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Eravamo appena usciti dalla balka in mezzo al bosco e stavamo avanzando su della neve freschissima e morbida. Il freddo era già pungente in quelle prime ore del mattino e per qualche istante sembrava l’unica cosa che io fossi in grado di avvertire. Un breve e illusorio attimo di pace. Sul dorso di quel grosso avvallamento si stagliava un paesino grigio topo, un colore che già esprimeva miseria e disperazione. Le abitazioni in legno erano quasi del tutto imbiancate e dal comignolo di qualcuna spirava un alito di fumo. Sarebbe stato anche uno scorcio rassicurante se, da dietro le ultime casupole, non fossero comparsi tre carri armati russi, i famigerati T34, e in mezzo a loro due slitte con una mitragliatrice pesante manovrate dai Siberiani, che si distinguevano per l’abbigliamento candido e imbottito. Avevano la nomea di essere molto feroci, anche se nella situazione in cui ci trovavamo non aveva molta importanza. Niente ne aveva più.
Appostato nella neve, avevo al mio fianco il maggiore Benelli e, dopo di lui, il comandante del nostro reggimento. Mi ero guardato alle spalle d’istinto per tenere nella mente volti e nomi di chi stava dividendo quel destino infame con me. Avevo notato una croce rossa cucita su una divisa: era don Carlo, un ragazzo che aveva circa la mia età, con i capelli corti e il pizzetto ispido e biondo. Era sdraiato nella neve in mezzo a noi, pronto per la battaglia, ma armato della sola fede. Non gli era permesso uccidere, quindi non portava armi. Mi ricordava molto il dipinto dell’agnello sacrificale che adornava la carestia vicino alla chiesta a Castelvetro e lì per lì non mi era sembrato affatto di buon auspicio.
I carri armati ci avevano puntato alzando una nuvola opaca di neve e avevano iniziato a sparare. Il rumore metallico dei cingolati mi aveva fatto venire la pelle d’oca quasi quanto il boato degli spari. Avanzavano imperterriti anche in quel terreno melmoso, abbattendo ogni futile ostacolo che avevamo tentato di piazzare attorno alla nostra postazione. Avevamo provato a rispondere, ma la disparità tra la nostra capacità di fuoco e la loro era insormontabile. Non avevamo che dei fucili M91. Io, poi, essendo stato nominato portaordini, avevo un moschetto perché meno ingombrante e più corto. Non avremmo potuto far resistenza più di qualche minuto. Speravo che la nostra artiglieria potesse arrivare in tempo, ma sapevo che era impantanata in mezzo al bosco tra la neve fresca caduta in abbondanza durante la notte.
Vedevo il carro armato avanzare inesorabilmente tranciando il filo spinato e, per qualche metro, anche i cavalletti di legno e cercavo di appiattirmi nella neve, spostandola disperatamente con le mani a destra e a sinistra per poter guadagnare qualche centimetro. Un colpo del T34 ci era arrivato vicinissimo alzando neve, sassi e fango che mi erano caduti addosso, pesanti come doveva esserlo la falce dello scheletro incappucciato nel dipinto che avevo ancora impresso nella mente. Avevo tentato di scacciare quell’immagine e tenere la mente sgombra. Non volevo morire. Volevo vivere e tornare a Castelvetro, volevo riabbracciare Emma e trovare sulle sue labbra il sapore dell’eternità. Avevo sentito un altro boato. Sembravano i 110 anticarro della nostra artiglieria, ma la grande quantità di detriti che per qualche istante aveva riempito l’aria, mi rendeva impossibile capire con esattezza quello che stava succedendo. Altri due colpi erano arrivati in una sorda sequenza, sempre più forti, tanto che il terreno sotto di me aveva tremato, scosso dal peso del carro armato. Avevo chiuso gli occhi per un attimo e visto i suoi, quelli profondi e scuri di Emma che mi stava aspettando a casa. Dovevo rimanere vivo.
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