Città di Templeton. Cinque anni dopo
Rafe si tolse il cappellino da baseball e, asciugandosi la fronte imperlata di sudore, si guardò intorno. C’erano così tanti bambini che stavano urlando il suo nome che si sentì quasi inebriato.
Una strana gioia gli corse sottopelle e lui, crogiolandosi in quella piacevole sensazione, sorrise perché oramai era da tanto tempo che non la provava più.
Era elettrizzante sapere di essere il loro beniamino e, mentre con il pennarello stretto tra le dita faceva il suo ultimo autografo su una palla da baseball dei Red Sox, un’energia inaspettata lo pizzicò.
Il sole caldo del pomeriggio gli scaldò il corpo e guardandosi attorno vide la folla lasciare il campo sul quale si era appena disputata la partita di beneficenza.
Quando più di un mese prima aveva ricevuto la chiamata del suo amico Connor, che gli chiedeva di partecipare a un’iniziativa benefica in favore dei bambini della casa-famiglia di Templeton, non ci aveva pensato un secondo ad accettare, nonostante la sua addetta stampa avesse cercato in ogni modo di fargli cambiare idea.
I suoi occhi corsero svelti, per l’ennesima volta, oltre le gradinate. Con la coda dell’occhio cercò il bambino che lo stava spiando da oltre dieci minuti nascosto dietro a una quercia.
Si era sentito osservato e, quando si era voltato nella sua direzione, lui aveva provato ad appiattirsi al tronco dell’albero, mimetizzandosi con la corteccia rugosa.
Con un sorriso che gli distendeva le labbra si avviò oltre le gradinate e, raccogliendo una palla da terra, la lanciò in aria un paio di volte per poi prenderla al volo.
Connor stava parlando con gli assistenti sociali e, a giudicare dalle strette di mano e dai sorrisi intuì che la partita avesse ottenuto ottimi risultati.
Gli piaceva contribuire a queste cause benefiche e quando il suo ex compagno di squadra l’aveva interpellato ne era rimasto lusingato.
Continuò a camminare fino a che arrivò a un metro dall’albero e, inclinando il busto di lato, sbirciò il ragazzino nascosto dietro.
«Ehi, piccoletto» disse continuando a lanciare la palla in aria. «Che ne dici di fare qualche tiro?»
Una testolina bionda sbucò da dietro la quercia anche se le mani restarono aggrappate alla corteccia, come se potesse trarne conforto.
Un sorriso gli illuminò il viso, e una piccola finestrella fece capolino nella bocca socchiusa.
«Io sono Rafe» gli disse.
«Lo so chi sei» rispose il bambino sgusciando fuori dal suo nascondiglio con un piccolo passo. «Ho il tuo poster attaccato proprio sopra il letto.»
«Veramente?»
«Sì, sì» rispose, acconsentendo anche con il capo.
«Allora non mi resta che dirti che hai davvero buon gusto in fatto di giocatori.» Rafe si avvicinò di un altro passo e con una mano gli scompigliò i capelli biondi, le cui ciocche avevano le sfumature della sabbia bagnata. «Però ancora non mi hai detto il tuo nome.»
Gli occhi azzurri del bambino si spalancarono diventando due fanali luminosi.
«Io mi chiamo come Superman.»
«Davvero?» chiese Rafe inclinando il capo da un lato. «Direi allora che qui la celebrità sei tu.»
«No!» rispose lui muovendo le manine con enfasi. «Il mio papà è un po’ fissato con i supereroi e a me ha dato il nome di Superman. Mi chiamo Kent, ma senza Clark.»
«Allora ciao Kent senza Clark, che mi dici? Ti è piaciuta la partita?»
Il bimbo annuì, e le sue ciocche bionde gli oscillarono davanti agli occhi.
Rafe lo guardò a lungo, un pungolo acuminato gli trapassò il petto quando i suoi pensieri corsero lontano da Templeton.
«Ehi, che succede qui?» chiese Connor destandolo dai suoi pensieri e Rafe, puntando i suoi occhi in quelli dell’amico, lo vide alle spalle del bambino.
Connor appoggiò le mani grandi sulle sue piccole spalle e fu in quell’istante che la somiglianza fu lampante.
«Ciao, papà» squittì Kent voltandosi all’indietro.
«Ehi ometto, vedo che hai già conosciuto il tuo idolo anche senza il mio aiuto.»
Il suo sorriso sdentato si allargò e di nuovo quella sensazione sconosciuta gli strisciò addosso, dilatandogli lo stomaco.
«Certo che ci siamo già conosciuti e per di più mi ha anche detto che ha il mio bellissimo poster attaccato sopra il suo letto.»
Connor scoppiò a ridere nel momento in cui scompigliò i capelli del figlio.
«E guai a chi glielo tocca.»
«Bravissimo» disse Rafe piegandosi sulle ginocchia per guardare Kent negli occhi. «Batti cinque, guerriero» lo invitò e l’energia del bambino lo stupì.
«Anch’io alla tua età avevo già le idee chiare in fatto di miti del baseball e Dizzy Dean, con la sua gigantografia in bianco e nero, occupava una buona parte della mia parete.»
Kent allargò la bocca meravigliato.
«Wow» sussurrò mentre con un dito si grattava una guancia. «Ma chi è Dizzy Dean?»
Sia Connor che Rafe sorrisero alla sua espressione incuriosita.
«É un atleta di tanti anni fa, una vera leggenda entrato nella classifica dei migliori cento giocatori di tutti i tempi.»
«Davvero interessante» disse lui saltellando da un piede all’altro. «Dizzy Dean è un nome buffo, ma me ne ricorderò.» Kent mosse un passo verso di lui, staccandosi dal padre. «Però ora ho fame, vado da Brin e da nonna Pauline a prendere la merenda, quando torno ti faccio vedere il guantone che mi ha regalato papà per Natale, va bene?»
«Certo» disse lui con un sussurro, ma non fu sicuro che il bimbo l’avesse udito perché, al pari di un piccolo missile, scappò via.
«Ho capito che era tuo figlio solo quando vi ho visti vicini.» Connor gli si affiancò. «Saranno passati quattro anni; quando l’ho visto l’ultima volta era solo un neonato.»
«Tranquillo amico, nessuno avrebbe potuto collegarlo al bambino di sei mesi che era allora.»
I ricordi prepotenti lo travolsero, e Rafe rammentò quel compagno di squadra che, dopo appena un anno nella Major League, aveva abbandonato tutto, fama compresa, per ritornarsene a casa e donare al figlioletto la tranquillità di cui necessitava.
«È cresciuto bene.»
Lui e Connor erano stati in squadra insieme solo un anno, ma il loro rapporto di amicizia era durato anche dopo grazie a messaggi e chiamate frequenti.
Sapeva che Summer, la madre di Kent, non aveva preso bene la decisione di Connor di abbandonare la squadra così li aveva lasciati, preferendo restare a Boston, mendicando attenzioni da ogni singolo giocatore dei Red Sox. D’altronde era quello a cui aveva sempre aspirato: diventare la compagna di un giocatore titolare.
Summer ci aveva provato anche con lui in più di un’occasione ma Rafe, a differenza di altri compagni di squadra, l’aveva sempre allontanata in malo modo.
Vide gli occhi azzurri di Connor inseguire il figlio e addolcirsi quando si posarono su una donna avvolta in un vestito giallo.
«Penso che non avrebbe potuto crescere meglio di così.» Un sorriso sbilenco distorse la bocca dell’amico. «E non passa giorno senza che non sia contento della scelta che ho fatto. Ho subìto delle conseguenze con quel gesto ma, nonostante tutto, sto avendo anche tornaconti positivi.»
«Con quella ragazza là in fondo?» chiese Rafe indicando la giovane con il mento.
Una giovane donna dai lunghi capelli biondi aveva preso il piccolo Kent per mano e assieme si stavano dirigendo verso il grande tavolo del buffet.
«Se per tornaconto positivo ti riferisci a lei, dimmi dove trovarne uno anche per me.»
Una risata bassa gli vibrò nel petto e con una piccola spallata trasmise il divertimento anche all’amico.
«La mia Pancake è quanto di più meraviglioso la vita mi abbia donato ma, quando Summer è apparsa e mi ha detto di essere incinta, lei mi è stata strappata via.»
Vide lo sconforto aggrapparsi a Connor con i suoi artigli e, quando il capo gli ciondolò in avanti, Rafe capì l’amarezza che si era impossessata di lui mentre insieme percorrevano il viale dei ricordi.
Socchiudendo gli occhi, Rafe lo guardò attentamente e senza rendersene conto percepì lo stesso dolore che un tempo gli aveva squarciato lo stomaco; si sentì in difetto accanto a lui perché decisioni differenti li avevano segnati.
«Rifarei ciò che ho fatto altre mille volte se solo la vita me lo chiedesse ancora, perché non ci sarà mai nessun campionato di baseball nella Major League che possa valere quanto lei» confessò Connor.
«Tutto questo ti fa onore» ammise Rafe.
«Cosa? Aver lasciato la carriera per la stabilità di un figlio, sperando che prima o poi anche l’amore vero, quello che conoscevo da una vita intera, mi venisse restituito? È questo, che dici mi fa onore?» chiese e gli appoggiò una mano sulla spalla, stringendola.
Una manciata di ghiaia gli riempì la bocca, facendogli sentire il gusto della delusione e a Rafe non rimase altro che acconsentire con il capo.
«Quando conobbi Brin non eravamo altro che due bambini, siamo cresciuti insieme fino a che all’università quell’amicizia che ci legava si è trasformata in amore. Ti giuro, Rafe, che quello è stato il momento più bello di tutta la mia vita.»
Connor rievocava il suo passato e lui sentiva pietre appuntite riempirgli la pancia, rendendola pesante e dolorosa.
«Kent è stata una sorpresa inaspettata, ma per lui e la perfidia di Summer mi sono giocato la mia Pancake.»
Pancake.
Già un’altra volta Connor aveva chiamato così la sua ragazza, e nel profondo del cuore sapeva che quel dolce soprannome assomigliava in tutto a quello della sua Crispy.
Rafe gli puntò un dito sul petto.
«Questo è quello che intendevo quando ti ho detto che ti fa onore. L’essere riuscito a mollare tutto pur di rasserenare la tua vita.»
«Il bello è che non è stato difficile dover scegliere. Ci sono riuscito e basta.»
«Non tutti ce l’avrebbero fatta.»
«So che a qualcuno potrebbe sembrare uno spreco gettare una carriera nella Major League per andare a insegnare baseball in un liceo, ma non passa giorno in cui me ne sia pentito.»
L’amico gli rubò la palla di mano e iniziò a lanciarla in aria.
«Il gioco, la fama, i soldi e le ragazze che come api sul miele ci gravitavano attorno non saranno mai nemmeno paragonabili a quello che sto vivendo adesso.»
Un fiume in piena orbitò a Rafe nella cassa toracica, proprio all’altezza del cuore, e tutte le sensazioni che da tanto tempo erano schiacciate sotto il peso di una pietra sepolcrale tornarono in superficie. Senza riuscire a capire il perché. Sentì il bisogno di svelare all’amico una verità che nessuno conosceva perché per troppo tempo l’aveva nascosta dentro di lui, come la polvere resta ignorata sotto il tappeto.
Aveva celato al mondo intero il suo segreto più grande, e non passava giorno senza che una profonda vergogna lo pressasse.
«Ti invidio, sai? Perché io invece quel coraggio non ce l’ho avuto, non sono stato in grado di scegliere. Quella fama e quel mondo dorato mi hanno accecato.»
«Di che stai parlando, Rafe?»
Tutta l’aria nei polmoni fuoriuscì dalle sue labbra come le parole non dette.
Voltò appena il capo e, mentre i suoi occhi blu si scontravano con quelli azzurri dell’amico, la verità che teneva da oltre cinque anni incatenata nella sua coscienza trovò il modo di liberarsi. Quel lucchetto arrugginito dal tempo scattò, facendo in modo che la serratura allentasse le catene.
«Ho una figlia che ha poco più di cinque anni, ma non so né come si chiami né che aspetto abbia.»
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