Scritto il 18/06/2026
da THERESA MELVILLE


 


 

L’abbraccio di suor Clotilde la commosse, ma non la trattenne un minuto più del necessario. Quando la suora portinaia venne ad avvisare che Giovanni dei conti di Monfalco era venuto a prenderla, Gemma si congedò dalla badessa e si affrettò a raggiungere il fratello nell’androne.

— Portami via! — esclamò gioiosa, e al suo braccio varcò l'uscita del convento.

La carrozza li aspettava in strada, già carica di due bauli. Vedendo giungere i padroni, il cocchiere impugnò le redini della pariglia e il valletto spalancò lesto lo sportello.

Ferma sotto l’arco del portone, Gemma alzò lo sguardo: il sole era nascosto dalle nubi e si stava alzando il vento, ma le sembrò la giornata più bella da molti anni a quella parte.

— Giovanni, potremmo passeggiare fino a casa? — domandò con un sorriso da un orecchio all’altro.

Lui l'accontentò e ordinò al cocchiere di precederli a Palazzo Monfalco, distante dieci minuti di cammino.

Fratello e sorella sottobraccio attraversarono piazza Vecchia passando in mezzo ai banchi del mercato, poi, girato l’angolo, presero via del Crociato.

Gemma fece l’ultimo tratto di strada con un nodo in gola scorgendo da lontano sulla facciata del palazzo lo stemma con le insegne di famiglia: il falco con la rosa nel becco e il giglio tra gli artigli. Quand’era prossima all’entrata, vide una donna uscire sulla soglia e sbirciare un lato e l’altro della via.

— Balia! — gridò, e corse ad abbracciarla.

Berta ricambiò la sua stretta con le lacrime agli occhi. Aveva nutrito Gemma al seno, guidato i suoi primi passi e coperto le sue prime marachelle. Da quando la fanciulla era partita, aveva contato i giorni.

— L’uccellino è tornato al nido — mormorò emozionata.

— Davvero, balia, sono ancora un uccellino? Non mi trovi un po’ cambiata?

— Oh, sì, siete cambiata molto! — Berta sentì l’ingombro del suo seno premerle sul petto e si rese conto che il corpo di fanciulla era ormai quello di una donna. — A proposito, venite dentro. Non sta bene dar spettacolo qui fuori.

Varcato il portone, Gemma attraversò svelta la corte principale con Giovanni e Berta che stentavano a starle dietro, ed entrò nell’atrio.

In quel mentre la contessa di Monfalco scendeva lo scalone vestita di broccato giallo pallido. Pochi istanti dopo, tra le sue braccia, Gemma si sentì finalmente a casa.

Ilaria rideva di felicità stringendo a sé la figlia. Le baciò il volto fino a toglierle il respiro, poi la prese per mano e quasi la trascinò di sopra, al piano nobile.

— Dove mi portate, madre mia?

— Nei tuoi appartamenti. Presto, tesoro, ti aspetta una sorpresa.

— Non resisto! Ditemi, vi prego: di che si tratta?

— Doni per te che uniscono l’utile al dilettevole — gongolò la contessa. — Non vedo l’ora di mostrarteli.

Alcune pezze di stoffa erano già nel boudoir, accatastate contro le pareti: tessuti operati di broccato, pizzi con trame d’oro e d’argento, e le sgargianti sete orientali predilette da donna Ilaria. Nell’altra stanza, stesi sul letto a baldacchino, c’erano diversi vestiti pronti per essere indossati.

— Guarda questo — disse la madre indicando l’abito più in vista. — È un rosso così particolare! Ardito, forse, ma perfetto per il tuo incarnato.

Lei si appoggiò addosso la veste e si guardò nel grande specchio ovale.

Era un abito di foggia sobria, con il rigido corpino a punta, la veste rigonfia intorno al punto vita e le maniche smerlate. L’originalità era tutta nel tessuto: una seta cruda iridescente con riflessi che andavano dal vermiglio ai toni aranciati del tramonto.

Con l’aiuto della madre, Gemma lo indossò nell’immediato.

Alla fine della vestizione, donna Ilaria le tolse le forcine sciogliendole i capelli; scelse due pettinini d’oro tempestati di granati e glieli appuntò ai lati della testa, lasciando libera la chioma sulle spalle. Poi l’ammirò con orgoglio.

— Sei uno splendore, figlia mia. Tuo padre resterà senza fiato. Andiamo, ci aspetta nello studio.

Il conte Tommaso di Monfalco era in piedi davanti alla parete, i pollici nei taschini del panciotto e gli occhi alzati al sorriso blando di Anna Maria Luisa de' Medici, ritratta nel grande olio appeso al muro.

La nobildonna, ultima della gloriosa stirpe, si era spenta tre anni prima lasciando nel cordoglio Firenze e l’intero granducato. Nessuno, nemmeno l’illuminata arciduchessa d'Austria che ora regnava con il consorte Francesco di Lorena, avrebbe sostituito Anna Maria Luisa nel cuore dei fiorentini.

Tommaso sperava che la principessa medicea gli infondesse dall’alto un po’ della sua proverbiale pacatezza, ma l'inquietudine non lo abbandonava. Da quella mattina covava brutti presentimenti, da quando, esaminando la corrispondenza, aveva riconosciuto lo stemma gentilizio dei Malaspina di Fosdinovo sul sigillo di una missiva destinata a Gemma.

Il foglio era aperto sullo scrittoio: poche righe scritte con dovizia, senza una sbavatura, da chi faceva sfoggio di dottrina.

Sentendo uno scalpiccio nel corridoio, il conte afferrò il pezzo di carta e lo ficcò dentro un cassetto. Poi raddrizzò le spalle e si sforzò di assumere un'espressione lieta preparandosi a ricevere la figlia.

Quando la vide nel vano della porta restò disorientato: non sembrava la giovinetta che cantava la sera precedente nel chiostro del convento. Quella era una donna, con indosso un abito vistoso per nulla adatto a un’educanda.

Gemma eseguì una perfetta riverenza e gli sorrise guardandolo dal basso in alto.

— Posso, padre?

— Che Dio ti benedica! — esclamò lui andandole incontro. — Sono felice che sia tornata a casa.

— Mai quanto me — replicò la ragazza ricevendo il suo bacio sulla fronte. — Questi anni mi son sembrati eterni.

— Pare però che ti abbiano giovato. Sei una bellezza!

— E non solo, caro — disse Ilaria mettendo un braccio intorno alle spalle della figlia. — La nostra Gemma è una donna ormai, pronta per una nuova vita.

— Pronta... Non esageriamo — s’irrigidì il conte. — È cresciuta, questo sì.

Gemma osservò entrambi subodorando una polemica. In altri tempi si sarebbe allontanata per lasciarli discutere in privato, ma ora decise di restare. Era pronta al cambiamento, a detta di sua madre, anche se il padre dissentiva.

Il conte tornò a sedere dietro lo scrittoio indicando le carte che ingombravano il ripiano: lettere, il cui sigillo di ceralacca era stato infranto.

— Questi messaggi sono per te, mia cara, da parte di amici che si congratulano per il tuo ritorno a palazzo.

— Dal momento che li avete già esaminati, potrei leggerli?

— Prendili pure. Troverai anche una lettera del tuo promesso sposo, il marchese Rigamonti. — La voce del conte salì di un tono. — Ho constatato con soddisfazione il garbo e la correttezza del giovanotto.

Gemma non fece commenti. A un certo punto, mentre vagliava le missive, esclamò con entusiasmo: — C’è anche l’invito al ricevimento dei Chiermontesi! Filippa me ne ha parlato a Sant’Onofrio, si è raccomandata tanto che ci fossimo. Andremo, padre?

— Credo che andremo. È un evento molto ambito; sembra che interverrà perfino il principe di Craon.

Tommaso non aveva in simpatia il duca Chiermontesi, ma la presenza del principe, il ministro reggente dell’arciduca di Lorena, lo aveva indotto ad accettare l’invito.

— È una magnifica notizia! Posso scrivere a Filippa e dirle che parteciperemo?

— Hai il mio permesso.

Il conte parve congedarla, perché inforcò gli occhialetti e prese da un cassetto della scrivania una voluminosa cartella di cuoio.

Gemma si accinse allora a uscire dallo studio, ma le parole della madre la frenarono.

— Mio caro, forse, non volendo, state dimenticando qualcosa — disse Ilaria con voce flautata.

— Nulla — replicò lui con gli occhi alla cartella ancora chiusa, un sopracciglio alzato.

— Ma sì, marito mio — insisté la moglie, e gli posò le mani sulle spalle, dolce e amorevole. — Ne parlavamo proprio poco fa.

— Con tutte le cose che ho in capo…

— Si discorreva a proposito di una certa lettera. Sono sicura che ora rammenterete.

Tommaso capì di non avere scelta; doveva intavolare quel discorso, altrimenti lo avrebbe fatto Ilaria.

— Sì, ora rammento — ammise controvoglia. — Figliola, tua madre allude a un messaggio che è stato recapitato per te questa mattina. Non ne ho afferrato appieno il senso, ma immagino che tu possa spiegarlo. Siedi.

— Di che si tratta? — domandò Gemma sedendo davanti allo scrittoio.

— Si direbbe un biglietto di scuse. — Fece una pausa per prendere il foglio dal cassetto, sbirciando intanto il volto della figlia. — È da parte del barone Federigo Malaspina di Fosdinovo.

Lei avvampò. — Delle scuse? Non capisco.

— Tieni, leggi tu stessa.

La ragazza lesse con il cuore in gola.

— Ora comprendo — mormorò. — Ieri, dopo il concerto, Giovanni mi ha presentato il barone Malaspina. Si chiacchierava tutti insieme quando il barone ha manifestato all’improvviso l'intenzione di andar via, e poco dopo ha lasciato Sant’Onofrio senza dare spiegazioni. Suppongo che le scuse si riferiscano a quel fatto.

— Il suo comportamento ti ha offeso in qualche modo? — sussultò. — Perché tuo fratello non mi ha detto nulla?

— Non c’era nulla da dire, padre mio, e il barone non mi ha arrecato alcuna offesa.

— Allora non capisco la ragione della lettera, a meno che... — La voce del conte tremò di sdegno. — A meno che non si tratti di un pretesto.

Gemma fissava il foglio che aveva tra le mani. Ci mise un po’ a rispondere.

— Dubito che il barone abbia agito con secondi fini. Lui non mi ha neppure vista. Non avrebbe potuto, come forse già sapete.

Il conte di Monfalco conosceva le condizioni del barone, così come sapeva che la cecità non gli impediva di frequentare il bel mondo di Firenze e di allacciare relazioni amorose più o meno durature. Ma l’argomento era scabroso, mai e poi mai ne avrebbe discusso con la figlia.

— Conosco la disgrazia di quell’uomo e me ne dolgo — le rispose. — Questo non toglie che mi preoccupi per te, figliola. Sei appena uscita dall’educatorio, tra pochi mesi andrai in sposa; perciò vorrei che ti concentrassi sulla nuova vita che ti aspetta senza turbamenti inutili.

Chiese con lo sguardo il sostegno della moglie e lei glielo accordò, a modo proprio.

— Tuo padre ha ragione — disse la contessa. — Il matrimonio è un passo che va fatto con coscienza, ed è quindi necessario che tu rifletta in merito serenamente. Nulla ci preme come la tua felicità, non è vero, caro?

Lui la guardò storto chiedendosi cosa avesse Gemma da riflettere, dato che il matrimonio era concordato già da tempo. Tuttavia annuì mentre apriva la cartella di cuoio con un gesto deciso.

La conversazione era conclusa. Madre e figlia uscirono.

Rimasto solo, il conte si accorse di aver lasciato a Gemma il biglietto del Malaspina. Fu sul punto di richiamarla per farselo restituire, poi scrollò le spalle e lasciò correre.

"Quell’uomo è cieco” pensò. "Destinato a vita grama. Cosa potrebbe offrire a una donna, a parte il titolo e il patrimonio? Una fanciulla altolocata di buon senso non lo prenderebbe neppure in considerazione.”

Il barone gli faceva compassione, ma pur rammaricandosi per lui, Tommaso non riusciva a distinguerlo dalla sua genia. Non era un caso se i Monfalco e i Malaspina si tenevano a distanza.

Mentre Tommaso di Monfalco, chiuso nello studio, si abbandonava a cupe congetture, donna Ilaria mostrava alla figlia il clavicembalo acquistato per lei appositamente, sistemato in piena luce nella stanza della musica.

Gemma cercava di apparire gaia, ma i suoi commenti erano laconici, il suo sorriso artificioso.

— Sembri nervosa — osservò la contessa.

— Sono solo frastornata, madre. Preferirei ritirarmi un poco prima di pranzo.

— Vai pure. Ti mando Berta, così potrai riposare mentre lei si occuperà dei bauli. Hai desiderio di qualcosa? Un infuso di melissa, magari.

— Non ho bisogno di nulla, vi ringrazio.

Salirono insieme al piano nobile.

Sulla soglia del boudoir, Gemma promise che in capo a un paio d’ore sarebbe scesa per il pranzo.

— Ti aspetteremo in sala. — Ma la madre non sembrava intenzionata ad andarsene. Dopo qualche istante, infatti, chiese a bruciapelo: — Intendi rispondergli?

— Cosa? A chi? — Finse stupore, ma il rossore al volto la tradì. — Non so di chi parliate.

— Dell’autore del biglietto che hai nascosto nella manica — fu la serafica risposta.

— Io... Mi parrebbe buona educazione. Non devo?

— Rifletti e fa’ ciò che ritieni giusto. — La contessa le baciò la fronte. — Bentornata a casa, bambina mia.

Finalmente la lasciò.

Gemma entrò nel boudoir, chiuse la porta e si frugò nella manica per prendere il foglio piegato malamente. Lo spiegò seduta allo scrittoio e lo rilesse:

‘Illustrissima signora, mi affido alla penna dell’amico Giandonati e confido nel vostro buon cuore chiedendovi perdono. Vi prego di credermi se dico che arrecai danno a me stesso, più che offesa a voi e a vostro fratello, mio stimato amico, quando ieri dovetti rinunciare alla vostra compagnia e lasciare Sant’Onofrio. Non avrei voluto, ma un improvviso malessere mi costrinse ad agire come uno screanzato. È troppo sperare che vogliate accettare le mie scuse? Non negatemi, vi prego, il conforto della vostra comprensione. Nell’augurarvi ogni bene, umilmente vi ossequio.’

Seguiva la firma: Federigo Malaspina di Fosdinovo. Sembrava proprio che lui l’avesse apposta di persona. A differenza dell’impeccabile grafia del testo, infatti, le lettere della firma erano troppo grandi e irregolari, vergate da mano incerta, senza mai staccare il pennino dalla carta.

Gemma si mordicchiava le unghie di una mano mentre con l’altra reggeva il foglio, studiando quel nome che pareva scritto da un fanciullo.

Un fiotto di tenerezza le salì nel petto.

Decise in fretta. Prese carta, pennino e calamaio e scrisse:

‘Barone eccellentissimo, in risposta alla vostra lettera vi assicuro che gradisco e accetto le vostre scuse. Spero che il malessere cui fate cenno sia cosa lieve. Auspico sinceramente che vi rimettiate al più presto.’

Firmò, piegò il foglio e scaldò la ceralacca del sigillo.

Udendo bussare sobbalzò, per rilassare poi le spalle sorridendo: non poteva essere suor Modesta.

Riconobbe invece la voce di Berta dietro l’uscio, e ringraziò il fato. Non avrebbe affidato la missiva a nessun altro.

— Vieni avanti! — gridò soffiando sulla ceralacca per raffreddarla.

Berta entrò. — Sono qui per i bauli, contessina.

— I bauli possono aspettare — disse mostrandole il biglietto col sigillo. — Questo messaggio dev’essere recapitato subito, nel più stretto riserbo. Te ne occuperai personalmente o incaricherai qualcuno che goda della tua fiducia. Il maggiore dei tuoi figli, per esempio.

La governante fece un passo indietro. — Mia signora, sapete bene che...

— Non occorre che me lo ricordi. Non posso costringerti a disattendere gli ordini di mio padre, ma in questa circostanza mi aspetto che tu lo faccia.

Così dicendo, la fissava con la stessa espressione sfrontata e risoluta che aveva da bambina.

— Mi sembra di tornare ai vecchi tempi — commentò Berta sottovoce, — a quando eravate in punizione e vi portavo di nascosto i dolci nella vostra stanza.

A Gemma non piacque il paragone. Tese il biglietto alla domestica scrutandola con gli occhi a fessura, battendo un piede a terra.

La governante si decise a prendere in consegna la missiva, ma, non sapendo leggere, fu costretta a chiedere istruzioni.

— Dove dev’essere consegnato? Potrei portarlo io stessa, se il luogo non è lontano. Sarebbe più prudente.

— Non so dove sia la casa. Dovrai informarti.

— Ditemi a chi è diretto, almeno, sennò come posso favorirvi?

— Il messaggio è per il barone Federigo Malaspina di Fosdinovo.

Berta trasalì. — Un uomo! Il conte mi ucciderebbe, se sapesse!

— Non lo saprà.

— Per giunta un Malaspina... — soggiunse la donna tristemente. — La vita è davvero strana.

— Perché? A cosa ti riferisci?

— A certi fatti avvenuti in epoca lontana, mia padrona. Sarà passato un secolo!

— Insomma, quali fatti?

— L’amore disgraziato tra un Malaspina e una Monfalco — rivelò con voce grave. — Erano brutti tempi, quelli, c’era la peste, ma il mal d’amore può essere anche peggio. Lei si chiamava Adelaide, Adelaide di Monfalco. Lui era Glauco Malaspina, un uomo d’armi.

Gemma esitava a darle credito. — Sono certa di non aver mai sentito questi nomi.

— Non mi sorprende. Come andarono le cose non si è mai chiarito, ma è certo che la povera Adelaide visse lunghi anni sola e infelice in un volontario isolamento, maledicendo il proprio destino. E quel destino era legato a un Malaspina.

— Taci — le ordinò Gemma. — Sbagli di grosso se credi che questa storia fantasiosa possa farmi cambiare idea.

— È tutto vero, lo giuro! Ripensateci, riprendetevi il biglietto.

— Quel biglietto deve giungere a destinazione prima di sera, Berta. Adesso vattene, voglio stare sola.

 

 





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