Scritto il 08/07/2026
da TIZIANA IROSA


       Ero distrutta!

Erano le otto di un gelido venerdì di metà febbraio e fuori era buio da troppe ore. Mi stiracchiai sulla sedia e buttai un occhio di fronte a me, oltre il vetro Winny era ancora davanti al PC che lavorava. Io ero una stacanovista, ma lui batteva tutti.

Potevo andarmene a casa, ma volevo terminare la mia relazione, così il lunedì avrei potuto dedicarmi ad altro e, a dire il vero, non volevo dargli questa soddisfazione. I nostri rapporti dopo la sua ramanzina si erano un po' raffreddati, per colpa mia devo dire. Ero permalosa e la sua reazione, a mio dire eccessiva, non mi era ancora andata giù.

Ci voleva un caffè.

Mi alzai dalla sedia e il suo sguardo si posò automaticamente sul mio. Riusciva sempre a beccarmi non appena mi alzavo dalla poltrona. Che fosse dotato di poteri extrasensoriali?

Gli mimai il gesto di bere da una tazza chiedendogli se potessi portagliene una. Con un lieve cenno del capo annuì.

Allora anche lui iniziava a sentirsi affaticato.

Camminavo per i corridoi a quell'ora poco illuminati e mi avviai nella stanza dove c'erano i distributori automatici. Sentivo solo riecheggiare i miei passi. Erano andati tutti a casa. Solo noi due eravamo gli unici sfigati ancora in ufficio di venerdì sera.

Inserii la chiavetta nella fessura e scelsi, per me, un caffè ristretto aumentando la dose di zuccheri. Per lui, amaro come il fiele.

Per un attimo pensai che avrei potuto sputarci dentro. Se lo meritava, ma non ne sarei stata capace. Mi faceva schifo solo il pensiero, inoltre, la mia faccia sarebbe stata trasparente e lui mi avrebbe scoperta subito. In effetti, Winny non accettava mai niente dagli altri, solo da me. Non so se la sua fiducia fosse ben riposta, un giorno avrei potuto farlo sul serio. Vuotai il mio bicchiere in un sorso e lo gettai nella pattumiera.

Alle spalle sentii un leggero fruscio.

Il grande capo è uscito dalla caverna?

Mi girai e vidi Arturo.

Tra lui e Winny non scorreva buon sangue, soprattutto dopo quella discussione che avevano avuto per colpa mia. Inoltre, quel pomeriggio, dopo l'ennesimo battibecco, lo vidi uscire dall'ufficio del gran capo come una furia, rifilandomi una di quelle occhiate da far accapponare la pelle.

Tutti uscivamo piuttosto incavolati dall'ufficio di Winny, lui non era un granché in fatto di simpatia, era risaputo. Tra quei due i toni erano sempre piuttosto furenti. Lo salutai abbassando lo sguardo.

«Bene bene, la pupilla del gran capo.» Il suo tono non mi piacque per niente, come non mi piacque il modo in cui mi fissava. C'era qualcosa di morboso nel suo sguardo. «La faccia d'angelo che mi ha soffiato il posto.»

Che cosa? Che gli avrei soffiato?

Era evidente che le continue liti con Winny gli avevano dato alla testa.

Spalancai la bocca per lo stupore. Lui si avvicinò sempre più, con un dito mi sfiorò una guancia. Mi ritrassi.

«Non fare quella faccia sorpresa. Chi lo avrebbe detto che la piccola e dolce Victoria mi avrebbe tirato un colpo così basso.»

Ma di che diavolo sta parlando?

Continuava a fissarmi con gli occhi iniettati di sangue, qualcosa nel mio cervello urlava di uscire subito da quella stanza, ma lui si era parato di fronte a me e non mi restò che indietreggiare. Grave errore. Mi ritrovai intrappolata tra il suo corpo e il muro. Sentii gocce di sudore gelido scendere lungo la schiena.

Respirai per rilassarmi e apparire sicura di me. «Non so di cosa tu stia parlando.»

In un attimo mi sovrastò con la sua figura e, con un gesto rapido della mano, mi strinse le guance fino a stritolarmele contro i denti, cercai di divincolarmi, ma lui strinse di più.

«Potresti farmi lo stesso servizio che fai al capo, magari mi rincretinisco come lui e ti perdono.»

Sentii il terrore percorrere il corpo, cercai di rimanere ancorata alla realtà, ma il panico stava prendendo il sopravvento, in mano stringevo ancora il bicchiere, gli tirai il caffè in faccia e lo spintonai con forza, ma lui non si mosse di un millimetro. Si asciugò il viso passandosi il polsino della camicia e scoppiò in una risata satanica.

«Lasciami o mi metto a gridare.»

L'odio che provava nei miei confronti, trapelava da ogni poro. «Chi vuoi che ti senta? Siamo soli e il tuo paladino è chiuso nel suo ufficio e non potrà venirti a salvare, questa volta.» Nel fondo dei suoi occhi potevo leggere il disprezzo che provava nei miei confronti, ma soprattutto per lui. Io ero solo una pedina per attuare la sua vendetta.

Si avventò sulla mia bocca, che serrai fino a sentire le mascelle dolermi. Cercai di divincolarmi, ma lui mi gettò a terra buttandosi addosso.

Mi bloccò con il peso del corpo. Le sue mani si insinuarono sotto la gonna, mentre io cercavo di urlare portò una mano alla bocca per zittirmi, i collant erano già a brandelli. Il ghigno sul suo viso mi fece rabbrividire.

Nella testa pregavo che i vigilanti fossero vicini o che qualcuno venisse in mio aiuto, ma era solo una vana speranza. Lo colpii con i pugni chiusi sul petto ma lui era troppo forte e la sua rabbia accecante non lo faceva ragionare.

Mi tolse la mano dalla bocca e ripresi fiato.

Ero rabbiosa! «Lasciami o ti denuncio!»

«Sarà la mia parola contro la tua.»

Mi afferrò le mani con una delle sue enormi e portò le braccia sopra la mia testa.

Ero intrappolata.

Con la mano libera, strappò la camicia di seta color lavanda facendo schizzare i bottoni nella stanza. Si avvinghiò sui seni, la barba ispida mi graffiava anche l'anima. La sua fronte sudata bagnava la mia pelle, il suo olezzo era quasi sulfureo. Sentii un conato arrivarmi in gola.

Continuavo a implorarlo di lasciami andare, lo spingevo con tutte le forze, lacrime amare mi solcarono il viso.

La sua mano si insinuò sempre più verso il centro del corpo, tra le gambe serrate. Mi conficcò un ginocchio nell'interno coscia, il dolore era lancinante, ma non cedetti.

«Apri queste cazzo di gambe!»

«Mai! Bastardo lasciami, lasciami!»

Il suo schiaffo arrivò improvviso sul volto. Sentii il naso incrinarsi e la guancia bruciare come se mi avessero spalmato della cera liquida, la sentii gonfiarsi; in bocca avevo un sapore ferroso. Armeggiava con i pantaloni. Mi dibattevo come un pesce fuori dall'acqua che lotta per la sopravvivenza.

Urlai più forte che potevo, urlai la mia rabbia, la mia frustrazione, il mio dolore.

Sentii la pressione sul petto alleggerirsi, sul volto del mio carnefice lessi un'espressione di stupore.

«Che cazzo fai?»

Un urlo di salvezza si levò nella stanza. Vidi quel vile fare un volo e sbattere contro il distributore.

Mi sollevai e mi raggomitolai su me stessa appoggiandomi contro il muro. Una montagna di muscoli si accanì colpendo ripetutamente il mio aggressore con calci e pugni.

Attilio e Giacomo, i vigilanti, entrarono di corsa nella stanza bloccandosi per la scena davanti a loro. Spostarono lo sguardo dai due litiganti a me e viceversa, capendo subito a cosa stavano assistendo. Arturo non aveva una grande nomea in azienda.

«Signor Carter, si fermi! Così lo uccide.»

Christopher si bloccò, si staccò da lui lasciandolo a terra sanguinante. «Chiamate la polizia e affidategli questo stronzo.»

Nella stanza rimanemmo solo io e lui.

Si gettò in ginocchio accanto a me e mi abbracciò.

Dalla tasca della giacca prese un fazzoletto di candido lino, lo passò su un lato della mia bocca, sussultai per il pizzicore. Lui si scostò e vidi la stoffa macchiata di sangue sparire dentro la stretta del suo pugno. I suoi occhi percorsero il mio corpo scosso da brividi che non riuscivo a controllare. Si tolse la giacca e l'appoggiò su di me. Quel gesto tenero mi fece scoppiare a piangere. Singhiozzavo così forte da non riuscire a respirare.

Mi strinse tra le braccia sussurrandomi all'orecchio.

«Shhh piccola, va tutto bene, è finita Victoria, nessuno ti farà più del male, non lo permetterò.» Mi strinse al suo petto cullandomi.

C'era qualcosa di così intimo nel modo in cui pronunciò quelle parole, qualcosa che non afferrai, ma che sortì l'effetto giusto. Tra le sue braccia mi sentii la donna più amata del mondo, il senso di protezione era infinito; non so come, ma smisi di piangere.

I suoi occhi erano ancora inchiodati su di me.

«Scusami. È colpa mia, avrei dovuto prevedere la sua reazione.»

Nei suoi occhi leggevo un'immensa tenerezza, non lo avevo mai visto privo di difese.

Affondai il viso nel suo petto e mi strinse a sé. Il corpo era scosso da tremori.

Mi sollevò come fossi una piuma, avvolsi le braccia attorno al suo collo che emanava il profumo che avevo adorato fin dal primo momento che era entrato nella mia vita.

Chiusi gli occhi mentre mi trasportava verso il suo ufficio, donandomi dei piccoli baci sulla fronte. Mi adagiò con delicatezza sul divano di fronte alla scrivania.

Aprii gli occhi e lui era lì, seduto accanto a me a fissarmi.

«Tutto ok?»

Annuii con la testa. La giacca cadde per terra, lo sguardo vagò su quello che rimaneva dei miei vestiti. Provai un terribile imbarazzo a trovarmi mezza nuda davanti a lui. Senza mai staccare lo sguardo dal mio viso mi avvolse nel suo cappotto.

Sembravo uno di quei bambini che giocano con i vestiti dei genitori. Mi abbottonò dalla testa ai piedi e mi aiutò ad alzarmi.

Giacomo fece il suo ingresso nell'ufficio, dietro di lui un'agente in divisa.

«Signore, gli agenti vorrebbero parlare con lei e la signorina Morelli.»

Lo sguardo degli uomini ricadde su di me. Con le dita asciugai le lacrime che scendevano dal volto, calde e amare. Non ricordo esattamente cosa raccontai, so solo che firmai dei fogli e poi andarono via, lasciando me e Winny da soli. Lui sorrise forzato.

«Andiamo via di qua.»

Mi circondò la vita con il braccio, sorreggendomi nei passi incerti afferrò il mio cappotto e la borsa dalla scrivania e ci avviamo all'ascensore.

Era concentrato alla guida della mia auto, io osservavo lo scorrere della strada immersa nei pensieri. Il calore della sua mano, ancorata alla mia, fu come un unguento miracoloso. Le uniche parole che ci scambiammo furono la sua offerta di portarmi al pronto soccorso e il mio rifiuto categorico.

Con il telecomando aprì un imponente cancello in ferro battuto, sapevo benissimo dove eravamo.

«Non voglio lasciarti sola stanotte», si giustificò.

* * *

Accese tutte le luci del suo appartamento; mi sembrava di stare varcando un mausoleo sacro. L'ambiente era di un bianco quasi abbagliante. Mai e poi mai avrei pensato di entrare lì. Lui, così riservato e schivo, mi aveva aperto il suo mondo. A me, la persona che più di chiunque altra in ufficio tiranneggiava. In quel momento capii le parole dei miei amici.

Forse lui si era davvero affezionato a me, la tenerezza di quei gesti mi confermò ciò che negavo a me stessa, ma che altri avevano notato. Lui mi aveva spronata a dare il massimo, io gli avevo donato più di quello che poteva immaginare: ero la sua pupilla, proprio come aveva detto Arturo.

Un vecchio bovaro del bernese ci venne incontro. Mi annusò e con il muso mi chiese una carezza, Il folto pelo morbido e soprattutto i suoi occhioni erano un invito a cui non seppi resistere, mi fiondai su di lui abbracciandolo al collo.

«Ferma! Lui non ama essere toccato dagli estra-»

La parola gli morì in gola quando vide il cane stendersi a pancia in su e lasciarsi accarezzare.

Winny si grattò il mento. «Di solito è piuttosto schivo, non capisco.»

«Cavolate! Bisogna saperli prendere per il verso giusto. Lui è un tenerone, non è vero bello?»

«Paco, si chiama Paco.»

«Paco sei proprio un bel cagnolino, ti piacciono i grattini? Certo che ti piacciono.» Passai le mani sul pelo folto e morbido del cane, sottomesso alle mie carezze.

Chris mi guidò lungo un corridoio dal pavimento in marmo bianco e le pareti ocra, il passaggio era rischiarato da vari punti luce che dal soffitto si riflettevano sul pavimento.

Ci fermammo davanti una porta in candido legno. «Questa è la camera degli ospiti.»

Aprì la porta e Paco ci precedette, al centro dell’ampia stanza troneggiava un grande letto coperto da un piumone grigio scuro.

Lui si allontanò lasciandomi con Paco stravaccato sul letto a prendersi le coccole, riapparì qualche minuto dopo con in mano degli indumenti piegati.

«Lo so che non sarai alla moda, ma almeno starai calda.»

La mia bocca accennò un sorriso, cercava di riportare il nostro rapporto alle solite battute. «Grazie... per tutto.»

Mi accarezzò la guancia con il dorso della mano; istintivamente cercai il calore della sua pelle, chiusi gli occhi e mi strinsi a lui. Chris allargò le braccia avvolgendole al mio corpo, poggiò il mento sulla mia testa.

«Non mi ero mai accorto di quanto fossi nana senza tacchi. Sembri quasi un bastone da passeggio.»

Mi staccai da lui e gli diedi un pugno sul fianco. I suoi occhi scintillarono e ridemmo insieme.

Feci una lunga doccia bollente, indossai la tuta che mi aveva preparato. Nei pantaloni ci entravo due volte in lunghezza, meno in larghezza, le mie forme tendevano a riempirlo quasi tutto, stessa cosa per la felpa, che dovetti ripiegare parecchie volte sulle maniche.

Mi trovai avvolta dal suo profumo stordente, per un attimo mi sentii vacillare. Che diavolo mi stava succedendo?

Uscita dalla stanza seguii la musica dei Police che arrivava da una parte della casa. Lo trovai in cucina davanti i fornelli. Paco era steso a terra vicino a lui.

Mi fermai sulla soglia ad ammirarlo, indossava una t-shirt nera aderente che gli faceva risaltare le spalle. Il resto del corpo era avvolto da un pantalone di una tuta simile a quello che indossavo io. Contemplai la sua figura per qualche secondo.

Come se fosse stato attirato da qualcosa alle sue spalle, si girò verso di me, sfoggiando un sorriso sincero. «Non so tu, ma io sto morendo di fame.»

Ricambiai il sorriso andandogli incontro. «Posso aiutarti?»

«Non ti fidi della mia cucina?»

«Di solito gli uomini ai fornelli non mi danno molta fiducia.» Il tono sarcastico lo fece sobbalzare.

«I migliori chef al mondo sono uomini.»

«Dici così perché non conosci mio padre.» Mi guardai intorno. «Almeno posso apparecchiare?»

«Le posate le trovi nel primo cassetto alla tua destra e i piatti dentro la credenza.»

Nel giro di dieci minuti ci trovammo seduti l'uno di fronte all'altra, a mangiare spaghetti al pomodoro e basilico.

Feci la scarpetta con il sugo rimasto nel piatto e solo per educazione non ne presi un'altra porzione. «Mi costa ammetterlo, ma sei dannatamente bravo anche a cucinare!» Lui sorrise.

Non volevo sembragli una cafona. Mia madre diceva sempre che una donna non dovrebbe mai fare vedere a un uomo quanto mangia, almeno non prima di averlo portato all'altare. Sorrisi all'idea. Con lui non correvo quel rischio, quindi alla sua richiesta di un bis, non riuscii a rifiutare.

«Posso chiederti una cosa?»

Mi guardò incuriosito alzando il sopracciglio destro, annuì. «Perché Arturo mi ha accusata di avergli rubato il posto?»

Tirò un profondo respiro e mi guardò con quei suoi occhi verdi incantatori. «Perché tu sei il nuovo Direttore Marketing EMEA.»

L'innocenza con cui pronunciò quelle parole mi colpì. Mi strozzai con un pezzo di pane inzuppato di salsa, tossii un paio di volte mentre lui mi porgeva un bicchiere d'acqua con in faccia quel ghigno soddisfatto.

Rimasi a bocca aperta per qualche secondo. Con voce rotta riuscii a sputar fuori un: «Io sono cosa?»

Forse era una tattica per liberarsi di me, quando mi avrebbero fatto l'autopsia non avrebbero potuto fare altro che scrivere: morta per soffocamento dovuto a ingordigia.

«Stai scherzando?»

«Sono serissimo. Verrai a Londra con me non appena sistemerò le cose in ufficio.»

«Tu devi essere matto! Ci sono persone molto più competenti di me nella nostra società. A Londra c'è White a Rottemdam Van Der Meer, per non parlare di Muller a Francoforte.»

«Stai rifiutando?» Il suo sguardo era serio.

Aspetta un attimo... carriera, Londra, mica sono scema!

«Non ho detto questo, ma...»

«Ma cosa? Victoria, ti dirò una cosa che se mi chiedessi di ripetere, negherò di averlo detto anche in presenza del Creatore. Sei la persona più brillante che abbia conosciuto in vita mia, sei intuitiva e sempre pronta ad affrontare con il sorriso nuove sfide, sei vulcanica, riesci a fare più cose contemporaneamente e a risolvere le situazioni più ingarbugliate. In ufficio tutti si rivolgono a te per chiedere aiuto e consiglio. Tu hai le doti di una leader, i miei progetti per te sono molto ambiziosi, nel giro di pochi anni, se sarai all'altezza, arriverai molto in alto.»

La bocca era spalancata, non avrei mai creduto che lui pensasse questo di me.

Nella testa era come se si fosse chiuso un cerchio. La promozione non era mai stata per Arturo. O’Murphy era venuto a Milano per sondare il terreno di persona e, insieme a Chris, mi avevano fatto un colloquio a mia insaputa; avevano scelto me.

«E io che credevo mi reputassi una stupida.»

«Nessuno ti reputa una stupida, anche i tuoi superiori sono d'accordo.»

«Quindi ti ruberò il posto?» Feci un sorriso furbetto che lui colse subito.

«Non esagerare, io sfioro l'onnipotenza.» Le sue labbra piene erano rivolte all'insù, sospirai e distolsi lo sguardo.

«Ah scusa! dimenticavo, tu sei Winny

«Winny?» Ops! Mi era sfuggito dalla bocca e permaloso com’era chissà come l'avrebbe presa. Decisi di fare finta di niente.

«Cosa intendevi per Winny?» continuava a esortarmi a parlare.

«Niente.»

«Parla!»

«Winner, per gli amici Winny, tutti ti chiamiamo così... è il tuo soprannome perché la vuoi sempre vinta.»

Rimasi in attesa di una reazione esplosiva, invece, l'unica cosa che scoppiò, fu la sua risata.

Mi venne in mente un'idea per stuzzicarlo.

«Ho fatto bene a registrare la nostra conversazione.» Presi il telefono che avevo nella tasca della felpa e glielo mostrai.

«Hai fatto cosa?»

La sua faccia diventò paonazza, scoppiai a ridere mentre cercava di togliermi il telefono di mano.

«Sto scherzando!» mi affrettai a dire prima che afferrasse il cellulare per distruggerlo. Si bloccò incrociando il mio sguardo.

«Hai ragione, tu sei stupida!»

Ridemmo entrambi. Era bello vederlo ridere di cuore, non lo faceva spesso, ma quando lo faceva era bellissimo. Soprattutto quelle dannate fossette che si formavano ai lati delle guance. Erano irresistibili.

Aspetta un attimo... da quando trovo qualcosa di lui irresistibile?

* * *

Erano le cinque del mattino, e da almeno mezz'ora continuavo a rigirarmi nel letto. Non sapevo se ero più scossa da quello che mi era successo o dalle sue parole, ma quella giornata si era rivelata incredibile, per non pensare al fatto che ero in casa sua a dormire nella camera degli ospiti. Se lo avessero saputo in ufficio, i pettegolezzi si sarebbero diffusi in tutte le sedi del pianeta in un nanosecondo.

Stanca di rotolare da una parte all'altra del letto decisi di alzarmi. La casa era immersa nel buio. Con ai piedi i suoi calzettoni mi avviai in cucina a bere un po' d'acqua.

Mentre tornavo in camera vidi una luce fioca filtrare dal salotto. Aprii piano la porta e lo trovai seduto sul divano a vedere un film con le cuffie alle orecchie. Paco era steso sul tappeto davanti a lui che dormiva beato.

Scivolai lenta alle sue spalle, appena gli fui dietro, feci scorrere una mano sulla spalla. Vidi il suo corpo saltare in aria. Un ghigno mi affiorò sul volto, si girò di scatto e mi incenerì con lo sguardo.

«Non ti hanno insegnato ad annunciarti prima di entrare in una stanza? Mi hai fatto prendere un colpo.»

«Scusami, non l'ho fatto apposta.» Sul viso mi stampai la mia migliore espressione angelica.

«Con me la tua aria innocente non attacca.»

Mi sedetti accanto a lui tirando le gambe sopra il divano. Buttai un occhio alla TV, dai protagonisti sullo schermo riconobbi il film che avevo visto qualche tempo prima con i miei amici.

«Cosa guardi?»

«Un film.» Tolse le cuffie e alzò il volume.

«Questo l'ho capito, come si chiama?»

«Money Monster.»

«Di cosa parla?» Quando volevo, potevo diventare insopportabile.

Si girò verso di me alzando un sopracciglio e inspirando profondamente. «Clooney è il presentatore di un programma che parla di investimenti e la Roberts è la sua regista.» Tagliò corto rivolgendo il viso allo schermo.

«Quello perché ha una pistola?»

«Perché li tiene in ostaggio.»

«Perché?»

Vidi il suo volto diventare sempre più tirato, continuava a inspirare ed espirare lentamente. «Perché ha fatto un investimento sbagliato e ha perso tutto il suo denaro.»

Mi zittii un attimo e lasciai che si rilassasse, il film scorreva tranquillo come lui. Troppo per i miei gusti.

«Cosa ha in mano il tizio?»

«Il detonatore di una bomba.» S'irrigidì sul divano. Mi zittii per qualche altro secondo e poi ripresi a parlare.

«E perché se la prende con lui?»

Stava perdendo la pazienza, lo capii dall'espressione sempre più tirata del viso, adoravo portarlo allo sfinimento psicologico e lui ci stava cascando in pieno. Mi mancava solo di sfoderare l'artiglieria pesante. Lo afferrai per la t-shirt e tirai di continuo.

«Perché non mi rispondi?»

«Non hai sonno?» Mi afferrò con decisione la mano e la scostò da lui.

«No, preferisco vedere il film.» Feci una piccola pausa, ma continuai a tirargli la t-shirt. «Perché la polizia non fa irruzione? Di solito in questi film dopo due secondi i reparti speciali entrano in azione facendo una strage.» Mancava poco allo scoppio.

«Ma non sai stare zitta?»

«Purtroppo sono dotata di parlantina stordente.»

Cercai di nascondere il ghigno soddisfatto che voleva affiorare dalla mie labbra, ma era difficile vedendo la sua espressione esasperata.

«Ok, so io come tapparti quella maledetta bocca.»

I nostri visi erano troppo vicini, in un attimo le sue labbra furono sulle mie. Il contatto fu una specie di scossa elettrica a cui nessuno dei due si sottrasse. I miei occhi incantati alla vista dei suoi smeraldi. La sua lingua si fece largo nella mia bocca, e io la feci accomodare senza proteste. Le sue labbra scivolavano come seta contro le mie. Un lieve accenno di barba mi pizzicava ed eccitava insieme, la sua lingua era troppo dolce e sensuale per resistere. Chiusi gli occhi e mi persi in quel momento fatto di mani che stringevano le altre. Si staccò, le sue mani mi circondarono le spalle e mi tirarono verso di lui. Dovevo finirla di sentirmi in paradiso...

Ah! Santi ormoni impazziti! Vi prego andate in esilio da qualche parte perché qui finisce male.

Un attimo dopo mi trovai a baciare l'aria. Aprii gli occhi, lui si era ritratto, in viso aveva un'espressione che non riuscivo a decifrare.

«Ecco come farti stare zitta!» disse con stizza. Rimasi senza parole.

Abbassai gli occhi e mi guardai le mani. Per fortuna i miei ormoni non ebbero il tempo di svegliarsi dal letargo nel quale erano assopiti da tempo. Stronzo! Illudere così una povera ragazza in astinenza da secoli.

Istintivamente mi portai due dita alle labbra e le sfiorai. Lui sembrava ipnotizzato da quel movimento, distolse lo sguardo rivolgendolo al film.

Arrivammo alla fine quasi in silenzio. Non riuscivo a stare proprio zitta, mi limitai solo a qualche battuta di poco conto. Non potevo mica dargliela vinta.

 





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