Scritto il 01/07/2026
da PITTI DUCHAMP


Sara

 

Negli ultimi due mesi e mezzo sono venuta qui solo sporadicamente, a prendere i libri e le mie cose da portare a casa di Seba. Però è la prima volta che ci vengo da sola. Appena entro nella palazzina è il silenzio che mi spaventa. Un silenzio assoluto in un condominio dove vivono diverse famiglie. Non è rimasto molto da portare via ma negli anni che ho vissuto qui ho accumulato oggetti e oggi voglio radunarli tutti per lasciare questa casa. Non mi mancherà perché qui ho avuto paura, qui sono stata male. Sono stata sola. Sul pianerottolo mi aggredisce un odore nauseabondo che, mi rendo conto, proviene da casa mia. Non vorrei aver lasciato qualche cibo fuori dal frigo. Infilo la chiave ma gira a vuoto perchè la serratura è forzata. Apro la porta e una scena raccapricciante mi si apre davanti agli occhi. Appesi alla pala del soffitto, il cadavere sventrato di un coniglio e una racchetta sfondata penzolano in mezzo alla stanza. Inizio a tremare e non riesco neanche a muovere un piede. Sono sola, come sono sempre stata in quella casa. Odio stare da sola, sono fragile e triste se sto sola.

Faccio per prendere il cellulare ma una mano grande e solida mi afferra una spalla.

«Non speravo che saresti venuta sola ma è bello averti qui» mi fa lui. La voce sottile, quasi dolce. «Come hai…» balbetto. «Come ho fatto a sapere che saresti venuta?» mi fa eco lui e continua «Il giardino della sua casa è così grande che neanche vi siete accorti di me. E nemmeno dei microfoni.»

«Perché?» riesco a chiedere. Sto per piangere perché lui ha in mano un martello. Con quello non solo può può rovinarmi per sempre carriera e vita, ma potrebbe uccidermi.

«Ti avevo detto che se continuavi a vederlo vi avrei ammazzato no? Ti avevo avvertita ma tu no, niente, hai voluto fare di testa tua. Sei così cocciuta» mi fa sorridendo. Ha la barba appena accennata, un incisivo d’argento e un paio di occhiali scuri. I capelli lunghi mimetizzano un volto anonimo e sporco.

«Sei così dolce…» mi sussurra mentre io piango, terrorizzata e immobile in piedi in mezzo all’ingresso. Lui mi gira intorno e mi porge il telefono. «Chiamalo e lascialo.»

«Capirà che c’è qualcosa che non va.»

«Impegnati per essere convincente» mi minaccia. Sento la testa del martello che mi sfiora le vertebre. Provo un movimento scattoso ma lui estrae dalla tasca una pistola e me la punta contro.

«Accidenti Sara, ma perché devi sempre fare di testa tua? Non hai capito che io agisco per il tuo bene?»

Singhiozzo mentre mi indica il cellulare. Compongo il numero di Seba e spero che lui capisca che ho bisogno di lui. Risponde subito, so che sta andando in palestra per una sessione di pesi e stretching.

«Ho visto i messaggi di Thaissa. Perché non mi hai detto che sei stato con lei a Basilea?» lo aggredisco tra le lacrime.

«Sara? Ma sei tu? Cosa dici?» risponde lui incredulo. Sento il motore della sua macchina che inchioda.

«So che vi sentite ancora.»

«Thaissa?» domanda ancora lui. Lo sento sbigottito.

«Come hai potuto farmi una cosa del genere?» recito disperata.

«Non ti ho fatto proprio niente. Se fosse successo te lo avrei detto» si ribella Seba. È arrabbiato, lo sento perché il fatto che metta in dubbio la sua onestà lo ferisce.

Lui mi fa cenno con la pistola di andare avanti ed essere più incisiva. Tremo all’idea che possa fare del male a Sebastiano, devo impedire che vengano in contatto.

«Invece non mi hai detto niente. Bravo, mi hai fregata per bene. Non aspettarmi stasera, rimango a casa mia, da sola. Non voglio vederti.» Sentire la sua voce incredula mi fa stare male. Come ho potuto essere così ingenua e stupida da venire qui da sola?

«Possiamo parlarne dopo l’allenamento Sara?»

«Non vedo cosa ci sia da discutere. Evidentemente non sono abbastanza importante per decidere di chiudere con una super modella esotica. Figurati, sei come tutti gli altri» gli dico e chiudo la comunicazione.

«Brava» mi sussurra lui «Adesso siamo liberi. Cominciamo da questa serata, è un’occasione speciale, la nostra prima serata insieme.»

Continua a tenermi la pistola puntata contro mentre versa due bicchieri da una bottiglia di spumante già aperta sulla tavola del cucinotto. L’odore del coniglio morto mi provoca la nausea, il sangue per terra è un lago rosso in cui vorrei affogare. Continuo a piangere, ho paura. Mi farà male.

 



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