l'indomani avrei ucciso Christopher, anche se aveva quell'aria imbarazzata sul volto e non spiccicava una parola.
Come succede normalmente in una cena, gli uomini parlavano tra loro di lavoro e sport, mentre noi donne avevamo fatto comunella.
«Christopher ha quell'aria da duro, ma è un bravo ragazzo.» Non ero scema, sapevo dove voleva andare a parare Allegra.
«Ma è pur sempre un uomo.»
Ergo uno stronzo patentato come tutti.
«A volte è la vita che ti costringe a comportarti in un certo modo.» Iniziavo a non seguirla, lei guardò i due e si avvicinò con la sedia verso me. Sembravamo due vecchie comari dal parrucchiere.
«Ti sembrerà strano, ma Chris non è molto fortunato in amore. Ha avuto una grossa delusione tre anni fa, e credo che ancora non si sia ripreso del tutto.»
«Dipende da che tipo di donne frequenta.» Lo dissi troppo acida, ma ripensando alla rossa che mi stava per uccidere a Courmayeur, la mia reazione era più che sensata. «E poi lui non mi sembra un tipo da famiglia.»
«L'apparenza inganna, a volte le torte riuscite male sono più buone di quelle esternamente perfette.» Le mie parole mi si stavano ritorcendo contro.
Sgranai gli occhi, la guardai cercando di capire dove volesse arrivare, avevo qualche sospetto, ma non capivo il senso. Io ero solo una impiegata di un piccolo ufficio sparso per il mondo. Lui tra un paio di mesi sarebbe sparito, tornando da dove era venuto.
«Tu non vuoi una famiglia?»
Avevo l'impressione di essere a un colloquio di lavoro, solo che si discuteva della mia vita privata.
«Prima dovrei trovare la materia prima.»
Lei rise. «Hai ragione, oggigiorno sembra sempre più difficile, ma ancora sei giovane.»
Il suo sguardo era fisso sul Winny che parlava con il marito ignorando i nostri futili discorsi.
«Ma anche se lo trovassi, dovrei avere il coraggio di fare un passo del genere.»
«Vedrai che quando troverai la persona giusta tutto verrà naturale, come avere dei figli.» Sobbalzai a quella parola. Vade retro Satana!
«I migliori genitori sono quelli che pensano di non esserlo.» La sua frase aleggiò nell'aria senza che trovassi una parola per ribattere.
Davanti all'auto ci abbracciamo come se fossimo amiche di vecchia data. Mi fece promettere che sarei andata a trovarla presto a Londra, chissà magari sarei andata una volta o l'altra.
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