CAPITOLO EXTRA BONUS
«Signori e signore, benvenuti a bordo del nostro volo Los Angeles Londra, il comandante ci informa che siamo settimi in ordine di decollo...»
Oggi non ho avuto un attimo di pace. Schermo il telefono con la mano libera e sussurro. «Odio queste voci prive di emozione che ripetono a pappagallo la solita frase. Odio pensare di dover trascorrere le prossime tredici ore a bordo di questa supposta di metallo, ma, soprattutto, odio dover stare ancora lontano da te.»
Lei ridacchia e la mia tensione si allenta, come ogni volta che sento la sua voce.
Mi fa stare bene e mi manca, mi mancano da morire i suoi abbracci quando ha freddo nel letto e cerca il mio calore, quando mi prende in giro e mi fa le linguacce, quando incrocia le braccia e mi guarda corrucciando le sopracciglia che incorniciano quei due laghi blu.
La sua voce è carica di allegria. «La simpatia è sempre il tuo forte, anche dopo più di due anni che viviamo insieme.»
L’aereo lascia l’area di parcheggio e si dirige verso la pista, dal finestrino vedo un velivolo toccare con le ruote l’asfalto e il fumo nero che si forma con lo stridio, subito dietro un altro prende il volo.
«Sposati, noi siamo sposati: ci tengo.» Preciso.
L’aereo continua ad alternare il movimento con piccole soste.
«Per tutti i cardi, che pesantezza!» Ribatte.
Sbuffo e alzo gli occhi al cielo, se lei fosse qui mi darebbe un pugno sul braccio e io la bacerei fino a lasciarla senza fiato, farei anche altro se è per questo, ma in questo momento voglio solo limitarmi a pensare al bacio. «Mi manchi Vicky, sono lontano da casa da tre settimane e non vedo l’ora di arrivare.»
Victoria fa un respiro profondo. «Anche tu mi manchi da morire, ti prometto che appena sarai qui ci rifaremo: io, tu, il letto e il divano. Non voglio sentire o vedere altro.»
«Oh, sì! Mi piace il tuo programma.»
«Ho anche una bella sorpresa per te.»
«Mhmm, qualcosa di piccante? Sappi che non ti darò tregua.»
Ridacchia, e io con lei.
Il sorriso algido è la prima cosa che vedo della hostess che mi viene incontro. «Signore, mi spiace, ma in fase di decollo non può telefonare.» Digrigno il mio malcontento, ma annuisco e quella sparisce in fretta.
Vicky continua a parlare. «Il nostro primo Natale da coniugi Carter in pace e tranquillità.»
L’aereo si ferma a inizio pista, una voce gracchiante arriva dall’interfono. «Cabin crew, prepare for take off.»
La hostess di prima allunga il collo e mi guarda in cagnesco indicando il mio telefono. Con un dito mimo il numero uno.
«Devo lasciarti, ti chiamo appena posso.»
Lei mi manda un bacio e chiudo la comunicazione con un gran vuoto allo stomaco. È da stamattina che non metto nulla in pancia e adesso mi sento morire.
* * *
Sospiro e mi porto il telefono all’altezza del cuore. Seduta con le gambe incrociate sul letto non faccio altro che pensare a Chris e alla faccia che farà non appena vedrà la mia sorpresa.
«Vero piccolo? Chissà papà cosa dirà appena ti vedrà.» Prendo in braccio il fagotto morbido che dorme beato. Odora di latte e coccole. Ho solo poche ore per godermelo ancora un po’, appena arriverà Chris vorrà il monopolio, ne sono sicura. Chissà se ho fatto bene a non dirgli nulla? Quando l’ho visto così piccolo, dentro quel negozio, non sono riuscita a resistere. Apre i suoi occhietti, mi guarda e con la lingua mi lecca la punta del naso.
«PJ, sei bellissimo!» Ebbene sì, questo batuffolo di appena ottanta giorni e dal peso promettente si chiama Paco Junior, nome del tutto fittizio, sarà il suo padrone a battezzarlo, anche se, a me non dispiace PJ, in onore del grande Paco che tanto amore ha regalato a Chris e a cui somiglia tantissimo. A me ha donato più dolori, come quando si è sgranocchiato il mio perizoma di pizzo: che paura! Per fortuna è un’altra storia, e purtroppo lui non c’è più.
Scende dal letto e sgranchisce le zampe, prima quelle davanti e poi quelle dietro, sbadiglia con la lingua fuori quasi arrotolata su sé stessa e... «Non ci provare! Non qui, non qui!» Lo afferro dalle zampe anteriori o lo sposto sopra il tappetino. «Puff! Per un pelo.» Mi guarda con quei suoi occhietti da piccolo angelo.
«Che ne dici se andiamo a dormire? Sono sfinita.» Domani è la Vigilia di Natale e mi attende una lunga giornata: per prima cosa PJ deve sparire, lo porterò a casa di Allegra e poi la sera, con una scusa, porteranno il cucciolo dentro una scatola e lo darò a Chris, non sto nella pelle! Sarà felicissimo. Dopo andrò a fare la spesa e cucinerò una cenetta intima per me e Chris, non vedo l’ora di abbracciarlo.
* * *
Un viaggio così di merda non lo ricordo da secoli. Oltre ai continui vuoti d’aria, quello dietro di me russa così tanto che pure con le cuffie sento tremare tutto. Alla faccia della prima classe! Volevo riposare così da non crollare la notte di Natale e poter dare il mio regalo a quella mezza matta di mia moglie allo scoccare della mezzanotte; sorrido solo a pensare alla sua faccia non appena scarterà il pacco. Siete curiosi di sapere cosa sia? È un libro. So cosa state pensando: che regalo banale! Vero, se fosse un semplice libro che si trova in libreria, ma questo l’ho ideato, ritagliato, rilegato, disegnato e scritto io. È la nostra storia, dal primo giorno che ci siamo conosciuti a quando ci siamo sposati. In ogni pagina c’è un ricordo: un pezzo di stoffa del tartan che ci hanno avvolto nelle mani il giorno del matrimonio, un fiore del mazzo che le ho regalato per la promozione, tante fotografie insieme, scontrini e biglietti di viaggio e tanti disegnini di cuori, unicorni e arcobaleni. Devo dire che mi sono divertito a comporlo, soprattutto a immaginare la faccia che farà appena lo vedrà.
Accendo la luce di cortesia, meglio finire la relazione e leggere qualche mail, magari nel frattempo quella specie di rinoceronte qua dietro si sveglia.
* * *
«PJ, dormi!»
Perché diavolo continua a frignare? «Non puoi salire sul letto! Se ti faccio prendere brutti vizi, il tuo papà mi romperà le scatole fino alla fine dei miei giorni.» Tiro fuori una mano da sotto le coperte e lo accarezzo. Ho già spostato la sua cuccia dal bagno ai piedi del letto e adesso è accanto al comodino su cui troneggia una foto di me e Chris nel parco Chidorifaguchi a Tokyo. Lo so cosa pensate, ma non cederò, no, no, no. Sbadiglio come un leone steso al sole africano. «Ti prego dormi, sono distrutta.» In vista delle vacanze ho lavorato senza sosta per due settimane per dodici ore di fila al giorno, e adesso voglio solo dormire.
Una lama di luce s’intrufola attraverso le tende oscuranti. Qualcosa impedisce i miei movimenti, con un colpo secco alzo le coperte per riappropriarmi del mio spazio vitale, e sento qualcosa da sopra la trapunta rotolare a terra seguito da un “Cai!”
Per tutti i cardi! Ho ucciso il cane prima del tempo. Un momento...come ci è arrivato sopra il letto?
So io come ha fatto! Mi ha fregata, altroché. Questa palla di pelo morbidoso è salito sul letto. Scosto le coperte e guardo se PJ è ancora vivo. Eccolo che scodinzola e mi fissa con i suoi occhioni dolci. Lo prendo in braccio e lo metto accanto a me, lo stringo, gli do un bacino sulla testa e lui mi lecca la mano.
«Chi è il cucciolo di mamma?» Gli lascio svariati baci sul capo.
Questa è la mia fine, mio marito mi accuserà di non sapergli resistere e avrà solo ragione.
«Ok piccolo, prepara le valigie che per un po’ starai da zia Allegra e zio Killian.»
Scendo dal letto, indosso le pantofole, faccio due passi e sento un piede che scivola... le gambe prendono la rotta per il cielo e il sedere quella per il pavimento... patapum!
Che dolore!
Mi alzo sui gomiti cercando di capire cosa sia successo, la piccola palla di pelo s’infila veloce sotto il letto. Qualcosa mi puzza, letteralmente, guardo sotto di me e vedo una chiazza gialla... piccolo birbantello peloso!
«PJ!»
Chi poteva immaginare che organizzare una cena di Natale per due fosse così faticoso? Sistemo la spesa dentro il frigorifero e... dlin dlon! Il campanello. Sarà Allegra con PJ che la starà facendo ammattire. Di corsa attraverso la cucina, il corridoio, il salone e arrivo alla porta d’ingresso laccata bianca come tutte le altre in casa, un compromesso tra me e Chris, guardo dallo spioncino e per poco non ci rimango secca.
Che diavolo?
Chiudo gli occhi e li riapro, devo aver visto male, quella chioma bionda non può essere mia madre e quella pelata di sicuro non è papà. Saranno delle maschere come in la Casa di Carta. Vuoi vedere che mi vogliono sequestrare per chiedere un riscatto a Christopher? Ma che vado a pensare? Devo affrontare la realtà e aprire questa diavolo di porta. Con le palpitazioni abbasso la maniglia e...
«Sorpresa! Non volevamo lasciarvi soli il vostro primo Natale da sposini.»
Lo spioncino mi aveva coperto la visuale, non si tratta solo di mia madre e mio padre, ma dei nonni italiani, la madre e il patrigno di Chris insieme ai nonni e all’arpia, ops... volevo dire Samantha, mia cognata.
Sto per sentirmi male...
«Che...che ci fate qui?»
Mia madre mi sposta e si fa strada in casa, la casa mia e di mio marito, anzi, rettifico, tra poco la mia ex casa, appena Chris lo verrà a sapere...
Sono fritta.
«Come che ci facciamo? Lo avevamo programmato tutti insieme! Non ricordi?»
Rimango a bocca aperta a fissarla mentre gli altri intrusi sciamano dentro casa: sembra l’invasione degli unni. Nel vialetto vedo arrivare anche mia sorella con il marito e i suoi due pargoli nel passeggino doppio, mia sorella si è data alla maternità partorendo i miei due nipoti a distanza di un anno l’uno dall’altro.
Guardo l’orologio: mezzogiorno. Ho solo tre ore per sbattere tutti fuori.
«Sei la solita smemorata!» conclude mia madre. Si toglie il cappotto, la sciarpa, apre l’armadio a muro dell’ingresso, afferra una gruccia e ci sistema sopra il suo soprabito, imitata da tutti i barbari venuti con lei.
Lo sapevo che alla fine il famoso corso di memoria dovevo farlo! «Scusa, quando ne avremmo parlato?»
«Come quando? Al matrimonio! Sei stata tu a invitarci tutti per il tuo primo Natale da sposata.»
La guardo piegando la testa di lato. Del mio matrimonio ricordo tutto, e non mi pare che il prete abbia parlato di cene di Natale, è del banchetto che non ricordo granché, dato che agli antipasti eravamo già ubriachi e prima della torta... Ah! Che momento quello. Tra tulle, pizzi, cerniere bloccate e tante risate, io e Chris abbiamo fatto il miglior sesso clandestino ma legale della storia dei bagni di quel castello.
«Non baci tua nonna?»
La voce di nonna Morelli mi riporta sulla terra strappandomi ai ricordi di quel giorno. «Certo!» Mi tuffo tra le braccia di nonna. Li abbraccio a uno a uno, li faccio accomodare in salotto e chiedo a Janet di aiutarmi a preparare il caffè.
Non la faccio nemmeno entrare in cucina che la assalgo. «Che diavolo ci fate qui?»
«Come ci facciamo? Quello che ti ha detto la mamma.»
«Ho capito, ma in tutto questo tempo non vi è mai venuto il dubbio di chiamarmi per discuterne insieme?»
Incrocia le braccia e in viso le si dipinge quel sorrisetto beffardo che ho sempre odiato.
«Volevamo farvi una sorpresa, tutti.»
«E l’avete fatta eccome! Chris arriva alle tre dopo un volo non stop da Los Angeles, pensa a quanto sarà felice di avere la casa invasa!»
Armageddon, le dieci piaghe d’Egitto e i cavalieri dell’Apocalisse, questo si figura nel prossimo futuro. «Solo per curiosità, dove pensate di dormire?» Sento il cuore martellare in gola: ho paura di sentire la risposta.
«Non preoccuparti, noi Morelli abbiamo preso una casa in affitto a due passi da qui, dovrai solo ospitare i Carter.»
In poche parole, i suoceri, i nonni e la vipera. Devo essere sincera, i rapporti con Sam sono migliorati parecchio, ma durante i preparativi del matrimonio la piccola serpe pensava di poter dettare legge e imporre i suoi gusti. Col piffero! Da allora ci guardiamo amichevolmente in cagnesco. Lei sa che sono la moglie di suo fratello, sa quanto ci amiamo e nessuno dei due permetterà a lei o chicchessia di intromettersi, quindi ha dovuto soccombere. Però credetemi, è difficile dover andare d’accordo con tutti.
Mi tocca andare a fare di nuovo la spesa!
Un fulmine, solo un fulmine dal cielo così crollo a terra stecchita.
* * *
Sono stufo di stare seduto, mi alzo per sgranchirmi le gambe, magari vado a prendere un caffè e sento Vicky cosa sta facendo.
Al bar al piano superiore dell’aereo c’è parecchia gente, mi appoggio al bancone e mi guardo in giro in attesa che lo steward prepari il mio caffè ristretto e amaro.
«Salve!» Mi giro verso la voce alle mie spalle. Una donna mora mi sorride. La guardo dall’alto in basso: la camicetta sbottonata nel punto giusto e le scarpe alte mi mettono in allarme, come il rossetto rosso e l’espressione da tigre. Sforzo un sorriso e mi rigiro verso lo steward che sta armeggiando con la macchina del caffè, spero che uno sia il mio.
«La osservo da un po’» aggiunge la donna. Alzo gli occhi al cielo, spero che la finisca qui. «L’ho notata già all’imbarco.»
«Mi spiace, ma non posso dire lo stesso.» Chissà cosa ne penserebbe Vicky, ricordo ancora quando siamo andati in Giappone e come si è ingelosita per la hostess che mi faceva il filo.
«Ho visto che è un uomo impegnato, sempre al telefono, oppure al computer.» Alle ultime parole abbassa il tono di un’ottava e mi stringe un braccio. «Io sono Megan.» Mi porge una mano che non afferro.
Lo steward appoggia la tazzina sul bancone e mi fa l’occhiolino con un sorriso malizioso in volto.
«Io sposato.» Bevo il caffè in un sorso, ustionandomi la lingua e la lascio come un baccalà, immobile a fissarmi. Non sono un uomo che appena vede una donna pensa a svuotare i testicoli, non l’ho mai fatto e di sicuro non lo farò adesso che sono sposato con una donna che amo. Meglio andarmi a sedere. Prendo il telefono dalla tasca, guardo nel display l’ora divisa in locale e quella di casa e sfioro il contatto, squilla diverse volte.
«Ciao Amore!» Ha la voce affannata.
«Tutto bene? Ci hai messo un po’ a rispondere.»
«Tranquillo, ho fatto le scale.»
Dall’altra parte sento il rumore di qualcosa che cade e vociare.
«Cos’è questo casino?»
«Niente, niente, la televisione.» Sembra ancora più agitata. «Adesso devo lasciarti che sto preparando le lasagne. Ci vediamo all’aeroporto.» Chiude la telefonata senza mandarmi un bacio o dirmi che mi ama. Decisamente qualcosa non va.
* * *
Ho appena mentito a mio marito! Mi sento una disonesta, ma come facevo a dirgli: tesoro, hai presente il nostro programma solitudine progettato da un mese per la notte di Natale? Ecco, te lo puoi scordare.
Per fortuna ho l’idea illuminante di spedire i mei nonni e i miei genitori a fare la spesa con i bambini. Mia sorella e il marito si stanno occupando di mettere in ordine tutti i liquidi con una gradazione alcolica superiore all’acqua e la madre e la nonna di Chris stanno preparando il tacchino che hanno portato da casa per paura di non trovarne a Londra.
Salgo in camera mia e con uno slancio carpiato mi butto sul letto, infilo la testa sotto al cuscino e urlo. «Argh!»
Mi viene da piangere.
Nella mia tasca il telefono vibra, spero solo non sia Chris.
Guardo il display, è Allegra.
«Alle!» rispondo.
«Che sta succedendo a casa tua? Ho visto tre macchine parcheggiate e un gran viavai.»
Vi ho detto che io, Allegra e Miranda abitiamo tutte nella stessa strada? È stata una grande fortuna per noi tre, italiane trapiantate a Londra
«Sono nella merda!» Piagnucolo.
Racconto ad Allegra dell’invasione dei barbari a casa mia, lei ride.
«Mai dire che passate il Natale da soli, io e Killian diciamo sempre che siamo impegnati e siamo noi a fare le sorprese se ci va.»
Mi appunto questa perla di saggezza per le prossime volte, intanto il problema ce l’ho in casa, e credo sia troppo tardi per dire che abbiamo altri impegni.
«Come sta PJ?»
«È un amore! I bambini sono innamorati e anche noi, quasi quasi ce lo teniamo.»
«Ha ha ha, che simpatica!»
«Perché non fai un salto? Ti faccio assaggiare la pasta al forno.»
Posso mai rifiutare un invito del genere?
Sopra la tuta infilo un giubbotto ed esco di casa come un ninja. Allegra mi aspetta davanti alla porta d’ingresso aperta con il suo sorriso solare e il suo abbraccio da sorella di sventura: ci vogliamo bene, questo conta più di tutto.
Entro in casa, un odore insopportabile di roba cucinata invade le narici e mi arriva direttamente allo stomaco, che da bravo si ribella riportando indietro la colazione. Porto una mano davanti alla bocca e come un fulmine ritorno sui miei passi, esco dalla porta d’ingresso e per un soffio arrivo all’aiuola dove Allegra ha piantato dei rigogliosi e solitari ciclamini rossi, adesso a fargli compagnia ci sono dei cornflakes masticati e il latte mischiato ai succhi gastrici che ho mangiato a colazione. Che schifo!
Allegra si precipita ad aiutarmi. «Tutto ok?»
«Scusa...» riesco a biasciare. «Non so che sia successo, ma quell’odore...»
«Ti ho detto che ho fatto la pasta al forno, sarà stata la provola affumicata che ti ha dato fastidio, capitava sempre anche a me.» Allegra mi guarda con un sorriso sornione. «Vieni, prendiamo un tè.»
Dopo aver fatto arieggiare il salotto, ci sediamo sul divano color cioccolato. Allegra sta per aprire bocca quando sentiamo dei cavalli imbizzarriti scendere le scale tra risate e urla. Killian e i gemelli arrivano di corsa seguiti da PJ.
I bambini si bloccano alla porta e urlano: «Ia Vi!»
Mi alzo e gli vado incontro allargando le braccia. «Hei monelli! Siete pronti all’arrivo di Babbo Natale?» Si tuffano in mezzo, afferro entrambi e li faccio girare mentre PJ si attacca alla mia gamba.
«Su! Andate, che mamma e zia Victoria devono parlare di cose di donne!»
«Andiamo bambini, che non ci vogliono tra i piedi.» Killian afferra i bambini e li porta in cucina, PJ rimane ai miei piedi.
«Allora, di quanto sei in ritardo?»
«Due settimane.»
Allegra batte le mani e si agita. «Hai fatto il test?»
«Ancora no, sto aspettando Chris, vorrei farlo insieme a lui.»
«Come fai a resistere?»
«Infatti non ce la faccio più, ho anche chiamato tuo fratello per avere delle dritte.»
Rimaniamo a parlare per un’ora mangiando patatine e parlando di gravidanze e bambini, PJ si mette in piedi e con una zampa mi chiama. Lo prendo in braccio e lo accarezzo sul collo. L’occhio cade sull’orologio.
Per tutti i cardi! Si sta facendo tardi.
«Adesso devo andare a vedere se mi stanno distruggendo casa.»
«Mandami un messaggio appena lo fai!» Strizza l’occhio.
«Ok! Ci vediamo stasera per i regali.»
Entro in casa e la prima cosa che vedo è la serpe stesa sul mio divano davanti alla tv a guardare uno di quei reality demenziali che tanto le piacciono. Mi volto dall’altra parte e tiro dritto verso la cucina. Appena vi metto piede mi sento in una puntata di Masterchef: la nonna Carter sta farcendo il tacchino, nonna Morelli sta preparando le lasagne, mia madre prepara il pudding, la madre di Chris pela le patate e mia sorella sta preparando l’angolo cocktail, se non avessi il dubbio di essere incinta, mi fionderei a rubare una bottiglia e a chiudermi in camera.
Guardo l’orologio, meglio avviarsi in aeroporto.
In lontananza riconosco la chioma corvina di Chris, i suoi occhi mi intercettano subito, il suo sorriso e le fossette sulle guance mi stendono, non so perché ma scoppio a piangere mentre gli corro incontro e gli butto le braccia al collo. Non è la prima volta che stiamo lontani, entrambi per lavoro viaggiamo molto, ma questa volta è stata... struggente ecco. Forse ha ragione Allegra, le emozioni sono amplificate e la sensibilità quintuplicata. Chris lascia il trolley e mi stringe forte e in questo momento so che tutto andrà bene.
* * *
È ufficiale: è successo qualcosa. Speriamo solo non sia bruciata casa o sia morto qualcuno, sono troppo stanco e ho bisogno di stendermi. Le prendo il viso tra le mani e con i pollici le asciugo le lacrime che continuano a uscire dai suoi occhi.
«Vicky, che succede?»
Sorride e sento allentare la tensione. Stringo le mani sul suo viso e mi chino verso di lei. Le sue labbra a contatto con le mie sono un’esplosione di emozioni, soprattutto in basso, dove tutto prende vita in un secondo. La bacio ancora e ancora e ancora.
«Niente. Mi sei solo mancato un casino.»
No, no, no! Ha distolto lo sguardo, ergo mi sta mentendo.
«Sono qui! Adesso.»
Che palle!
Avrà dimenticato di spegnere le luci di Natale dell’albero e avranno fatto corto circuito. Però Killian me lo avrebbe detto, a meno che non sia successo mentre lui era in ufficio. Che vado a pensare? Abbiamo acquistato le case vicine anche per questo, ognuno controlla le abitazioni degli altri, inoltre le nostre mogli si aiutano tra loro e sono felici, di conseguenza anche noi possiamo stare più tranquilli.
Sospiro.
«Come è andato il volo? Hai l’aria stanca.»
«Una merda, dietro di me ci stava una specie di trattore che ha arato tutto il tempo, non ho chiuso occhio.» Ride. Le cingo le spalle e facciamo strada verso l’uscita.
In macchina guida lei, io non ce la faccio, ho bisogno di chiudere gli occhi, inclino il sedile, mi metto comodo e le palpebre calano.
La sua voce rompe il silenzio. «Chris, devo dirti una cosa.»
Ti prego! «Tesoro, è morto qualcuno o hai incendiato casa?» Incrocio le dita.
«No! Cosa vai pensando?» risponde piccata. «È tutto in ordine come lo hai lasciato tu, per chi mi hai presa? E sono tutti vivi, anche troppo.» Meno male, mi fido di Victoria, ma ogni tanto combina qualche pasticcio, come quando ha fatto crollare l’archivio della Bantor di Milano, ricordate? Sorrido al pensiero. Come era bella tutta impolverata, per non parlare del suo perizoma di pizzo: una visione!
«Bene, allora puoi aspettare per questi quaranta minuti? Ho intenzione di passare una notte di fuoco e voglio riposare adesso.» Mi avvicino a lei, la bacio sul collo inspirando il suo profumo di fiori e mi sento a casa. Approfitto e le do anche dei piccoli morsi, lei sghignazza.
«Non hai sonno?»
«Da morire, ma tu risvegli altro.»
Mi appoggia una mano sul ginocchio. «Andiamo in camporella?»
Sorridiamo. «Andiamo a casa.» Le do un ultimo bacio in guancia e mi sistemo sul sedile. Il mondo diventa d’improvviso buio.
* * *
Chris dorme beato, ignaro di quello che lo aspetta: addio sogni di gloria. Ho preferito non dirgli nulla del ritardo, si sarebbe agitato e non avrebbe dormito, idem per l’invasione, solo che lì si sarebbe infuriato.
Imbocco la strada di casa nostra, vedo l’edificio color carta da zucchero in stile vittoriano con gli infissi bianchi, davanti un piccolo giardino con delle rose e piccoli abeti decorati: casa, invasa, ma pur sempre casa. Afferro il telecomando e pigio il pulsante: la basculante del box si alza, mi fermo e vedo Chris che si muove.
È il momento. Parcheggio l’auto e gli accarezzo il viso.
«Tesoro, siamo arrivati.»
«Mhmm.» Si stiracchia, si mette seduto e io mi perdo dentro i suoi smeraldi.
Inspiro e prendo coraggio. «Devo dirti quella cosa...» Non faccio in tempo a finire la frase che la porta di collegamento tra il box e la casa si apre, la vipera è la prima a comparire, dietro di lei la madre e tutta la parentela seguiti dai miei di congiunti. Vedo la bocca di Christopher spalancarsi, lentamente si gira verso di me e se non erro quello che vedo uscire dal suo naso è... fumo.
Ahi!
Non dice nulla, nemmeno una parola, ma nel suo sguardo riesco a leggere la frase: con te faccio i conti dopo.
* * *
Samantha apre lo sportello della macchina e si tuffa ad abbracciarmi. La scosto e scendo dall’auto.
«Che ci fate qui?» Ditemi che è uno scherzo!
«Sorpresa!» urlano tutti insieme.
Sorpresa il cavolo!
Mia sorella è troppo euforica, il che mi insospettisce. «Il vostro primo Natale da sposati non potevate passarlo da soli.» aggiunge.
Sapeste che fitto programma avevamo: letto, cibo, sex toys e sesso, tantissimo sesso.
Mi giro verso mia moglie, ha lo sguardo basso e preoccupato.
Con lei farò i conti dopo. Poteva dirmelo! Che diamine!
Janet si avvicina a salutarmi con il piccolo Tommy in braccio, è cresciuto parecchio.
«Anche Victoria è rimasta di sasso.» Mia cognata difende sempre la sorella.
Sam mette le mani sui fianchi pronta a dire la sua. «Ma se è stata lei a invitarci tutti!»
«Mia sorella è smemorata.» ribatte Janet.
Victoria scuote la testa e nel mutismo in cui si è immersa entra in casa; prendo il trolley dal portabagagli e raggiungo mia moglie. Si prospetta un Natale da incubo.
Trascinando il trolley sulla moquette entro in camera. Mi giro da una parte e dall’altra ma è vuota, sento lo sciacquone e poco dopo Victoria esce dal bagno asciugandosi la bocca con il polsino della felpa.
«Che diavolo ci fanno tutti qui?»
«Mi spiace, sono piombati qui a mezzogiorno, che dovevo fare?»
«Dire la verità! Non vogliamo rompicoglioni in giro, vogliamo stare soli perché sono settimane che non ci vediamo, vogliamo fare sesso in giro per casa e mangiare come ci va e quando: sul letto, sul divano, per terra!»
Mette le mani sui fianchi e mi sfida con lo sguardo. «La fai facile tu! Che dovevo fare? Buttare fuori dei vecchi di ottant’anni?»
«Sì! Avresti dovuto!» Forse ho esagerato, ma quella sua aria presuntuosa mi manda fuori di testa.
«Vaffanculo Chris!» Ecco che va verso la porta, la apre ed esce sbattendola. Prevedibile.
Mi infilo sotto la doccia per calmarmi i nervi e per togliere il tanfo di aereo dal corpo. È un odore particolare, un misto tra gasolio e metallo, fastidioso ma al tempo stesso affascinante perché mi ricorda i viaggi in treno da ragazzo e la spensieratezza di quell’età.
Ma vedi se devo tornare a casa dopo tre settimane che sono in giro tra Giappone, Cina e Stati Uniti e devo trovare una mandria in casa mia. A pensarci bene, mia moglie è una vittima come me.
L’acqua calda scende dall’alto trascinando con sé la schiuma e la rabbia.
Che cavolo sto facendo? Sono un coglione!
Mi asciugo, mi vesto in fretta e furia ed esco dalla stanza di corsa, scendo le scale e sento la voce della madre di Victoria che proviene dallo studio, mi avvicino piano tendendo l’orecchio.
«Ti ho detto mille volte di non mettere queste tute così larghe, sembri una barbona grassa.» La vedo che si avvicina alla figlia e le tasta la vita. «Anzi, sei proprio ingrassata!»
Mia suocera è sempre la delicatezza fatta persona, adesso so che la serata andrà di sicuro storta, mia moglie ha quell’espressione contrariata. So già che alla minima parola lei scatterà contro la madre e litigheranno. Quanto non la sopporto! È odiosa con quella sua aria supponente, soprattutto come si rivolge a Victoria. A volte la manderei a quel paese, ma per il quieto vivere sto zitto, ma rosico dentro. Mia moglie è una santa a sopportarla. In compenso io ho mia sorella che in quanto a simpatia manco sa dove è di casa. Credo che lei e mia moglie si sopportino solo per amore mio, ma se potessero si tirerebbero i capelli, per non dire altro. Insomma, siamo messi bene. Per questo motivo volevamo una festa solo io e lei, non ci vediamo da tre settimane, tre, vi rendete conto in che stato sono le mie parti basse? Come dite? Non credete che io sia rimasto a stecchetto per tutti questi giorni? Tsé, ma per chi mi avete preso? Amo mia moglie, anzi, l’adoro e non me ne frega niente delle altre, non hanno nulla da darmi in più rispetto a quello che mi dona Victoria.
«Sei venuta per criticarmi?» Victoria parte alla carica.
Ingrid sta per risponderle, entro nella stanza e mi schiarisco la voce, vado accanto a mia moglie e lancio uno sguardo di fuoco a mia suocera; non c’è bisogno che le dica nulla, lei abbassa gli occhi e si gira. Stringo in vita Victoria e le sussurro a un orecchio. «Non ascoltarla, sei bellissima e adesso vieni di sopra con me.» Lei ride e il volto le si illumina. Ecco la mia principessa.
Un gradino, abbiamo solo salito un gradino quando dalla porta della cucina spunta mia sorella. «Finalmente! Ho bisogno di te, il mio pc fa le bizze.»
Adesso?
«Sam, sono sfinito, ho bisogno di riposare. Lo vediamo più tardi.»
Incrocia le braccia in petto e mi guarda stringendo gli occhi. «E con lei riposi?» Fa un cenno con la testa verso Victoria. Inspiro, mi sembra di essere tornato agli inizi della storia con mia moglie, quando per colpa sua io e Vicky ci siamo lasciati. Mi giro e salgo le scale stringendo mia moglie in vita.
«Ehi!» Samantha esprime il suo disappunto. Alzo una mano oltre la mia spalla e la saluto.
* * *
Non solo mia madre, anche la vipera si mette in mezzo! Per fortuna Chris non è tipo da farsi abbindolare facilmente. Chiude la porta della camera da letto e fa un giro di chiave. Mi guarda malizioso, gli sorrido e mi mordo il labbro inferiore per trattenermi, anche lui sorride, in un attimo mi abbraccia e mi spinge sul letto. Le sue labbra sono sul mio collo, le mani si fanno largo sotto la felpa e piano piano arrivano ai seni, che accarezza facendomi gemere. Stringo le gambe intorno alla sua vita e sento che non sono la sola a essere eccitata. Ci spogliamo con la foga di due amanti che non si vedono da settimane, la voglia di fondersi e di essere una cosa sola sovrasta tutto il resto. Appoggio il viso nel suo collo e il profumo di mare in tempesta m’invade. Le labbra scendono e arrivano alla clavicola dove lasciano scie di baci fino al petto. Chiude gli occhi e sussurra il mio nome. Baci, abbracci, gemiti e la dichiarazione dei propri sentimenti all’altro, questo è fare l’amore con mio marito: dolcezza, passione, un tornado di emozioni, vere, indissolubili, uniche e solo nostre.
Mi scosto dalle sue braccia, lo guardo dormire profondamente. I capelli neri scompigliati, le labbra schiuse e l’espressione innocente. Se penso a tutto quello che mi ha appena fatto sotto le lenzuola... una vampata di calore infuoca il viso. Meglio andare a vedere che combinano di sotto.
Rimango senza parole davanti il tavolo del soggiorno apparecchiato con una tovaglia dorata lunga, tanti piatti bianchi con ai lati le posate luccicanti e bicchieri brillanti sono sistemati sul tavolo disseminato da piccole composizioni di stelle di Natale rosse e candele.
Mia sorella sistema l’ultimo tovagliolo a sinistra del piatto e sorride. «Che ne pensi?»
«Meravigliosa!»
«Mi ha aiutata Sam.» Quando vuole la vipera sa fare qualcosa di buono, oltre a rompermi le scatole.
«Siete state brave.»
Il posto dove tutti vanno d’accordo è in cucina. Le donne Morelli e Carter si stanno affaccendando tra i fornelli e le preparazioni della cena. Sul tavolo mia mamma dà da mangiare ai miei nipoti Tommy e Nicky, il primo fa i capricci, il secondo apre la bocca mangiando anche quello del fratello. Mi appoggio allo stipite e guardo tutti. È il momento.
Salgo le scale di corsa, apro la porta e mi fiondo in bagno, prendo lo stick dal cassetto e ritorno in camera. Mi stendo accanto a lui e gli soffio in un orecchio. Chris mugola il suo disappunto.
«Devo fare pipì, mi fai compagnia?» Apre un occhio e mi guarda.
«Credevo che tua mamma ti avesse insegnato come si fa.» Sorride e apre entrambi gli occhi.
«E io credevo che volessi essere presente, ma dato che fai l’antipatico...» Prendo lo stick dalla tasca della felpa e lo batto due volte sulla punta del mio naso. I suoi occhi diventano ancora più grandi, di scatto si mette seduto e mi guarda.
«Dimmi che non sto sognando!»
* * *
Il cuore sta scoppiando dentro al petto, mi sta per venire un infarto, me lo sento. Vicky mi guarda con quell’aria furbetta e io penso che se non fa subito questo cavolo di test, mio figlio non conoscerà mai il padre.
«Dai! Cosa aspetti?» Mi alzo e la trascino in bagno, lei ride di gusto. Voglio un figlio da tanto e forse per la carriera di Victoria non è il momento più adatto, lei è lanciata verso alte vette e questo potrebbe metterle un freno, ma non volevamo più aspettare. Ci sono cose più importanti, noi sopra a tutto, i nostri desideri e la nostra felicità.
Si abbassa i pantaloni e si siede sul water con quella specie di penna in mano, le do le spalle e mi guardo allo specchio. Passo una mano sul viso grattando sulla ricrescita della barba, due occhiaie profonde spiccano su tutto il resto. Mi giro verso mia moglie e la vedo che mette il tappo al test e lo appoggia sul muretto vicino a lei, si sistema e tira lo sciacquone, ma il mio sguardo è paralizzato su quel piccolo oggetto di plastica. Uno, respiro, due, respiro, tre, respiro, quattro... il liquido sale bagnando il tampone interno visibile dalla finestra trasparente. Cinque, respiro, sei, respiro, compare una prima linea.
Victoria ha il bugiardino in mano e legge ad alta voce: «Una linea, il liquido è sufficiente ma non sei incinta, due linee sei incinta. Dovrebbero aggiungere anche un buona fortuna!»
Lei ha ancora la forza di scherzare, io sono cristallizzato.
Due linee.
Afferro il test e lo guardo meglio per essere sicuro. Lei si porta una mano alla bocca spalancata ingoiando un urlo di gioia. Due linee nette e blu. Mi fiondo su di lei e l’abbraccio stretta, la alzo di peso e lei avvinghia le gambe alla mia vita. Non ricordo di aver mai pianto di felicità, ma in questo momento sento delle lacrime scivolare furtive dagli occhi. Ci baciamo una volta, due, tre.
Lei fa scivolare le gambe e appoggia i piedi sul pavimento. «Ehi! Tutto ok? Hai perso la favella?»
Sì, ho perso la parola, mille pensieri si spintonano in testa, ma su tutto primeggia la felicità.
Sono felice come quando ha detto sì alla mia proposta di matrimonio, sono felice come quando l’ho conosciuta la prima volta e sono felice perché lei è sempre accanto a me.
«Ti amo Vicky.»
Con il palmo della mano asciuga le scie di lacrime dal mio viso. «Anche io ti amo, troppo.»
Sorride e mi bacia sul collo. «Certo che il bagno a te fa uno strano effetto, ti rende molto romantico.»
«Forse perché insieme a te succedono un sacco di cose qui dentro.» Ricambio il sorriso e credo che me lo stamperò in volto per i prossimi nove mesi.
La prendo per mano e insieme ci avviamo fuori dalla stanza dove un gran vociare ci aspetta.
In corridoio i figli di Janet e Gianni corrono da una parte all’altra inseguiti dal nonno che cerca di tenerli lontani dall’albero e dai regali. Gli altri sono affaccendati a spostare le portate dalla cucina alla camera da pranzo dove un lungo tavolo è pronto per essere assaltato dai commensali. All’angolo, vicino al camino, il grande albero di Natale splende di luci dorate, sotto vi sono tanti di quei pacchi regalo che non si riesce a vedere il tronco. Mio nonno è accanto una grande scatola rossa con un fiocco bianco e sembra che parli con essa e ad essere sinceri ho come l’impressione che si muova da sola.
Victoria stringe di più la mia mano. «Ho un’altra sorpresa per te.» Mi strizza l’occhio e mi tira verso l’albero. Non sono visionario, la scatola si muove e dall’interno arrivano dei rumori e a guardarla meglio ci sono dei buchi. Guardo mia moglie che continua a sorridere. Tutta la famiglia si è riunita intorno a noi.
«Dai! Aprila!»
Mi inginocchio, sciolgo il nastro e la scatola si scoperchia da sola, un batuffolo di pelo morbido mi salta addosso e mi lecca la faccia. Lo afferro con due mani e lo guardo sul muso: un piccolo Bovaro del Bernese.
Ok! Finiamola adesso con le lacrime, ho una reputazione da difendere!
«Buon Natale!» urla Victoria.
La mia voce è un sussurro. «Come si chiama?»
«Ufficialmente non ha un nome, ma io in questi giorni l’ho chiamato PJ.»
Capisco subito la scelta di Vicky. «È perfetto per lui.» PJ continua a leccarmi in viso facendomi il solletico. «È bellissimo!»
Con il cane in braccio, scosto vari pacchi da sotto l’albero, fino ad arrivare a una busta rossa anonima, l’afferro e la porgo a mia moglie.
«Aspettavo la mezzanotte, ma quest’anno i regali sono arrivati prima.» Lei piega la testa di lato e io le faccio l’occhiolino.
Fremente strappa la carta e rimane interdetta. La copertina azzurra imbottita ha al centro un grande cuore con le nostre iniziali in legno intarsiato, un lavoraccio! Sfoglia le pagine una dopo l’altra accarezzandole con gli occhi lucidi.
«È bellissimo!»
Arrivata all’ultima pagina si blocca e mi guarda. Anche i nostri spettatori sono tutti in silenzio a osservare la scena.
«Fai quello che c’è scritto.»
Un grande arcobaleno campeggia sulla pagina, ma nella parte destra, proprio in prossimità della fine, c’è una finestra con disegnata una pentola d’oro. Apre la finestrella e geme portandosi una mano alla bocca. Un pendente a forma di cuore brilla tra le sue mani. Una banalità a confronto del libro, ma vista la sua espressione ho fatto centro anche con questo.
Con tutto il suo entusiasmo, Victoria si lancia su di me e il cane e ci abbraccia stretti.
Questo è il momento giusto per fare l’annuncio, mentre siamo tutti riuniti attorno all’albero. Tra poco le parole diventeranno urla di gioia, baci e abbracci.
«L’unico vantaggio di avere tutta la famiglia qui, è che almeno lo diremo una volta sola.» Victoria mi legge nel pensiero. Ha ragione, in fondo è quello che volevamo.
La nostra grande, incasinata e impicciona famiglia.
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