Sara
Mi sveglio a letto accanto a Sebastiano Zanetti, il tennista sulla bocca dell’intero mondo sportivo. Tutti sanno che è in una fase down della sua carriera, ci sta, a tutti gli sportivi capita ma lui deve riprendersi perché un talento così nasce ogni cento anni. Chissà perché è in blocco. Le ultime sue partite che ho visto in TV rimandavano l’immagine di un giocatore teso, di cattivo umore, contrariato. Ha perfino litigato con l’arbitro. Thaissa, la sua ragazza, è una delle icone fashion del momento, così bella da sembrare finta, con la pelle ambrata e quei ricci perfetti, forse è sua la causa del momento no. Faccio un caffè e glielo porto a letto, che strani questi gesti nei confronti di un perfetto sconosciuto. Eppure mi sembra di fidarmi di lui, in modo del tutto istintivo so che è una brava persona, un cavaliere d’altri tempi. Beve il caffè ringraziandomi, siamo entrambi un po’ imbarazzati dalla circostanza, io ho ancora indosso la felpa di ieri e lui è tutto vestito, abbiamo dormito sopra le coperte.
«Non voglio farmi i fatti tuoi ma sarebbe il caso che tu andassi a denunciare.»
«No» gli dico ferma «Tanto più che la giustizia non farebbe niente.»
«Magari sì invece. O comunque la denuncia potrebbe allertare una rete di difesa intorno a te, di parenti e amici. Non sei sola.»
«Sì, lo sono. lo sono sempre stata, me la sono sempre cavata da sola da quando sono andata via di casa. Me la caverò anche questa volta senza piagnistei inutili.» Sembrano frasi vittimistiche ma non lo sono. Credo davvero che passerà, è solo un momento, mi libererò di lui.
Scuote la testa e io lo interrompo «Di solito adesso studio almeno due ore. Poi vado in palestra ai pesi ma oggi saltiamo per delle manutenzioni al palazzetto.»
«Non è bene che tu rimanga da sola. Facciamo che studi da me e poi mi segui, ho allenamento tra tre ore.»
Annuisco, stupita della sua premura. Felice, inspiegabilmente felice.
Casa sua è nella parte ricca della città, un promontorio che accoglie ville e villette circondate da ampi spazi verdi chiusi tra mura alte e siepi sempreverdi. Entriamo nel cancello automatico e lasciamo la sua macchina sotto la tettoia di pannelli solari. La casa non è enorme, circondata da un parco fitto di alberi e cespugli. Sembra di entrare in una casa nel bosco, uno di quei villini di caccia antichi che i signoroni usavano per acquartierare le amanti. Da dove siamo riesco a vedere, sul retro della casa, una piscina e un campo da tennis circondati da una vegetazione fittissima. Entriamo, in casa c’è un cameriere filippino in tuta da ginnastica che sta lavando il pavimento con uno straccio immacolato. È tutto pulitissimo, odore di detersivo al limone.
«Ma che sorpresa Seba! Non me lo aspettavo» lo schernisce il domestico che gli si rivolge con l’aria di un amico di lunga data.
«Non è come pensi Lime» ridacchia ma accetta la battuta su di me. Il filippino, un trentenne piuttosto atletico, mi saluta con calore «Benvenuta nel mondo matto del tennis, mi dice.» Non credo che mi concentrerò sullo studio. Sebastiano il gentleman mi indica un angolo con una scrivania e la luce perfetta per la lettura. Io mi siedo, infilo le cuffie per isolarmi e cercare un po’ di attenzione e apro il libro del prossimo esame.
Per tre giorni i nostri ritmi sono questi: allenamenti, studio, notti insieme. Sebastiano non mi lascia mai, fa da spettatore ai miei allenamenti, io assisto ai suoi e imparo cosa significhi lo scrupolo. Allena ogni singolo muscolo, ore di stiramenti, scatti, flessioni. Per me la pallina da tennis ha i ricordi dolci dell’infanzia, quando per imparare il movimento della schiacciata, stavo ore a lanciarla contro il muro. Sebastiano scatta da una parte all’altra del campo, è pronto, reattivo, flessuoso. Triste.
Eppure non è mai solo: la casa nel bosco, come ho nominato la sua stupenda abitazione, è sempre piena di amici. Un viavai continuo di persone che gli girano intorno, lo allenano, si interessano a lui, se ne prendono cura. Piano piano, conosco tutti i membri del suo staff che ha le sembianze di una famiglia scelta o un gruppo di amici affiatati.
«Vieni, prova» mi dice il quarto giorno di una routine che non dovrebbe essere così scontata tra due sconosciuti. Lo raggiungo, prendo una racchetta e gli batto qualche colpo. «Brava, hai un bel movimento. Continua» si complimenta lui. Mi insegna la postura e il modo di colpire. Io apprendo subito e andiamo avanti un paio d’ore durante le quali lo vedo sorridere. Più di una volta. E continua a sorridere anche fuori dal campo, mentre andiamo in macchina, mentre mangiamo insieme, mentre mi accompagna in palestra.
«Non mi divertivo così da tanti mesi, Sara» mi dice ed è contento, rilassato come non lo avevo ancora visto.
«Mi fa piacere.»
«A fine novembre ho un torneo a Basilea, perché non vieni con me?» mi domanda mentre siamo davanti a un piatto di riso in bianco a casa sua. E io rimango stordita non solo dalla richiesta ma dalla voglia di accettare.
«Perché ho un campionato e uno scudetto da vincere.» rispondo.
«Giusto. Facciamo però che proviamo a continuare a stare insieme? Questi giorni sono stati belli» mi dice in uno dei rari momenti in cui Lime è assente, uscito per delle spese.
Non faccio in tempo a rispondere perché il telefono squilla per un messaggino.
Se ti metti con lui vi ammazzo tutti e due
«Ehi, che c’è? Sei sbiancata» mi dice e poi diventa serio «è lui?» Io annuisco e scoppio a piangere. Era stato bello sentirmi libera, una ragazza normale che può innamorarsi e vivere una vita serena. Senza paura. Mi accoccolo tra le braccia di Sebastiano, l’attimo dopo siamo uniti in un bacio che sa di disperazione e speranza, il primo che ci scambiamo da che siamo diventati inseparabili. Lui mi stringe, sento il sapore della sua lingua invadermi e in un battito di cuore ci troviamo sul letto nudi, bocca a bocca, stomaco a stomaco. Occhi negli occhi. Seba entra dentro di me con delicatezza ma fermo, non mi aspettavo la velocità con cui tutto è precipitato. Mentre godo di lui, so per certo di essere innamorata, perdutamente. Non riesco a spiegarmi come sia successo ma è così, Seba mi rende felice. Se questa cosa durerà, se sarà l’uomo della mia vita, certo non lo so ma è la persona di cui ho bisogno adesso.
Facciamo l’amore con una tale struggente dolcezza che tutto il resto perde importanza. Non mi aveva ancora mai toccata anche se abbiamo già dormito insieme. Perché lui è un gentiluomo, un cavaliere di altri tempi.
Il giorno dopo è sabato, ho un allenamento leggero al mattino prima della partita domenicale e lui ne ha uno di pomeriggio. Li affrontiamo insieme e ci troviamo la sera a guardarci negli occhi con la voglia di rotolarci tra le lenzuola ma prima di una gara la regola d’oro è niente sesso. Sono euforica, sorrido, parliamo del più e del meno e anche lui si diverte con me. Guardiamo un po’ la tv, dormiamo abbracciati e subito è domenica e l’ora della partita. Seba è sugli gli spalti a guardarmi, nascosto tra la folla con una felpa anonima, io lo so anche se non lo vedo. Caricata dalla tensione sessuale e dalla felicità degli ultimi giorni, gioco una partita stellare, vinciamo 3-0 e io sono nominata miglior giocatrice della giornata. Difendo, alzo, schiaccio. Salto in alto come non avevo mai fatto nella vita, colpisco palloni che diventano pesanti come lavatrici schizzando a 150 km orari. La sera a casa facciamo l’amore, di nuovo e di nuovo. Ci prendiamo tutta la notte, a casa sua, per assaporare ogni centimetro di pelle, per esplorare le zone più sensibili. Ridiamo, godiamo, mangiamo. Lui ha un corpo tonico e nervoso, muscoli scattanti e tirati e un’energia inesauribile.
Mi sveglio al mattino ancora tra le sue braccia, in un letto stropicciato e con lui che mi guarda sorridendo, i muscoli delle spalle gonfi e gli occhi scuri come le piume di un corvo, profondi e teneri.
«Qualcuno deve avermi visto ieri alla partita. Stamattina tutti i siti di gossip parlano di me e di te. Nessuno ha una foto di noi insieme ma non ci metteranno molto a procurarsela» mi sussurra baciandomi un braccio. Io scatto dal letto, sono nuda e afferro il cellulare per verificare. Ha ragione, la mia immagine con la divisa da gioco è accostata alla sua con berretto e racchetta. Ci danno già per coppia fissa e non so se esserne esaltata o terrorizzata. «Eravamo in dodici in campo, più le panchine. Come hanno fatto a sapere che eri lì per me?» mi domando.
«Ti dà fastidio? Io non c’entro niente, magari le tue compagne di squadra si sono lasciate andare a qualche chiacchiera in più. Forse qualcuno ci ha visti fuori dagli spogliatoi. Succede sempre così» si giustifica Seba. Il punto è che non sono libera di fare quello che desidero, non posso. Potrei metterlo nei guai, creargli problemi.
«Non m’importa dei giornalisti né che sia uscita la notizia. Thaissa potrebbe arrabbiarsi?»
«Non m’interessa. Non mi sono mai sentito come con te adesso» Lui è nudo dietro di me, mi cinge i fianchi e sento la pelle tesa del suo petto contro la schiena. Mi bacia i capelli e avverto il suo profumo pungente di sonno, sudore e sandalo.
«Se lui vedrà le notizie…» lui è sempre nei miei pensieri, provo a fingere che non ci sia ma non oso decidere della mia vita senza prima pensare alle conseguenze che lui potrebbe farmi subire. Avrei lasciato questa squadra e questa città la prossima stagione, avrei trovato un altro ingaggio e magari cambiato università ma adesso che c’è Sebastiano, diventa tutto più complicato.
«Forse se ne farà una ragione. Forse vederti con me lo indurrà a rassegnarsi» mi rassicura lui. Io non ne sono affatto certa ma mi scaldo al tepore della speranza.
Il mese successivo trascorre in un lampo. Ci troviamo a novembre inoltrato senza accorgercene. Io mi sono trasferita da Seba, ho quasi lasciato l’appartamento dove vivevo, un luogo dove ero sola, sguarnita di protezione e vulnerabile. La casa di Seba è un continuo viavai di amici e gente che gli vuole bene e, di conseguenza, vuole bene a me.
Prima che partisse per Basilea abbiamo parlato con il mister della nostra storia così da riuscire ad affrontare i paparazzi e Seba ha tirato fuori il problema di lui. Ero contraria, non avrei voluto ma da allora sia l’allenatore che le mie compagne di squadra hanno formato un cordolo di protezione intorno a me. Non mi aspettavo che comprendessero, non credevo di poter contare su qualcuno. Non sono più rimasta da sola, la palleggiatrice e l’opposta della squadra dormono con me quando non c’è Seba. Non mi sento più sola e lui, nell’ultimo mese, è sparito. Sto ricominciando a respirare e a vivere. Una sensazione nuova e calorosa quella di sentirsi al sicuro, benvoluta, protetta.
Guardo il torneo di Basilea in televisione con le mie compagne di squadra: Seba sembra contento di giocare, è sereno e la sua tranquillità mette a disagio l’avversario. Vince schiacciando un tennista russo e mi trovo a fantasticare su quando tornerà da me.
Due giorni dopo mi trovo in mano il suo cellulare mentre Seba è in doccia: continuava a squillare di messaggini e non ho potuto fare a meno di notare che sono tutti di Thaissa, il suo nome appare di continuo illuminando il display. Il tono è infuriato, lui non le ha mai risposto. Un brivido di felicità… Posso fidarmi di lui.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione