Scritto il 10/06/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Città di Burlington. Cinque anni prima

 

La città brillava dietro la vetrata del suo appartamento all’interno del residence studentesco.

I fuochi d’artificio illuminavano con i loro colori un cielo scuro come tante stelle impazzite e il suo cuore batteva a un ritmo lento.

Rafe si portò la bottiglia di birra alle labbra e bevve mentre i suoi pensieri correvano lontani, strisciando via come serpenti spaventati.

Appoggiò la fronte sul vetro e quel freddo contatto gli regalò un po’ di sollievo.

Aveva appena disputato l’ultima partita con la maglia dei Vermont Catamounts portando a casa la vittoria della stagione; quella che gli aveva permesso di vincere la College World Series, ossia il campionato universitario tra i college, e questo sarebbe stato il suo lasciapassare per la caotica Boston.

Era stato convocato dai Red Sox, con cui avrebbe iniziato a giocare nel prossimo campionato.

La Major League era a un passo da lui, ma un peso grande pari a un macigno gli stava gravando sul petto.

Aveva ottenuto ciò che desiderava da una vita intera, ma quello che provava in quel momento era solo un vuoto incolmabile.

Di lì a poco sarebbe andato al party studentesco organizzato in onore della loro vittoria dove sarebbe stato la star della festa.

Rafe Marshall era il miglior esterno sinistro che i Catamounts avessero da almeno dieci anni e attirava sempre intorno a sé un sacco di ragazze.

Un tempo non troppo lontano questa consapevolezza lo avrebbe fatto infiammare quanto un petardo, ma bastavano le parole pungenti della sua Crispy per tenerlo in carreggiata, facendo sì che non si montasse troppo la testa.

Ricordò, tra un sorso di birra e l’altro, il giorno in cui avevano intrecciato le loro strade e, simili a due piante di edera, si erano aggrovigliati per non districarsi più.

Un tempo aveva tutto nel palmo della mano, ora stringeva solo sabbia, che lenta e inesorabile gli scorreva tra le dita.

Una delusione logorante gli scivolò addosso, ricordandogli una partita che si rischiava di perdere all’ultimo minuto quando si stava seduti in panchina e non c’era nulla che si potesse fare per cambiare quel risultato implacabile; quello che Rafe provò in quel momento assomigliava molto a questa sensazione.

Era bastato un semplice messaggio di Butch sul suo cellulare e l’euforia della vittoria si era sciolta come neve al sole.

Lo zio della sua Crispy era l’unico legame che ancora lo teneva ancorato a lei.

Butch: So che molto probabilmente non dovrei farlo e se solo lei sapesse che ti ho scritto mi prenderebbe a pugni, ma siamo in ospedale. Credevo solo che fosse giusto dirtelo.

Deglutì un sorso di birra che gli bruciò la gola quando si rese conto che non riceveva più sue notizie da oltre tre mesi.

Un vuoto terribile gli prese lo stomaco e una scossa devastante gli squarciò il petto.

Quel messaggio aveva l’effetto di un pugno in pieno stomaco.

Rafe fece scorrere il pollice sul collo della bottiglia fredda raccogliendo le gocce di condensa, e ripensò a come aveva mandato tutto a rotoli.

Assorto, non si accorse della mano che gli accarezzava i glutei e gli si agganciava ai passanti dei jeans.

Un profumo pungente gli pizzicò il naso, una cascata di capelli rossi lo sfiorò su una spalla, infastidendolo.

«È ora di andare alla festa» disse Hellen con voce melliflua, aderendogli al fianco al pari di un francobollo, non prima di aver fatto ondeggiare il vestito corto che a stento le copriva le cosce. «Anche se sei l’ospite d’onore non è bello farsi attendere.»

Rafe infastidito l’osservò e, intanto che si lasciava trascinare verso la porta posò la bottiglia sul tavolo, urtandolo e si sentì tale e quale a un reduce di guerra a cui la battaglia aveva chiesto un prezzo troppo alto.

Una parte del suo corpo formicolò come se sentisse la mancanza di un arto perduto; quel senso di torpore che lo stava avvolgendo era la consapevolezza di chi era diventato senza la sua Crispy.

«Qui dentro sembra un porcile» disse Hellen con tono disgustato quando si guardò intorno e vide sparsi ovunque involucri arancioni delle barrette di cioccolato croccante che lui aveva mangiato prima.

Il sapore dolciastro del burro d’arachidi gli esplose di nuovo sul palato e lui, ciondolando con il capo in avanti, scrollò la testa; in una qualche maniera desiderò scacciare quel fastidio che al pari di un sudario non gli permetteva di respirare.

Inspirò ed espirò un paio di volte, e poi il suo battito erratico rallentò la sua corsa.

Lasciò che l’insignificante Hellen lo trascinasse in macchina, nonostante il suo desiderio più grande fosse quello di correre a Woodstock, lo ignorò.

Crispy gli aveva detto di lasciarla in pace e lui l’avrebbe assecondata, anche se dentro cento chiodi arrugginiti gli stavano perforando lo stomaco.

Rafe l’aveva delusa e ora, anche se a fatica, avrebbe cercato di fare esattamente quello che gli era stato chiesto.

 





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