«Paco, vieni qua!»
Sentivo la sua voce in lontananza, sicuramente stavo sognando,sul letto c'era qualcosa che mi impediva di girarmi.
«Vieni qua o te la faccio pagare cara.»
Sentii il materasso muoversi, qualcosa di umido e viscido mi leccò il viso.
«Paco, lasciala dormire!»
La mia voce uscì dalla bocca ancora impastata dal sonno. «Lascialo stare.»
«Scusami, non volevo svegliarti.»
Mi sedetti sul letto e lo guardai. «Non dire niente sul mio aspetto.»
«Non mi piace fare battute facili.» Il suo sorriso fu la prima cosa che vidi al risveglio, dopo la lingua del cane.
«Come sei divertente di prima mattina.» Sbadigliai allungando le braccia al cielo.
«Veramente sono le undici.»
«Come le undici?»
«Sì principessa, hai dormito come un ghiro in letargo.»
«La colpa è tua che mi uccidi di lavoro.»
Mi guardò corrucciando la fronte. Scostai le coperte e scesi dal letto. «Vado via subito, di sicuro avrai altri impegni.»
«Non preoccuparti, oggi non ho appuntamenti.»
Lo guardai stupefatta. «Tu? L'uomo più impegnato al mondo?»
«Ti ricordo che oggi è sabato.»
«Lo so, altrimenti mi avresti tirata giù dal letto all'alba.»
Entrò nella stanza quasi in punta di piedi. Cercavo la felpa che mi ero tolta per dormire.
«Come stai?» chiese di punto in bianco. Lo guardai e vidi sul suo viso un'aria preoccupata.
«Bene...»
«Vicky, Vicky...» Si sedette sul letto. «È con me che stai parlando, io voglio sapere come stai veramente.»
«Bene. Davvero.»
«Victoria!» Il tono imperioso mi fece sentire una bambina. Non so come, mi ritrovai seduta sul letto con lui accanto.
Continuavo ad accarezzare il pelo di Paco steso tra noi. La mia mano sfiorò la sua, nessuno ritrasse la propria, lui avvicinò di più la sua e la posò sopra la mia. Aveva ancora i segni delle escoriazioni causati dallo scontro della sera prima. In un attimo riprovai quell'angoscia, ma il calore di quel contatto mi fece sciogliere. Scoppiai a piangere. Lui mi abbracciò impacciato, sembrava un tronco, ma più piangevo e mi stringevo a lui più i suoi muscoli si rilassavano e mi circondavano.
Riuscii a parlare con voce rotta dal pianto. «È stato terribile.»
«È tutto passato, so che magari la compagnia non è il massimo, ma sei al sicuro, qui, con me.»
Ed era proprio così che mi sentivo: sicura e protetta tra le sue braccia.
La situazione si stava facendo scomoda, dovevo fare qualcosa. Presi un cuscino dietro di lui e gli diedi un colpo alle spalle. Rimbalzò senza smuoverlo di un millimetro. Lui mi tolse di mano il cuscino con uno strattone rivolgendomi un sorriso.
«Vuoi la guerra?»
Potevo mai tirarmi indietro a una simile domanda? Ne afferrai un altro e lo colpii accendendo la miccia. Paco, fiutando il pericolo, si alzò con aria disturbata e scese dal letto, in pochi minuti la nostra guerra era in pieno fervore, con me che correvo per la stanza e lui che sferzava colpi nella mia schiena.
«Ehi! Fai male.»
«La guerra è guerra.»
Entrambi avevamo il fiatone, ci bloccammo guardandoci in cagnesco. La sua t-shirt si era sollevata scoprendogli la pancia e gli addominali torniti, rimasi a fissarlo per alcuni istanti quando mi accorsi che anche lui stava fissando qualcosa più in basso del mio viso. Le mie tette senza reggiseno avevano reagito al freddo del mattino facendo apparire due protuberanze attraverso la maglietta. Cercai di non scompormi, ma sentivo il viso prendere fuoco.
L'uomo davanti a me non era il mio fidanzato e nemmeno un mio amico, ma mi stava vedendo nelle situazioni più imbarazzanti. Eppure sembrava non dargli peso, come non gliene davo io. Ed era strano perché, io, di paranoie me ne facevo parecchie.
«Vicky, hai fame?» Quel modo di chiamarmi così intimo mi fece balzare il cuore in petto.
Il mio stomaco alla parola fame emise un rantolo. «Tanta.»
«Andiamo, la colazione è pronta.»
Mi ha preparato la colazione...
In cucina, le tazze poggiate sul tavolo erano allineate in maniera quasi maniacale, insieme alle posate e al tovagliolo, l'occhio cadde sul vassoio al centro del ripiano, e sui muffin alla vaniglia adagiati sopra.
Mi sedetti e mi preparò il caffè nella sua tecnologica macchinetta.
Ebbi appena il tempo di sentire il sapore dolce e cremoso del caffè divampare in bocca, che il mio telefono iniziò a squillare, senza le lenti a contatto mi risultava difficile leggere il display, commisi l'errore di rispondere. La voce di mia madre mi perforò un timpano.
«Dove diavolo sei?»
Tentennai un attimo. «A casa?»
«No che non sei a casa. Dove diavolo sei?»
Doveva sapere più di quanto immaginassi, mia madre non parlava mai a vanvera. Era un avvocato!
«A casa di un amico.» La verità era la migliore arma con lei.
Mi stavo agitando sulla sedia, cosa che non sfuggì a Christopher che mi guardò incuriosito. La voce alterata di mia madre si poteva udire anche attraverso il mio orecchio.
Sentii la voce di mio padre. «Quale amico?»
Di male in peggio, ero in vivavoce davanti al plotone d'esecuzione.
In un nanosecondo pensai alle possibilità che avevo davanti a me: scelsi il contrattacco.
«Mamma, ho avuto una settimana pesante, quindi arriviamo al dunque, di cosa mi state rimproverando?» Perché alla fine era di quello che si trattava.
«Victoria, mi stai prendendo in giro?»
«Mamma non ti sto prendendo in giro. Non ho idea di cosa possa aver fatto di così grave da essere fucilata di sabato mattina.» Sbuffai esasperata. Dentro la testa mi scervellavo cercando di ricordare cosa avessi dimenticato. Mentalmente ripassai le date di compleanni e anniversari, ma a metà di febbraio nessuno di noi compiva gli anni.
«Prega che ti sia veramente dimenticata della cena di ieri sera, lo sai che grande figura di merda ci hai fatto fare con i De Martini? Gianmaria ti ha atteso per tutta la sera.»
La mia faccia sbiancò di colpo. «Non ti ho mai detto che sarei venuta.»
Allontanai la cornetta dall'orecchio, mi stava apostrofando con degli epiteti inglesi non consoni da sfoggiare davanti la regina.
Gli occhi di Winny ridevano per lui, sapevo che voleva ridere a crepapelle, ma non lo faceva per non perdersi nemmeno una parola. Mi avrebbe presa in giro fino alla fine dei miei giorni.
Appoggiai il telefono al tavolo, annuendo di tanto in tanto mentre sbocconcellavo il muffin.
Lei era ancora intenta nel suo monologo. Decisi di porre fine a quello strazio.
«Se hai finito avrei da fare.»
Papà s'intromise. «Con il tuo amico?» Scossi la testa esasperata.
«Ti aspettiamo domani, a pranzo», concluse mamma.
Una goccia di sudore scese dalla fronte. Se avessi corso mi sarei sentita meno sfinita.
Chiuse senza darmi la possibilità di appellarmi alla libertà acquisita a diciotto anni. In casa mia, quella facoltà, non mi era stata concessa nemmeno a trentuno.
Cristopher sorrideva. «Che tigre!»
Appoggiai la testa sul ripiano del tavolo sbattendo la fronte contro la superficie dura più volte.
«Me la faranno pagare a vita. Come ho potuto dimenticare.»
«Chi è Gianmaria?» L'espressione beffarda parlava chiaro, mi stava prendendo in giro. Io ero disperata.
«Un pallone gonfiato.»
«Raccontami, sembra una storia interessante quasi quanto quella di Amsterdam.»
Meglio sputare subito il rospo, altrimenti mi avrebbe tediata fino alla fine dei miei giorni. «Gianmaria De Martini, alias testa di cazzo, è il rampollo di una famiglia di industriali milanesi. Il padre è un cliente di mio padre di vecchia data.»
«E tu gli piaci.» Come diavolo faceva a saperlo? Ah dimenticavo! La sua dannata sfera di cristallo.
«Da quando ho quindici anni mi fa una corte serrata, ma non starei con lui nemmeno se fosse l'ultimo uomo. Preferisco morire con le ragnatele lì sotto.»
Lui rise, io ero seria.
«Non mi dire che i tuoi vorrebbero che lo sposassi?»
«Non sono perfidi fino a questo punto, mio padre ha in ballo un affare che dovrebbe concludere a breve, vorrebbero solo che facessi un po' la carina con lui.»
«Diabolici!»
«Puoi ben dirlo.»
«Povera piccola Victoria a dover combattere contro i mulini a vento.» Mi diede dei colpetti consolatori sulla mano poggiata sul tavolo.
«Smettila di prendermi in giro!» Il ghigno sul suo volto mi faceva venire il prurito alle mani.
«Mi spiace, ma mi hai servito questa cosa su un piatto d'argento.»
Rimanemmo un attimo in silenzio. Il mio appetito era cessato di colpo.
«Posso farti una domanda?»
Odiavo quando esordiva con quella frase, sapevo che stava per chiedermi qualcosa di imbarazzante. Sospirai alzando gli occhi al cielo.
«Spara pure, oramai non ci sono più segreti tra noi.»
«Perché non te lo sposi?»
Strabuzzai gli occhi.
«Voglio dire, ci sono donne che cercano disperatamente polli da spennare e tu che ne hai uno che ti muore ai piedi, lo ignori. Che diavolo cercate voi donne?»
«Io non cerco niente di speciale. Voglio una persona che mi faccia sentire me stessa, che mi faccia ridere e mi stupisca, ma soprattutto che mi ami con tutti i miei pregi e difetti e non perché sono la figlia di mio padre. Non mi interessa che sia un panettiere o un impiegato, voglio solo che mi rispetti.» Sospirai. «Preferisco stare sola che accontentarmi di qualcuno che non amo e che ogni mattina guardandolo al mio risveglio mi faccia venire il voltastomaco.»
Lo vidi annuire alle mie parole per poi riflettere per qualche secondo.
«Ce ne fossero di donne come te, la maggior parte mira solo a un buon partito dal portafoglio gonfio.» Mi guardava con ammirazione.
«È per questo che sei ancora single?» Le parole sfuggirono al mio controllo.
«Credo che cerchiamo entrambi le stesse cose, siamo rimasti due mosche bianche in mezzo a un mare di mosche nere.»
Non mi sarei mai aspettata una risposta del genere, io che lo avevo definito uno spezza cuori. Mi venne un'idea forse malsana o forse no.
«Ti va di passare la giornata insieme?» dissi prima di pentirmene.
Avevo attirato la sua attenzione. «Cosa hai in mente?»
«Niente di particolare, fare solo quello che ci piace. Io, tu e Paco ovviamente.»
Sentendosi chiamare in causa il cane si avvicinò alla mia mano e la leccò.
«Ancora non capisco come voi due andiate così d'accordo.»
* * *
Dopo un'ora ero di ritorno a casa sua vestita con un paio di jeans e un maglione. Oltre gli abiti avevo cambiato macchina prendendo in prestito il SUV di mio fratello.
«E questo da dove spunta?»
«Sono una ragazza dalle mille risorse», strizzai l'occhio e lui mi sorrise.
Sistemammo Paco nel portabagagli e ci avviammo verso il lago di Como.
Lo stereo dell'auto era sintonizzato sulla mia radio preferita. Lui mi guardò storcendo il naso.
«Non hai un po' di musica seria in questa macchina?»
«Tieni, scegli quella che vuoi.» Gli lanciai il telefono e lo collegai all'auto.
Il suo dito scorreva sullo schermo del telefono. «Questa sì che è musica!» Partirono le note di Personal Jesus, alzai il volume cantando.
«Canta con me, sbottonati un po'.» Alzò gli occhi al cielo sbuffando, ma anche lui non resistette e mi venne dietro muovendo le spalle a tempo di musica.
«Sei brava a cantare», disse con tono sorpreso.
«Adoro cantare, da piccola ho preso lezioni.»
«Scommetto che ti piace il karaoke.»
«Adoro il karaoke.»
«Dovresti vivere in Giappone, loro hanno una religione per il karaoke, è il loro sport nazionale.»
«È il mio più grande desiderio, spero di andarci una volta di queste.»
«Scusami, perché non sei mai andata?»
«Vuoi la verità? Perché nessuno dei miei amici vuole venire con me e per il nostro viaggio annuale di famiglia scegliamo mete esotiche per rilassarci.»
«Mi sembrano scuse. Potresti andare anche da sola.»
«Non mi piace molto viaggiare sola. E poi non ho un buon rapporto con la tecnologia. Sono sicura che non riuscirei nemmeno a usare i loro bagni super accessoriati, mi ritroverei intrappolata tra la carta igienica e lo sciacquone.»
Lui sorrise. Lo guardai storcendo la bocca.
Passarono i chilometri e le canzoni, sfoggiai le mie doti canore, lui mi veniva dietro timido, ma almeno non stava muto come un pesce.
Scuoteva la testa. «Mi fai fare cose che normalmente non farei.»
«È una brutta cosa?»
«No, ma sto scoprendo dei lati che non ricordavo di avere.»
Lo guardai sorpresa, nei suoi occhi lessi un attimo di smarrimento. Gli toccai il ginocchio e lui si destò dai pensieri.
«È la mia proverbiale stupidaggine a essere contagiosa.»
«Tu non sei stupida!»
«Ti prego, posso registrarti e mandarlo a mia madre?»
Lui sorrise appoggiando una mano sulla mia. «È più difficile far finta di essere stupidi che esserlo veramente, e tu t'impegni molto per farlo credere alla tua famiglia.»
Rimasi a bocca aperta. Quell'uomo mi conosceva meglio di me stessa. Iniziavo ad averne paura.
«Diciamo che così non creo false aspettative.»
«Lo sai che non sei molto credibile? Anche tua madre non lo crede.»
«Come fai a dirlo?»
«Non so, qualcosa nel tono della sua voce.»
«Almeno insinuo sempre il dubbio, così mi lasciano in pace.»
Sul suo volto si era dipinto un grosso punto interrogativo.
«Io sono la più piccola e la più “scapestrata”, tutti si aspettano un comportamento del genere da me. Anche la mia scelta di non seguire le loro carriere, per loro è stata una grossa stupidaggine, ma io non volevo fare qualcosa solo perché avevo la strada spianata. Volevo costruirmi qualcosa con le mie sole forze.»
Sul suo viso comparve un'espressione sorpresa. Quel giorno lo stavo scioccando, se continuava così, entro sera, lo avrei dovuto portare da un bravo terapista.
«Perché parliamo solo di me? Raccontami di te e della tua famiglia.» Mi sistemai sul sedile avvicinandomi a lui. «Forza, sono tutt'orecchi.» Trepidavo dalla curiosità.
«Al contrario di te non ho molto da dire, la mia vita non è stata così ricca di aneddoti come la tua.»
«Cazzate! Tutti hanno qualcosa da raccontare, forza, inizia dai tuoi genitori.»
Capii di avere sbagliato domanda quando vidi il suo viso incupirsi. «Mio padre non l'ho mai conosciuto, mia madre rimase incinta di me a vent'anni e lui pensò bene di filarsela. Sono cresciuto con lei e i miei nonni materni in un paesino pittoresco sul Canale di Bristol, Portishead. Tutto sommato ho avuto un'infanzia felice. Nel loro piccolo hanno sempre fatto di tutto per non farmi mancare niente.»
Parlava guardando dritto davanti a sé. «Mio nonno era pescatore e mia nonna casalinga. Mia madre lavorava come cameriera in un ristorante, lei voleva fare il pediatra, ma dovette rinunciare ai suoi sogni poco prima della mia nascita.» Si schiarì la voce. «Quando avevo dieci anni si è sposata con un brav'uomo che mi ha voluto bene come un figlio. Ho una sorella, Samantha, di quattordici anni più piccola, che si è appena laureata in architettura.» Alla parola sorella un sorriso gli comparve sul volto. «Ho frequentato l'università di Bath, facoltà di economia e per pagarmi gli studi facevo due lavori, al bar dell'università e nel week end in un pub. Durante il mio stage incontrai Killian, lui era all'inizio della sua carriera ma tra noi c'è stato subito un buon affiatamento.»
I nostri sguardi si incrociarono per un attimo, i suoi occhi erano limpidi e luminosi. «Dopo la laurea andai a lavorare in varie società della City, fino a quando Killian mi propose di prendere il suo posto alla Bantor. Forse è per questo che sono stato così determinato nella vita. Mi sono dedicato alla carriera tralasciando la vita personale. Volevo essere qualcuno, essere fiero di me, non avere bisogno di nessuno.»
Mi sarei presa a pugni da sola. Io che parlavo tanto di apparenza mi ero fatta accecare. Mi sentii uno schifo, non avevo fatto altro che parlare di me ostentando i nostri ridicoli problemi di famiglia dell'alta borghesia, non pensando che avrei potuto offendere la sua sensibilità.
«Ti ho lasciata senza parole?»
Aprii la bocca e la richiusi. Niente di quello che mi veniva in mente mi sembrava opportuno.
«Dì qualcosa...»
«Scusa...»
Mi guardò incredulo con quegli occhi seducenti. «E di che?»
«Di avere insistito a parlare della tua famiglia, di essere stata così superficiale, di essere stata così... così... stupida!»
«Ehi, ehi, ehi!» Attirò la mia attenzione che si era persa nei pensieri e sulla strada davanti a noi.
«Non permettere a nessuno di pensarlo, nemmeno a te stessa. Tu sei molto sensibile, me lo stai dimostrando adesso. Ok, abbiamo avuto un'infanzia diametralmente opposta e con questo? Non è mica colpa tua.» La mia mano era tra le sue.
«Ma ti ho raccontato tutte quelle cavolate e adesso mi sento uno schifo.»
«Victoria, le tue “cavolate” mi hanno fatto ridere a crepapelle, una cosa che non facevo da tempo», si zittì un attimo, «anzi, sai che ti dico? Se continui a dire queste cose credo proprio che tu sia completamente scema.»
Scoppiai a ridere per la sua faccia buffa, ma arrabbiata. Lui sapeva portare il buon umore dentro di me con poche parole e con la sua presenza. Forse potevamo davvero essere buoni amici.
«Ti è mancato molto avere un padre?»
«Non ti può mancare qualcosa che non hai mai conosciuto, più che altro avvertivo la sua assenza in certi periodi, ma per il resto non ho mai avuto grossi problemi, tutto quello che mi serviva me lo ha insegnato mio nonno, e poi il mio patrigno Jeremy.»
Mi si strinse il cuore a sentirlo parlare, il suo tono era tranquillo, pensai alla mia vita senza papà, mi mancò il respiro. Stavo conoscendo una persona diversa, una persona che mi affascinava, una persona… speciale.
Non mi accorsi nemmeno della strada che scorreva davanti a noi. Arrivammo a Bellagio. Parcheggiai l'auto e scendemmo per fare stiracchiare le zampe a Paco.
Il colore turchese dominava la volta sopra le nostre teste. Il freddo era pungente, mi strinsi nel piumino chiudendomi dentro la lunga cerniera, Chris camminava con il giubbotto aperto, morivo di freddo per lui. Sistemò il cappello che avevo in testa e con l'indice mi sfiorò il naso donandomi un piccolo sorriso.
«Sei molto carina.» Arrossii facendolo sorridere di nuovo. «Ti imbarazzi?»
«Non tutti i giorni un bell'uomo mi dice che sono carina.» Mi guardai la punta delle scarpe. «E sì, m'imbarazzo da morire quando mi rivolgono dei complimenti, non so mai cosa rispondere: grazie, sì anche tu.»
«Dì soltanto grazie e arrossisci pure, sei deliziosa con le gote in fiamme e la sorpresa negli occhi.» Diventai bordeaux, lui scoppiò a ridere.
«Smettila di prendermi in giro!»
Paco camminava al guinzaglio di fianco al suo padrone. Anche lui aveva un’espressione serena. Ci sedemmo nella piazza principale di fronte il lago, sul pelo dell'acqua, il sole, si specchiava creando scintillii che si muovevano con le onde. Paco gli abbaiava contro, scodinzolando.
Parlavamo di cose banali, ridendo spesso; stare con lui mi piaceva. Non so perché, ma mi avvicinai e appoggiai la testa sulla sua spalla. Il contatto tra noi era qualcosa di inconsueto, ma allo stesso tempo familiare. Passò il braccio attorno alle mie spalle stringendomi. Restammo in quella posizione per troppo tempo, in silenzio, contemplando lo specchio d'acqua e il gioco dei riflessi.
Chiusi gli occhi per godermi i raggi del sole sul viso, ma soprattutto il suo calore e il battito del cuore che pulsava dentro al petto sempre più frenetico. L'estasi di quel momento fu interrotta da Paco, che scattò in piedi non appena vide una papera nuotare sul pelo dell'acqua.
C'era qualcosa di pericoloso in quell'abbraccio, ma, nessuno dei due, sembrava esserne turbato.
Passeggiammo e mangiammo in un ristorante in riva al lago, la sua vicinanza e quella di Paco mi rendevano particolarmente allegra e spensierata. Era buio quando li riaccompagnai a casa. Paco russava rumorosamente nel portabagagli, si era divertito inseguendo le papere ed era distrutto.
Avevamo cenato sulla strada di ritorno in una trattoria senza fronzoli di un paesino a pochi chilometri da Milano.
«Vuoi dormire da me?» La sua domanda mi colse impreparata, spalancai la bocca. «Non intendevo quello», si affrettò a dire, «come ieri sera», puntualizzò.
«Mi devo preparare psicologicamente per il mach di domani a pranzo dai miei.»
Sorrise. «Allora buonanotte.»
Replicai con un filo di voce. «Buonanotte.» Li vidi sparire oltre il portone e io partii verso casa.
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