Scritto il 17/06/2026
da BARBARA RIBONI


La porta della camera si chiuse dietro coloro che avevano assistito alla cerimonia e Glenna rimase sola, accanto al letto di quell’uomo che adesso era suo marito.

La stanza era gelida e nel silenzio si sentiva solo il suo respiro affannoso e il sibilo del vento che penetrava attraverso la pelle di pecora, ancora tesa ma ormai logora e rotta, che proteggeva la finestra.

Alcune candele rischiaravano l’ambiente gettando ombre inquietanti intorno a lei.

Osservò il giovane agitarsi nel delirio della febbre che lo divorava e gli si avvicinò scostandogli i capelli umidi dalla fronte.

Era bello suo marito. Aveva i lineamenti contratti dalla sofferenza ma restava attraente.

Ricordava la prima volta che l’aveva visto.

Era arrivata a Glenrock gli ultimi giorni di febbraio, con la neve che ancora ricopriva i primi germogli di erica e il freddo che imbiancava ogni respiro.

Suo marito l’aveva portata al castello per rendere omaggio al barone e presentare la sua nuova moglie, o meglio, la sua nuova serva.

Aveva diritto a una piccola botte di whisky che il Laird donava a ogni nuova famiglia e anche a un sacco di avena per arrivare al solstizio d’estate, e al nuovo raccolto.

Angus era un uomo avido e non avrebbe mai rinunciato a quei doni perciò, pur avendo camminato per tutto il giorno per raggiungere le terre dei MacLellan, l’aveva obbligata a far visita al castello quella sera stessa.

Il calore dell’enorme camino l’aveva accolta appena entrata nella sala dei banchetti e la bellezza degli arazzi alle pareti le aveva tolto il fiato.

Il piccolo paese nel quale era vissuta non aveva niente di simile: solo sparute casupole con i tetti di torba e un forno comune nel quale cuocere il pane.

La grandezza di Glenrock le appariva in tutto il suo splendore, con il vociare dei tavoli occupati da una moltitudine di persone e il via vai dei servitori, che trasportavano vassoi colmi di cibo per il pasto della sera.

Proprio al tavolo principale, aveva visto per la prima volta il figlio del barone, anche se solo molto dopo, aveva saputo che si trattava di Aidan MacLellan.

Rideva e scambiava battute con altri giovani seduti al suo stesso tavolo, completamente ignaro di lei e di Angus Boyle.

Aveva un petto ampio e un fisico asciutto, capelli chiari e luminosi che scendevano fino al collo, come fili dorati.

La camicia di lino bianca, aperta sul davanti, lasciava intravedere una peluria dorata ed era parzialmente coperta dal lungo tartan verde e blu che lo avvolgeva, fermato sulla spalla sinistra da un luckenbooth d’argento.

Le labbra del giovane si erano schiuse in un sorriso che aveva illuminato tutto il viso, rivelando denti bianchi e regolari.

In quel momento aveva pensato che fosse molto bello, ma aveva riportato subito l’attenzione su suo marito, così scuro e diverso da quella luminosa presenza.

A quei tempi non sapeva ancora quanto buio e malevolo fosse il suo cuore e vedeva solo la differenza nell’aspetto esteriore, il contrasto tra il biondo figlio del barone e il suo tenebroso sposo.

Poi avevano lasciato il castello e iniziato la loro breve vita matrimoniale.

Non era stata felice con Angus, e c’erano stati giorni durante i quali la disperazione sembrava prendere il sopravvento, ma la provvidenza l’aveva resa vedova in fretta, e i terribili mesi passati accanto a lui adesso erano solo un ricordo.

La famiglia di suo marito le aveva voltato le spalle e le aveva fatto capire con chiarezza che non aveva intenzione di provvedere a lei in alcun modo.

Perciò, quando si era ritrovata sola, senza una casa e senza protezione, si era presentata a Glenrock mendicando un lavoro in cambio di un posto accanto al fuoco e del cibo per sfamarsi.

Da quel giorno, abitando al castello, aveva visto spesso il figlio del barone mentre svolgeva le sue mansioni.

Lo scorgeva seduto al tavolo d’onore, quando trasportava i pesanti vassoi carichi di cibo e boccali di sidro, quando rassettava la sala centrale dopo il pasto serale e lui si attardava con i suoi uomini a chiacchierare accanto al fuoco.

A volte l’aveva riconosciuto anche al tramonto, quando rientrava dai campi dopo aver raccolto le sue erbe, mentre lui cavalcava accanto al suo uomo di fiducia, di rientro dalla caccia.

Ma lui di sicuro non l’aveva nemmeno notata. Una sguattera era trasparente, faceva parte dell’arredamento, e serviva solo a pulire dove gli altri sporcavano.

Lei lo sapeva, e non si aspettava di certo che fosse diverso.

Aidan MacLellan era comunque un padrone gentile. Le era capitato di vederlo aggirarsi tra i banchi dei venditori nel giorno del mercato o allenarsi con i suoi compagni nella piazza grande del castello. Sorrideva spesso alla sua gente quando la incontrava per le strade del villaggio e non scacciava mai i mendicanti che chiedevano aiuto.

Glenna non sapeva esattamente la sua età ma guardandolo così da vicino, sofferente in quel letto, pensò potesse avere circa venticinque anni.

Adesso era suo marito, e stava morendo.

Troppo giovane per lasciare questo mondo.

D’un tratto provò un moto di ribellione per quella sua ingiusta condanna e d’istinto decise che doveva fare qualcosa per aiutarlo.

Se proprio doveva morire, l’avrebbe fatto nel modo più confortevole possibile e non inzuppato di sudore.

Nel silenzio della notte tornò in cucina e si tolse l’abito nuziale. Lo piegò con cura insieme al nastro che le aveva adornato la fronte poi si rimise il suo, più logoro ma adatto al lavoro. Si strinse un fazzoletto intorno al capo in modo che i capelli non le finissero sul viso e prese il grosso paiolo di acqua calda dal focolare.

Tornò nella camera di Aidan e si guardò intorno.

Il tartan con i colori dei MacLellan era abbandonato su un grande baule.

Glenna lo prese e lo sistemò sulla finestra in modo che il vento non penetrasse più dagli spiragli aperti.

Tolse il lenzuolo che copriva l’uomo e rabbrividì.

Non portava nulla addosso e anche così era ricoperto di goccioline di sudore che luccicavano come perle sulla distesa di pelle chiara.

Il largo petto si alzava e si abbassava con fatica e sul lato destro aveva un esteso livido viola all’altezza delle costole che arrivava quasi fino all’anca. Era molto dimagrito rispetto a come lo ricordava. Forse non mangiava da giorni. Le gambe erano gonfie e tumefatte sotto il ginocchio, con varie piaghe che suppuravano una sostanza maleodorante.

Bruciava di febbre da infezione.

Sua madre le aveva insegnato a pulire le ferite e a medicarle ma le aveva anche spiegato che spesso potevano infettarsi e se succedeva, il veleno dell’infezione invadeva l’intero corpo.

Forse era troppo tardi, e forse non sarebbe servito, ma lei avrebbe tentato di liberarlo da quel veleno.

Rinvigorita dal suo intento si rimboccò le maniche e si mise al lavoro.

Per prima cosa passò tutto il corpo con pezze umide rinfrescando la pelle più e più volte, finché lui sembrò rilassarsi.

Ripulì le ferite e cambiò le lenzuola facendolo rotolare da una parte all’altra con estrema fatica.

Aidan non collaborava e sembrava caduto in un sonno profondo anche se molto agitato.

Quando ebbe finito di lavarlo tornò in cucina e frugò nella sua borsa delle erbe in cerca di quello che le serviva.

Preparò un decotto per abbassare la febbre a base di corteccia di salice, timo e lavanda che gli fece bere un cucchiaio alla volta, con infinita pazienza.

Mescolò miele, calendula e semi di senape, da spalmare sulle ferite delle gambe, che poi fasciò con strisce di stoffa pulita. Infine le steccò con sottili assi di botte in modo che le ossa si potessero rinsaldare.

Tornò di sotto, prese un secchio di acqua pulita dalla cucina e uscì nel buio rischiarato solo da una falce di luna.

Raccolse della neve e l’aggiunse all’acqua, poi tornò nella stanza del suo sposo.

La febbre lo divorava e lui non smetteva un attimo di delirare ripetendo parole senza senso.

Glenna non si perse d’animo e iniziò a fargli delle spugnature gelate per abbassare la temperatura del corpo anche se più volte durante la notte ebbe paura che morisse nonostante i suoi sforzi.

Lavorò senza mai fermarsi e, quando l’alba rischiarò l’orizzonte, il figlio di Connor MacLellan era ancora vivo.

Stravolta di stanchezza, si addormentò esausta, appoggiata a lui e con una mano sulla sua fronte che scottava molto meno.

 





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