Rafe si era sentito come all’interno di un’enorme bolla di sapone. Senza nemmeno accorgersene, dopo l’istante in cui aveva rivelato a Connor l’esistenza di sua figlia, c’erano state foto, interviste alle televisioni locali e svariate strette di mano.
Il sole stava oramai tramontando quando si sedette sul dondolo nella veranda dell’amico. Sentì scricchiolare il legno, con i piedi ben piantati a terra si lasciò cullare dal movimento rilassante.
La zanzariera alle sue spalle cigolò e, quando Connor lo raggiunse allungandogli una birra ghiacciata, lui la prese stringendo tra le dita il vetro.
Con lentezza, continuò a oscillare mentre gli occhi cercavano di mettere a fuoco i contorni della palla incandescente che stava calando assieme al giorno.
«Ti conosco da cinque anni. Per un periodo di tempo abbiamo persino condiviso lo stesso appartamento» sussurrò l’amico portandosi la bottiglia alle labbra. «E mai, neanche una volta...»
Rafe non gli asciò terminare la frase.
«Non vado fiero di ciò che ho fatto.» I suoi piedi si ancorarono alle assi di legno, e con un movimento lento ruotò il busto verso l’amico.
«Ne vuoi parlare?» chiese Connor
Rafe si portò la birra alle labbra e senza rendersene conto scolò quasi tutta la bottiglia.
Il liquido freddo e amaro gli corse lungo la gola ma, non riuscì a scrollarsi di dosso la sensazione arida che aveva in bocca, come se la sabbia di un intero deserto gliela stesse impastando.
«Non sono stato nobile come te. Non ho avuto il coraggio di voltare le spalle a tutto quello che mi stava capitando.»
«Che ne dici di raccontarmi tutto dall’inizio?»
Rafe inspirò una boccata d’aria, che improvvisamente era diventata densa e pesante attorno a loro. Guardò il sole tramontare, lasciò che le parole gli uscissero dal cuore come un fiume in piena, sfondando le barriere in cui si era trincerato da troppo tempo.
«Ero al terzo anno di college quando incontrai Dillon per la prima volta.» Si rigirò la bottiglia vuota tra le dita e con un’unghia grattò appena l’etichetta, cercando di scollarne un bordo. «Era una matricola completamente spaesata. Quando mi offrii di darle una mano, mi mandò a quel paese dicendo che non voleva avere niente a che fare con me. Ma ti rendi conto?» domandò e vide nascere un lieve sorriso sulle labbra dell’amico.
«Non sia mai che qualcuno non penda dalle labbra del signor Rafe Marshall, tantomeno una piccola matricola indifesa.»
«Esatto, amico» sussurrò lui reprimendo l’ennesima risata. «Comunque sia, nonostante non avesse nulla di quello che cercavo nelle donne in quel periodo, la convinsi ad accettare il mio aiuto. Era carina ma nulla di più e, credimi, quando ti dico che non era per niente mia intenzione infilarmi nelle sue mutandine.»
«Sbaglio o vi ho appena beccati a parlare di un certo indumento femminile?» chiese Brin raggiungendoli sulla veranda e facendo sbattere la zanzariera alle sue spalle.
Connor ruotò il busto all’indietro e, allungando una mano, agguantò quella di lei, che si acciambellò sul suo grembo con un sorriso genuino donandogli un bacio a fior di labbra leggero come una piuma.
Rafe si ritrovò, suo malgrado, a incantarsi dinanzi a quell’effusione così semplice ma intima.
«Non sento le urla di Kent da un quarto d’ora, dove hai spedito la peste?» le chiese Connor staccando appena la bocca dalla sua, intanto che le faceva scorrere le mani lungo le braccia, regalandole carezze leggere simili a ragnatele.
«È da nonna Pauline. Era talmente stanco che si è addormentato, e lei si è offerta di tenerlo fino a domani.»
Brin sbadigliò e si appoggiò alla spalla del compagno.
«Questo vuol dire che avremo la notte tutta per noi, piccola» disse lui sollevando le sopracciglia un paio di volte, intrecciando le dita alle sue.
Rafe li osservò per un lungo, doloroso istante e gli tornò in mente quello che l’amico gli aveva raccontato di lei nel corso degli anni.
Il confronto con Summer, la ex di Connor, nonché madre biologica di Kent, gli esplose davanti agli occhi e lui non poté che schierarsi dalla parte di Brin.
Questa donna era tutto quello che si potesse desiderare da una compagna e lei, oltre che bellissima, era anche dolce e gustosa quanto un pancake.
Brin sollevò la testa e, allontanò i capelli biondi dagli occhi.
Le ciocche ondulate parvero vivere per un istante di vita propria, e il sorriso le illuminò il volto, rendendo i suoi occhi azzurri due laghi limpidi di montagna.
«Ora vi lascio alle vostre chiacchiere e non voglio nemmeno sapere perché abbiate nominato delle mutandine» disse ridendo mentre cercava di sollevarsi dal grembo di Connor, ma la presa sulle sue braccia s’intensificò e lui la baciò di nuovo tirandola a sé.
Rafe vide le ciglia chiare di Brin calarle sugli occhi, come minuscoli ventagli e in quell’attimo, per la prima volta in vita sua, invidiò qualcuno.
Non era mai stato colto da una sensazione simile, e si stupì quando una piccola scintilla di calore gli dilatò lo stomaco, facendogli notare la sua presenza.
Vide l’amore sfrigolare nell’aria come un condensato di energia nucleare.
«Buonanotte, Rafe» disse Brin, distogliendolo dai suoi pensieri e facendogli scuotere il capo. «E grazie per quello che hai fatto oggi. Hai reso felici un sacco di bambini.»
«È stato un piacere.»
E lo era stato davvero.
«Ti ho preparato la camera degli ospiti, sul letto troverai anche gli asciugamani» disse Brin prima di tornare in casa.
Rafe le fece un cenno che voleva essere di riconoscenza e ringraziamento.
«Amico, devo dire che tu e Kent siete proprio stati fortunati a riaverla nelle vostre vite.»
«Puoi dirlo forte, e non passa giorno che non ringrazi il destino. Fidati, quando ti dico che non ci sarà mai nessuna squadra della Major League che valga tanto quanto loro e i momenti trascorsi insieme. Abbiamo perso quattro anni di vita, ma sono pronto a recuperarli tutti.»
Rafe non riuscì a dire nulla, il silenzio aleggiò tra di loro come una coperta fradicia di pioggia.
Connor allungò le gambe davanti a sé e, portandosi le mani dietro la testa, stirò i muscoli della schiena.
«Quindi Dillon alla fine ha ceduto?»
Rafe voltò il capo verso l’amico e scuotendo la testa continuò a raccontare.
«Diciamo che non la lasciai in pace. Ti giuro, Conn, è stata la prima ragazza che non voleva avere niente a che fare con me, e questa cosa mi mandava fuori di testa.»
«Povero, piccolo, Rafe Marshall, mi domando come tu abbia potuto sopravvivere a un simile affronto.»
Una risata rimbalzò sulla veranda e si disperse nell’aria calda del Massachusetts assieme al cigolio del dondolo.
«Lei è stata la prima vera ragazza a cui non fregava un cazzo delle mie stronzate. Mi teneva in riga, e nei due anni successivi divenne la cosa più vicina a un’amica che avessi mai avuto. Condivisi con lei la mia passione per Dizzy Dean; lei, invece, mi rese partecipe del suo amore smisurato per le barrette di cioccolato Reese’s Crispy Crunchy; santo cielo, ne era ghiotta. Hai presente quali sono?»
Scrutò Connor negli occhi e quando lo vide negare con il capo continuò a raccontare.
«Cavolo, amico, non dirmi che tuo figlio non le mangia! È cioccolata croccante con ripieno cremoso di burro d’arachidi.»
Gli occhi di Connor si dilatarono dallo stupore, e Rafe intuì che non riusciva a capire di cosa stesse parlando.
«Comunque sia, ti giuro che ne era dipendente, tanto che una volta le venne persino il mal di pancia per quante ne aveva mangiate. Fu decisamente quello il momento in cui la battezzai Crispy, e quel nomignolo da allora le è rimasto appiccicato addosso al pari del caramello.»
Quel ricordo dolce e salato come burro d’arachidi gli provocò uno strano ma gradevole formicolio sotto le costole.
Era come se qualcosa gli si stesse attorcigliando all’altezza del cuore.
«Direi che questa storia comincia a prendere una piega interessante» disse Connor e uno strano luccichio apparve nel suo sguardo. Rafe, al ricordo di Dillon, fu percorso da un brivido sottile e puro, simile alla vibrazione di una corda d’arpa,
Tale e quale a un cimelio nascosto tra la polvere della sua memoria, i suoi occhi gli apparvero per come se li ricordava. Nascosto nel suo sguardo, c’era il verde lussureggiante dell’estate. Erano bottoni screziati simili a teneri e succosi germogli.
«Non c’era niente di sfacciatamente sexy in Dillon. Non lo erano i suoi vestiti né le sue pose, ma era entrata in punta di piedi nella mia vita. Eravamo amici e questo era fantastico» sussurrò sfregandosi il volto con una mano. «Poi una notte, dopo una vittoria schiacciante di fine campionato, me la sono trascinata dietro a una festa, ci siamo sbronzati e il mattino successivo me la sono trovata spalmata addosso, completamente nuda» concluse stropicciandosi gli occhi.
«Ops.»
«Già, ops…» disse mentre un sorriso privo d’ironia gli distendeva la curva delle labbra. «Non ti dico il finimondo che ne è venuto fuori.»
Rafe quasi non si era accorto di avere ancora tra le mani la bottiglia di birra e dopo essersela rigirata tra le dita un’ultima volta, la mise a terra proprio accanto ai suoi piedi. Oscillò con lentezza e il cigolio della catena del dondolo si disperse nell’aria assieme alle sue parole.
«Mettemmo subito in chiaro tra noi che, nonostante avessimo fatto sesso, il nostro rapporto di amicizia non sarebbe cambiato. Non eravamo innamorati, era stato solo uno scivolone provocato dalla sbornia e da quella maledetta serata.»
«E poi che accadde?»
«Niente. Io continuai a uscire con le ragazze, giocavo le mie partite e lei continuava a fare ciò che faceva di solito, cioè essere Crispy.»
Poi, pari al ronzio fastidioso di un’ape, il suo cellulare iniziò a vibrargli in tasca e, ansimando, lo tirò fuori, appoggiandolo sul tavolino che aveva lì accanto.
Non gli sfuggì l’occhiata che Connor lanciò al display, ma la ignorò e, appena smise di vibrare, ricominciò ancora una volta.
«Insistente?» disse Connor sbuffando.
«È solo la mia addetta stampa, non ho voglia di sentirla.» Il telefono, come dotato di vita propria, vibrò per l’ennesima volta e Rafe, spazientito, rispose in malo modo.
«Che c’è?» chiese, prima che una voce appiccicosa quanto una colata di miele gli arrivasse all’orecchio.
«Finalmente ti sei degnato di rispondermi.»
«Sono un po’ impegnato al momento, dimmi che c’è, Hellen.»
«Impegnato è una parola grossa» disse lei con la voce che diventava sempre più zuccherosa e stucchevole. «Papà chiede se hai finito in quel paesino sperduto chissà dove…»
«Non ancora, ma ti chiamo domani quando parto.»
«Perfetto, tesoro.»
Un brivido gli serpeggiò lungo la schiena e per l’ennesima volta desiderò aver tenuto le distanze da Hellen Mongomery, figlia del famoso agente sportivo Phil Mongomery. Ma, purtroppo non era stato così e lei si era dimostrata, oltre che spudorata, anche convincente ogniqualvolta aveva sentito il bisogno di una piccola distrazione extra.
Rafe non avrebbe mai voluto valicare quel confine, ma il sesso sfrenato con Hellen era iniziato già ai tempi del college quando entrambi frequentavano l’Università del Vermont, anche se ora se ne era pentito amaramente.
Era appiccicosa quanto una caramella così zuccherata da cariare i denti e creare il voltastomaco, ma era la figlia del suo agente e avrebbe dovuto sopportarla, nonostante l’invadenza.
«È la tua donna?» chiese Connor indicando il cellulare dopo che l’ebbe posato.
«Dio del cielo, no…» sussurrò lui distendendo le labbra con disgusto, come se avesse appena mangiato uno spicchio di limone. «È solo la figlia del mio agente.»
«Ti richiamano all’ordine?» chiese Connor. «Speravo potessi restare qualche altro giorno.»
«Mi sarebbe piaciuto, ma prima dell’inizio del campionato abbiamo un allenamento intensivo.»
«Già, quasi me ne dimenticavo.» Connor guardò in lontananza oltre le assi di legno della veranda. «Poi che accadde con Dillon?»
«Accadde che un giorno piombò al mio dormitorio e con gli occhi pieni di lacrime mi disse che aveva un ritardo e che il mondo le stava crollando addosso. Specificò anche che era mio, perché non era stata con nessun altro e io le credetti, perché Crispy non mi avrebbe mai mentito su una cosa del genere.»
«E immagino che il ritardo sia poi diventato una gravidanza?»
«Di abortire non se ne parlava, ma io non volevo nemmeno rinunciare alla carriera che mi stavo costruendo. Un talent scout mi aveva visto giocare e aveva fatto il mio nome a un paio di squadre della Major, fino a quando i Red Sox non mi dissero che mi volevano in squadra. Ne ero talmente eccitato, nulla mi avrebbe potuto fermare, nemmeno un figlio in arrivo.»
Connor si sfregò il volto con il palmo della mano. «E poi?»
«Per l’ennesima volta, Dillon mi assecondò.» Una smania improvvisa lo colse, facendogli formicolare le gambe. Si sollevò con slancio e, facendo due passi in avanti, si appoggiò alla balaustra della veranda.
Il legno scheggiato che avvertiva sotto le dita lo graffiò sulla punta dei polpastrelli e, deglutendo il groppo che gli ostruiva la gola, continuò a raccontare.
«Decidemmo di non dire a nessuno che il bambino era mio. Io continuai, da bastardo egoista qual ero, a fare la mia solita vita e lei, con la pancia che cresceva, cercava di non perdere mai una lezione. Entrò in un programma studentesco per ragazze madri mentre io continuavo a giocare e a fottere ragazze. Ci eravamo accordati di vivere alla giornata, ma mi ero impegnato per essere sempre presente. Non l’avrei mai lasciata da sola, né durante né dopo la nascita del bambino.»
«Poi che accadde, Rafe? Perché ho l’impressione che mi dirai qualcosa che mi farà venire voglia di prenderti a pugni» lo incalzò Connor.
«È bastato un secondo perché mandassi tutto a puttane» disse Rafe giocherellando con il cinturino dell’orologio d’acciaio.
Lo ruotò un paio di volte fino a che non sentì la cassa del quadrante grattargli la pelle sensibile del polso.
«Mi ha sempre lasciato fare tutto quello che volevo, ma si era raccomandata solo su una cosa. Voleva assolutamente che andassi con lei al consultorio per l’ecografia. Me lo aveva fatto giurare perché era una cosa a cui teneva tantissimo.» Inspirò a pieni polmoni una boccata d’aria e, ruotando sui talloni, si appoggiò all’indietro sulla balaustra. «Diceva continuamente che per lei tutto era reale perché sentiva il bambino crescerle dentro, mentre per me lo sarebbe stato solo nel momento in cui lo avrei visto grazie a quella particolare ecografia tridimensionale.»
Rafe sentì il suo stesso volto irrigidirsi, era come se fosse stato ricoperto di stucco. Bastò quel triste ricordo affinché spuntasse una crepa, rompendo in maniera definitiva quella maschera dietro cui si era nascosto.
«Che hai combinato, coglione?»
Un sorriso privo d’ironia distese le sue labbra.
«Avevo una partita di campionato con i Catamounts e così decidemmo di trovarci direttamente al consultorio una volta finita la partita. Ma io non ci arrivai mai.» Gli occhi di Rafe si abbassarono, forse per paura di leggere in quelli dell’amico il biasimo che sentiva di meritare.
Inspirò di nuovo una boccata d’aria, ma questa gli si incastrò in gola.
«Quel pomeriggio vincemmo in maniera clamorosa, e i festeggiamenti iniziarono già negli spogliatoi. Uscimmo dal campo ubriachi fradici e, quando Dillon, un paio d’ore dopo, si presentò alla mia porta con quella piccola fotografia tra le mani, sapevo di averla combinata grossa e che non avrei potuto fare ammenda.»
Rafe sollevò gli occhi e si scontrò con quelli chiari di Connor.
«Mi ero dimenticato dell’ecografia di mio figlio nel giro di un paio d’ore, mettendo ancora una volta il baseball davanti a tutto. Ero sbronzo, non mi accorsi nemmeno di quanto dolore traspariva dal volto di Dillon.» Un senso di disagio gli serpeggiò addosso e le spire di quel serpente lo stritolarono in una morsa. «Ho fatto un casino colossale. Tra l’altro in quel momento non ero da solo e quando se ne accorse, si precipitò fuori dall’appartamento come se avesse il diavolo alle calcagna. A quel punto mi scagliò addosso la prima fotografia di mia figlia e mi urlò in faccia di andarmene a fanculo una volta per tutte, che lei con me aveva chiuso.»
Il vuoto allo stomaco che l’aveva accompagnato tutto il giorno improvvisamente aveva un nome, un’etichetta sulla cui sommità si era acceso un luminoso interruttore.
Le sue dita tremarono quando dal portafoglio estrasse quello che a prima vista sembrava un pezzo di carta sgualcito.
Lo porse a Connor.
«Questa è l’unica fotografia che ho di lei.»
«È una femmina?» chiese lui con appena un fil di voce.
«Già» sussurrò lui mentre si sentiva rigido e compatto, simile a un blocco di granito.
Sollevò di nuovo lo sguardo sull’amico e non si stupì di trovarlo d’acciaio, severo e duro.
«Quello stesso giorno Dillon lasciò il college, facendosi venire a prendere da suo zio Butch e se ne tornò a Woodstock nel loro ranch di famiglia.»
«Che gran casino.»
Connor gli restituì la piccola ecografia tridimensionale, nella quale si distinguevano il suo visetto rotondo e un delicato nasino a patatina un po’ schiacciato.
Lui con la punta delle dita ne delineò i contorni e, come sempre, avvertì un vuoto incolmabile dentro il petto.
Il suo stesso cuore stava battendo ma, anziché irradiare gli organi di sangue, li irrorò di ghiaccio.
Un fiocco di neve puro e trasparente gli si depositò sul petto, e il viso di una bambina mai conosciuta si adagiò tra i cristalli che ne delineavano la forma.
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